martedì 30 giugno 2020

Recensione: “Non chiamarmi strega” di “Non chiamarmi strega” di Sabina Colloredo

Titolo:  Non chiamarmi strega
Autore: Sabina Colloredo
Illustrazioni: Fabio Visintin
Editore:  Gallucci
Data di pubblicazione: 13 febbraio 2021
Pagine: 160
Prezzo: 11,70 € (cartaceo) 5,99 € (ebook)

Trama:
Lucetta vive all'ombra della madre, una donna bella, libera e coraggiosa, che cura con le erbe e con la magia. La segue nelle sue fughe dagli Inquisitori, nelle scure foreste e sulle montagne, tra l’Italia e la Germania del Cinquecento, fino a Triora, il rifugio delle streghe. Ma Lucetta, come ogni figlia, cerca la propria strada, il proprio modo di vivere, di amare. Il suo percorso è un distacco, un’avventura unica e senza tempo. L’avventura di crescere.

Recensione:
Il 15 maggio del 1505, in una casetta sulle rive del mare, in un piccolo paesino della Liguria, nasce una bimba il cui destino in parte è già stato scritto. Sua madre Melusina è una guaritrice. Sente la terra, conosce le erbe, le piante, i fiori, le loro proprietà benefiche e non. Sa che la pianta giusta può guarire, quella sbagliata può uccidere.
Quando viene al mondo Lucetta, la sua bambina, Melusina inizia subito, sin dai suoi primi giorni di vita, a trasmetterle tutto il suo sapere, le conoscenze accumulate in tanti anni, in tante vite.
Lucetta trascorre i suoi primi anni in serenità, tra le mura di quella casa che costituisce il suo nido, il suo rifugio sicuro, dove niente potrà nuocerle e farle del male.
La bimba cresce con amore, in un mondo ovattato, tra i profumi delle erbe, degli stufati sempre sul fuoco, degli intrugli prodigiosi, e i suoni rilassanti della natura, il meraviglioso sciabordio del mare, accompagnato dalle costanti litanie cantate a bassa voce, per scacciare gli spiriti maligni.
Lucetta ammira sua madre, la vede bella, allegra, vivace, così diversa dalle altre donne che conosce, sempre così felice di fare del bene e soccorrere chi le chiede aiuto.
Ma un infelice giorno, l'inquisizione, con a capo il monsignore Manenti giunge al villaggio in cerca di una fantomatica strega di cui avrebbe ricevuto voce.
Da qui inizia la fuga di Melusina e Lucetta verso un nuovo luogo dove sentirsi al sicuro, e da qui Lucetta inizia a vedere sua madre, e ciò che fa, in modo completamente diverso.
Gli abitanti del villaggio, che tanto hanno aiutato e a cui hanno prestato soccorso negli anni, ora danno loro la caccia, le chiamano streghe, le vogliono catturare e consegnare alla giustizia.
Perché tanto odio? Perché sono costrette a scappare? E perché sua madre non può essere una mamma normale?
Ed è cosi che la piccola Lucetta a soli cinque anni, spaventata ed intimorita, si troverà a ripudiare tutti gli insegnamenti e le credenze con cui è cresciuta e a prendere una decisione dentro di sé: lei non sarà mai una strega!
Il viaggio che mamma e figlia intraprendono le porterà a Triora, un piccolo villaggio sui monti dove troveranno ad attenderle una vivace comunità di guaritrici che, come loro, vi hanno trovato rifugio.
Qui passeranno gli anni più belli e spensierati della loro vita, in una comune dove non si sentiranno mai delle reiette escluse, ma parte integrante di qualcosa di unico e straordinario.
Qui nasce Erika, secondogenita di Melusina, una bimba dai poteri straordinari e dal grande destino scritto nelle stelle. Lucetta, proverà sin da subito un affetto straordinario e primordiale per la sua sorellina, un sentimento che le aprirà nuovamente il cuore a quella parte selvatica e sensibile che tanto aveva cercato di seppellire.
E, senza volerlo, Lucetta aprirà il cuore anche all'amore...
Ma le cose belle non durano per sempre, e anche Triora non sarà più un luogo sicuro, così le tre saranno nuovamente in cammino, prima verso Roma e poi ancora in Germania.
Un continuo viaggio per sfuggire alle fiamme, una continua fuga per essere libere di essere come la natura le ha create. Donne forti, potenti che cercano il loro posto nel mondo.
Una storia suggestiva e affascinante, che ha il suo fascino nel fumo denso degli infusi, delle pozioni, negli odori delle erbe, nel potere e nella forza della natura, nella luce del fuoco dei sabba, così magici e festosi e allo stesso tempo così inquietanti, ma ha la sua forza nelle sue protagoniste, donne che contano solo su se stesse, donne che non si piegano e che non hanno bisogno di nulla al di fuori di loro stesse.
Un libro che non mi sarei mai stancata di leggere e che mi è spiaciuto chiudere così presto. Avrei voluto conoscere di più della vita delle tre sorelle... mi chiedo: come sono trascorsi quegli anni non raccontati? Cosa è successo nelle loro vite prima di trovarcele, di colpo, ognuna al proprio destino?
Purtroppo con i libri che ti piacciono è sempre così, vorresti non finissero mai.

Considerazioni:
Libri, pozioni, rimedi, medicamenti, infusi, erbe, fiori e pietre.
Le streghe, le guaritrici, le curatrici, in realtà erano, per la maggior parte, donne sapienti, profonde conoscitrici della natura, del corpo umano, e dei movimenti della terra e del cosmo.
Donne dotate di una particolare sensibilità, e che tramite essa entravano in simbiosi con la natura e con tutto ciò che le circondava.
La magia, in fondo, non è tutta intorno a noi?
Basta guardare al di là del proprio naso, concentrarsi su ciò che sta fuori, anziché volgere l’attenzione perennemente su se stessi, per accorgersi che ne siamo circondati, che magari quella che definiamo natura, il normale susseguirsi delle cose, potrebbe benissimo definirsi incanto, o sortilegio.
Se avete letto “Il giardino segreto”, saprete che il piccolo Colin, voleva studiare l’argomento e scrivere un trattato a riguardo.
Per lui un bocciolo che spunta dalla terra, dopo un giorno di temporale e pioggia, è vera e propria magia. E come dargli torto?
Per quanto mi riguarda sono sempre stata affascinata dal tema, e da queste figure femminili che, nella storia, hanno padroneggiato le arti, e sono state regine del mondo selvatico.
Un sapere tramandato di generazione in generazione, di bocca in bocca, di madre in figlia: gesti, formule e grandi piccoli segreti.
“Non chiamarmi strega” di Sabina Colloredo, è un romanzo in cui protagoniste sono quelle che un tempo venivano, in modo denigratorio, definite streghe, ma erano principalmente donne che avevano un forte legame con la terra.
Come è ovvio in questi casi, il libro affronta anche il tema del pregiudizio, della paura che lambisce chi ignora e che porta quindi a perseguitare il diverso.
Anche la paura è in effetti un potente incantesimo. Non permette di ragionare con lucidità, è guidata dall'ignoranza e porta, come diretta conseguenza, alla cattiveria.
Una sorte che ha costretto, nei secoli, le guaritrici a nascondersi e alla fuga, proprio come Melusina e le sue figlie hanno dovuto fare, ma una sorte a cui tutt'oggi va incontro chiunque non rientri perfettamente nei canoni che impone la nostra società.
Due sono i modi in cui reagire a tutto questo: nascondersi per timore o mostrarsi al mondo con orgoglio.

