lunedì 26 settembre 2016

Recensione: "Miss Peregrine. La casa dei ragazzi speciali" di Ransom Riggs

Titolo: Miss Peregrine. La casa dei ragazzi speciali
Autore: Ransom Riggs
Editore: Rizzoli
Data di pubblicazione: 30 giugno 2016
Pagine: 384
Prezzo: 18,00 € 

Trama:
Immaginate una casa immersa nel verde, dove splende sempre il sole, dove uno stuolo di bambini gioca felice giorno dopo giorno, senza cambiare mai, senza invecchiare mai.
Immaginate poi che questi bambini nascondano un potere che non possono rivelare al mondo, che devono custodire come il più pericoloso dei segreti.
Immaginate ora di essere Jacob, combattuto tra la tentazione di credere ai racconti del nonno che parlano di ragazzi speciali e pericoli in agguato, e la consapevolezza che in quelle parole ripetute più e più volte non può esserci nulla di vero.
Solo quando la tragedia si abbatte sulla sua famiglia, Jacob decide di attraversare l'oceano per scoprire il segreto racchiuso tra le mura della casa in cui, decenni prima, avevano trovato rifugio il nonno Abraham e altri piccoli orfani scampati all'orrore della Seconda guerra mondiale. Soltanto in quelle stanze abbandonate e in rovina, rovistando nei bauli pieni di polvere e dei detriti di vite lontane, potrà stabilire se i ricordi del nonno, traboccanti di avventure, di magia e di mistero, erano solo invenzioni buone a turbare i suoi sogni notturni. O se, invece, contenevano almeno un granello di verità, come sembra testimoniare la strana collezione di fotografie d'epoca che Abraham custodiva gelosamente.
Possibile che i bambini e i ragazzi ritratti in quelle fotografie ingiallite, bizzarre e non di rado inquietanti, fossero davvero, come il nonno sosteneva, speciali, dotati di poteri straordinari, forse pericolosi?

Recensione:
C'è chi è abituato a sentire dalla voce di mamma e papà favole di draghi e principesse da salvare, di cavalieri valorosi a bordo di nobili destrieri, di streghe cattive e demoni malvagi.
E poi c'è Jacob, un ragazzo solitario che vede nel nonno Abraham tutto il suo mondo. Nella sua fantasia lui è l'eroe che combatte mostri e porta in salvo povere vittime indifese.
Perché è così che accade quando si è piccoli, si cerca sempre di vedere nelle persone amate solo il meglio, solo quello che ci fa sentire al sicuro.
Jacob ascolta le storie del nonno, della sua infanzia su un'isola felice, dei suoi amici strampalati e dei loro bizzarri poteri, e del falco pellegrino che li ha sempre protetti dai mostri in agguato.
Jacob impara queste favole a memoria, diventano per lui dei miti fino a quando l'età e la ragione lo portano a vedere la realtà: Abraham non è altri che un uomo anziano che ha perso il lume della ragione.
Solo quando il nonno trova la morte in circostanze misteriose, ed esalando l'ultimo respiro chiede al nipote di cercare l'isola, Jacob inizia a temere che i pericoli narrati non siano solo frutto della fantasia di un povero vecchio.
Da poche parole criptiche e dal bisogno di superare il dolore e l'orrore della tragedia subita, prende il via l'avventura che porterà Jacob a indagare il passato del nonno.

“Era vero, ovviamente. Veneravo il nonno. C’erano cose di lui che dovevano essere vere, avevo bisogno che fossero vere, e il fatto che tradisse sua moglie non era una di queste. 
Quand’ero bambino, le sue storie fantastiche mi dicevano che una vita magica era possibile. Anche dopo aver smesso di crederci, percepivo ancora qualcosa di magico in lui. Avere sopportato tutti quegli orrori, avere visto il lato peggiore dell’umanità e ritrovarsi con una vita irriconoscibile, e nonostante questo restare la persona perbene e buona e coraggiosa che conoscevo. 
Sì, quella era magia. Quindi no, non gli avrei dato del bugiardo, del traditore o del cattivo padre. Perché se lui non era un uomo perbene, forse nessun altro poteva esserlo.”

Dall'arrivo sull'isolotto nebbioso di Cairnholm nulla sarà più lo stesso.
Quella casa felice immersa nel verde esiste davvero?
E le foto che ritraggono ragazzini fluttuanti, invisibili o forzuti sono autentiche proprio come diceva nonno Abe?
Jacob, giunto per sapere qualcosa di più su Abraham e i famosi bambini speciali, troverà le risposte a queste domande e ad altre che non sapeva neanche di cercare.
Assieme a lui noi lettori compieremo un viaggio nell'ignoto, seguendo tracce perse nel tempo, alla ricerca di chi probabilmente non vuole essere trovato.
Conosceremo personalità forti ed eccentriche, che aiuteranno il nostro protagonista a prendere in mano la sua vita con coraggio.
Prima fra tutti Emma Bloom, la ragazzina orgogliosa e determinata che dietro una scorza dura nasconde un animo fragile e un cuore tenero, e poi la dolce e temeraria Bronwyn Bruntley, l'ironico Millard Nullings e tanti altri ancora.
Non importa che abbiano o meno un potere segreto, ciò che conta è che loro saranno per Jacob gli amici che non aveva mai avuto, la famiglia che non lo aveva compreso fino in fondo.
Il ragazzino dovrà affrontare la sfida più grande, vincere le paure più profonde e iniziare a credere in se stesso e nelle sue potenzialità.
Questa è una delle caratteristiche più importanti del libro a mio parere: per quanto l'impianto narrativo, il misto di magia e mistero, sia affascinante, fondamentali sono i messaggi di cui il romanzo è portatore.
Essere diversi non significa essere sbagliati ma avere dentro di sé delle particolarità che ti rendono speciale.
E poi il romanzo ci pone di fronte ad uno dei più importanti dilemmi di sempre: sopravvivere per sempre senza vivere mai per davvero, o affrontare la vita giorno per giorno, senza pensare al domani?
Oltre all'impatto psicologico che la lettura può offrire, e di cui quello appena detto è solo una misera prova, importante è anche lo stile narrativo di Riggs, improntato ad un graduale dissipamento del mistero iniziale.
Tutti i dubbi e le perplessità riguardo ad Abe, al suo passato e al destino dell'amato nipote, troveranno man mano una risposta. Tuttavia, devo ammettere, proprio a causa di queste rivelazioni la storia sembra perdere nelle fasi finali buona parte del suo pathos, per poi riprendersi nelle ultime pagine.
Ciononostante tutto il romanzo pare ben calibrato, con una buona dose di creatività e un ottimo ricorso ad espedienti fantascientifici. Non mancano poi le emozioni, soprattutto incentrate sul dissidio interiore del povero, e giustamente confuso, Jacob.
Una nota a parte le meritano le foto d'epoca, inserite nel libro a mo' di illustrazioni, che non fungono da meri orpelli ornamentali ma dimostrano di essere parte integrante della trama. Inoltre con il loro innegabile fascino impreziosiscono e rendono ancor più speciale un romanzo che fortunatamente di ordinario ha ben poco.

Considerazioni:
Se non hai letto il libro, e hai intenzione di farlo, fermati qui!
Ho apprezzato il libro sin dalle pagine iniziali, sia per il modo in cui è scritto (linguaggio semplice ma non banale) che per il rapporto d'affetto tra Jacob ed Abraham, delineatosi nei primi momenti. Ho subito provato una certa simpatia per quel bambino che credeva alle storie più inverosimili, che ammirava suo nonno, che sognava di essere un giorno un grande esploratore come lui. E devo ammettere che sono stata molto dispiaciuta quando ha scelto di non ascoltarle più.
Andando avanti con lettura ho trovato molto interessante l'ambientazione, sia quella reale dell'isola, talmente cupa e isolata, che quella creata da Miss Peregrine, sempre soleggiata e rigogliosa.
L'anello spazio-temporale, ovvero la realtà immobile con cui la donna-falco pellegrino protegge gli allievi dotati di poteri, ha infatti le sembianze di un eterno paradiso.

