domenica 16 giugno 2013

Recensione: "Peter Pan nei giardini di Kensington" di James M. Barrie

Titolo: Peter Pan nei giardini di Kensington
Autore: James M. Barrie
Editore: Fabbri Editori
Data di pubblicazione: 2004
Pagine: 112
Prezzo: 13,50€ 

Trama: 
Il libro racconta alcune vicende avvenute nei giardini di Kensington.
Protagonista di molte di queste storie è il piccolo Peter.
Peter è un neonato di appena una settimana, quando abbandona la sua culla e vola via dalla finestra, che la sua mamma aveva lasciato inavvertitamente aperta.
Peter vola, perché tutti i bambini, prima di esser tali, sono uccelli, e riescono a volare fino a che non si rendono conto di non esserlo più.
Da qui hanno inizio le avventure del piccolo Peter, il suo amore per i bellissimi giardini, di giorno pullulanti di piccini e dei loro giochi e di notte popolati dalle fate.
Peter in questi giardini stringe varie amicizie, tra queste, quella con le fate, che se prima gli saranno avverse, successivamente gli saranno fedeli amiche.
Peter è felice nei giardini, ma qualcosa lo turba.
Il desiderio di tornare dalla sua mamma, di risentire il calore dei suoi baci lo porterà a dire addio ai giardini e alle fate e a far ritorno a quella stanza, da dove anni prima era scappato...

Recensione: 
Il racconto è suddiviso in sei capitoli, ognuno dei quali ci narra una parte precisa della storia.
Elementi conduttori di ogni storia sono i giardini e la figura di Peter.
Nel primo capitolo, vengono descritti ampiamente i giardini e le loro bellezze.
Nel secondo capitolo, si parla di Peter che abbandona la culla, sorvola i giardini e giunge all'isola degli uccelli, dove avviene l'incontro con il tordo Salomone.
Nel Terzo capitolo, Peter trova un modo per navigare la serpentina, in modo da poter andare e venire dall'isola.
Nel quarto capitolo, è narrata l'amicizia di Peter con le fate, e il desiderio di Peter di tornare dalla sua mamma.
Nel quinto, è narrata la storia della piccola Maimie e di come, in una sera d'inverno, si ritroverà chiusa all'interno dei giardini.
E nel sesto, l'incontro tra Maimie e Peter e la nascita del loro affetto.
Questi racconti ci vengono narrati da una figura esterna, di cui non ci viene mai rivelata l'identità, almeno non in questo libro (leggi curiosità) e dal suo amico David, che, come dice lo stesso narratore, "aggiunge particolari alla storia".
Non sappiamo se i due ragazzi stiano raccontando storie vere, storie inventate da loro in quel momento, o leggende tramandate negli anni.
Da quanto ci dicono però, Peter Pan è conosciuto da tutti, e le storie da loro narrate, anche.
Il racconto è fluido e appassionante.
Ogni capitolo aggiunge particolari alla storia - che si compone man mano come un puzzle - e curiosità nel lettore.
È una fiaba, e come tutte le fiabe ha un duplice compito, quello di ammonire i bambini dal compiere determinati errori, e quello di avere una morale.
Nonostante sia una fiaba, il racconto non è narrato in modo tale da ricevere consensi esclusivamente da parte dei bambini, risulta anzi, una lettura piacevole anche per gli adulti.

Considerazioni: 
Se non hai letto il libro e hai intenzione di farlo fermati qui!
Come in ogni fiaba, anche in questa non mancano elementi contraddittori e che creano confusione a rigor di logica.
Ma, fiaba e logica sono due parole che non possono stare nella stessa frase. 
Immaginare un bambino di una sola settimana, parlare, suonare, ballare, fare ragionamenti anche complessi, mi ha fatto pensare che sarebbe stato tutto più plausibile se il protagonista fosse stato un ragazzino più cresciuto.
Inoltre nelle fiabe non ho mai apprezzato i particolari macabri inseriti con l'intento di spaventare i bimbi per renderli ubbidienti o per insegnar loro lezioni di vita. 
Non occorre traumatizzare per educare.
Dunque, avrei evitato di descrivere le fate come furiose assassine dei bambini che si avventurano nei giardini di notte.
Tutto questo per dire cosa? Non scappate di casa, altrimenti le fate vi ammazzeranno?
Il libro comunque mi è piaciuto molto, fatta eccezione per questi particolari e per alcune cose lette nell'ultimo capitolo.
Ad esempio, l'amore sbocciato tra una bimba di quattro anni e un bambino di una sola settimana risulta troppo inverosimile.
Anche in questo caso avrei preferito leggere di un affetto sbocciato fra due coetanei.
La conclusione poi, con un Peter "becchino" e l'immagine delle due tombe dei bambini, si sarebbe, a parer mio, potuta evitare.
Di contro, ho trovato molto belli i paragoni creati tra il comportamento, e il carattere degli uccelli e quello degli uomini che poi questi sono diventati.
Molto importante e toccante la lezione di vita che il tordo Salomone dà a conclusione del capitolo quattro.