Melusina è una donna forte, sfrontata, fiera di sé e delle proprie doti, la si ama e la si odia, a seconda dei momenti.
Il legame più prezioso che sente è quello con la natura ed il cosmo, esso precede anche quello che la lega alle sue stesse figlie, il che è strano da leggere, spesso appare insensibile, aspra, persino cattiva.
Le sue convinzioni sono radicate e radicali, non necessariamente vere in modo universale, ma basate sul suo vissuto.
Non stima gli uomini, non dà loro importanza, quasi pare detestarli e sicuramente non desidera averne uno al suo fianco.
Le sue scelte sono figlie di un passato che non ci viene mai raccontato, e tramanda anche queste alle sue figlie, insegna loro i suoi pregiudizi, alla stregua del metodo giusto per curare una congiuntivite o un dolore di stomaco.
Ma non sono solo i suoi sentimenti verso gli uomini ad essere così duri e inflessibili.
Melusina pare essere sempre lievemente anaffettiva, sembra apprezzare le sue figlie in proporzione al potere che esse hanno ereditato. 
È fiera di Erika perché diventerà una grande Dama, un faro di luce per  le donne come loro. Con Lucetta mostra una speranza, e per un po' di anni spera di modellarla, come argilla nelle sue mani, a sua immagine e somiglianza. Per Serafina, la figlia minore, mostra una decisa noncuranza. Sa che non ha ereditato alcun potere e per questo non le presterà mai grande attenzione.
È stato un po' triste e deludente scoprire la sua vera natura.
Melusina non è cattiva, ma non è neanche sensibile come ci si aspetterebbe da qualcuno che vota la sua esistenza a fare del bene al prossimo.
In effetti, non cura le persone perché sente forte il desiderio di guarirle e farle stare bene, lo fa soprattutto per mettere in mostra le sue doti, per far vedere a tutti quanto è capace, quanto è brava e preziosa.
Si mette volutamente in mostra e facendolo mette più volte a rischio la sua vita e quella delle sue figlie.
È stato desolante anche vedere come cambia negli anni il suo rapporto con Lucetta.
Nei primi capitoli è molto carino vederle insieme, leggere di loro e della loro vita così peculiare, in perfetta simbiosi con la natura.
È bello e gratificante leggere di una donna forte che sa crescere una figlia nell'indipendenza, ma sempre con affetto, amore e tenerezza.
Le cose, però, cambiano drasticamente quando le due sono costrette alla prima delle loro numerose fughe, e quindi a lasciare la confortevole casetta sulla spiaggia per dirigersi verso Triora.
Con quella prima fuga madre e figlia si lasciano il futuro sereno e placido alle spalle, e Melusina sembra abbandonare in quella casina anche tutta la tenerezza e l'affetto materno che aveva reso così dolci e speciali i momenti in cui si leggeva del rapporto madre/figlia.
Successivamente a questo, di quel rapporto non resteranno che alcuni scampoli rubati alla notte. 
Alla luce del giorno le due sembreranno sempre due gatte in eterna lotta, un'eterna sfida per primeggiare sull'altra, per imporre la propria visione della vita.
Questa è stata l'unica cosa che mi piacerebbe aver potuto cambiare della storia.
Avrei voluto che il loro rapporto fosse rimasto conflittuale sì, ma dolce come lo era in principio.
Anche Lucetta tuttavia non è da meno, mostra da subito, sin da piccola, un'ostinazione pari a quella di sua madre.
Scoprire che la loro vita le metterà sempre in pericolo e che saranno sempre costrette a nascondersi e alla fuga, la spaventa così tanto che decide di ripudiare la sua stessa natura.
Lei non vuole diventare una strega, e per un po' di anni, se ne convince così tanto da crederci davvero.
Abbandona la strada tracciata da sua madre, e con gli anni è sempre più evidente quanto lo faccia più per sfida e per dispetto che perché realmente convinta di quella decisione.
Tuttavia, evadere dalla propria natura risulta la fuga più difficile, più che scampare alle fiamme dei roghi.
Lucetta trova la sua strada, percorre i suoi passi, raggiunge le sue conquiste, lasciando per la strada qualche rimpianto. E come chiunque ha ancora qualche sogno, qualche desiderio da esaudire che sussurra alle stelle e regala al vento.
Come fa lei a fine libro, quando tira le somme della sua esistenza, anch'io, prima di chiuderlo, ho ripercorso nei ricordi le emozioni che il romanzo mi ha regalato. Ho ripensato alla strada percorsa, ai luoghi visitati e abbandonati, ai personaggi a cui mi sono affezionata, a quelli che ci hanno abbandonato troppo presto, e ai perché e per come che non hanno trovato risposta.
Vite intere, vite affascinanti, rinchiuse in un libro, forse troppo breve.

Ringrazio Gallucci Editore per avermi omaggiato di una copia cartacea di questo libro

il mio voto per questo libro

venerdì 26 giugno 2020

Estratto: "Oceano mare" di Alessandro Baricco

Salve avventori!
Oggi vi propongo un passo del libro "Oceano mare" di Alessandro Baricco, uno dei tanti romanzi che mi ha fatto compagnia durante la scorsa estate. Se c'è una cosa che mi è mancata durante il lockdown, si tratta senza dubbio della possibilità di passeggiare tranquillamente in riva al mare. Quindi, se come me, ne avete sentito la mancanza, questo romanzo è ciò che fa per voi. Il mare ne è il grande protagonista, oltre che la perfetta cornice, e qui è descritto in tutte le sue forme, e ad ogni ora del giorno e della notte.
Devo dire che per quanto riguarda l'estratto di questo libro, avevo l'imbarazzo della scelta: ho sottolineato (doverosamente in formato ebook) così tante frasi, che sceglierne solo una, non è stato semplice.
Alla fine ho optato per questa delicata lettera d'amore di Ann Deverià, indirizzata al suo amato André.
In questa scena la donna descrive l'effetto benefico che la locanda Almayer sta avendo su di lei, cancellando qualsiasi aspettativa sul futuro e permettendole di godersi il presente senza rimpianti o sensi di colpa.
Buona lettura!

«Ho ricevuto le tue lettere, e non è stato facile leggerle. Si riaprono con dolore le ferite del ricordo. Se io avessi continuato, qui, a desiderarti e ad aspettarti, quelle lettere sarebbero state abbagliante felicità. Ma questo è un posto strano. La realtà sfuma e tutto diventa memoria. Perfino tu, a poco a poco, hai cessato di essere un desiderio e sei diventato un ricordo. Mi sono arrivate le tue lettere come messaggi sopravvissuti a un mondo che non esiste più. 
Io ti ho amato, André, e non saprei immaginare come si possa amare di più. Avevo una vita, che mi rendeva felice, e ho lasciato che andasse in pezzi pur di stare con te. Non ti ho amato per noia, o per solitudine, o per capriccio. Ti ho amato perché il desiderio di te era più forte di qualsiasi felicità. E lo sapevo che poi la vita non è abbastanza grande per tenere insieme tutto quello che riesce a immaginarsi il desiderio. Ma non ho cercato di fermarmi, né di fermarti. Sapevo che lo avrebbe fatto lei. E lo ha fatto. É scoppiata tutto d’un colpo. C’erano cocci ovunque, e tagliavano come lame. 
É un modo di perdere tutto, per tutto trovare. 
Se riesci a capire tutto questo, mi crederai quando ti dico che mi è impossibile pensare al futuro. Il futuro è un’idea che si è staccata da me. Non è importante. Non significa più nulla. Non ho più occhi per vederlo. Ne parli così spesso, nelle tue lettere. Io faccio fatica a ricordarmi cosa vuol dire. Futuro. Il mio, è già tutto qui, e adesso. Il mio sarà la quiete di un tempo immobile, che collezionerà istanti da posare uno sull’altro, come se fossero uno solo. Da qui alla mia morte, ci sarà quell’istante, e basta. 
Io non ti seguirò, André. Non mi ricostruirò nessuna vita, perché ho appena imparato ad esser la dimora di quella che è stata la mia. E mi piace. Non voglio altro. Le capisco, le tue isole lontane, e capisco i tuoi sogni, i tuoi progetti. Ma non esiste più una strada che mi potrebbe portare laggiù. E non potrai inventarla tu, per me, su una terra che non c’è. 
Perdonami, mio amato amore, ma non sarà mio, il tuo futuro. 
C’è un uomo, in questa locanda, che ha un buffo nome e studia dove finisce il mare. In questi giorni, mentre ti aspettavo, gli ho raccontato di noi e di come avessi. paura del tuo arrivo e insieme voglia che tu arrivassi. É un uomo buono e paziente. Mi stava ad ascoltare. E un giorno mi ha detto: “Scrivetegli”. 
Lui dice che scrivere a qualcuno è l’unico modo di aspettarlo senza farsi del male. E io ti ho scritto. Tutto quello che ho dentro di me l’ho messo in questa lettera. 
Lui dice, l’uomo col nome buffo, che tu capirai. Dice che la leggerai, poi uscirai sulla spiaggia e camminando sulla riva del mare ripenserai a tutto, e capirai. Durerà un’ora o un giorno, non importa. Ma alla fine tornerai alla locanda. Lui dice che salirai le scale, aprirai la mia porta e senza dirmi nulla mi prenderai fra le braccia e mi bacerai. 
Lo so che sembra sciocco. Ma mi piacerebbe succedesse davvero. È un bel modo di perdersi, perdersi uno nelle braccia dell’altra. 
Niente potrà rubarmi il ricordo di quando, con tutta me stessa, ero la tua Ann»

mercoledì 17 giugno 2020

Recensione: "La casa delle voci” di Donato Carrisi

Titolo:  La casa delle voci
Autore: Donato Carrisi
Editore:  Longanesi
Data di pubblicazione: 2 dicembre 2019
Pagine: 400
Prezzo: 20,90 € (cartaceo) 12,99 € (ebook)