“Quel posto mi faceva l’effetto di un narcotico; l’anello stesso agiva come una droga – un antidepressivo e un sedativo combinati insieme – e avevo l’impressione che se fossi rimasto troppo a lungo non avrei più voluto andarmene. 
Se questo era vero, pensai, spiegava un sacco di cose. Per esempio, perché quei ragazzi riuscissero a rivivere lo stesso giorno in continuazione, per decenni, senza impazzire. 
Sì, era tutto bellissimo, si stava bene, ma se ogni giorno era identico ai precedenti, e se davvero i bambini non potevano andarsene come aveva detto Miss Peregrine, allora quel luogo era allo stesso tempo un paradiso e una prigione. Era così piacevolmente ipnotico che uno ci poteva mettere anni a capirlo, e a quel punto era troppo tardi. Andarsene sarebbe stato pericoloso. 
Quindi non era neppure una decisione, in realtà. Rimani e basta. Solo dopo – anni dopo – inizi a chiederti cosa sarebbe successo in caso contrario.”

E a proposito della ymbryne Miss Peregrine, e della scelta di creare un rifugio sicuro per i suoi bambini, non ho potuto non immedesimarmi in quei ragazzini speciali, divisi tra la voglia di scoprire il mondo che è là fuori e il bisogno di rimanere dove non hanno nulla da temere.
Se adesso possiamo considerarli in trappola, in quanto una loro eventuale fuga ne decreterebbe la morte, non possiamo dimenticare che hanno avuto tutto il tempo di decidere di andare via e costruirsi una vita normale, come del resto ha fatto Abe.
Proprio in base a queste considerazioni, se da una parte invidio la loro eterna infanzia felice, d'altra parte non posso non pensare che dietro i loro giovani corpi si celano persone che hanno vissuto tutta una vita, che hanno passato anni a fare sempre le stesse cose, e che alla fine non possono che desiderare qualcosa di diverso dalla loro realtà (spontaneo sorge il confronto con il libro "La fonte magica" di Natalie Babbitt).
Ho provato un bel po' di tristezza nel sapere che Emma ha aspettato tutta la vita il ritorno di Abe (come lei stessa confessa tutta la sua vita sentimentale è racchiusa in una scatola), come anche nel vederla tentare di sostituire quel vuoto con un ragazzino che somiglia tanto al suo unico amore.
Allo stesso modo ho provato compassione e tenerezza, nel leggere l'emozione dei bambini all'arrivo di Jacob, le loro frequenti domande e la speranza che lui decidesse di restare con loro. Non potendo vivere il futuro, si limitano a sperare che il futuro vada a vivere con loro.
Riguardo ai personaggi, come dicevo prima, mi è piaciuta molto la determinazione di Miss Peregrine ed il modo severo con cui mette in riga i suoi allievi. Più che una direttrice pare una buona mamma che sa come dosare rimproveri e carezze. Anche Emma, ha attirato le mie simpatie, già dall'attacco iniziale a Jacob. Come la sua ymbryne, sembra pronta a tutto pur di salvare quello che ha.
Tuttavia non ho apprezzato il suo tentativo di ristabilire con Jacob il legame che ha perduto. Ho avuto più volte l'impressione che lo stesse solo usando, pur non essendone lei stessa del tutto consapevole. Poi al momento del fatidico bacio non ho potuto non pensare alla loro effettiva differenza di età, al fatto che Jacob stava dando il suo primo (almeno credo) bacio alla fidanzata di suo nonno, ad una ragazzina che poteva effettivamente essere sua nonna!
Una cosa alquanto bizzarra, non vi pare? XD
Anche tutti gli altri speciali sono caratterizzati non solo dalle differenti abilità ma anche dalle personalità più disparate, da quelle tenere e gentili, come nel caso di Olive, Bronwyn e Claire, fino a quelle più decise e, talvolta petulanti, come Emma, Millard ed Enoch.
Questo scenario variopinto rende anche più facile ricordare i vari personaggi e proseguire senza difficoltà la lettura.
Interessante poi la teoria dei vacui e degli spettri, e la spiegazione degli anelli temporali, che riescono in tal modo a dar vita ad un affascinante connubio magia-scienza.
Ultima cosa di cui vorrei parlarvi è la nuova scelta editoriale che nella ristampa ha previsto un titolo differente: non più "La casa per bambini speciali di Miss Peregrine" ma, a ripresa del film in uscita prossimamente, "Miss Peregrine. La casa dei ragazzi speciali".
Devo ammettere che preferivo il titolo precedente, per quanto non così diverso dall'attuale, che puntava l'attenzione sull'eterna giovinezza dei protagonisti. Al contrario ho valutato positivamente la decisione di non sostituire la cover originale (che vede in primo piano una splendida foto d'epoca) con la locandina del film, come si è soliti fare da un po' di tempo a questa parte, dopo una trasposizione cinematografica.
La Rizzoli ha invece scelto di realizzare delle fascette, dedicate al film, che si sovrappongono come un vestito alla copertina rigida, che rimane così immutata. 

Ringrazio la casa editrice Rizzoli per avermi fornito una copia di questo romanzo

il mio voto per questo libro

mercoledì 21 settembre 2016

Recensione: "Wildwitch. La prova del fuoco" di Lene Kaaberbøl

Titolo: Wildwitch. La prova del fuoco
Autore: Lene Kaaberbøl
Editore: Gallucci Editore
Data di pubblicazione: settembre 2016
Pagine: 160
Prezzo: 13,90 € (cartaceo) 6,99 € (ebook)



Trama:
Clara è una ragazzina di 12 anni che non ha nulla di speciale: un po' timida, il viso punteggiato di lentiggini, è alle prese con i problemi tipici della sua età. Ma un giorno incontra un gigantesco gatto grazie al quale scopre di avere lo straordinario potere di comunicare con gli animali. Sarà solo l'inizio della sua nuova vita da "strega selvatica" in un mondo in cui la magia non è esattamente roba per bambini.
La prova del fuoco è il primo volume della serie "Wildwitch", con protagonista Clara, il suo amore per gli animali e il magico mondo delle streghe selvatiche.

Recensione:
Clara è una ragazzina di 12 anni timida e insicura. È abituata a sentirsi piccola e inadeguata in mezzo agli altri, insignificante e invisibile come una formica in una foresta.
Sa benissimo di essere una ragazzina normale, graziosa ma non una gran bellezza, se la cava a scuola ma non eccelle, e non ha particolari doti che la facciano risaltare nel mucchio.
Il suo mondo è sempre stato questo: un unico caro amico e confidente, Oscar, con il quale è cresciuta sin da piccola e sua madre, una giornalista brillante e autonoma. La sua unica famiglia.
Una mattina piovosa come tante, mentre la ragazzina è intenta a prendere la bici dal capanno, per recarsi a scuola, un grosso gatto nero le sbarra la strada e l'aggredisce senza motivo.
Questo evento, sconvolgente sì, ma apparentemente di poco conto, darà invece il là a una serie di fatti misteriosi e inspiegabili che porteranno Clara a scoprire di essere molto di più della normale ragazzina che credeva di essere.
Clara scopre di essere una Wildwitch, una strega selvatica. Ha dei poteri e del potenziale magico che, anche se ancora non sa come, dovrà e riuscirà a sviluppare.
Il mondo, noioso forse, ma rassicurante che l'aveva vista muovere incerta i suoi passi, sarà completamente ribaltato per dare spazio ad un universo fatto di cose affascinanti e incredibili, pericolose ma, allo stesso tempo straordinarie.
Streghe selvatiche, animali capaci di sentire e obbedire ai loro comandi, corvi che prestano i loro sensi alle streghe a cui hanno giurato fedeltà, pseudo angeli con intenzioni poco angeliche, e prove impossibili da superare.
Come si può ben immaginare, una ragazzina con così poca stima e fiducia nelle proprie doti, non può accettare il cambiamento se non con mille dubbi e timori.
Clara si sente impreparata, inadatta e caricata di mille aspettative che teme di non poter soddisfare.
Ma il viaggio ha in serbo per lei mille sorprese, alcune terribili certo, ma altre meno orribili di quanto possano apparire.
Clara non solo imparerà a credere un po' più in se stessa, ma capirà che dietro le insidie non bisogna mai tirarsi indietro, che la vita ci mette di fronte a numerosi ostacoli e prove, ma solo cercando di superarli si cresce e si migliora.
Lene Kaaberbøl con una storia appassionante e una narrazione travolgente dà avvio a una saga che ha tutte le carte in regola per sfondare.
Incanto, natura, suoni, profumi ed emozioni, tutto converge nell'intento di dare vita ad un mondo magico, selvatico e stregato in cui è un vero piacere immergersi.
Come accade per ogni primo capitolo di una saga, ci sono vari tasselli mancanti nella storia, cose sul passato e sul futuro dei protagonisti che solo i capitoli successivi, immagino, potranno svelarci. E io davvero non vedo l'ora di tuffarmi nuovamente nel mondo delle streghe selvatiche *-*