Curiosità:
Il testo del romanzo appare per la prima volta all'interno del libro "L'uccellino bianco" pubblicato da Barrie nel 1902 e ne costituiva i capitoli 13-18.
"L'uccellino bianco" è una raccolta di racconti ambientati nei giardini di Kensington, e in quest'opera Peter, non è altro che un personaggio minore tra i vari narrati.
Il libro non ebbe un vasto seguito, successivamente andò in scena l'opera teatrale più nota, ovvero il Peter Pan che tutti conosciamo, da cui poi sarebbe stato tratto il romanzo "Peter Pan e Wendy" il più grande successo dell'autore.
Proprio in seguito a questo gran successo, Barrie, raccolse i capitoli che interessavano la storia del neonato Peter Pan, presenti nel già pubblicato "L'uccellino bianco" (dal cap. 13 al 18) e li ripubblicò in un'opera autonoma e indipendente, dal titolo "Peter Pan nei giardini di Kensington".
Il libro in questione è antecedente a quello che narra del più noto Peter Pan, il bambino che viveva nell'isola che non c'è, e nonostante le somiglianze fra i due personaggi non si tratta di un prequel.
Pur presentando un personaggio con lo stesso nome e con la caratteristica di non voler crescere, i temi e il tono adoperati nelle due opere sono decisamente differenti.


Il mio voto per questo libro

mercoledì 5 giugno 2013

Estratto: "Peter Pan nei giardini di Kensington" di James M. Barrie

Un mese fa circa, ho letto il libro di  James M. Barrie "Peter Pan nei giardini di Kensington".
Il libro in questione è antecedente a quello che narra del più noto Peter Pan, il bambino che viveva nell'isola che non c'è, e nonostante le somiglianze fra i due personaggi non si tratta di un prequel.
Pur presentando un personaggio con lo stesso nome e con la caratteristica di non voler crescere, i temi e il tono adoperati nelle due opere sono decisamente differenti.
Il Peter Pan qui narrato è un neonato di appena una settimana, quello dell'isola invece è un ragazzino già cresciuto.
Anche qui Peter, almeno inizialmente sa volare, sa volare perché tutti i bambini, prima di essere tali, sono degli uccelli, quindi finché Peter non si rende conto di non esserelo più riesce ancora a farlo.
Il testo del romanzo appare per la prima volta all'interno del libro "L'uccellino bianco" pubblicato da Barrie nel 1902 e ne costituiva i capitoli 13-18.
"L'uccellino bianco" è una raccolta di racconti ambientati nei giardini di Kensington, e in quest'opera Peter, non è altro che un personaggio minore tra i vari narrati.
Il libro non ebbe un vasto seguito, successivamente andò in scena l'opera teatrale più nota, ovvero il Peter Pan che tutti conosciamo, da cui poi sarebbe stato tratto il romanzo "Peter Pan e Wendy" il più grande successo dell'autore.
Proprio in seguito a questo gran successo, Barrie, raccolse i capitoli che interessavano la storia del neonato Peter Pan, presenti nel già pubblicato "L'uccellino bianco" (dal cap. 13 al 18) e li ripubblicò in un'opera autonoma e indipendente, dal titolo "Peter Pan nei giardini di Kensington" che è quello che ho letto io e di cui oggi vi presento quello che  a mio parere è il passo più bello.
Presto scriverò anche la recensione.

Il passo che vi presento racconta di quando il piccolo Peter, che anni  prima era volato via dalla sua culla per sorvolare i bellissimi giardini, torna a far visita alla sua mamma con l'intento di restarvici per sempre.
Egli questa volta ha deciso, ha detto addio alle fate, agli uccelli, ai giardini, non vuole altro che tornare fra le braccia della mamma, sentirsi stretto e coccolato fra le sue braccia ed essere baciato dalle sue labbra.
Giunto alla finestra però, avrà l'amara sorpresa, la troverà chiusa, e la scoperta di trovare un altro bambino fra le braccia della sua mamma lo farà fuggire tra le lacrime.
Qui, un'altra somiglianza con la storia del Peter Pan più famoso, anche lui infatti racconta di una visita a sua madre in cui egli osserva da una finestra sua madre e si accorge che questa ha avuto un altro figlio che l'ha rimpiazzato.

E ora vi lascio al dolcissimo passo, che ho trovato davvero commovente e straziante. Buona lettura!!