Trama:
Gli estranei sono il pericolo. Fidati soltanto di mamma e papà.
Pietro Gerber non è uno psicologo come gli altri. La sua specializzazione è l’ipnosi e i suoi pazienti hanno una cosa in comune: sono bambini. Spesso traumatizzati, segnati da eventi drammatici o in possesso di informazioni importanti sepolte nella loro fragile memoria, di cui polizia e magistrati si servono per le indagini.
Pietro è il migliore di tutta Firenze, dove è conosciuto come l’addormentatore di bambini. Ma quando riceve una telefonata dall'altro capo del mondo da parte di una collega australiana che gli raccomanda una paziente, Pietro reagisce con perplessità e diffidenza. Perché Hanna Hall è un'adulta. Hanna è tormentata da un ricordo vivido, ma che potrebbe non essere reale: un omicidio.
E per capire se quel frammento di memoria corrisponde alla verità o è un’illusione, ha disperato bisogno di Pietro Gerber. 
Hanna è un’adulta oggi, ma quel ricordo risale alla sua infanzia. E Pietro dovrà aiutarla a far riemergere la bambina che è ancora dentro di lei. Una bambina dai molti nomi, tenuta sempre lontana dagli estranei e che, con la sua famiglia, viveva felice in un luogo incantato: la «casa delle voci». Quella bambina, a dieci anni, ha assistito a un omicidio. O forse non lo ha semplicemente visto. Forse l’assassina è proprio lei.

Recensione:
Quanto è difficile recensire un libro come questo!
Non si sa mai da dove cominciare, cosa dire o non dire, perché anche quando si crede di dire poco, si è già detto troppo.
Prima di iniziare a scrivere questa recensione, ho riletto la trama che viene affiancata al libro, lo avevo già fatto qualche mese prima di iniziare a leggerlo, e fortunatamente l’avevo anche rimossa.
Come sono fuorvianti certe volte!
Di solito evito di leggerle prima di iniziare la lettura, spesso sono piene zeppe di spoiler!
Questa volta no, non è così, ma ammetto che fa sembrare il libro molto meno allettante di quanto non lo sia in realtà.
“La casa delle voci” non è solo un thriller, ed è questo che lo rende così appassionante e originale. Comprende in sé diversi generi, thriller, mistery e paranormale e fino alla fine non si ha idea verso quale delle strade verterà la rivelazione finale.
Protagonista del romanzo è lo psicologo infantile e ipnotista “addormentatore di bambini” Pietro Gerber, ma non è con lui che inizia il romanzo.
E’ la notte del 23 febbraio e siamo con la piccola Hanna Hall, nella “Casa delle voci”, quando, nel bel mezzo della notte, la bimba sente bisbigliare il suo nome.
Un nome che sceglie e cambia ogni volta che, con la mamma e il papà, è costretta a scappare, ad andare via, e cercare un’altra casa delle voci, un nuovo rifugio, che li terrà lontani e nascosti da quegli “estranei” che, da che ne ha memoria, danno loro la caccia.
Appena la piccola, dieci anni compiuti solo la sera prima, sente pronunciare il suo nome, balza in allerta, e il piano per l’evasione scatta immediato.
Avverte la mamma e il papà del pericolo e insieme cercano di sfuggirgli per l’ennesima volta.
Biancaneve, così ha scelto di chiamarsi Hanna questa volta, conosce bene le 5 regole, ed è certa di non averne infranta nessuna. Allora come mai qualcuno sa il suo nome?

Regola numero 5 “se un estraneo ti chiama per nome, scappa”
Regola numero 4 “non avvicinarti mai agli estranei e non lasciarti avvicinare da loro”
Regola numero 3 “non dire mai il tuo nome agli estranei”
Regola numero 2 “gli estranei sono il pericolo”
Regola numero 1 “fidati soltanto di mamma e papà”

In quella notte molte cose andranno perdute, distrutte da un fuoco che spazzerà via ogni cosa. 
Una famiglia, il suo futuro e i misteri che la tenevano in piedi. Un futuro legato a quelle regole che l’hanno salvata o condannata per anni.
Nel capitolo successivo siamo catapultati in un’altra realtà, ambientata diversi anni dopo quella notte.
Ed è qui che facciamo la conoscenza di Pietro Gerber, il famoso psicologo infantile fiorentino che sta lavorando all’ultimo dei suoi casi: Emilian, un bambino di origini bielorusse, recentemente adottato da una famiglia italiana, sta manifestando un sospettoso disagio.
È al termine della sua ultima seduta che Gerber riceverà la telefonata che cambierà tutta la sua esistenza.
Theresa Walker, una collega australiana, lo contatta da Adelaide, per passargli un caso di cui si è occupata solo per poco tempo.
Ed è così che le vite di Pietro Gerber e Hanna Hall vengono ad incontrarsi.
Dottore e paziente e una serie di interrogativi a cui trovare risposta.
Hanna non è una paziente come gli altri per Gerber, e non solo perché ha superato da circa vent'anni l’età con cui lo psicologo è solito confrontarsi.
Hanna Hall ha qualcosa di strano e particolare, qualcosa che la rende diversa da chiunque, qualcosa che lo psicologo non sa spiegare e che lo spaventa.
Hanna parla di spiriti, di voci e presenze che riuscirebbe a percepire e, in effetti, nel corso delle sue sedute, dimostra sempre più spesso di conoscere dettagli, anche sullo stesso Gerber, che nessuno avrebbe potuto rivelarle.
Hanna è davvero speciale come dice di essere?
Ma la donna non è lì per questo, non ha bisogno delle sedute per avere risposte sulle sue fantomatiche doti paranormali, lei vuole risposte sul suo passato. Risposte di cui non ha memoria, che sono svanite in lei in quella famosa notte dell’incendio.
Hanna, così è scaturito dalla seduta con la Walker, da bambina avrebbe ucciso Ado, il suo fratellino, ma non rammenta come, né il perché.
Le sedute ipnotiche dovranno rispondere a questa e anche ad altre numerose domande, ma con l’andare avanti dei giorni, gli interrogativi di Gerber si sposteranno su ben altri fronti.
La storia che Hanna gli racconta è vera?
Ado è esistito davvero?
La donna lo sta solo manipolando per un qualche gioco perverso?
Il lavoro con lei, inoltre, riporterà a galla anche un segreto del passato dell’uomo, che per anni ha cercato di dimenticare.
Un intreccio di storie e vite che si attorciglierà in maglie sempre più strette con il proseguire delle pagine. Una narrazione avvincente e una protagonista, Hanna Hall, carismatica e coinvolgente che cattura l’attenzione su di sé e sulla sua storia, da cui è davvero difficile staccarsi. Anche a libro chiuso mi sono trovata spesso a fare ipotesi, teorie, a immaginare quale potesse essere la verità che si celava dietro l’enigmatico, misterioso e affascinante passato di Hanna.

E se Carrisi ha studiato l’immagine perfetta della protagonista problematica, ma che pare, a tutti gli effetti genuina e sinceramente convinta di ciò che racconta, non si può dire che la stessa opera gli sia riuscita con il famoso psicologo infantile Pietro Gerber.
L’uomo, che ci viene inizialmente descritto come uno dei più capaci nel suo campo, si rivela invece essere completamente inadeguato nello svolgere il suo mestiere.
Non comprendo come questa cosa possa essere voluta, e perché lo scrittore scelga di presentarci l’immagine di un uomo tanto volubile, suggestionabile e suscettibile.
Gerber, nonostante la competenza e l’esperienza sul campo - ricordiamo che i suoi pazienti sono i bambini, e proprio per questo dovrebbe essere abituato ad ascoltare le peggiori atrocità - si dimostra, invece, decisamente ipersensibile ed emotivo nel confrontarsi con una persona adulta.
Nonostante la debolezza del suo personaggio, che ho trovato a tutti gli effetti poco credibile, il romanzo ha una forza che prescinde da lui, perché la sua forza sta nella storia, in Hanna, nel suo passato - che ci racconta durante le ipnosi - e nel suo presente, di cui ci lascia intuire ben poco.
Un romanzo che mi ha coinvolta e catturata, un intreccio ben costruito tra passato e presente, reale e paranormale, verità e menzogne.
Questo è il primo romanzo di Carrisi che leggo ma, sicuramente, non sarà l’ultimo.