Considerazioni:
È proprio vero! Non vedo l'ora di scoprire il seguito della storia, o meglio i seguiti, perché mi sono informata e ho scoperto che la saga è già arrivata al sesto capitolo!
Noi siamo ancora al primo ma confido nella Gallucci, sperando che non ci faccia attendere troppo tra un volume e l'altro.
In questo primo capitolo (spero di non esagerare e di non dover ritrattare in seguito queste affermazioni), ho scorto molti dei presupposti che hanno reso Harry Potter un capolavoro.
Certo, il paragone è prematuro e forse anche eccessivo, però non ho potuto fare a meno di notare quante opportunità di sviluppo l'autrice si sia lasciata aperte, sui personaggi, sulla storia, sulle vicende passate e su quelle future.
Questo mi fa immediatamente pensare alla mitica J.K. Rowling e alla sua grande capacità di svelare misteri presenti nel primo libro, nel quinto, per poi ribaltare tutto quanto nel settimo, e così via...
Spero che la Kaaberbøl sia tanto abile da fare altrettanto continuando ad essere credibile.
E parlando di misteri, tante sono le domande che qui possiamo porci già da principio.
È stato il gatto a scegliere Clara? Perché Kimera vuole così tanto impadronirsi della bambina e perché continua a chiamarla "figlia di streghe" se la mamma di Clara, Milla Ask, non sembra aver mai avuto nessun rapporto con la magia?
Come mai la zia di Clara, Isa Ask, ha riconosciuto subito i segnali di "malattia" che tormentavano la nipote? E perché lei e sua sorella non si parlano? Chi è il padre di Clara? Forse uno stregone?
Queste sono solo alcune domande che il lettore è invitato a porsi durante e dopo la lettura, ma potrei continuare ancora.
Fatto sta che risulta abbastanza facile capire come il rapporto tra le sorelle Milla e Isa, tra una non-strega e una Wildwitch mi abbia ricordato quello tra Lily Potter e zia Petunia (rispettivamente madre e zia di Harry Potter).
Solo che, oltre all'evidente inversione dei ruoli (qui è la zia ad essere una strega e non viceversa), in questo caso la mamma della protagonista non prova cattiveria o invidia nei confronti della sorella magica, eppure, non ne conosciamo ancora il motivo, ha allontanato da sé sia lei che tutto il mondo di cui essa fa parte.
Clara, la nostra timida protagonista, è, come il maghetto occhialuto, la strega che inconsapevolmente si ritrova catapultata in un mondo sconosciuto. La sua vita viene stravolta dalla magia ed è costretta, volente o nolente, a combattere battaglie di cui sa poco o nulla e alle quali si trova, per forza di cose, impreparata.
Clara, però, ha dalla sua, se non un gruppo di amici umani, dei fedeli compagni animali e la cara zia che le daranno la forza e il coraggio di credere nelle proprie capacità e affrontare le prove più dure.
Per quanto riguarda il nemico, questo è un grande punto interrogativo di cui immagino scopriremo qualcosa di più nelle prossime "puntate".
Per ora sappiamo solo che è una donna, Kimera, una ex Wildwitch che, per un motivo non noto, si è ribellata alle sue simili, desiderando probabilmente maggior potere.
Anche nel mondo delle streghe selvatiche, infatti, esistono delle regole e con loro anche una sorta di scala gerarchica.
Il consiglio delle madri-corvo, fa la parte dell'istituzione rigida e severa che non crede fino a prova contraria. Ha il compito simile a quello di una giuria e in questo mi ha ricordato un po' il ministro della magia di HP, anche se qui è forse ancora più cocciuto e, in un certo senso, più spietato.
Basti pensare che Clara, una strega notoriamente alle prime armi, viene costretta ad affrontare prove pericolosissime solo per dimostrare di essere nel giusto e di dire la verità (una verità abbastanza palese per giunta) sul conto della perfida Kimera.
La natura e gli animali sono, infine, gli ultimi grandi protagonisti di questa storia che, essendo dedicata al mondo selvatico, non poteva certo fare altrimenti.
Le descrizioni dedicate alle magie, ai suoni della natura, al comportamento dei vari animali che popolano i boschi, sono sicuramente fra le cose più belle che il libro regala, e che sono sicura continuerà a regalarci nei capitoli successivi.

Ringrazio la Gallucci Editore per avermi fornito una copia di questo libro

il mio voto per questo libro

martedì 20 settembre 2016

Chi ben comincia... #31

Poche e semplici le regole:
♥ Prendete un libro qualsiasi contenuto nella vostra libreria
♥ Copiate le prime righe del libro (possono essere 10, 15, 20 righe)
♥ Scrivete titolo e autore per chi fosse interessato
♥ Aspettate i commenti


Salve avventori!
Eccoci con un nuovo appuntamento con la rubrica "Chi bel comincia".
Oggi vi presento l'incipit della mia ultima lettura, avrei voluto pubblicarlo prima di terminarla, ma non ci sono riuscita, perché l'ho letto ieri tutto d'un fiato.
Si tratta di "Wildwitch. La prova del fuoco", primo capitolo della saga nata dalla penna e dalla fantasia della scrittrice danese Lene Kaaberbøl, che ha come protagonista la piccola Clara e il magico mondo delle streghe selvatiche.
A breve spero di poter pubblicare la recensione, intanto non posso che consigliarvelo caldamente!


"Il gatto stava nel mezzo della scala, non voleva spostarsi. 
Era il gatto più grosso che avessi visto in vita mia. Grosso come il labrador del mio amico Oscar, e altrettanto nero. Nel buio delle scale della cantina i suoi occhi emettevano una luce gialla come di neon. 
«Mmm... gatto? Posso passare?»

No.

Insomma, non è che disse proprio così. Ma glielo potevo leggere negli occhi. Non era per divertimento che stava lì. Non era per caso. Stava accucciato lì perché voleva stare lì. Perché voleva qualcosa da me. 
Dovevo andare a scuola. Ero già un po’ in ritardo e, per come pioveva e tirava vento, il tragitto in bicicletta non sarebbe stato particolarmente rapido né piacevole. E non avevo voglia di provare a spiegare a Hanne-Matematica che arrivavo in ritardo alle sue lezioni per la seconda volta in due settimane perché non avevo il coraggio di superare un gatto nero.

«Shhh» soffiai verso di lui. «Via! Sparisci! Ciao!»