...Molte notti e anche settimane e anche mesi passarono prima che egli esprimesse alle fate il suo secondo desiderio; e ciò per non poche ragioni. 
Una fu che aveva tanti addii da fare, dovendo salutare non solo i suoi particolari amici, ma anche tutti i suoi luoghi preferiti. Dopo, aveva da compiere la sua ultima traversata, e poi l’ultima davvero, e poi l’ultima di tutte, e così via dicendo. 
Inoltre, vennero date in suo onore un’infinità di feste d’addio; ed infine un’altra ottima ragione fu questa che, dopo tutto, non c’era furia, perché la mamma non si sarebbe stancata mai d’aspettarlo. Veramente, quest’ultima ragione non garbava troppo al vecchio Salomone, perché era un incoraggiamento a procrastinare. Salomone aveva alcune eccellenti sentenze per spronare gli uccelli a compiere senza indugio ciò che dovevano fare, come, per esempio: 
“Non rimettete a domani quel che potete far oggi”; “oggi possiamo e domani chi lo sa?”; “l’occasione non si presenta due volte”; e ora Peter dava allegramente il cattivo esempio col suo spensierato temporeggiare, e non c’è nulla di più pericoloso del cattivo esempio. 
Gli uccelli lo facevano notare gli uni agli altri, e a poco a poco prendevano l’abitudine dell’ozio. Tuttavia, nonostante che si mostrasse così pigro a ritornare dalla mamma, Peter era decisissimo a tornarci. La miglior prova di ciò era la sua prudenza di fronte alle fate. 
Queste avrebbero veduto assai volentieri che egli restasse, per l’egoistico motivo di non perdere in lui un così buon musicista, e a tale scopo cercavano sempre di spingerlo a fare qualche osservazione sul genere di questa: 
“Vorrei che l’erba fosse meno umida”, oppure ballavano fuori di tempo nella speranza che egli le riprendesse dicendo: “Desidererei che andaste più a tempo”. 
Allora esse avrebbero detto che egli aveva ormai espresso il suo secondo desiderio. Ma Peter frustrava le loro insidie, e benché qualche volta gli accadesse di cominciare: “Vorrei...”, pure, fortunatamente, si fermava sempre in tempo. 
Cosicché, quando alla fine disse loro risolutamente: “Adesso desidero di ritornare dalla mamma, e per sempre”, esse dovettero solleticargli le spalle e lasciarlo andare. 
Egli venne in tutta fretta a questa decisione una notte, perché aveva sognato che sua madre stava piangendo e sapeva quale ne fosse il motivo ed era convinto che una carezza del suo diletto Peter le avrebbe subito ricondotto sulle labbra il sorriso. 
Oh!, egli non nutriva il minimo dubbio a tale riguardo, e questa volta gli tardava tanto di essere a nido fra le braccia di lei, che volò dirittamente alla finestra la quale doveva restar sempre aperta per lui. Ma la finestra era chiusa, e v’erano ad essa delle sbarre di ferro, e, gettando dentro lo sguardo, egli scorse la mamma che pacificamente dormiva col braccio avvolto intorno a un altro piccino. 
Peter chiamò: “Mamma! Mamma!..." ma essa non lo udì; e invano egli scosse con le sue piccole mani le sbarre di ferro. 
Dové far ritorno, singhiozzando, ai giardini, e mai più non ha poi riveduto la sua cara mammina. 
Che bravo bambino si era proposto di esser per lei! 
Ah, Peter, Peter! 
Tutti, quando abbiamo commesso qualche grosso sbaglio, come diversamente vorremmo agire alla seconda occasione! 
Ma dice bene Salomone: non si presenta una seconda occasione, almeno per la maggior parte di noi. Quando raggiungiamo la finestra, vi troviamo scritto sopra: Chiusura. 
E le sbarre di ferro sono lì per la vita.



lunedì 20 maggio 2013

Recensione: "Neve" di Maxence Fermine

Titolo: Neve
Autore: Maxence Fermine
Illustrazioni di: Georges Lemoine
Editore: Bompiani
Data di pubblicazione: 2008
Pagine: 135
Prezzo: 8,93€ (Amazon) 

Trama: 
Yuko, un giovane ragazzo che vive assieme al padre nell'isola di Hokkaido, nel Giappone del nord, ha appena compiuto diciassette anni, ed è venuto per lui, come da consuetudine nella sua famiglia, il momento di scegliersi un mestiere. 
Da molte generazioni i membri della sua famiglia si dividevano tra religione ed esercito, ma Yuko non vuole diventare né monaco né guerriero. 
Il suo amore è la poesia, e nelle sue poesie (haiku) egli non desidera far altro che decantare la bellezza della neve. I suoi versi, però, nonostante la bellezza, mancano di qualcosa, mancano di colore.
Per completare la sua arte, il giovane Yuko, dovrà compiere un viaggio molto importante verso il Giappone del sud, qui incontrerà il maestro Soseki.
Soseki è un anziano pittore rimasto cieco, egli vive nel ricordo di un amore perduto.
Due destini legati da un filo teso tra le cime di due montagne, e uniti dalla "Neve".