Considerazioni:
Per un bambino la famiglia è il posto più sicuro della terra. Oppure il più pericoloso.
Questo Pietro Gerber lo sa bene, lavora con i bambini da tantissimi anni, come suo padre, il Signor Baloo, prima di lui, e il rischio del mestiere è quello di essere costretto ad ascoltare i traumi dei suoi piccoli pazienti e, ciò che è ancora peggiore, gli eventi spesso terribili, che li hanno causati.
Da un esperto del genere, noto nel suo campo come uno tra i più bravi, ci si aspetterebbe competenza, razionalità, sensibilità ma controllo delle proprie emozioni.
Invece a Pietro Gerber basta poco, uno sguardo ambiguo, un suono indistinto, una parola strana, un ricordo inspiegabile, per cadere vittima delle emozioni.
Già da quando riceve la telefonata della collega australiana, Theresa Walker, che inaspettatamente gli passa un suo caso, lui va in crisi.
Una paziente adulta, un evento a cui non era psicologicamente preparato.
Quando poi la incontra, le cose vanno anche peggio.
Ogni frase della donna lo spinge a porsi interrogativi, mettersi in dubbio, e gli basta una semplice domanda per fargli perdere qualsiasi razionalità.
Hanna, durante una seduta, chiede allo psicologo se anche lui da bambino, prima di andare a dormire, chiedesse ai genitori di guardare sotto al letto per rassicurarlo dell’assenza di mostri che avrebbero potuto fargli del male.
Be’ non ci crederete ma basta questo per spingere Gerber, una volta tornato a casa, a guardare con vera apprensione sotto al letto del suo bambino.
Questo, signori miei, è uno psicologo infantile di fama mondiale!
Ma non è solo questo. Dal punto di vista professionale la figura di Pietro è traballante su molteplici aspetti.
Sono spesso gli altri, la moglie, la collega Theresa Walker, la stessa Hanna, ad indirizzarlo sul da farsi, a indicargli la strada, a suggerirgli le mosse del suo lavoro, in cui lui pare sempre procedere a tentoni.
Molto credibile invece è Hanna. Per quanto la sua figura possa essere misteriosa e nebbiosa, per quanto ciò che ci racconta possa essere considerato strano, folle o insensato, lei resta una voce assolutamente credibile, ipnotica e affascinante.
Il suo passato, la sua storia, l’infanzia, ormai perduta, trascorsa nelle innumerevoli case delle voci, e le altrettanto innumerevoli identità che ha dovuto cambiare, sono l’anima di questo romanzo.
Una storia indimenticabile la sua, una famiglia a cui mi sono subito affezionata, con tutti i suoi misteri: gli estranei, la vedova viola, la bambina con il vestito con le api, Ado, Azzurro, i Tetti Rossi, i viaggi e i trasferimenti con la piccola cassa di legno costantemente al seguito, e quelle cinque regole da rispettare sempre.
Hanna racconta un mondo che, quasi fino alla fine, non capiamo se essere reale o solo il frutto che la sua immaginazione ha partorito, la forma bizzarra che ha dato ai suoi ricordi per superare un trauma difficile da comprendere per una bambina.
E poi la rivelazione finale... spesso anche nei thriller più belli e avvincenti, quando arriva il momento delle spiegazioni, c’è quasi sempre qualcosa che non va, che non convince, i chiarimenti sembrano forzati, alcuni passaggi strani e incomprensibili, qui invece no.
La cosa che ho apprezzato, infatti, è che un po’ di pagine prima della conclusione sono, per sommi capi, riuscita a venire a capo del mistero, e le spiegazioni finali mi hanno pienamente soddisfatta.
Certo, a Pietro Gerber non affiderei neanche mezzo caso, ma gli altri libri di Carrisi, quelli li leggerò più che volentieri.

il mio voto per questo libro

martedì 9 giugno 2020

Recensione: "L’orso Paddington" di Michael Bond

Titolo: L’orso Paddington
Autore: Michael Bond
Illustratore: Peggy Fortnum
Editore:  Mondadori
Data di pubblicazione: 25 luglio 2019
Pagine: 144
Prezzo: 9,00 € (cartaceo) 4,99 € (ebook)

Trama:
Panini con marmellata d'arance e cioccolato. Questo piace all'orso di pezza che i signori Brown hanno incontrato alla stazione londinese di Paddington. Lo hanno trovato seduto vicino a una vecchia valigia di cuoio con un cappellaccio in testa e un cartello al collo con la scritta: «Per piacere, abbiate cura di quest'orso. Grazie.»
Da allora la vita della famiglia Brown non è più la stessa. Infatti, per quanto "ben educato", Paddington è quel tipo d'orso che ha la spiccata capacità di combinare pasticci e ficcarsi sempre nei guai!

Recensione:
Le avventure dell’orso Paddington non sono nate come un libro, Michael Bond, un mattino, per passare il tempo, iniziò a battere a macchina un paragrafo di una storia con protagonista un orsetto, traendo ispirazione da un peluche di stoffa che aveva sulla mensola del camino.
Un paragrafo tirava l’altro e così a fine giornata si rese conto di aver un vero e proprio libro fra le mani.
E non c’è da stupirsi che da allora la storia di questo orsetto di pezza, sbarcato come clandestino a Londra, dopo aver compiuto un lunghissimo viaggio in mare dal Misterioso Perù, abbia conquistato i lettori di tutto il modo, grandi e piccini.
Paddington con i suoi numerosissimi pregi e i piccoli, ingombranti difetti, è irresistibile.
L’orsetto si trova alla stazione di Londra tutto solo e desolato, probabilmente pensando alla zia Lucy con la quale è cresciuto e che ha dovuto lasciare, quando i signori Brown, Henry e Mary lo trovano e decidono di prenderlo con sé.
Sono loro a dargli il nome “Paddington” prendendo spunto dalla stazione in cui l’hanno trovato.
Per la famiglia Brown, Paddington diverrà presto una presenza indispensabile, i ragazzi Jonathan e Judy, e persino la governante, la petulante ma bonaria signora Bird, arriveranno a chiedersi come fosse la loro vita prima che l’orsetto entrasse a farvi parte.
Proprio così, perché tra un pasticcio e l’altro, il simpatico ed educato orsetto, che non riesce a stare un minuto senza imbrattarsi dalla testa ai piedi di marmellata d’arance, o combinare qualche pastrocchio, diventerà, a tutti gli effetti, un membro della famiglia.
In questo primo libro, dove ha inizio la sua storia, assistiamo alla prima serie di avventure, disavventure e disastri, che lo vedranno coinvolto.
Lo accompagniamo a fare compere al centro commerciale, dove acquisterà il suo iconico montgomery blu; a teatro dove si improvviserà suggeritore di battute; al mare alle prese con una gara di castelli di sabbia... e così via.
Ma con la sua simpatia, il suo animo buono, e la sua ingenuità, l’orsetto riuscirà sempre a cadere in piedi, fatta eccezione per qualche effettivo capitombolo... in senso letterale XD
Le avventure di Paddington sono divertenti e godibili a tutte le età, finirete questo primo libro volendone leggerne ancora e probabilmente desiderando, come ho fatto io, di scattarvi una foto con la sua statua a grandezza naturale posizionata, in suo onore, nella stazione omonima, e volendo acquistare la sua tenerissima riproduzione in orsetto di peluche *-*

il mio voto per questo libro

domenica 7 giugno 2020

Recensione: "La baia" di Kate Rhodes

Titolo: La baia
Titolo originale: Hell Bay
Autore: Kate Rhodes
Editore:  La Corte Editore
Data di pubblicazione: 25 luglio 2019
Pagine: 335
Prezzo: 18,90 €


Trama:
Dopo dieci anni trascorsi a Londra nella squadra omicidi, il detective Ben Kitto decide di dare le proprie dimissioni: la sua partner, Clare, è morta e lui non riesce a darsi pace per non essere riuscito a salvarla. 
Sceglie così di rifugiarsi sull’isola di Bryher, dove è nato e cresciuto. Si tratta della più piccola isola abitata dell’arcipelago delle Scilly, a largo della Cornovaglia. Ha appena novantotto abitanti, che per la maggior parte si mantengono con la pesca, la costruzione di barche o il turismo estivo lavorando al pub o nell’unico hotel. 
Anche Ben vorrebbe dedicarsi, insieme allo zio Ray, al lavoro nel cantiere navale, per dimenticarsi in fretta del suo passato. Quello che non sa è che i suoi piani verranno totalmente stravolti quando il corpo della sedicenne Laura Trescothick viene trovato sulla spiaggia di Hell Bay. 
Il suo aggressore si trova sicuramente ancora sull'isola dato che nessun traghetto ha potuto navigare a causa di una tempesta che dura da giorni. Tutti sull'isola sono sospettati. Segreti oscuri stanno per riaffiorare. E l'assassino potrebbe colpire di nuovo, in qualsiasi momento.