Si limitò ad aprire la bocca mostrandomi una lingua rosa e una fila di denti bianchi, più lunghi e più affilati di quelli che i gatti hanno in genere. E a soffiare era chiaramente più bravo di me."

lunedì 19 settembre 2016

Recensione: "Racconti" di Lev Tolstoj

Titolo: Racconti
Autore: Lev Tolstoj
Editore: Nuova Frontiera Junior
Data di pubblicazione: aprile 2016
Pagine: 104
Prezzo: 16,00 €

Trama:
Una selezione dei racconti più originali del grande autore russo. Storie, favole, leggende scritte per i bambini e insieme a loro, perché come ricorda Tolstoj "nel bambino vive intatto il prototipo dell'uomo, e ogni educatore deve aiutare il bambino a preservare la sua primigenia perfezione".

Recensione: 
Ho scovato questo libriccino per caso, e sono subito rimasta incuriosita. Tolstoj, famoso per romanzi di spessore come "Guerra e pace" e "Anna Karenina", lo ritroviamo stavolta autore di fiabe per bambini. In realtà, come lo stesso libro riporta, lo scrittore russo ha sempre ritenuto fondamentale la pedagogia e l'istruzione, quindi per molti quest'opera non rappresenterà affatto una sorpresa.
Non a caso una delle sue grandi battaglie è stata proprio finalizzata a garantire a tutti, anche ai figli di contadini, la possibilità di imparare, arrivando a fondare lui stesso numerose scuole.
Con questo scopo nasce la raccolta di cui vi parlo oggi, che raccoglie e riunisce "Il nuovo abbecedario" e i "Quattro libri russi di lettura", entrambe rielaborazioni di fiabe del patrimonio culturale locale, di favole di Esopo e dei fratelli Grimm. 
Queste storie sorte con il preciso intento di insegnare a leggere e a scrivere ai bambini di qualsiasi ceto sociale, dai figli dell'imperatore ai figli dei contadini, hanno anche, a detta dell'autore, il compito di instillare in loro le prime idee poetiche.
E se sul primo punto non avrei nulla da ridire, in quanto i racconti sono molto brevi, perciò effettivamente utili per mettersi alla prova con lettura e dettato, per quanto riguarda il contenuto la situazione è ben diversa.
Ed è proprio la concisione una delle componenti che gioca a sfavore in questo caso. La maggior parte delle storie, e fanno eccezione solo un paio, non è che un inizio, un preambolo che termina proprio sul più bello. Non c'è sviluppo né una degna conclusione. 
Riesco a scorgere le finalità paideutiche del libro, considerando che le vicende narrate hanno come comune denominatore il tramandare valori importanti quali l'umiltà, la giustizia, l'onestà, il perdono ecc., tuttavia non posso apprezzare la qualità artistica di un lavoro come questo che in fin dei conti pare incompiuto. Per di più talvolta Tolstoj, pur di giungere all'insegnamento finale, non si fa molti scrupoli nel includere particolari cruenti poco adatti ad un pubblico di bambini. Ne sono esempi "La verità la sa solo Dio, ma per dirla può metterci un po'" e "Il corvo e i suoi piccoli", quest'ultima non solo crudele ma anche moralmente errata.
Nota assolutamente positiva sono invece le illustrazioni, che portano la firma di Irene Rinaldi, e accompagnano ogni storia. Con i tratti vividi e rustici, opportunamente poco definiti, ci trasportano proprio nell'atmosfera dell'antica Russia. Impreziosiscono ogni pagina e elevano un libro che, oltre al nome altisonante dell'autore, non può purtroppo vantare molti altri meriti.

Considerazioni:
La prefazione della raccolta riporta le parole di Tolstoj che spiega ciò che l'ha spinto ad elaborare questi racconti. Dice infatti: "Ho riscritto ogni racconto almeno una decina di volte, e molto ho faticato per essere semplice e chiaro, per evitare fronzoli e falsità"
Ok, nell'evitare i fronzoli, e ricercatezze inutili, ma omettere buona parte di una storia mi sembra un tantino esagerato. Da che mondo è mondo ogni vicenda letteraria, che abbia come pubblico di bambini o di adulti, ha come minimo tre costanti: un ordine originario/situazione di partenza, uno sviluppo/complicazione e una conclusione, che prevede talvolta il ristabilimento dell'ordine iniziale, altre volte la creazione di un nuovo ordine, oppure, in altre circostanze, un finale irrisolto.
Nei racconti di Tolstoj c'è di sicuro solo la prima costante, una situazione di partenza. In alcuni casi inizia a palesarsi un nuovo scenario che poi rimane incerto. Solo in rarissime occasioni la narrazione può dirsi completa, ovvero "Il giudice equanime" "La verità la sa solo Dio, ma per dirla può metterci un po'". Queste due sono infatti le storie che ho preferito. Tutte le altre mi hanno lasciato perplessa e insoddisfatta.
Inoltre, trattandosi di un abbecedario e di quattro libri di lettura, mi sarei aspettata che i racconti diventassero progressivamente più complessi man mano che si andava avanti con la lettura. Invece dal primo al quarto libro non ho notato alcuna differenza.
Come avrete intuito, non riesco ad evidenziare grandi pregi in questa raccolta, se non la finalità con cui è nata, e le splendide illustrazioni di cui parlavo prima.
Voglio tuttavia fare un plauso alla casa editrice che, con la collana di cui questo libro fa parte, permette ai bambini di avvicinarsi al genere dei classici. Oltre a questo titolo sono infatti presenti molti altri, dai miti greci e romani, tra cui "L'Iliade" e "L'Eneide", fino a "La Divina Commedia", naturalmente ripubblicati in modo da risultare attraenti per un pubblico di piccini.

Ringrazio la casa editrice Nuova Frontiera Junior per avermi fornito una copia di questo libro

il mio voto per questo libro

venerdì 16 settembre 2016

I love this cover #14

Salve avventori!
È da un bel po' che non aggiorniamo questa rubrica, mi sembra quindi il caso di rispolverarla con una copertina che mi ha colpito al primo sguardo.
Sto parlando del libro "The night gardener" che vede come autori e illustratori i fratelli Fan, Eric e Terry, quest'ultimo già creatore della splendida cover (e dei disegni racchiusi tra le pagine) del libro "Sophie sui tetti di Parigi".







Un giorno, William scopre che l'albero fuori dalla sua finestra è stato scolpito a forma di gufo. 
Nei giorni seguenti, nuove figure appaiono, l'una più bella dell'altra. 
Presto la piccola città grigia di William diventa piena di colori.
Fino a quando, all'improvviso, il misterioso giardiniere notturno scompare...








Proprio grazie all'opera della Rundell ho scoperto i lavori di questo artista, tra cui il libro di cui vi parlerò oggi.
La copertina illustra uno scenario notturno, in cui il piccolo William fa la scoperta del gigantesco albero a forma di gufo apparso all'improvviso nel giardino di casa.
Trovo che il disegno sia raffinato e poetico, i tratti dettagliati e l'atmosfera magica.
Inoltre ho dato una sbirciatina alle altre illustrazioni contenute nel libro e posso dire che sono a dir poco meravigliose. 
Se solo fosse stato tradotto in italiano, non ci avrei pensato due volte ad accaparrarmi questo piccolo capolavoro.
A dir il vero mi risulta che sia in fase di pubblicazione presso la casa editrice Gallucci, se non sbaglio è prevista l'uscita proprio questo mese. 
Mi auguro mantengano la copertina e i disegni originali >_<
Staremo a vedere.
E voi cosa pensate di questa cover? 

mercoledì 14 settembre 2016

Recensione "Il Regista" di Elisabetta Cametti

Titolo: Il Regista
Autore: Elisabetta Cametti
Editore: Cairo Editore
Data di pubblicazione: Novembre 2015
Pagine: 380
Prezzo: 18,90 € (cartaceo) 9,99 € (ebook)


Trama:
New York, oggi. Veronika Evans è una fotografa che ritrae l’umanità dolente della metropoli. Un immenso popolo di follower apprezza le sue denunce, ma con la fama aumentano pure i nemici. 
Barbara Shiller è una profiler del NYPD, che affronta ogni caso con la rabbia di chi sconta un tragico errore di valutazione. 
Poi c’è un talk show da Emmy Award, i cui ospiti sembrano candidati a una morte atroce. Gli indizi sono discordanti, tutti i sospetti hanno un alibi di ferro e un passato pieno di segreti. Tutti possono essere carnefici ma anche vittime. In un’escalation di 29 ore di violenza, si delinea l’ombra di un Regista con un’incredibile strategia omicida che scriverà una nuova pagina della storia del crimine. 

