giovedì 23 maggio 2019

Recensione: "Oltre il bosco" di Melissa Albert

Titolo: Oltre il bosco
Autore: Melissa Albert
Editore: Rizzoli
Data di pubblicazione: 12 febbraio 2019
Pagine: 330
Prezzo: 17,00 €


Trama:
Alice non ha mai avuto una casa. Lei e la madre Ella sono perennemente in fuga, sempre in cerca di qualcuno che le ospiti, per sfuggire alla sfortuna nera che le perseguita.
Sullo sfondo la figura affascinante di Althea Proserpine, la misteriosa e seducente autrice di una raccolta di racconti neri fuori catalogo ma ricercatissimi dai collezionisti, nonché la nonna che Alice non ha mai conosciuto.
La donna vive da anni reclusa ad Hazel Wood, una villa celata in mezzo al bosco, sfuggendo alla curiosità dei fan. Quando Ella viene rapita, ad Alice non resta che andare alla disperata ricerca di quel posto ignoto, inconsapevole di quali pericoli esso nasconda.

Recensione:
Con il romanzo d'esordio "Oltre il bosco", Melissa Albert ci trasporta in un mondo incantato, fatto di fiabe nere, principesse maledette, assassini spietati, sirene fameliche, uomini vendicativi e tanto ancora.
Una storia particolarissima che mescola luci ed ombre, a creare un confine sottilissimo tra il bene e il male, e tra realtà e fantasia.
Tutto ha inizio con la giovane Alice che, dopo aver cambiato indirizzo per tutta la vita, si ritrova a condividere la casa non solo con la madre Ella, da sempre accanto a lei, ma anche con il patrigno Harold e la sorellastra Audrey. Fino a quando la sfortuna, che da anni insegue le donne Proserpine, arriva a tormentarle di nuovo, e nel peggiore dei modi: facendo sparire nel nulla Ella.
Nessuna pista per ritrovarla, se non una pagina strappata da un libro, quello fuori edizione della nonna Althea, che parla di Hazel Wood, il luogo che non è segnato in nessuna mappa, e che nessuno riesce a trovare.
Alice parte alla ricerca di quel posto misterioso e, a quanto si dice, anche estremamente pericoloso, ma non da sola. Insieme a lei Ellery Finch, uno dei più sfegatati fans de "I Racconti dall'Oltremondo", la raccolta di fiabe nere della famosa e irreperibile scrittrice Althea.
I due inizieranno un viaggio avventuroso che porterà la ragazza a fare i conti con il passato e con i segreti di famiglia. Lo stravagante Ellery, invece, scoprirà che alcuni desideri meritano di rimanere inesauditi.
Non voglio rivelarvi di più di ciò che accade nel corso delle pagine, anche perché la narrazione prevede un paio di colpi di scena niente male.
Ci tengo però a parlarvi un po' della struttura del libro che si articola in una prima parte più ombrosa e indagatrice, e una seconda maggiormente improntata sull'azione e lo svelamento della realtà dei fatti.
Una metà del romanzo scorre veloce, risulta avvincente - in particolare per quanto riguarda la questione malasorte - e coinvolgente dal punto di vista emotivo, principalmente grazie alla descrizione della forte unione tra Ella e Alice.