Recensione:
Il libro è diviso in due parti, nella prima si racconta di Yuko e del suo amore incondizionato per la neve, che rappresenta per lui tutto quello che ci può essere di più puro, bianco e limpido al mondo. 
La neve è instancabile musa delle sue poesie. 
In questa prima parte si parla soprattutto di questo, l'ho trovata quindi, alla lunga, un po' ripetitiva e a tratti noiosa.
Sebbene il libro parli d'amore, non si parla d'amore in questa prima parte, se non di quello di Yuko per la neve.
La seconda parte del libro ci racconta la storia del maestro Soseki, e del suo perduto amore. 
Questa parte è decisamente più coinvolgente,  più delicata, sia nei toni che nelle immagini descritte.
La storia del maestro, pur essendo toccante, non coinvolge pienamente, questo perché gli amori raccontati in questo libro sono molto simili a quelli narrati delle vecchie favole. 
Basta uno sguardo, anche da lontano, anche se non si è sicuri se quella che si sta guardando sia una donna, un uccello o un fiocco di neve, ma già di amore si parla!
E non avrei nulla in contrario con questo, se fossi certa che l'intento fosse quello di raccontare una favola rivolta a dei bambini, ma il libro non è rivolto a loro, e questo lo confermano alcune immagini descritte a dir poco imbarazzanti, a livello dei peggiori romanzi Harmony!
Inoltre il racconto sembra avere la presunzione di parlare di grandi amori, grandi amori di cui, sinceramente, in questo libro non ho letto.

Considerazioni:
Se non hai letto il libro e hai intenzione di farlo, fermati qui!
Come ho già detto se pensassi a questo libro come ad una favola per bambini, non avrei molto da ridire, perché la giudicherei come tale. ma come ho già spiegato di una favola non si tratta.
Ora tralasciando l'amore a prima vista (visto però molto da lontano) di Soseki per la funambola misteriosa, l'amore che Yuko prova per una ragazza morta, nuda, sepolta nei ghiacci, come lo spiegate? 
Scene del genere le ho lette solo in Biancaneve e nella Bella Addormentata! Quelle però erano favole!
Davanti ad una scena del genere chiunque avrebbe provato sconcerto, pena, confusione, tanti sentimenti insomma, ma non amore!
Yuko invece, afferma di non potersi più innamorare di nessun altro, perché l'amore della sua vita era lì davanti a lui, in quella ragazza sconosciuta sepolta nei ghiacci.
E anche quando il suo maestro muore accanto alla sua "Neve", lui continua a struggersi, ma non per il maestro, ma per quella ragazza che non aveva mai conosciuto per davvero, che non era mai stata sua e che era morta molti anni prima.
Ma Yuko è un ragazzo dai sentimenti fin troppo facili, lo si capisce sin dal primo incontro con la giovane accompagnatrice del poeta della corte di Meiji, (quella che poi scopriremo essere Fiocco di Primavera, figlia di Soseki e di Neve) quando per una risatina beffarda di lei, lui scopre di provare nei suoi confronti, e cito dal testo "un odio tremendo e un immenso amore"
E successivamente quando era lì, che ancora si struggeva per la decessa Neve, a suo dire suo unico ed eterno amore, viene a sapere dell'identità di Fiocco di Primavera, ecco che, per magia, si scopre innamorato di  lei pazzamente e per sempre.
"e si amarono l'un l'altro sospesi su un filo di neve".


Il voto che do a questo libro è dato da una media  della prima e della seconda parte. 

La prima parte non mi è piaciuta, e non ho nulla di positivo da dire a riguardo.. 
La seconda invece si, racconta quella che può essere una bella favola, ma nulla di più.