Recensione:
"Il regista" è un racconto investigativo più che un vero e proprio thriller. 
La storia ruota attorno a protagonisti diversi che si trovano tutti ad essere al contempo vittime e carnefici, marionette nelle mani di una mente squilibrata.
La narrazione si apre con una scena che ricorda molto quelle viste nel film "Saw - L'enigmista": un uomo, Ben Burnes, si ritrova rinchiuso in una stanza fredda, maleodorante e buia, illuminata solo dalla luce intermittente di un neon mal funzionante. Nudo sul pavimento gelido, tremante di paura e inconsapevole del perché e del per come si trovi lì.
La voce deformata di qualcuno, "il folletto", è l'unico orripilante collegamento tra il mondo esterno e quella cella degli orrori che lo vede rinchiuso.
È quella voce a dirgli cosa fare ed è nelle mani del suo possessore che è riposta la sua vita.
Quella vita che il folletto chiederà, a tutte le sue vittime, di disegnare su un foglio prima di mettervi fine.
Da qui inizia un racconto scandito dal trascorre di 29 ore, in cui il killer ha architettato una catena sapientemente articolata di ricatti, depistaggi e omicidi.
Le indagini sono nelle mani di Barbara Shiller una profiler che ha da poco assunto il comando di una nuova sezione di ricerca. Il suo compito è quello di studiare i profili criminali e creare delle statistiche, su cui poter fare il più possibile affidamento, per stanare i killer del futuro. 
Nella ricerca dell'assassino che obbliga le sue vittime a rappresentare, tramite dei disegni, le varie tappe della loro vita, Barbara si imbatterà in Veronika Evans, fotoreporter nota a tutti per i suoi scatti crudi e drammatici che ritraggono le esistenze dei reietti della società.
Veronika potenziale sospettata o vittima, è una delle tante persone che prenderà parte all'intricata ragnatela tessuta dal killer.
Una ragnatela senza dubbio complessa e ben articolata che si basa su una strategia potente e pericolosa: quella della minaccia.
Cosa sei disposto a fare per salvare coloro a cui tieni veramente?
Su questo ricatto si basa ogni singola mossa del folletto che, servendosi di questo escamotage, non ha da fare poi molto di sua mano, assicurandosi il massimo risultato con il minimo sforzo.
Questo meccanismo è il punto forte del romanzo, aspetto vincente che, ahimè, la Cametti non ha saputo sfruttare a dovere, svilendo la storia con indagini e personaggi a cui non si può onestamente dare alcuna credibilità. 
Vi dico solo che qui tutta l'indagine è portata avanti da Veronika Evans (la fotografa) anziché dalla detective e che tutti glielo lasciano tranquillamente fare...
In definitiva ho trovato "Il regista" poco credibile, poco avvincente, inutilmente prolisso e anche prevedibile.

Considerazioni:
Quando ho iniziato a leggere il regista la prima cosa che ho pensato è stata, "ok, è una scopiazzatura del film "Saw - L'enigmista", poi però mi son detta che, se anche così fosse stato, almeno si sarebbe trattato di una lettura avvincente.
"Il regista" non si è rivelato precisamente identico alla serie di film di James Wan  - anche se ne riprende parecchi punti, come quello della prigionia e del ricatto - però non si è rivelato nemmeno altrettanto coinvolgente.
Il libro consiste in una serie di indagini, davvero poco credibili, in cui presunti sospettati vengono, chissà per quale assurda ragione, messi al corrente di qualsiasi scoperta, sospetto o supposizione della polizia.
Non solo! Partecipano anche attivamente alle indagini, fanno domande agli altri sospettati, analizzano cadaveri e fanno interrogatori alle vittime. 
Per la serie: nemmeno in Italia arriveremo mai ad assistere ad un simile scempio. Il che è tutto dire! 
Osserviamo quindi, con gran pena, al disfacimento della detective rinomata che fa fatica a giungere anche alle più semplice delle deduzioni e che, per giunta, spiffera qualsiasi particolare dell'indagine a due presunti colpevoli. A poliziotti esperti che si fanno raggirare dalla prima che passa, e potrei continuare...
È la fotoreporter Veronika Evans che fa tutto il lavoro, è lei che ha le idee vincenti, che si fa le domande giuste, e arriva, prima degli "addetti ai lavori", alle giuste deduzioni (spesso palesi).
Non risulta difficile, dunque, immaginare come ne esca male il personaggio della famosa profiler Barbara Shiller, che fa la figura barbina dell'incompetente.
Il colpevole, almeno per quanto mi riguarda, era annunciato. Assolutamente prevedibile e quindi deludente, e la sua storia poco potente.
L'unico aspetto che mi sento di salvare è stato il metodo del ricatto (non una novità nel genere, ma comunque una scelta che ho apprezzato) con cui il killer ha agito. Metodo che gli ha consentito di imbrattarsi poco le mani e lasciar fare il lavoro sporco agli altri.
Questo dà l'idea della potenza del metodo messo in atto e induce a pensare che, se nessuno avesse ceduto alla minaccia, probabilmente nulla sarebbe successo, ma la forza del piano sta proprio nella consapevolezza che chiunque sarebbe disposto a fare le cose più impensabili per chi ama. 
È con questa certezza che il folletto agisce.
La cosa assurda è che, anche quando i protagonisti sono ormai consapevoli del piano e non hanno più nulla da perdere, continuano a cedere al suo ricatto.
Nessuna delle vittime, sul finale, arriva a comprendere che la scelta di non agire, di non trasformarsi in assassini, di non prendere parte al gioco criminale era solo loro.
Nel complesso ho trovato la lettura insoddisfacente perché, a prescindere da tutti i se e i ma, e da tutte le critiche che posso muovere, la verità è una sola: non mi ha coinvolto e appassionato come mi sarei aspettata e auspicata.
Un thriller dovrebbe prima di tutto emozionare, tenere incollati alle pagine con la voglia di scoprire il colpevole. Questo invece si finisce pensando "ti prego basta, abbiamo capito, ma ora basta!".
Dico questo perché trovo estremamente fastidioso e poco credibile quando un colpevole svela alle sue vittime, prima di ucciderle, ogni singolo dettaglio dei suoi piani, soprattutto quando, come in questo caso, erano chiari come il sole già durante lo svolgimento.
Cara Elisabetta, abbi fiducia dei tuoi lettori! Non abbiamo bisogno anche noi - come il tuo folletto - del disegnino ^__<

Ringrazio Cairo Editore per avermi fornito una copia cartacea di questo libro

il mio voto per questo libro 

martedì 13 settembre 2016

Sotto l'ombrellone #14


Salve avventori!
Abbiamo aspettato un po' prima di pubblicare quello che pensiamo, purtroppo, sarà l'ultimo "sotto l'ombrellone" di quest'anno.
Avevamo questi ultimi due avvistamenti da mostrarvi, ma speravamo di poterli incrementare con altri, nuovi... ma il tempo però non è stato dalla nostra :(
Le piogge e il maltempo incessante ci hanno costretto a dire un addio sofferto e anticipato al mare. Chi si aspettava un settembre così fiacco? Solitamente, almeno la prima settimana, era ancora piena estate e quindi mare, mare e ancora mare...
Quindi, salvo improvvisi e repentini cambi climatici (sempre ben accetti, per carità), con questa rubrica vi diamo appuntamento al prossimo anno :)
Alla prossima ^__^

♥ "La fanciulla dagli occhi d'oro" di  Balzac 

Lo conosco? No

L'ho letto? No

Identikit del lettore: donna sui 65 anni dal fisico ancora snello e giovanile. Capelli media lunghezza di un biondo platino con meches scure detti legati da un mollettone azzurro.
Indossava grandi occhiali da sole nero e un grande cappello bianco.
Leggeva distesa sul suo lettino ed era in compagnia del marito e di una coppia di amici

Costume da bagno: due pezzi nero con stelle bianche.