Si suppone che ognuno di noi sia una combinazione di natura ed educazione, con il proprio sé modellato da anni di amicizie, litigi, genitori, sogni, cose fatte troppo da giovani, cose origliate che non si sarebbero dovute sentire, segreti custoditi e scappati, rimpianti, vittorie e silenziosi orgogli, un insieme di detriti ben compattati che diviene ciò che definiamo la nostra vita. 
Ma ogni volta che lasciavamo un posto, avevo la sensazione che le cose avvenute lì fossero cancellate da una spugna, finché non rimaneva altro che Ella, le nostre liti, le nostre discussioni e le nostre strade tortuose. Scrivevo date e luoghi ai margini dei miei libri e li perdevo lungo la strada. Forse era mia madre che mi sussurrava all'orecchio. La sfortuna non ci seguirà nel prossimo posto. Non devi ricordare questo così. O forse era il taglio secco tra l’uno e l’altro, la nostra abitudine di non guardarci mai indietro. 
Ma non credevo fosse questa la ragione. Ero convinta di essere io. La mia mente era una vecchia audiocassetta su cui si era registrato mille volte. Delle vecchie musiche non rimanevano che esitanti note fantasma. A volte mi domandavo che suono avrebbe avuto la registrazione originale, quale potesse essere il mio codice sorgente. Temevo fosse più cupo di quanto io desiderassi. Mi preoccupavo che non esistesse affatto. Ero come un palloncino legato al polso di Ella: se non c’era lei a ricordarmi chi ero, a ricordarmi perché ero importante, potevo volare via.

Per il lettore è facile immergersi nei capitoli e desiderare di saperne di più, anche a proposito della figura silente, ma non per questo meno affascinante, di Althea.
Con l'ingresso del personaggio di Ellery Finch la storia comincia a scricchiolare, al punto che tutta la parte finale risulta meno convincente.
Il mondo di Hazel Wood e del Bosco di Mezzo è davvero ammaliante, ma anche molto ricco di particolari, talvolta fin troppi. In alcuni frangenti si finisce per far confusione o per essere sopraffatti dalla sovrabbondanza di sovrastrutture.
Tuttavia, devo ammettere che, nonostante il ritmo più lento degli ultimi capitoli, le vicende di Alice non smettono di appassionare. Credo sia uno dei punti di forza del romanzo, il riuscire a mantenere l'hype sempre alto.
Altro grande asso nella manica è l'ambientazione dark e le tinte macabre che caratterizzano tutto il libro, ed in particolare i "Racconti dall'Oltremondo" che, a mio avviso, rappresentano il fiore all'occhiello dell'opera della Albert.
Ma non c'è rosa senza spine, ecco perché "Oltre il bosco" presenta, ahimè, anche qualche difetto, oltre a quelli cui accennavo prima.
In primo luogo la caratterizzazione dei protagonisti, che non pare proprio riuscitissima. Alice, ad esempio, risulta molto credibile nel suo rapporto con la madre - ed in effetti tutte le parti che ricordano la loro vita insieme, e la quotidianità improvvisata, paiono del tutto convincenti ed emozionanti - ma la sua sensibilità e dolcezza svanisce ogni qual volta ha a che fare con il compagno di scuola, per lasciare il posto ad una ragazza estremamente petulante, arrogante, permalosa e prepotente.
Simpatizzare con lei non è stato molto semplice. D'altro canto anche il comportamento del buon Ellery Finch non sembra del tutto verosimile: abbandona una vita da privilegiato che gli garantirebbe ogni sogno e possibilità, per cosa? Per seguire una semisconosciuta e rischiare di morire a soli diciassette anni, il tutto pur di poter incontrare i personaggi di una fiaba nera!
Non per dire, ma immagino gli adolescenti, ricchi sfondati per di più, interessati a tutt'altro che favole, scrittori misteriosi, e figure fantastiche.
Oltre alla questione personaggi, anche il finale appare un po' troppo frettoloso, come se tutto il cammino tortuoso venisse vanificato in poche pagine, e alla base ci fosse la voglia di arrivare presto ad una qualche conclusione.
Tralasciando però queste piccole note negative, per il resto il libro mi pare abbastanza ben riuscito, caratterizzandosi per un uso smodato della fantasia, per la magnetica ambientazione dark e l'intreccio di realtà e finzione. Un mix accattivante che non può che lasciare con il fiato sospeso.