Il mio voto per questo libro

venerdì 17 maggio 2013

Recensione: "Ragione e Sentimento" di Jane Austen

Titolo:  Ragione e sentimento
Titolo originale: Sense and Sensibility
Autore: Jane Austen
Editore: Mondadori
Data di Pubblicazione: ottobre 2010
Pagine: 443
Prezzo: 9,50€ (Amazon)

Trama: 
Il romanzo è ambientato nell'Inghilterra dell'800, parla di amore, passione, sentimenti e convenzioni sociali. Incentrato sulle vicende sentimentali delle sorelle Dashwood, quella maggiore Elinor e la minore Marianne, vuole soprattutto mettere in evidenza le differenze caratteriali e comportamentali delle due.
Elinor guidata dalla ragione, attenta alle buone maniere, che costringe spesso i suoi sentimenti e i suoi pensieri perché esternarli potrebbe essere troppo spudorato, azzardato o egoista.
Marianne istintiva, passionale e schietta, nei sentimenti, nelle opinioni e nei giudizi.
Non disposta a scendere a compromessi, non avvezza alle ipocrisie che le buone maniere vorrebbero.
Un confronto quindi tra due mondi comportamentali distanti sebbene assai vicini nelle vicende che le vedranno protagoniste.
In seguito alla morte del padre, le due ragazze, insieme alla madre e alla sorella minore Margaret, sono costrette a lasciare la loro casa e i privilegi di cui avevano goduto fino ad allora per trasferirsi nel Devonshire a Barton Cottage. 
Saranno questi, assieme alle strade e alle case in città di una vecchia Londra, gli scenari in cui avranno luogo le vicende narrate nel romanzo.

Recensione: 
Jane Austen con questo romanzo ci mette di fronte a diversi personaggi, ognuno dei quali caratterizzato da una propria spiccata personalità.
È molto facile per il lettore detestarne alcuni e apprezzarne di contro altri, o immedesimarsi in qualcuno di questi.
Ho trovato il romanzo ben scritto e narrato, ho notato come l'autrice ci fa entrare nelle vite dei personaggi che racconta pacatamente, descrivendone pagina per pagina le giornate, senza che nulla di sconvolgente accada per diversi capitoli.
Questo è esplicativo di un desiderio di raccontare più che di stupire il lettore.
Perfettamente consono al periodo in cui il romanzo è ambientato, sia nel linguaggio che nelle tematiche affrontate.
Differenze sociali, invidie, pettegolezzi, madri che cercano un buon partito per sistemare le proprie figlie, madri che non approvano le scelte sentimentali dei propri figli, balli, ricevimenti.
Il tutto è narrato in modo tranquillo e scorrevole, senza eccessivi colpi di scena.
La lettura appassiona il lettore e non è mai noiosa.
Non ho apprezzato la conclusione, come in un unica pagina tutto si risolva e tutto venga spiegato, anche situazioni che avrebbero a mio parere meritato un approfondimento maggiore.
Ironicamente ho affermato che pare quasi che la Austen, alla fine, si fosse stancata di scrivere e non vedesse l'ora di concludere.

Considerazioni:
Se non hai letto il libro e hai intenzione di farlo, fermati qui!
Qui posso lasciarmi andare alle mie riflessioni più viscerali.
Finito il libro devo ammettere che ero arrabbiata con la scrittrice!
Non ho apprezzato come la Austen scelga di farci apparire ad un certo punto del racconto, sbagliato il comportamento di Marianne e giusto quello di sua sorella Elinor.
Ecco, avrei preferito lasciasse a noi il compito di giudicare, senza imboccarci opinioni e giudizi non partoriti direttamente dalle nostre menti.
Forse in questo sono un po' di parte perché ho amato il personaggio di Marianne e mi sono immedesimata in lei, sebbene talvolta l'abbia trovata io stessa un po' troppo ferma e severa nelle sue convinzioni.
Mi è sembra ingiusto far apparire il comportamento di Elinor, anche un po' ipocrita se vogliamo, preferibile a quello sincero, se pur egoista della sorella.
Cosa c'è di così sbagliato nel soffrire per amore? Nel non curarsi degli altri? Nel ritenere la propria sofferenza come la cosa più importante in quel momento? Se per di più questa è recente e non sono passati mesi o anni dall'evento che l'ha causata.
Del resto la delusione che ha avuto Marianne da Willoughby è estremamente maggiore, a mio parere, di quella che ha avuto Elinor da Edward, relazione su cui non ci avrei mai scommesso, anzi! 
Ad un certo punto ho veramente creduto che Elinor si fosse fatta illusioni sul nulla e che Edward fosse davvero innamorato di Lucy Steele, tanto non avevo mai visto nulla fra i due.
Secondo me, Marianne, quando dice che la sorella non ha mai sofferto quanto lei, perché non ha amato poi così tanto, non ha poi tutti i torti.
Chi ama con passione soffre con altrettanta passione.
Non ho inoltre apprezzato il modo in cui, dopo la malattia, Marianne sotto un certo punto di vista muoia davvero.
Non è più lei, e la Austen uccide il suo personaggio migliore, quello più autentico, (forse l'unico) del romanzo, per trasformarlo in un'altra, più giovane Elinor.
Ma di Elinor ne avevamo già una! A che serve averne un'altra?
Perché rilegare la giovane e appassionata Marianne in un rapporto in cui tutti la volevano, tranne se stessa?
Perché non farle conoscere un giovane altrettanto appassionato e vero?
Non ho approvato, come avrete capito, il matrimonio e l'affetto improvviso, di cui non abbiamo mai avuto modo di leggere, tra Marianne e il colonnello Brandon, che ho visto sempre più come un buon amico di famiglia, per Marianne e le sue sorelle, che altro.
Una riconoscenza che si trasforma all'improvviso in amore è qualcosa a cui non posso credere, specie se si tratta di una giovane romantica, innamorata dell'amore come Marianne.