♥ "Madre Tersa. Sii la mia luce"

Lo conosco? No

L'ho letto? No

Identikit del lettore: Donna molto burrosa sui 50 anni. Aveva i capelli simili ad un pagliericcio crespo bicolor :D
Leggeva sotto il suo ombrellone blu
Era in compagnia del marito e di quelli che abbiamo supposto essere i suoi due figli adulti.

Costume da bagno: intero blu scuro a fantasia floreale

venerdì 9 settembre 2016

Recensione: "Cosi-Sancta, Il Sogno di Platone, Avventura indiana" di Voltaire

Titolo: Cosi-Sancta, Il Sogno di Platone, Avventura indiana
Autore: Voltaire
Collana: Classici da (ri)scoprire
Editore:  La bottega dei traduttori
Traduttore: Sergio Piscopo
Data di pubblicazione: 20 Giugno 2016
Pagine: 23
Prezzo: 0,99 € (ebook)

Trama:
Classici da (ri)scoprire" è una piccola raccolta di tre racconti brevi di Voltaire, tradotti da Sergio Piscopo.
La raccolta comprende i seguenti racconti:

Così-Sancta
Il sogno di Platone
Avventura indiana 

Nel racconto "Cosi-Sancta" (1746), la protagonista si troverà, suo malgrado, a tradire suo marito per ben tre volte, nonostante le sue intenzioni siano sempre state virtuose. Cosi-Sancta dovrà svelare un arcano, rispondendo a un quesito alquanto singolare: può da un piccolo male derivare un grande bene?

Ne "Il Sogno di Platone (1756)", Voltaire immagina che il filosofo ateniese abbia avuto un sogno, nel quale fantastica di una ipotetica diatriba scaturita tra i geni che hanno creato i vari pianeti. Uno di questi deride con malizia Demogorgone, il creatore della Terra, rinfacciandogli di aver plasmato un pianeta imperfetto. La sentenza del grande Demiurgo, nondimeno, risulta essere una lezione piuttosto pungente, accompagnata da una scarsa dose di modestia.

In "Avventura indiana" (1766), il filosofo parigino ci racconta di un Pitagora sventurato il quale, trovandosi in India, assiste al supplizio di due giovani indiani condannati al rogo per aver dubitato della sostanza di due divinità indù. Tuttavia, egli riuscirà a salvarli anche se, per uno scherzo del fato, non riuscirà a salvare se stesso. Non a caso, la lapidaria chiosa finale porta con sé un'amara ironia: "si salvi chi può!".

Recensione:
I tre racconti presentati in questa raccolta - che possiamo leggere grazie al lavoro di Sergio Piscopo che li ha tradotti, e al progetto, di cui fa parte "La bottega dei traduttori",  - pur non avendo un unico argomento come filo conduttore, sono invece profondamente legati dall'ironia e dai toni critici con cui lo scrittore pare lapidare alcuni comportamenti insiti nell'animo umano.
Ma attenzione! Non critica, come si potrebbe pensare, chi sbaglia o commette qualche errore, bensì chi facendosi scudo di falsi moralismi e di imposizioni dovute al proprio credo, commette l'errore contrario. Ovvero quello di avere la presunzione di sentirsi sempre dalla parte del giusto.
Da questi tre racconti si evince come, lo scrittore, utilizzando toni ironici e sardonici, si scagli contro le iniquità e le assurdità causate dalla religione, e contro quei fanatici (mai come in questo periodo possiamo constatare la verità che sta dietro il sarcasmo delle sue parole) che antepongono la morale religiosa al semplice buon senso.

Così-Sancta. Un piccolo male per un gran bene

Così-Sancta è una giovane donna avvenente e che, pertanto, ha al suo seguito uno stuolo di corteggiatori. Tuttavia la ragazza viene ceduta in sposa, dai genitori, al consigliere Capito, un vecchio grinzoso, noioso e assai geloso.
Incerta sul proprio futuro e sulla felicità che questo matrimonio potrà riservarle, alla vigilia delle nozze ella si reca dal curato, che tutti sanno essere un buon veggente, per essere rassicurata. 
Questi però le predice che la sua non sarà affatto un'unione felice, anzi, le annuncia qualcosa di quantomai bizzarro: il suo essere virtuosa causerà varie disgrazie, ma verrà invece beatificata per aver tradito il marito per ben tre volte!
La ragazza essendo stata, per tutta la vita, improntata alla rettitudine reagisce molto male all'infausta previsione e la allontana da sé ritenendola impensabile. 
Tuttavia conoscerà il bel baldanzoso Ribaldo che, suo malgrado, la farà innamorare ma, nonostante le mille lusinghe e corteggiamenti, Così-Sancta resterà fedele al marito il quale, purtroppo, non credendole, la punirà facendo ammazzare il suo amato.
A seguito delle sue azioni sconsiderate, il consigliere Capito viene condannato a morte e per salvarlo Così-Sancta sarà costretta a concedersi al giudice Acindino...
Successivamente, in seguito ad altre vicissitudini, si vedrà costretta per altre due volte all'infedeltà.
Il racconto, lo avrete capito da questo breve riassunto, è stravagante e irriverente.
Con ironia e scherno deride e si prende gioco della morale, del bigottismo e di tutte le previsioni nefaste che vengono augurate a chiunque minacci di non seguire, per filo e per segno, la retta via.
Con la semplice ed eloquente frase d'apertura, mette alla berlina il puritanismo e invita ad una maggiore apertura mentale.
Non sempre fare quello che sembra essere giusto lo è effettivamente e viceversa.

"È una massima falsamente stabilita quella che proibisce di commettere un piccolo male da cui un maggior bene ne potrebbe derivare"

Il sogno di Platone

Se nell'opera precedente, con una storia molto esagerata, viene messa in discussione la falsità della morale, in nome della quale possono essere compiute scelte a cui seguono cattive conseguenze, qui, tramite l'espediente del sogno, Voltaire mette in discussione l'intero creato.
L'universo e il nostro mondo, da sempre definiti immensi capolavori, vengono esposti ad un'attenta analisi che mette in luce tutti i difetti e le contraddizioni che un Dio, o un artista, non avrebbe dovuto commettere.
Un mondo difettoso, in cui la terra è divisa e separata da mari e deserti, in cui crescono piante velenose, e in cui l'uomo ha più nemici che difese, più malanni che cure, più ignoranza che saggezza.
Dov'è dunque la cotanta perfezione millantata dagli uomini di chiesa?
Dov'è quel Dio perfetto che non commette errori se, sia la terra, che tutti i pianeti nell'universo, ne sono affetti?
Questa è la più importante verità a cui lo scrittore ci mette di fronte.

Avventura Indiana

Con la consueta ironia Voltaire affronta il tema del diritto alla vita e della tolleranza.
Pitagora, che è il protagonista di questo breve racconto, inizialmente ascolta e osserva il mondo attorno a sé che, in base alle leggi della catena alimentare, diviene di volta, in volta vittima e poi carnefice.
L'erba mangiata dalla pecora, a sua volta sbranata dal lupo...e così via. 
Successivamente Pitagora, nel suo cammino, incontra due indiani condannati a morte per aver negato l'esistenza di due divinità indù.
L'uomo riesce nell'intento di salvare i due poveri sventurati, ma la sorte non riserva a lui la medesima clemenza.
Un racconto meno incisivo e intuitivo rispetto ai precedenti, in cui si sente più l'assenza dello spirito provocatorio e dell'umorismo grottesco dei precedenti.