Considerazioni:
Avevo adocchiato questo libro molto tempo fa, nella sua versione originale. Speravo ardentemente in una traduzione perciò, una volta giunto nelle nostre librerie, non ho potuto farmelo scappare.
Prima di cominciarlo, avevo letto in giro opinioni discordanti, chi lo aveva apprezzato molto e chi bocciato su due piedi.
Io, pur avendo notato qualche difetto e alcuni margini di miglioramento, non mi sento affatto di sconsigliarlo, anche perché questa lettura mi ha tenuta letteralmente incollata alle pagine, con la voglia di conoscere il finale che attendeva la giovane Alice e sua madre.
Le uniche cose che mi hanno irritato davvero sono stati l'effetto un po' troppo "Once upon a time" (intendo la serie tv) della parte finale e, soprattutto, l'atteggiamento arrogante e supponente della protagonista nei confronti di Ellery Finch. Il compagno di scuola si mostra sin da subito gentile e premuroso, mette a disposizione le sue ingenti risorse pur di aiutare l'amica a ritrovare sua madre, la segue ovunque lei voglia, e cosa ottiene in cambio? Solo risposte indisponenti, lamentele, rimproveri e accuse. Per tutto il tempo non ho fatto che pensare: "Ma chi te lo fa fare a sopportarla? Prendi i tuoi soldi e fuggi il più lontano possibile!"
Poi, alla luce dei fatti, avrei da ridire anche sul comportamento assurdo di Ellery, e soprattutto sulla sua malsana ossessione per le fiabe, ma lasciamo perdere.
In realtà nel libro si alternano alcune figure affascinanti come quella di Ella e Althea, ad altre prive di originalità come i due personaggi principali, o anche, Katherine Uccisa-Due-Volte, che con il suo aspetto punk ha poco a che vedere con il mondo delle fiabe.
Un'ultima considerazione vorrei farla su "I Racconti dall'Oltremondo". Purtroppo in "Oltre il bosco" ci vengono narrate solo due storie di Althea, e neppure per intero. Un vero peccato perché, a mio avviso, grazie alle forti tinte macabre, potevano rappresentare la parte più accattivante di tutta l'opera. Già i titoli lasciavano ben presagire, per cui non mi resta che lanciare un'idea: una pubblicazione indipendente che, un po' come "I racconti degli speciali" di Ransom Riggs, ci possa guidare nel brutale mondo di Hazel Wood e del Bosco di Mezzo.
Voi che ne dite?

Ringrazio la casa editrice Rizzoli per avermi fornito una copia cartacea di questo romanzo

il mio voto per questo libro

lunedì 6 maggio 2019

Chi ben comincia... #41

Poche e semplici le regole:
♥ Prendete un libro qualsiasi contenuto nella vostra libreria
♥ Copiate le prime righe del libro (possono essere 10, 15, 20 righe)
♥ Scrivete titolo e autore per chi fosse interessato
♥ Aspettate i commenti

"L'evoluzione di Calpurnia" di Jacqueline Kelly

Salve avventori!
Oggi vi propongo l'incipit del romanzo che sto leggendo attualmente, ovvero "L'evoluzione di Calpurnia" di Jacqueline Kelly.
Ho letto solo i primi capitoli ma mi ha già conquistato con la sua semplicità, l'atmosfera estiva e l'elogio del mondo naturale. In attesa di comunicarvi il mio parere definitivo, spero presto, vi lascio con l'incipit. Fatemi sapere se vi incuriosisce oppure no.
A presto!