Curiosità:
Jane Austen scrive la prima stesura di questo romanzo nel 1974, quando ha circa 19 anni, intitolandola "Elinor and Marianne" (in italiano Elinor e Marianne, poi rinominato Ragione e Sentimento), in forma epistolare, una  raccolta delle lettere intercorse tra le due sorelle.
Successivamente. la forma epistolare verrà sostituita dallo stile in terza persona.


il mio voto per questo libro

mercoledì 8 maggio 2013

Recensione: "La festa di Halloween, Naturalmente Viola" di Claudia Traversa

Titolo:  La festa di Halloween, Naturalmente Viola
Autore: Claudia Traversa
Editore: L'isola dei Ragazzi
Data di Pubblicazione: 2011
Pagine: 80
Prezzo: 9,00€ (Amazon)

Trama: 
Il libro narra le vicende di Viola Desideri, tredicenne trasferitasi da poco in una nuova città, alle prese con i tipici problemi del relazionarsi con i coetanei e del crearsi delle amicizie in una scuola nuova.
Quello che la distingue dalle sue coetanee è la passione quasi viscerale che la lega agli alberi e alla natura.
Lei e il suo inseparabile taccuino dalla copertina azzurra, con il quale trascorrerà i pomeriggi, nei parchi sotto ai tronchi di forti alberi nodosi, a fare quello che più le piace, quello che più la far stare bene, disegnare. Disegnare ogni tipo di albero, quasi catalogandoli minuziosamente, segnando il luogo esatto dove aveva visto quella tipologia per la prima volta.
Violetta trascorrerà così i suoi pomeriggi dopo la scuola, disegnando e divorando squisiti panini al formaggio, sola, sola fino a che non incontrerà Thomas.
Di questo ragazzo la colpiranno il suo essere solitario e misterioso, e l'amore condiviso per gli alberi e la natura. In lui troverà un amico, e non solo... 
Una persona così simile a lei da sembrare quasi provenire da un'altro pianeta.


Recensione: 
La casa editrice L'isola dei ragazzi dedica la serie "Naturalmente Viola" alle teenagers di oggi che potranno bene rispecchiarsi negli sbalzi d'umore e nelle fragilità della protagonista.
Il lato educativo di questo libro emerge dagli argomenti trattati dai due ragazzi, argomenti e passioni un po' insolite.
Oltre al tema ambientale, altro argomento trattato è quello dei clochard.
Le note positive del libro stanno proprio nell'affrontare temi insoliti.

Considerazioni: 
Se non hai letto il libro e hai intenzione di farlo, fermati qui!
Personalmente, da amante della lettura, delle lunghe descrizioni,  degli ambienti, e soprattutto dei personaggi, avrei preferito leggere di più di questi.
Ci sono troppi particolari su cui si sorvola, e sono proprio quei particolari che servirebbero al lettore per affezionarsi alla storia e ai protagonisti.
Ad esempio, avrei voluto sapere di più della prima chiacchierata tra Viola e Thomas, e di tutte quelle piccole cose che sono successe nell'arco del mese (tempo in cui si svolge il racconto) che hanno fatto si che nascesse, in tempo così breve, un legame così profondo tra i due.
Avrei voluto sapere il perché dell'antipatia tra Viola e Rebecca, e di contro come invece è nata l'amicizia tra Viola, Giada e Veronica.
Insomma tante piccole cose che lasciano un po' con la sensazione che in questo libro ci siano troppe cose non dette.
Lascia un bel po' di interrogativi, e forse questa è una scelta voluta dall'autrice.
La parte che più ho preferito del libro è quella in cui, Viola vive finalmente un momento di tenerezza con sua madre che l'aiuta a prepararsi per la festa di Halloween.
La ragazza infatti, come la maggior parte delle adolescenti, vive un periodo di ribellione, un periodo in cui vuole sentirsi grande e non più essere trattata da bambina, quindi risponde male alla mamma se questa ad esempio, la chiama Violetta, anziché Viola, considerandola ancora come la sua piccolina.