Recensione:
Una piccola isola al largo della Cornovaglia fa da teatro ad un avvincente thriller che vede come protagonisti un agente della polizia in crisi; una vivace ragazza, uccisa proprio mentre era sul punto di spiccare il volo; e uno scaltro assassino che si aggira indisturbato, mescolandosi al resto degli abitanti.
Tutto ha inizio una mattina presto. Il detective Ben Kitto è da poco tornato nella sua terra natale per superare un lutto improvviso, ma soprattutto per capire se sia il caso di mettere fine una volta per tutte alla carriera nella polizia, quando giunge a lui la notizia della scomparsa della giovane e affascinante Laura Trescothick, figlia di due popolari ex compagni del liceo. La sedicenne, che sognava di abbandonare la piccola Bryher alla fine dell'estate, viene ritrovata esanime sulla spiaggia di Hell Bay, con evidenti lesioni riconducibili ad una pugnalata.
Ma chi poteva voler tanto male a quella ragazza al punto da ucciderla così brutalmente? Chi desiderava porre fine alle sue speranze, ai sogni di gloria, alla spensieratezza dei suoi giovani anni?
Il nostro protagonista, nonostante i dubbi che aleggiano sul suo futuro, si rende conto dell'importanza di scovare il colpevole il più tempestivamente possibile, ed inizia sin da subito ad interrogare i suoi ritrovati concittadini, per verificare gli alibi ed individuare gli eventuali passi falsi. Da una parte c'è l'amico di infanzia, il professore di un tempo, la confidente fidata, lo zio solitario, l'artista estroso, dall'altra tutti gli ipotetici sospettati di un efferato omicidio, i potenziali mostri travestiti da agnelli.
Ben Kitto quindi riveste un duplice ruolo in questo romanzo in quanto è sia il soggetto incaricato delle operazioni, colui che deve risolvere il mistero, ma è anche il figliol prodigo tornato all'ovile, quello che conosce da sempre gli isolani e che fatica ad immaginarli come dei sanguinari aguzzini.
Il contrasto, come immaginerete, risulta interessante proprio perché permette a noi lettori di calarci ancora di più nei panni dell'investigatore, che mai avrebbe pensato che la sua piccola oasi di pace potesse diventare teatro di tanto orrore.
Per quanto riguarda il ritmo, devo dire che parte un po' lento per diventare progressivamente più serrato, come è ovvio che sia. Infatti, se in principio tutti gli attori in scena sono additati come possibili/probabili colpevoli, senza distinzioni, con il prosieguo delle indagini si assiste ad una scrematura, sebbene parziale. Chi legge, fino alla fine, non ha mai la certezza su chi sia davvero l'assassino, tuttavia da un certo punto in poi i sospetti cominciano a circolare attorno a pochi sospettati, quelli con un determinato movente (tra cui l'effettivo responsabile).
Man mano che si va avanti si scoprono nuovi dettagli sui vari personaggi, e dietro la facciata perfetta, iniziano a venir fuori le debolezze, le crepe, gli errori commessi e nascostamente sepolti. 
La ridente cittadina è meno amichevole di quanto si pensi. Oltre ai negozietti caratteristici, le barche da pesca, i sentieri campestri, le gite al mare e le passeggiate sulla spiaggia, c'è molto altro: storie di violenza domestica, traffici di droga, truffe e ricatti. Tutti hanno dei segreti inconfessabili che rischiano di essere portati a galla, tutti hanno qualcosa da nascondere o da proteggere, o perlomeno qualcosa da perdere. L'indagine, indipendentemente dall'epilogo finale, porterà alla luce la vera anima dell'isola, quella che affiora solo dopo aver raschiato a lungo la patina bianca di perfezione e spensieratezza.
Ovviamente, oltre alla personalità dei vari indagati, l'autrice pone molta attenzione anche alle emozioni del protagonista, sia nell'analisi del suo dramma passato (la morte dell'adorata collega ed il conseguente senso di colpa), sia nelle nuove questioni di cuore che lo terranno impegnato a Bryher. 
Ebbene sì, in questo libro c'è anche spazio per una storia d'amore, o per dirla meglio, per l'inizio di una relazione. Personalmente la scelta di contaminare con il romance, anche se solo in minima parte, non mi ha convinta del tutto, tuttavia immagino che tanti altri, al contrario mio, potranno apprezzare questo punto di vista più sentimentale e meno asettico.
Per il resto, come dicevo, la trama è ben congegnata, non rivela troppo e troppo presto, ma accompagna gradualmente il lettore verso la verità. Per alcuni particolari ricorda vagamente "La verità sul caso Harry Quebert" (l'età e la personalità della vittima, l'amicizia di questa con un'artista e il suo ruolo di musa ispiratrice, il rapporto conflittuale con i genitori, la piccola cittadina ricca di segreti), tuttavia, al contrario dell'opera di Joël Dicker, qui non si parte da un principale indiziato, ed il punto di vista prescelto è quello classico, quello che vede la scena con gli occhi di chi cura le indagini.
Ciò che invece contraddistingue "La baia" da molti altri libri del genere, ciò che rende quindi questa lettura speciale e particolarmente intensa e coinvolgente, è invece l'ambientazione. L'isola offre un'atmosfera da sogno che, al calare delle tenebre, si tramuta in un incubo ad occhi aperti. Onde che si infrangono sulle scogliere acuminate, marea che si alza e si abbassa di ora in ora, venti impetuosi, e sentieri ricchi di rovi, ma anche albe splendenti, tramonti rifulgenti e distese di sabbia immacolata. Un misto di calma apparente ma anche di tempesta in agguato, un turbinio di emozioni che rispecchiano in tutto e per tutto sia la realtà sfaccettata e misteriosa che è Bryher, sia la trama delittuosa e violenta che si snoda nelle pagine.

Ringrazio La Corte Editore per avermi fornito una copia cartacea di questo romanzo

il mio voto per questo libro

martedì 26 maggio 2020

Recensione: "La città senza cioccolato" di Lavie Tidhar

Titolo: La città senza cioccolato
Titolo originale: Candy
Autore: Lavie Tidhar
Editore: Mondadori Ragazzi
Data di pubblicazione: gennaio 2019
Pagine: 232
Prezzo: 17,00 € (cartaceo)


Trama:
Come si può vivere in una città in cui i dolci sono proibiti?
Questo è il mistero che aleggia sulla vita di Nelle Faulkner, abile investigatrice privata, dodicenne, costretta a rispettare la legge del rampante sindaco Thornton, amico delle carote e nemico delle carie. Ma ci sono segreti ben più oscuri di cui Nelle deve occuparsi: un pomeriggio nel suo sgangherato ufficio arriva Eddie De Menthe, dodici anni e mezzo e fama da trafficante di dolci, per chiederle di indagare su un furto.
Dopo poco però anche Eddie scompare nel nulla, proprio mentre i suoi rivali, Frittella Ratchet e Wafer McKenzie, si contendono il controllo del contrabbando di dolci.
Intanto un nemico ben più pericoloso e potente incombe sulla città, pronto a addentare Nelle e i suoi amici come la più squisita tavoletta di cioccolato. 
Quanta astuzia servirà per non farsi inghiottire in un solo boccone?

Recensione:
Una città senza cioccolato!
Una città in cui la vendita e l’assunzione di qualsiasi dolciume e leccornia è vietata per legge.
Ve la immaginate?
Un’ingiustizia, una follia, una punizione amara, una norma assurda che risulta ancora più strana se ad attuarla è una città famosa proprio per la sua grandiosa fabbrica di cioccolato.
La Farnsworth, storico edificio della città, azienda rinomata a livello mondiale che per anni ha rifornito i negozi di tutto il mondo, ha sfamato e deliziato la gente di ogni colore e nazione, e soprattutto ha profumato l’aria della ridente cittadina dove è ambientata la nostra storia.
L’aria in città ha sempre profumato di cioccolato, questa era la sua straordinaria caratteristica. Un profumo da favola che faceva sognare, e nella sua delizia accompagnava i suoi abitanti dalla mattina, al risveglio, alla notte quando poggiavano la testa sui cuscini.

“All'epoca l’intera città profumava di cioccolato. Era un profumo che l’avvolgeva tutta, lo sentivano i ricchi e i poveri allo stesso modo, e proveniva, giorno e notte dalla fabbrica Farnsworth. L’odore del cioccolato. Era ovunque. Sui nostri vestiti e nei capelli e nel tepore dei nostri cuscini quando andavamo a dormire la sera. Lo ricordavo ancora. Era l’odore di mio padre. 
Lui aveva lavorato nella fabbrica e il cioccolato ce l’aveva dentro la pelle, sotto le unghie e fra i capelli. L’odore gli rimaneva attaccato, non importa quanto spesso si lavasse o quanta acqua di colonia si spruzzasse. 
Faceva parte di lui. 
Ora la città profumava solo di fiori e alberi, di pane appena sfornato e caffè e gas di scarico delle auto e sudore, come ogni altra città. 
Ma prima profumava di favola. 
Profumava in modo meraviglioso.”