Nel 1899 avevamo imparato a vincere l'oscurità, ma non il calore del Texas. Ci alzavamo al buio, ore prima dell'alba, quando in cielo, verso oriente, c'era solo una sbavatura di indaco e il resto dell'orizzonte era ancora pece allo stato pure. Accese le nostre lampade a cherosene, le reggevamo davanti a noi oscillanti nell'oscurità, come piccoli soli personali. Dovevamo fare il lavoro di un'intera giornata prima dell'alba, quando il calore mortale ci riportava tutti nella nostra grande casa con le imposte chiuse e, sudati, ci sdraiavamo come vittime sotto gli alti soffitte delle stanze oscure. Il rimedio usato d'estate da Mamma di aspergere le lenzuola con acqua di colonia rinfrescante aveva effetto solo per un minuto.
Alle tre del pomeriggio, quando giungeva di nuovo l'ora di alzarsi, la temperatura era di nuovo micidiale.
Da noi a Fentress il caldo era un patimento per tutti, ma a soffrire di più erano le donne, con i loro corsetti e le sottogonne (io ero ancora troppo giovane di qualche anno per quella forma di tortura femminile). Allentavano i busti e passavano le ore a sospirare, maledicendo la calura e anche i mariti, che le avevano trascinate nella contea di Caldwell a piantare il cotone e i pecan, e ad allevare il bestiame. 
Mamma aveva rinunciato temporaneamente ai capelli posticci, una finta frangia arricciata e una coda di crine arrotolata, basi che usava ogni giorno per acconciarvi sopra le sue chiome in complicate montagne. Nei giorni in cui non avevamo compagnia aveva persino preso l'abitudine di ficcare la testa sotto la pompa della cucina e farsi spruzzare da Viola, la nostra cuoca africana per un quarto, finché non era completamente fradicia.
Ordini precisi ci impedivano di ridere per quello spettacolo strabiliante. Scoprimmo (anche Babbo) che quando Mamma rinunciava a poco a poco alla propria dignità per il caldo era meglio stare alla larga da lei.

giovedì 2 maggio 2019

Recensione: "La voce della pietra" di Silvio Raffo

Titolo: La voce della pietra
Autore: Silvio Raffo
Editore: Elliot
Data di pubblicazione: settembre 2018
Pagine: 160
Prezzo: 16,50 €



Trama:
Nella lugubre solitudine di un’antica dimora di campagna il giovane Jakob, che dalla morte della madre si rifiuta di parlare e affida a un diario i suoi tenebrosi pensieri, ascolta una voce ultraterrena che sussurra arcani messaggi dal grembo della pietra. 
Verena, l’indifesa infermiera sensitiva che arriva alla villa per prendersi cura di lui, orfana anch’essa e donna dal turbolento passato, cade vittima dello stesso incantesimo maligno. 
Che cosa vogliono i morti dai vivi? Qual è la vera misura del loro potere?

Recensione:
Muriel Spark ha detto di questo libro «Un gotico d’avanguardia di intensa potenza visionaria che avrebbe voluto scrivere Edgar Allan Poe».
A dispetto dell'autrice scozzese, non me la sento di parlare a nome del celebre scrittore americano, posso però confessarvi, senza mezzi termini, che mi piacerebbe tanto poter dire di esser stata io l'artefice di un romanzo così avvincente e ben scritto.
Perché? Abbiate un po' di pazienza e lo scoprirete. 
Come si evince dalla trama, la storia - se escludiamo le prime scene dedicate all'infermiera Verena - si svolge interamente in una maestosa villa d'epoca circondata da un muro di pietra e da bellissime statue. Lì vive Jakob assieme a sua zia.
Il ragazzo è sempre stato di indole introversa e poco incline ai contatti sociali. L'unico vero e saldo rapporto lo aveva con la madre, Malvina, un'eterea pianista di salute cagionevole.
Dopo la morte della figura materna, avvenuta l'anno precedente ai fatti raccontati, Jakob sceglie di chiudersi nel silenzio e non proferire parola alcuna.
Tutti i suoi pensieri li affida a dei misteriosi taccuini, su cui annota, giorno per giorno, i messaggi che la pietra desidera comunicargli.
Proprio così. Accostando l'orecchio a precisi punti della cinta muraria, a determinate statue e alla lapide di Malvina, l'adolescente riesce a ricevere alcune rilevanti informazioni e, talvolta, a conoscere e modificare il futuro.
So che detto così può sembrare una cosa alquanto astrusa e surreale, ma vi assicuro che nel libro questa straordinaria dote è descritta con tale naturalezza e con un linguaggio così accattivante (a metà strada tra il metafisico e il filosofico) che non si può fare altro che accettarla come un fatto certo, indubitabile e del tutto regolare.
Jakob ha pertanto un'importante missione da compiere, ovvero raggiungere, mediante l'isolamento e l'assenza di comunicazione, lo status di puro pensiero e la capacità di alterare, a suo favore, la realtà circostante. Purtroppo per lui, l'arrivo di Verena costituirà un enorme ostacolo al suo obiettivo.
La giovane donna, che arriva da una devastante sconfitta in campo medico, non può che vedere nel ragazzo chiuso in se stesso una sfida da vincere assolutamente.
Tra i due quindi si instaura subito un duello senza sconti, che si riflette direttamente nella struttura del libro, articolata in capitoli alternati che danno voce equamente ai due protagonisti.
Da una parte vediamo il ragazzo architettare un piano dopo l'altro per liberarsi una volta per tutte dell'infermiera - da lui soprannominata Serpente - e dall'altra l'agguerrita signorina la quale, dopo aver schivato ogni colpo, persevera nella sua ricerca di un legame.