In ultima cosa, mi fa piacere segnalare una scelta coerente da parte della casa editrice "L'isola dei ragazzi" , che in accordo con l'animo ambientalista della protagonista (Viola) ha deciso che tutte le copie della serie "Naturalmente Viola" sono e saranno sempre stampate su carta ecologica con procedimento FSC.


Ringrazio la casa editrice L'isola dei ragazzi per l'opportunità concessami.


Il mio voto per questo libro

martedì 7 maggio 2013

Recensione: "L'abbraccio" di David Grossman

Titolo: L'abbraccio
Autore: David Grossman
Illustrazioni a cura di: Michal Rovner
Editore: Mondadori
Data di Pubblicazione: Dicembre 2010
Pagine: 36
Prezzo: 10,00€ 


Ciao Murioline, il libro di cui sto per parlarvi è giunto a me quasi per caso, mentre frugavo tra gli scaffali di una libreria. Non ero in cerca di nessun libro in particolare fino a quando i miei occhi non si sono posati su un copertina rigida color panna, con un inserto marrone sulla destra. Se il libro fa già parte della vostra biblioteca o se semplicemente vi è capitato di avvistarlo non sarà stato difficile per voi capire che il testo a cui mi riferisco è "L'abbraccio" di David Grossman. 
Pubblicato nel 2010 dalla casa editrice Mondadori "L'abbraccio", forse anche a causa del piccolo formato e dell'esiguità di pagine, è uno di quei libri che si legge tutto d'un fiato. 

Trama:
Potrei facilmente definire "L'abbraccio" come un tenero dialogo fra il piccolo Ben e la sua mamma. Tuttavia scorrendo le pagine vi renderete conto che le parole di Grossman contengono molto più di quello che si potrebbe pensare. 
E' sera, il piccolo Ben e la sua mamma stanno passeggiando tra i campi assieme alla loro cagnetta Splendore, quando ad un tratto la mamma si volta verso il suo bambino e gli dice con fare affettuoso “Sei dolcissimo e tanto carino, non c'è nessuno al mondo come te!”  questa affermazione porterà Ben a a porsi una serie di interrogativi, "è possibile che al mondo non ci sia nessuno uguale a lui? Se questo è vero, allora vuol dire che ognuno di noi è destinato ad essere solo?"
L'unicità dell'essere umano e la sua consequenziale solitudine, la consapevolezza e l'orrore di essere solo al mondo, questi sono i temi, che Ben con le sue domande da bambino curioso e un po' spaventato, sottoporrà all'attenzione della sua cara mamma.


Recensione: 
La scrittura di Grossman è semplice e immediata, senza fronzoli e inutili orpelli, sembra parlare direttamente al cuore, non solo dei bambini a cui l'autore pare voler spiegare concetti universali quali la solitudine e l'amore, ma anche di un pubblico più adulto che non potrà non identificarsi nei dubbi e nelle innocenti domande del piccolo Ben. Le tenere rassicurazioni della mamma, primo fra tutti il suo "siamo tutti un po' soli e un po' insieme" e soprattutto il finale, che rimanda al titolo del libro, ci faranno per un attimo ritornare bambini.
Proprio per il suo duplice ruolo di racconto per bambini e apologo sulla vita, "L'abbraccio" dimostra di essere uno di quei libri (come il più noto Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry) che non solo ogni persona dovrebbe leggere almeno una volta nella vita (ma che sarebbe utile sfogliare di tanto in tanto) ma anche il regalo perfetto per coloro più amiamo.
Il libro è inoltre impreziosito delle splendide illustrazioni dell'artista israeliana Michal Rovner.


Il mio voto per questo libro 

martedì 9 aprile 2013

Estratto: "L'abbraccio" di David Grossman

Brevemente voglio raccontarvi la storia di come "ho incontrato" David Grossman.
Ero in libreria, cercavo tra gli scaffali qualche titolo che mi suscitasse una qualche sensazione.
E ho visto una bella copertina rigida, color panna, con una fascia marrone sulla destra.
Una copertina elegante, e semplice impreziosita da una delicata illustrazione, un disegno molto semplice, realizzato a matita, e sotto questo, riportato con un carattere altrettanto semplice, nome dell'autore, titolo dell'opera e nome dell'artista che ne ha curato le delicate illustrazioni.
Ho sfogliato il libro e ne ho letto l'inizio.
Era quello il libro che cercavo, era quella la sensazione che volevo provare.
Il libro è breve, poche pagine, e poco testo, ma un libro che in poche parole dice molto.
Infatti non c'è altro da aggiungere, dice tutto pur dicendo molto poco.
E ora vi lascio con queste parole di tenerezza, perché un'abbraccio ogni tanto serve a tutti ^__^