Ma tutte le cose belle hanno una fine, e la fine della fabbrica e dei sogni che essa regalava, arriva quando viene eletto sindaco il salutista Thornton, uomo rigoroso, dal sorriso bianchissimo, che sembra non abbia mai toccato un solo cristallo di zucchero in vita sua.
Il suo motto è “mangiate la verdura”.
Se gli adulti si sono fatti convincere dalla sua campagna elettorale votata ad uno stile di vita sano e salutare, i bambini hanno invece dovuto subire, inermi, questa direttiva scellerata che gli è piombata tra capo e collo, vietando una delle cose più piacevoli e innocue che la vita può offrire.
“Subire inermi” dicevamo? Decisamente no!
Perché i bambini proprio non ci stanno a vivere senza cioccolata. Così tra i ragazzini iniziano a crearsi piccole bande che si fanno concorrenza contrabbandando cioccolata e dolci.
Tutto inizia come un gioco - gruppi di ragazzini che a scuola si scambiano e rivendono dolciumi acquistati nelle città vicine (quelle in cui la loro vendita è ancora legale) - per poi diventare qualcosa di ben più complesso e serio.
Fino a scatenare una vera lotta tra bande per aggiudicarsi il potere della città.
Tre i fronti principali:
La banda della terribile Frittella Ratchet e delle sue Tenerone
Quella del ricco e solitario bambino viziato Wafer McKenzie e del suo fedele assistente Bobby
E quella, più famosa in città, di Eddie De Menthe.
Ed è proprio quest’ultimo che si rivolge alla dodicenne Nelle Faulkner, una ragazzina che gioca seriamente a fare l’investigatrice privata della sua città, per risolvere il caso che lo ha visto coinvolto... il furto di un orsacchiotto.
Un caso apparentemente innocuo e di facile soluzione che si rivelerà per Nelle più aspro e complicato del previsto.
Senza volerlo, e senza averne idea, anche la nostra piccola detective si ritroverà coinvolta nella lotta tra bande, e anche questa si rivelerà ben più grande e pericolosa di quanto Nelle si aspettasse.
Lavie Tidhar, in queste pagine, dà vita ad un giallo per ragazzi senza esclusione di colpi.
Quella che parte essendo un’indagine investigativa portata avanti da una ragazzina e un contrabbando di dolciumi gestito da suoi coetanei - quindi come se fosse tutto un grande gioco in cui i ragazzini si divertono ad interpretare ruoli da adulti - si trasforma via via, con il proseguire delle indagini, in un affare ben più grosso e pericoloso, dove i primi ad essere coinvolti sono proprio gli adulti.
Quindi ecco che quella che era partita come una storia per ragazzi, con ragazzi come protagonisti, diviene qualcosa di più serio e spietato.
Giochi di potere, inganni, minacce, corruzione... un’avventura davvero più seria e pericolosa del previsto per la nostra Nelle, che comunque si rivelerà all'altezza della situazione, pronta a scoprire il mistero che si cela dietro l’apparentemente innocuo furto di un orsacchiotto.
Un’avventura appassionante, in cui, tra una svolta e l’altra nasceranno anche alleanze e amicizie insospettabili.
Una protagonista forte e decisa, con una grande sete di giustizia, sempre pronta, non solo ad inseguire nuovi casi e nuove piste, ma anche a ristabilire l’ordine e lottare per dare voce alla verità.
Un libro avvincente, forse anche un pochino spietato, che rivela quanto il mondo sia marcio e meschino, e poco o nulla può dimostrarlo meglio, se non una città in cui il denaro e il crimine riescono a insinuarsi anche in ciò che c’è di più semplice e dolce: i bambini e il loro amore per il cioccolato.
E se il mondo per la sete di soldi e potere arriva a vietare anche questo, che mondo è?

Considerazioni:
“La città senza cioccolato” è un ottimo e appassionante libro per ragazzi, un giallo ricco di misteri, segreti, sospetti e sospettati.
Dietro ad un caso che inizia come un gioco, un modo come un altro per passare il tempo, per giocare a fare gli adulti, scopriamo celarsi un mondo fatto di macchinazioni e corruzione che non hanno niente a che vedere con giochi di ragazzini.
Non sono ancora convinta se la svolta criminale che ha preso la storia mi abbia convinta del tutto, forse avrei preferito che questa storia per ragazzi fosse rimasta circoscritta al loro mondo, ad un grande gioco piuttosto innocuo, senza mettere in mezzo tutto il marciume che gli adulti portano nelle cose quando ci sono di mezzo il denaro e il potere.
Perché è questo che Nelle scopre alla fine delle sue indagini.
Gli adulti lo hanno fatto ancora, hanno preso ciò che di più bello e buono c’era nella loro città e nelle loro vite e lo hanno negato, reso illegale, proibito.
Hanno preso il cioccolato, i dolci e tutte le bontà che la fabbrica Farnsworth produceva e gli hanno messo su un marchio rosso, facendole passare per dannose e nocive, quando l’unica verità era che la fabbrica, nella sua assoluta eccellenza, non conosceva rivali.
E si sa, quando una cosa fa invidia, si cerca di imitarla, ma se non ci si riesce, si tenta di distruggerla.
Questo svolta seria nella faccenda ha portato nel libro questi aspetti che esistono, da che mondo e mondo, non lo possiamo negare, ma che fa un po’ strano leggere in un libro per bambini. Adulti che arrivano a spiarli, ricattarli, minacciarli, persino a ingaggiare con loro una dura e pericolosa lotta.
Ma questo è, ovviamente, un mio parere personale.
L’autore ha probabilmente voluto rendere più realistica la sua storia non regalando un finale alla “e vissero tutti felici e contenti”, dove la giustizia trionfa sempre e i criminali vengono severamente puniti.
L’avventura della nostra piccola investigatrice e della fabbrica Farnsworth sembra, infatti, solo apparentemente terminare con un lieto fine, ma il male lo sappiamo, è duro a morire, i cattivi trovano sempre un modo per passarla liscia.
Tuttavia se nel finale l’autore ci ha tenuto a ricordarci quanto la realtà sia differente dai sogni, è nello svolgimento della storia che ho trovato lacune, se così si possono definire.
Ancora non mi spiego, né lo scrittore si è premurato di spiegarlo nel suo romanzo, perché una città famosa in tutto il mondo per la sua fabbrica e la sua cioccolata avrebbe dovuto eleggere un sindaco che ne vietasse la vendita.
Perché i suoi cittadini avrebbero votato per il signor Thornton, pur sapendo che avrebbe, come prima cosa, chiuso la fabbrica, impoverendo la città sia della sua fama che della sua gloria e togliendo lavoro a tutti i suoi numerosi dipendenti?
E’ abbastanza folle se ci pensate, e pensavo che prima o poi l’autore avrebbe giustificato la cosa in qualche modo e invece no, non ci spiega mai cosa ha convinto la cittadina a prendere questa decisione così radicale e insensata.
Tuttavia, basta vedere il mondo reale come va, per rendersi conto che neanche gli adulti sono esenti dai comportamenti irragionevoli e insensati, penso a Donald Trump presidente degli Stati Uniti o qui in Italia alle orde di meridionali smemorati fan di Salvini... chi siamo noi per giudicare?
Ciò che ho apprezzato maggiormente in questo giallo sono stati i ragazzini, il loro saper mettere i rancori da parte e far fronte comune, e soprattutto la sete di giustizia e la maturità della piccola protagonista.
Nelle, come tutti, adora la cioccolata, ogni tanto se ne concede un po’ anche se sa che è vietata, ma ha una profonda consapevolezza di ciò che è giusto e ingiusto, un grande senso di equità, e soprattutto si mostra sempre matura, corretta, astuta e coraggiosa.
Il suo amaro in bocca sul finale, quando con rabbia scopre che non sempre le cose vanno come è giusto che vadano e non sempre i criminali - soprattutto se potenti - vengono punti, è un po’ quello che tutti ci ritroviamo a provare di fronte alle ingiustizie.
Nelle è entrata a far parte del mondo dei grandi, dove non tutto si risolve stringendosi la mano e facendo la pace, quel mondo in cui, tristemente scopri, che quando ti dicevano “chi rompe, paga”, non vale poi per tutti.