Considerazioni:
"Così-Sancta" è, sicuramente, il racconto che ho preferito, poiché la vicenda, pur essendo oltremodo paradossale e bizzarra, riesce bene nel suo scopo e lo fa provocando non pochi sorrisi, nonostante i fatti narrati non siano propriamente felici.
Per questo mi ha ricordato un po' il racconto "Il delitto di Lord Arthur Savile" di Oscar Wilde.
In quello lo sventurato e ingenuo Arthur Savile, dopo essersi fatto leggere la mano da un chiromante, e dopo aver conosciuto quello che un perfetto sconosciuto dichiara essere il suo destino, ne viene completamente suggestionato e, anziché cercare di evitare di commettere l'azione sconsiderata che gli è stata predetta, gli va praticamente e volontariamente incontro.
Le vicende pur non essendo identiche - qui infatti Così-Sancta lotterà con tutta se stessa per tenere a bada i suoi desideri, e tradirà solo perché costretta dalle situazioni - sono assai simili, soprattutto per la paradossalità che entrambe mettono in risalto. 

Il sogno di Platone, invece, è il racconto che ho trovato più interessante per il messaggio che lascia e per la riflessione a cui invita il lettore: imparare a prendere le distanze dalla credenza di un mondo studiato e creato a misura/e per l'uomo e osservare con occhio più critico e meno ingenuo quello che ci circonda.

Infine ho trovato molto carino il preludio di "Avventura Indiana", ma devo ammettere che dalla premessa mi sarei aspettata un racconto diverso, sicuramente fra i tre è quello che mi ha colpito meno, e probabilmente anche quello che mi ha lasciato meno.

Ringrazio La bottega dei traduttori per avermi fornito una copia di questa raccolta

il mio voto per questo libro

martedì 6 settembre 2016

Recensione: "Dentro soffia il vento" di Francesca Diotallevi

Titolo: Dentro soffia il vento
Autore: Francesca Diotallevi
Editore: Neri Pozza
Data di pubblicazione: 5 Maggio 2016
Pagine: 222
Prezzo:  16,00 € (ebook)  9,99 € (ebook) 


Trama:
In un avvallamento tra due montagne della Val d’Aosta, al tempo della Grande Guerra, sorge il borgo di Saint Rhémy: un piccolo gruppo di case affastellate le une sulle altre, in mezzo alle quali spunta uno sparuto campanile.
Al calare della sera, da una di quelle case, con il volto opportunamente protetto dall’oscurità, qualche «anima pia» esce a volte per avventurarsi nel bosco e andare a bussare alla porta di un capanno dove vive Fiamma, una ragazza dai capelli così rossi che sembrano guizzare come lingue di fuoco in un camino.
Come faceva sua madre quand’era ancora in vita, Fiamma prepara decotti per curare ogni malanno: asma, reumatismi, cattiva digestione, insonnia, infezioni… Infusi d’erbe che, in bocca alla gente del borgo diventano «pozioni » approntate da una «strega» che ha venduto l’anima al diavolo. 
Così, mentre al calare delle ombre gli abitanti di Saint Rhémy compaiono furtivi alla sua porta, alla luce del sole si segnano al passaggio della ragazza ed evitano persino di guardarla negli occhi.
Il piccolo e inospitale capanno e il bosco sono perciò l’unica realtà che Fiamma conosce, l’unico luogo in cui si sente al sicuro. La solitudine, però, a volte le pesa addosso come un macigno, soprattutto da quando Raphaël Rosset se n’è andato.
Era inaspettatamente comparso un giorno al suo cospetto, Raphaël, quando era ancora un bambino sparuto, con una folta matassa di capelli biondi come il grano e una spruzzata di lentiggini sul naso a patata. Le aveva parlato normalmente, come si fa tra ragazzi ed era diventato col tempo il suo migliore e unico amico. Poi, a ventuno anni, in un giorno di sole era partito per la guerra con il sorriso stampato sul volto e la penna di corvo ben lucida sul cappello, e non era più tornato. Ora, ogni sera alla stessa ora, Fiamma si spinge al limitare del bosco, fino alla fattoria dei Rosset. Prima di scomparire inghiottita dal buio della notte, se ne sta a guardare a lungo la casa dove, in preda ai sensi di colpa per non essere andato lui in guerra, si aggira sconsolato Yann, il fratello zoppo di Raphaël… il fratello che la odia.

Recensione:
"Dentro soffia il vento" è costruito come un romanzo corale a tre voci dove i protagonisti raccontano frammenti della storia, ciascuno dal proprio punto di vista.
Il timido e insicuro reverendo Agape, il testardo e cocciuto Yann Rosset e la selvaggia e sfuggente Fiamma sono le tre voci narranti del romanzo.
Tramite i loro resoconti, i loro sentimenti e, a volte, pregiudizi veniamo invitati ad entrare nella sperduta realtà di Saint Rhémy, un piccolo villaggio della Val d'Aosta custodito come un tesoro tra le vette delle montagne. 
Sin dal primo capitolo, tramite il racconto del reverendo Agape, siamo trasportati in un tempo lontano, in un paesino chiuso e ostile dove l'animo dei suoi abitanti pare essersi formato e temprato per poter sopravvivere a quelle montagne e ai loro rigidi inverni.
Gli abitanti di Saint Rhémy, lo comprendiamo presto, non sono cambiati negli anni (già avevamo un po' imparato a conoscerli nel prequel "Le Grand Diable"), i loro caratteri sono solidi e irremovibili, i punti di vista fermi e chiusi, le condanne improrogabili. Non c'è beneficio del dubbio, non c'è possibilità di redenzione.
Fiamma lo sa bene, la ragazza, pur non conoscendone il motivo, ha sempre vissuto da emarginata, additata e insultata solo perché diversa, solitaria e sconosciuta.
Saint Rhémy dimostra, con la cattiveria, tutta la paura verso l'ignoto, il diverso e ciò che non si desidera conoscere. 
L'ignoranza, espressa nel rifiuto, è fomentata da colui che dovrebbe rappresentare la guida spirituale del paesino, il vecchio e arcigno Don Jacques, che non invita all'abbraccio come ci si aspetterebbe da un uomo di chiesa, bensì incita all'allontanamento di chiunque si discosti dalla retta via.
Il romanzo evidenzia pregiudizi che possono apparirci così ridicoli e così lontani, eppure, soprattutto al giorno d'oggi, ci appartengono più che mai.
La piccola realtà che racconta la Diotallevi, in queste pagine, è un riflesso che rimanda all'un tempo a ciò che eravamo e a ciò che purtroppo ancora siamo.
La storia di Fiamma, seppur incantevole, magica, struggente e affascinante non è che il pretesto per spingerci a deridere e disapprovare i nostri stessi comportamenti, modi di fare che, nonostante lo scorrere del tempo, il genere umano non cessa di ripetere.
Il romanzo però non racconta solo di rancore e di animi bigotti e severi, parla soprattutto delle varie sfaccettature dell'amore.
Il tenero e inossidabile legame che esiste tra una madre e una figlia, cresciute essendo l'una il mondo dell'altra.
La premurosa e sincera amicizia nata tra due bambini che non conoscono odio e malizia. Animi innocenti che non vedono nelle differenze, degli ostacoli, ma delle qualità.
La dolce perseveranza che porta un animale selvaggio a farsi addomesticare da chi merita la sua fiducia.
La contraddittoria e inaspettata passione nata tra chi si è sempre dichiarato guerra...
Probabilmente non comprenderò mai la natura dell'amore tra Fiamma e Yann, come non comprenderò mai tante cose in questa storia.
Ma non è necessario comprendere totalmente qualcosa per riuscire ad apprezzarlo.

"La sua pelle non la potevo dimenticare. Mi si era impressa addosso, e non riuscivo a scrollarla via. Ci avevo provato a odiarlo. Lui, in fondo, mi odiava con facilità. Ma ogni tentativo era vano. L'odio tornava da me trasformato in amore, come quei cani che, anche se li si scaccia a calci, non smettono di scodinzolare, le orecchie basse e lo sguardo fiducioso."