La presenza del Serpente alla Rocciosa non può e non deve in alcun modo turbarmi. 
L’attaccherò solo in caso di provocazione. Può anche darsi che non ci sarà. Anzi, il mio desiderio è che non ci sia nulla di nulla fra me e il Serpente. 
Devo semplicemente neutralizzarla, non permetterle di entrare in contatto con me. E se ne andrà. 
Così ho scritto. E lo scrivo di nuovo. 
Se ne andrà.

Il ritmo, come immaginerete, si fa sempre più incalzante man mano che si prosegue con la lettura, i personaggi rivelano i loro punti deboli (ma anche gli assi nella manica), e soprattutto il mistero si infittisce, instillando costantemente nuovi dubbi nel lettore.
Ad esempio le voci della pietra sono reali o rappresentano solo una qualche bizzarra elaborazione del lutto?
E chi sono i mandanti di questi messaggi? Cosa vogliono davvero?

Oggi la voce della mia Colomba m’è sembrata triste: era forse il frullare delle ali nel cuore della pietra, come un lievissimo arpeggio intermittente, che ottundeva le parole in un lamento indistinto. 
Il tono del Pastore invece era più deciso, e più esplicito il messaggio: fedele al suo credo pragmatico, mi invitava al lavoro, esortava a concludere il più presto possibile. 
Non penso di deluderlo. Non lo merita.

Jakob, poi, è l'artefice di un piano ingegnoso o solo una pedina inconsapevole di qualcosa di molto pericoloso?
E Verena? Quali sono le sue reali intenzioni?
Queste sono solo alcune delle domande che sorgono spontanee con il procedere delle pagine. Inoltre i personaggi, i due principali ma anche la indecifrabile zia a dire il vero, sono così enigmatici, pieni di segreti e di sfumature, da risultare estremamente affascinanti e ammalianti.
Un ultimo dato, per nulla irrilevante, è la scrittura dell'autore, elaborata e ricercata, capace di rapire, intrigare e lasciare stupefatti. Il libro, grazie allo stile raffinato di Raffo, si presenta indubbiamente come un elaborato di pregevole fattura, che spicca per il suo carattere roboante ma mai inopportuno. Inoltre le parti assegnate a Jakob si distinguono in maniera netta da quelle di Verena, caratterizzandosi per scelte stilistiche differenti: le prime più ampollose, meditabonde, ed invase di segretezza, e le altre ugualmente eleganti, ma più descrittive e meno oscure.
In definitiva non posso che consigliare fortemente questo romanzo che, nonostante le dimensioni ridotte, riesce a dar vita ad una storia accattivante, inquietante e soprattutto originale, a delle figure enigmatiche e profonde, e a dei colpi di scena mozzafiato.