Ringrazio Mondadori ragazzi per avermi omaggiato di una copia cartacea di questo libro

il mio voto per questo libro

lunedì 18 maggio 2020

Recensione: "Dark Hall” di Lois Duncan

Titolo: Dark Hall
Autore: Lois Duncan
Editore: Mondadori Ragazzi
Data di pubblicazione: 10 luglio 2018
Pagine: 204
Prezzo: 17,00 € (cartaceo) 9,99 € (e-book)

Trama:
Come sentinelle schierate a protezione di quello che c'è oltre, alberi scuri, strani e selvaggi circondano Blackwood, un esclusivo collegio femminile, e lo separano dal resto del mondo.
Non appena la giovane studentessa Kit Gordy ne oltrepassa l'alto cancello d'ingresso, la sensazione di essere sferzata da un vento gelido la fa rabbrividire. Ad accrescere il disagio è lo sguardo duro e perforante della preside, Madame Duret, e l'esiguo numero delle altre studentesse. 
Perché sono state selezionate così poche ragazze, tra loro molto diverse? Che cosa le accomuna? 
E cosa significano le notti turbate da strani sogni e il talento tanto straordinario, quanto inspiegabile, che ciascuna di loro inizia a mostrare? Indizi riguardanti il passato che avvolge la residenza gettano una luce inquietante sui diversi avvenimenti, e ben presto la scuola così esclusiva diventerà un'orribile prigione.

Recensione:
È un giorno assolato di settembre quello in cui, la sedicenne Katryn Gordy, assieme a sua madre e al suo neo patrigno Dan Rolland, viaggia verso quella che sarà la sua casa per il prossimo semestre: Blackwood, l’esclusivo collegio femminile al quale è stata ammessa.
Kit, così la chiamano tutti, ha presentato domanda e si è sottoposta ai vari test di ammissione, mesi prima, quando sua madre le ha annunciato la data di matrimonio e il conseguente viaggio di nozze in Europa.
Con i suoi in viaggio per un periodo così lungo, il collegio si prospetta come soluzione ideale, ancor di più se, assieme a lei, ci sarebbe stata Tracy, la sua migliore amica.
Ma le cose, purtroppo, non si evolvono come le ragazze hanno tanto desiderato e, mesi di sogni a occhi aperti e progetti, vanno in fumo. 
Tracy non è stata ammessa alla scuola, nonostante sia una studentessa ben più brillante di Kit, e da questa notizia anche la prospettiva di un intero semestre chiusa in un collegio immerso nel nulla, da sola, perde ogni attrattiva.
Nonostante le rimostranze, ora Kit è in viaggio verso Blackwood, che l’accoglie con tutta la sua maestosa grandezza.
Un enorme palazzo a tre piani, sormontato da un altissimo tetto in ardesia nero, circondato da un giardino delineato da fitti alberi scuri e da un alto cancello che separa l'intera proprietà dal resto del mondo.
Una visione che lascia Kit sin da subito sbalordita, togliendole le parole di bocca e lasciandola solo con la strana, angosciante sensazione, che dietro quelle mura si celi qualcosa di malvagio.
A fare gli onori di casa, Madame Duret, la direttrice della struttura, una donna dallo sguardo severo e dai modi impostati che subito ci tiene a mostrare le bellezze degli ambienti appena ristrutturati.
Gli interni lasciano i tre senza parole quasi quanto l’esterno, ma ciò che più di tutto desta meraviglia in Kit è la straordinaria magnificenza della sua stanza, che non potrebbe essere più diversa da quelle dei comuni collegi.
Mobili in legno intarsiato, un elegante letto a baldacchino, tessuti costosi come rivestimenti... forse il collegio non è poi così malvagio come Kit aveva pensato all'inizio, eppure quella strana sensazione fatica ancora ad abbandonarla del tutto.
La situazione sembra migliorare il giorno seguente, alla luminosa luce del mattino e con l’arrivo delle prime ragazze che, come lei, sono state ammesse alla scuola.
La prima, dopo Kit, a varcare i cancelli di Blackwood, è Sandra Mason, una simpatica ragazza dai capelli rossi e il viso pallido e lentigginoso, dopo poco si affacciano assieme due ragazze che non potrebbero essere più diverse fra loro, eppure, sembrano essere grandi amiche. Lynda Hannah, bionda con il viso da bambola di porcellana e Ruth Crowder, una ragazzina con i capelli scuri a caschetto, bassa e robusta.
E poi... poi i cancelli vengono chiusi. Nessun altra studentessa oltre loro varcherà le mura che circondano il palazzo.
Anche i professori non sono più numerosi: oltre a Madame Duret che insegnerà letteratura e arte, c’è suo figlio Jules Duret che terrà le lezioni di musica, e il signor Farley, insegnante di matematica e scienze.
Blackwood sembra sin da subito aver isolato le ragazze in un piccolo microcosmo fatto di lezioni, studio e sogni strani.
Anche i contatti con l’esterno sono preclusi. I cellulari non funzionano per mancanza di campo, internet è assente, e le studentesse si ritrovano a poter scrivere ai loro cari solo tramite carta e penna.
Pian piano si conoscono, fanno amicizia, in particolare Kit lega con Sandy e, attraverso le loro chiacchierate, si rendono conto di non riuscire a comprendere il criterio con il quale sono state ammesse alla scuola.
Sono quattro ragazze estremamente diverse, Lynda poco portata allo studio, Ruth molto intelligente, e loro non particolarmente brillanti... eppure a Blackwood qualcosa succede e qualcuna di loro inizia a mostrare talenti artistici mai manifestati fino a poco prima.
Lynda, di punto in bianco, scopre di avere straordinarie doti artistiche, e comincia a sfornare, uno dopo l’altro, una serie di piccoli capolavori.
Meravigliosi e incantevoli paesaggi rappresentanti luoghi mai visti prima. Una passione che la travolge totalmente, togliendole la voglia di fare qualsiasi altra cosa e persino l’appetito.
Anche Sandy, inizia a scrivere poesie, ma per lei la cosa è leggermente diversa. Ciò che mette su carta non sembra appartenerle, sono pensieri che la ragazza non riconosce, come se qualcuno glieli avesse dettati nella mente.
E forse qualcosa di strano in quei talenti improvvisi c’è davvero... forse le ragazze pur ritenendo di non avere nulla in comune, sono accomunate da qualcosa che Blackwood vuole fortemente, qualcosa che le rende estremamente essenziali per Madame Duret.
E più le ragazze si avvicineranno alla verità, più essa gli sarà negata.
Più cercheranno di fuggire dal terribile incubo di Blackwood, più si troveranno ad esserne prigioniere.
Intrappolate senza via di fuga...

Lois Duncan ha scritto questo libro nel 1974, pensando alla giusta atmosfera in cui ambientare la sua storia fatta di mistero e suggestione, tensione e paure, incubi e inquietudini.
Crea Blackwood, il luogo perfetto, isolato e misterioso come teatro della sua sceneggiatura.
Una sceneggiatura che parte con delle buonissime premesse e che vanta anche un guizzo di originalità.
Successivamente, nel 2011, l’autrice ha ripreso il romanzo e lo ha ammodernato, implementando nella storia elementi della tecnologia moderna, come telefoni cellulari, computer portatili, internet, messaggistica e comunicazione via email.
Francamente non mi è chiaro il motivo di questa scelta.
Sembra che l’autrice abbia voluto, con questa sorta di rifacimento, avvicinare il suo romanzo ai ragazzi di oggi... ma questa strada mi pare insensata per diverse ragioni.
A) Cosi facendo pare che i giovani lettori non possano leggere nulla che abbia una datazione antecedente alla loro nascita.
B) L’ammodernamento non ha fatto che rendere più incoerente la trama e i comportamenti dei suoi protagonisti che paiono, in virtù dei tempi e dei mezzi a loro disposizione, decisamente insensati.
Per fare alcuni esempi.
Tutte le alunne di Blackwood arrivano a destinazione munite, come è ovvio che sia, di telefoni cellulari con i quali, suppongono, resteranno in contatto per tutto il loro soggiorno con parenti e amici.
Ovviamente nessuna di loro ha messo in conto che i loro dispositivi si sarebbero rivelati inutilizzabili in assenza di campo.
Ma quale genitore resterebbe per mesi a casa (o in vacanza), senza avere notizie del proprio figlio, senza muoversi in qualche modo per averne, o senza fare un colpo di telefono, alla direttrice della struttura, facendosi passare il proprio caro?
Ma questa è solo una delle infinite incongruenze a cui, la rivisitazione della trama, è andata incontro.
Ne volete altre?
Ogni telefono in assenza di campo presenta l’opzione “solo emergenza” ma a nessuna delle allieve salta in mente di utilizzarla nel momento in cui necessitano di soccorso e aiuto.
O, ancora, nessuna ha l’idea di utilizzare la torcia del telefono (quella dovrebbe funzionare ancora) per farsi luce nel corridoio buio, sprovvisto di illuminazione, che tutte temono di attraversare durante le ore notturne.
Altra incoerenza che l’autrice non è riuscita a spiegare, è il motivo per cui le sue protagoniste scrivano lettere ai loro parenti servendosi del portatile, se poi non possono inviarle via mail, né stamparle... non avrebbe avuto più senso scrivere a mano?
Insomma questo rimaneggiamento della storia fa acqua da tutte le parti e non fa che rendere più debole una trama che, nonostante le buone premesse iniziali, e un buon potenziale, non funziona per tantissimi motivi.
Uno fra tanti, e probabilmente il più grave, lo attribuisco a ogni singola (non)reazione delle protagoniste.
Le ragazze sono tanto inermi da sembrare inumane. Automi privi di qualsiasi sentimento, acume o capacità di ragionamento. Quasi arrese al loro destino e all'ineluttabilità egli eventi.
Inoltre la caratterizzazione di tutti i personaggi è estremamente basica. Leggendo i loro dialoghi, le battute che si scambiano, pare quasi di assistere ad una recita scolastica di basso livello.
Una di quelle in cui in scena ci sono attori improvvisati, che recitano poche battute senza alcuna emozione o trasporto.
Attori non entrati nella parte, così paiono i personaggi che abitano queste pagine.
Un vero peccato perché, come vi dicevo poco fa, le premesse erano buone, una ambientazione suggestiva, e una trama che pareva strizzare l’occhio al famoso “L’incubo di Hill House” di Shirley Jackson.
Se devo salvare qualcosa del lavoro della Duncan salvo il suo saper tener incollato il lettore alle pagine, nonostante tutto, e l’originalità che cela dietro quel mistero che, non è tanto in Blackwood, ma nelle sue allieve. Mistero che purtroppo, a mio parere, non ha saputo sfruttare e, ahimè, si è rivelato un’affilatissima arma a doppio taglio.