Considerazioni:
Se non hai letto questo romanzo e hai intenzione di farlo fermati qui!
Ci sono moltissime cose che ho amato in questo romanzo, la trama, l'ambientazione, le meravigliose immagini e sensazioni evocate durante la lettura, la poesia delle descrizioni, e tanto altro ancora... ma come dicevo poc'anzi ci sono alcune cose che in questa storia non mi sono totalmente andate giù, e qui posso finalmente sviscerare tutte le mie perplessità... 
Fiamma è un personaggio complesso, non posso dire di averla apprezzata totalmente e nemmeno di aver condiviso e compreso tutti i suoi comportamenti. 
Lo stesso discorso vale per quasi tutti i protagonisti di queste pagine. Sono personalità contraddittorie e incoerenti, si comportano in un determinato modo senza essere consapevoli del perché delle loro azioni.
Gli abitanti di Saint Rhémy, ad esempio, non mancano mai, in ogni occasione, di manifestare l'odio, la paura e l'ostilità che nutrono dei confronti della ragazza dalla chioma ramata, eppure, non smettono di ricorrere a lei nel momento del bisogno, per cure e medicamenti. 
Dimostrano quindi, in questo modo, di non aver di fatto, nessun reale timore riguardo le intenzioni della ragazza che, se avesse voluto, avrebbe potuto facilmente nuocere alla loro salute consegnando un intruglio nocivo, anziché curativo.
La loro, dunque, resta solo una ritrosia messa in atto per partito preso.
Anche quando, più volte, affermano di temerla definendola "la figlia del demonio" non lo fanno perché realmente condizionati da stupide superstizioni, infatti, lo scopriamo solo alla fine, tutti in paese conoscono la vera identità del padre di Fiamma. 
Non ho perciò concepito il loro comportamento, che avrei in qualche modo giustificato se si fosse trattato di un popolo bigotto, chiuso e ignorante, soggiogato dal timore e dalla suggestione di antiche credenze ma, in questo caso, la loro cattiveria non ha nessun senso.
Come non ha senso l'odio che Yann Rosset rivolge alla reietta dei boschi.
È vero che gli uomini sono esseri contraddittori e incoerenti, ma l'odio, la paura, e la reticenza, pure se razionalmente ingiustificati, hanno sempre una ragione, per quanto assurda.
Qui non ve ne è nessuna. 
Yann, per anni, si convince di odiare Fiamma perché attribuisce a lei la causa della sua disabilità. Avrebbe dovuto odiare se stesso, odiare la neve, le montagne tanto amate, o al massimo riservare il suo rancore a Vivienne, la madre di Fiamma, che lo ha curato salvandogli la vita, ma rendendolo zoppo. Tutto questo sarebbe stato plausibile. 
Ma perché odiare Fiamma? Una bambina che non ha fatto altro che stringergli la mano mentre era moribondo e febbricitante? 
L'odio che nutre e cresce in lui fino ad avvelenarlo e condizionarlo è dato dalla combinazione di risentimento e gelosia.
Entrambi sentimenti a cui personalmente non riesco a trovare giustificazione, nemmeno volendo.
Al risentimento perché, ripeto, non è stata la mano di Fiamma che lo ha salvato dalla morte riservandogli una vita da menomato, bensì quella di Vivienne...
Alla gelosia perché non riesco francamente a concepire l'amore nato (e represso) fra i due.
Non capisco quando Yann possa essersi innamorato di Fiamma, non avendole mai parlato, non avendola mai conosciuta e non avendo nutrito nessuna curiosità nel farlo prima dell'incidente e, meno che mai, dopo.
Ma ancor più non riesco a comprendere come Fiamma abbia potuto innamorarsi di Yann Rosset!
Ed è proprio per questo che il personaggio della giovane ragazza, che ho tanto apprezzato nell'idea che ci veniva abbozzata di lei nel prequel "Le Grand Diable", e che viene poi raccontato qui, mi è alla fine scaduta.
Non solo perché non ho più potuto riconoscermi in lei, ma anche perché non comprendendone i comportamenti ho smesso di stimarla. Non del tutto, ma sicuramente in buona parte.
La ragazza caparbia, forte e dolce, tanto bisognosa di affetto, ma altrettanto fiera e orgogliosa da impedirsi di chiederlo a chi non glielo offre spontaneamente, si rivela, poi, la solita sciocca protagonista che siamo soliti vedere nei romanzetti rosa più scadenti.
Quella che si innamora del bell'imbusto che la maltratta senza ragione.
Come può Fiamma essersi innamorata di Yann? Io non lo comprendo, probabilmente perché è una cosa che non potrebbe mai appartenermi, ma anche perché, pensando al vissuto del personaggio, mi risulta davvero difficile pensare a questa come ad una eventualità possibile e credibile.
Fiamma, una ragazza emarginata, denigrata da chiunque, e insultata senza motivo da più o meno tutti gli abitanti del paese, si va ad innamorare proprio di uno di loro.
Uno dei tanti che non le ha mai rivolto una parola o un gesto gentile, se non un'accusa, una minaccia o un improperio.
Allora perché proprio lui? A questo punto avrebbe potuto amarli tutti!
Sarebbe stato sicuramente più verosimile se la ragazza si fosse innamorata dell'unica persona che le è stata accanto: Raphaël.
Come un animale maltrattato, seppur con diffidenza, si "innamora" di colui che per primo se ne prende cura.
Ma non ho mai sperato in questa coppia, già dal prequel avevo intuito che l'intenzione della scrittrice era quella di far avvicinare Fiamma al Rosset più ostile a lei.
Però mi aspettavo un avvicinamento più credibile. Questo sì.
E scoprire il contrario mi ha un po' deluso.
Immaginavo che tra i due sarebbe scoccato l'amore, ma mi sarebbe piaciuto assistervi, mi sarebbe piaciuto vederlo nascere piano piano, vedere i protagonisti stupirsi essi stessi dell'improvviso cambio di direzione dei loro sentimenti.
Mi sarebbe piaciuto comprenderlo, mi sarebbe piaciuto credergli.
E purtroppo no, non ci ho creduto minimamente.
Così - come dicevo - Fiamma mi ha deluso, mi sono ritrovata a non stimarla più come prima, e a non riuscire più ad immedesimarmi in lei.
Però questo capita, capita di essere delusi dalle persone, nessuno al mondo può comportarsi esattamente come noi vorremmo o faremmo, spesso anche noi stessi veniamo meno alle nostre parole.
Attenzione però, non ritengo questo un punto a sfavore del romanzo, anche perché se dovessi basare il mio giudizio, riguardo ai libri che ho letto, sul carattere dei protagonisti, non potrei mai ritenere "Cime tempestose" un capolavoro. E invece lo faccio.
E anche questo romanzo, come quello di Emily Brontë, è costellato da personaggi che agiscono fuori da ogni logica e buonsenso.
Sono cattivi, ottusi, ignoranti e bigotti, ma il bello è che lo sono senza alcuna ragione. Il loro astio non ha motivo di esistere, e nemmeno loro saprebbero spiegarlo.
Anche Raphaël, tanto puro e generoso, ha la sua caduta di stile, il suo momento di mancanza di lucidità in cui anch'egli come tutti gli altri, si ritrova a scacciare e maltrattare l'anima selvaggia che con tanta pazienza aveva addomesticato.
L'unico personaggio che invece ha uno sviluppo positivo e che mi sono ritrovata ad apprezzare sempre di più è il reverendo Agape. Da timoroso, insicuro e indeciso qual era, troppo educato e soggiogato dall'autorità per prendere posizione, subisce la trasformazione e la crescita più evidente. Si fa rispettare, combatte per ciò che ritiene giusto. Prende coraggio e lotta. 

il mio voto per questo libro