Considerazioni:
"La voce della pietra" è uno di quei libri che ti rapisce già dalle prime pagine. Sin da subito ci si ritrova immersi nel mondo di Jakob, fatto di silenzi, rigide regole e ferree convinzioni, ma anche in quello, ben più comune, di Verena, una giovane infermiera in cerca di un'occupazione.
Le due strade, benché apparentemente lontane, finiscono per incrociarsi, influenzandosi a vicenda. Verena, delusa e smarrita, con l'approdo alla villa ritrova uno scopo, mentre il ragazzo, così chiuso in se stesso, comincia a vacillare di fronte all'ostinazione della donna.
Se in un primo momento quindi la storia appare originale e stravagante - grazie al escamotage della pietra messaggera - più si va avanti, più il tutto diventa inquietante e angosciante.
Jakob è sì un ragazzo introverso e diffidente, ma nel corso della narrazione rivela anche un animo crudele che non ammette ostacoli alla realizzazione del suo piano.
Verena invece suscita già dal principio un certo senso di tenerezza: è facile identificarsi in lei, sia nella fase iniziale di rassegnazione (dovuta all'estenuante ricerca di un lavoro) che nella veste di crocerossina che rivestirà da un certo punto in poi.
Il fronteggiarsi continuo dei due personaggi principali - il lupo cacciatore e l'ignara preda - fa sì che il libro assuma un carattere gotico e nero, e conquisti pagina dopo pagina il lettore, tenendolo incollato fino all'ultimo, con la curiosità e la voglia di sapere come andrà a finire.
Ma se pensate che "La voce della pietra" sia solo un romanzo capace di intrigare, vi sbagliate, perché invece grandi protagonisti sono, a sorpresa, i sentimenti.
Basti prendere ad esempio il ragazzo di ghiaccio che, in ogni sua mossa, anche la più spregevole, è animato in realtà dal grande amore mai sopito per la madre, dal rapporto simbiotico che li univa, dalla speranza di poterla riavere accanto.

Ancora una volta m’è parso di sentire la voce della Colomba: chiamava fioca il mio nome, come quel giorno sulla scarpata, l’ultimo giorno in cui la sua voce e la mia hanno risuonato insieme. 
In verità, noi due comunicavamo anche senza parlare, nelle nostre lunghe passeggiate, o suonando a quattro mani il pianoforte, o immersi nella lettura fino a tarda sera, vicina al camino d’inverno, sotto il portico o il pergolato nella stagione estiva. 
La parola, il silenzio, la musica erano tutte forme di comunicazione ugualmente significanti. 
Quando si parlava, nessuna parola era superflua, ma ciascuna nasceva dall'interno con una sua necessità e saliva a incontrarsi con quella dell’altro per confermare ogni volta l’esistenza del mondo e dell’amore.

Le scene che descrivono l'unione mamma-figlio sono tra le più emozionanti, quelle che ci fanno scoprire un lato inedito di Jakob, ovvero il ragazzino sofferente e smarrito, nascosto dietro la maschera di pietra. Allo stesso modo l'infermiera, nel corso dei capitoli, ci rivelerà i traumi passati e le ragioni che la spingono a tentare l'impossibile.
In definitiva, per quanto tutta la vicenda sia appassionante, sono proprio gli attori in scena, i loro comportamenti, le emozioni e i pensieri a rendere il racconto memorabile.
C'è poi il mistero che fa da padrone in ogni istante. Chi parla per mezzo della pietra?
Devo confessarvi che, considerando la natura ambigua e talvolta divergente dei consigli, verso la fine ho cominciato a pensare che i mandanti fossero due: Malvina, la voce più rassicurante, e lo Scultore - il padre di Jakob nonché l'autore delle numerose statue - quella più insidiosa.
Non vi dirò se avevo ragione oppure no, posso però sbottonarmi un pochino rivelandovi che il finale è stato per me inaspettato, sconcertante ed elettrizzante. Perfetto per un romanzo del genere, che fa del turbamento emotivo e della suspense la sua perfetta colonna sonora.  

Ringrazio la casa editrice Elliot per avermi fornito una copia cartacea di questo romanzo

il mio voto per questo libro