«Sei dolcissimo», disse la mamma a Ben mentre facevano una passeggiata nei campi verso sera, «sei dolcissimo e tanto carino, non c'è nessuno al mondo come te!» 
«Davvero non c'è nessuno al mondo come me?», domandò Ben. 
«Certo che no», rispose la mamma, «sei unico!». 
Continuarono a camminare lentamente. Sopra le loro teste un grosso stormo di cicogne volava verso paesi lontani. 
«Ma perché?», chiese Ben fermandosi di colpo, «perché non c'è nessuno al mondo come me?». «Perché ognuno di noi è unico e speciale», disse la mamma ridendo e accovacciandosi a terra. «Vieni qui, siediti vicino a me». Poi fischiò alla loro cagnetta, Splendida, perché si sedesse con loro. 
«Ma io non voglio che al mondo ci sia soltanto uno come me», protestò Ben. 
«Perché no?», si stupì la mamma, «è una cosa bellissima che tu sia unico e speciale!». 
«Perché così sono solo!», si lamentò Ben, «mentre io voglio che ci sia anche qualcun altro come me!» 
«Tu non sei solo», gli spiegò la mamma, «ci sono io con te, e anche papà». 
«Sì», ammise Ben, «però…». Era confuso e non ricordava più cosa voleva dire. 
«Vieni qui», mormorò la mamma, «siediti vicino a me». 
Ben non si sedette. All'improvviso i suoi occhi si fecero grandi e profondi: 
«E non c'è nemmeno nessuno al mondo come te?». 
«No, non c'è», disse la mamma. 
«Allora anche tu sei sola?» 
«Ma no. Ho te e papà…». 
«Ma non c'è nessuno proprio uguale a te?» 
«No, non c'è», ammise la mamma. 
«Allora sei sola», proclamò Ben sedendosi accanto a lei. «E non ti senti sola, da sola…?». 
La mamma sorrise, disegnò col dito dei cerchi per terra e rispose, «sono un po' sola e sono un po' con gli altri, e a me va bene essere un po' così e un po' cosà…». 
Il sole cominciava a tramontare, il cielo si fece quasi rosso. 
«Io mi sento solo», mormorò Ben sottovoce. 
«Ma tesoro», esclamò la mamma, «ci sono io con te!». 
«Ma tu non sei me». Tacquero. Nell'aria c'era un buon odore di terra e di erba, e un ronzio di mosche e di altri insetti che svolazzavano dappertutto, danzando. 
Ben accarezzò la cagnetta distesa accanto a lui. «Anche Splendida?» «Anche Splendida cosa?», domandò la mamma. 
«Anche di Splendida ce n'è solo una in tutto il mondo?». 
«Sì», rispose la mamma accarezzando il pelo morbido della cagnolina, «c'è una sola Splendida in tutto il mondo». 
Per terra, accanto ai piedi di Ben e della mamma, camminava una lunga fila di formiche. Forse mille. Si somigliavano moltissimo, mille formiche identiche. 
Ma quando Ben le guardò da vicino vide che una camminava veloce e un'altra piano. Una si sforzava di trascinare una foglia grande e un'altra trasportava soltanto un chicco di grano. E ce n'era una, piccolina, che correva avanti e indietro a lato della fila. Ben pensò che forse quella formichina aveva perso i genitori e li stava cercando. 
«Questa formica lo sa che non c'è nessun altra al mondo come lei?», domandò. 
«Questo non lo posso sapere», rispose la mamma. 
Ben ci pensò un po' su, poi disse: «Non lo puoi sapere perché tu non sei lei?». 
«Sì», confermò la mamma, «perché io non sono lei». 
La formichina rientrò finalmente nella fila e riprese a camminare con le altre. Ben pensò che forse le due formiche grandi che le camminavano accanto erano i suoi genitori. 
«Allora di ogni persona ce n'è solo una al mondo?» domandò Ben. 
«Sì, ce n'è solo una», disse la mamma. 
«E perciò sono tutti soli?». 
«Sono un po' soli ma sono anche un po' insieme. Sono sia l'uno sia l'altro». 
«Ma com'è possibile?». 
«Ecco, prendi te per esempio. Tu sei unico», spiegò la mamma, «e anch'io sono unica, ma se ti abbraccio non sei più solo e nemmeno io sono più sola». 
«Allora abbracciami», disse Ben stringendosi alla mamma. Lei lo tenne stretto a sé. Sentiva il cuore di Ben che batteva. Anche Ben sentiva il cuore della mamma e l'abbracciò forte forte.
«Adesso non sono solo», pensò mentre l'abbracciava, «adesso non sono solo. Adesso non sono solo». 
«Vedi», gli sussurrò mamma, «proprio per questo hanno inventato l'abbraccio».