Considerazioni:
Volevo leggere questo libro da molto tempo, ma non è certo l’unico titolo che fa parte della mia infinita lista dei desideri.
Pochi giorni fa ho visto che su Sky era disponibile alla visione la sua recente trasposizione cinematografica, e mi spiaceva vederla senza aver precedentemente letto il libro.
Come potevo fare? Data la situazione non potevo certo ordinarlo, così mi è venuta in soccorso MLOL (Media Library On Line), la grande biblioteca gratuita digitale a cui mi sono recentemente iscritta.
Ho verificato la disponibilità del titolo, ed eccolo lì! Pronto per essere scaricato e letto. E quella sera stessa ero già lì, immersa nelle pagine digitali, che sin da subito mi hanno appassionata, lo ammetto.
Se c’è una cosa positiva che Lois Duncan fa, con il suo romanzo, è quella di coinvolgere il lettore e tenerlo incollato fino alla fine.
Certo, il mio stato d’animo è molto mutato durante la lettura. Inizialmente ero entusiasta, curiosa e la storia mi ha sinceramente appassionata.
Con il procedere della lettura, però, il mio entusiasmo si è trasformato in esasperazione.
Proprio così, ero esasperata e irritata dai comportamenti sempre più sconclusionati dei protagonisti.
Avrei voluto lanciare il tablet dalla finestra, entrare dentro la storia e scuotere tutte le inermi protagoniste, prendere di petto la sfacciataggine dei loro oppressori.
Ora, non voglio dirvi troppo della storia, ma immaginatevi quattro ragazze che, senza aver dato il loro consenso, si ritrovano prigioniere in una struttura isolata dal mondo, che, sotto le sembianze di istituto scolastico, è stata invece creata per studiare e testare le loro peculiari doti extrasensoriali.
Le quattro ragazze, così diverse tra loro, non sono state selezionate a caso.
Ognuna di loro ha la capacità di sentire o vedere ciò che gli altri non sentono.
E ognuna ne è, fino a quel momento, quasi del tutto inconsapevole.
A Blackwood queste visioni si manifestano sempre in maniera più assidua, e quelli che inizialmente vengono scambiati per sogni, si tramuteranno in delle vere e proprie ossessioni.
Ogni ragazza inizia a manifestare un talento diverso, ognuna di loro viene utilizzata come strumento dall'anima di un’artista defunto secoli prima.
Fra i nomi citati nel romanzo troviamo quelli del pittore statunitense di origine inglese, Thomas Cole e della celeberrima scrittrice britannica Emily Brontë.
Questi sono solo due degli spiriti che, nelle terribili notti trascorse a Blackwood, prenderanno in prestito i corpi delle ragazze per tornare a esprimersi nel mezzo che è loro più congeniale.
Durante tutta la lettura mi sono domandata cosa avrei fatto io se mi fossi trovata al posto di una delle allieve.
Come mi sarei comportata? Che reazioni avrebbe avuto una persona reale trovandosi in quella situazione paradossale?
La cosa che più mi ha contrariata nel romanzo è stata proprio la mancanza di verità nelle reazioni di tutti personaggi, in specie in quelle delle quattro studentesse.
Una persona che si sente privata della sua libertà di agire, una persona che viene obbligata a fare qualcosa contro il suo consenso, fa qualcosa per sfuggire a queste dinamiche. Fa qualunque cosa, le tenta tutte, fino allo stremo.
Qui nessuna delle ragazze fa niente. Non progettano mai una fuga, un piano per scappare, un modo per voltare le carte a loro favore e trovarsi in una posizione di forza rispetto a chi le tiene prigioniere.
Eppure dalla loro le avrebbero tutte.
Sono numericamente di più, dovrebbero essere furiose e agguerrite, inoltre avrebbero anche un modo palese per minacciare i loro insegnanti.
Sono loro a fornire il materiale che questi cercano, sono loro a produrlo e decidere cosa farne, sono loro a consegnarlo nelle mani dei loro carnefici senza mostrare troppe rimostranze.
E se il tuo aguzzino ottiene da te, in modo volontario, quello che cerca, perché dovrebbe lasciarti andare via?
Kit, Sandy Ruth e Lynda non si dimostrano mai coese fra loro, mai disposte a far fronte comune, inoltre, altra cosa che mi ha fatto davvero innervosire durante la lettura, è stato vederle spesso arrivare a una giusta conclusione e poi dimenticarsene completamente al confronto successivo.
Tutte capiscono fin da subito (forse anche troppo precocemente), che c’è qualcosa di strano nel luogo che le ospita, ne discutono, arrivano ad intuire per sommi capi di cosa si possa trattare, e, il giorno immediatamente successivo, sembra che quel dialogo non ci sia mai stato.
E questo mi ha anche stupito poco perché, leggendo, ho scoperto che è proprio un vizio della scrittrice quello di dimenticare ciò che ha scritto solo poche pagine prima.
Il racconto inizia a settembre, con Kit che in macchina si reca a Blackwood, e dopo vari capitoli, le ragazze ci annunciano che sono passati ormai diversi mesi da quando sono nella struttura. Diversi mesi di notti insonni e incubi strani.
Be’, solo poche pagine dopo, l’autrice ci tiene a farci sapere che il mese di ottobre si è appena concluso per lasciare finalmente il posto a novembre...
Insomma, concludo dicendo che, a questo romanzo, più che un ammodernamento sarebbe stata utile una riscrittura con un po’ di coerenza, sia a livello di successione temporale che di caratterizzazione realistica dei personaggi.
Chissà se il film riuscirà nell'impresa di essere peggiore del libro. Vi farò sapere XD

AGGIORNAMENTO
Confronto con il film:
Capita di rado, ma ogni tanto succede, che la trasposizione cinematografica sia concepita meglio del romanzo da cui è stata tratta, e quello di “Dark Hall” è uno di quei sporadici casi.
Il film, diretto da Rodrigo Cortés, è sicuramente più realistico e logico rispetto al romanzo, in cui, come vi ho spiegato ampiamente nella recensione, vengono compiute scelte discutibili.
Ciò che resta invariato è l’ambientazione e il mistero che avvolge, sia la casa, che la figura di Madame Duret.
Blackwood è anche qui un imponente collegio per ragazze isolato dal mondo, ciò che lo rende diverso è il suo scopo.
Non vi vengono ammesse ragazze che hanno eseguito dei test di ammissione per ricevere un’istruzione elitaria, bensì la struttura funge come una sorta di riformatorio, l’ultima chance per rimettere in riga ragazze problematiche che hanno commesso più di una furfanteria.
Anche Kit, la protagonista, è li per quello. Dopo aver tentato un furto, picchiato una ragazza e dopo aver apparentemente tentato di appiccare un incendio, il preside della sua scuola richiama lei e i suoi genitori dando un’unica alternativa: Blackwood.
Kit, perciò, si ritroverà controvoglia costretta a frequentare la scuola assieme ad altre quattro coetanee, come lei caratterizzate da un vissuto travagliato.
La scuola, per svolgere la sua attività educatrice, proibisce ogni contatto con l’esterno. Quindi nella pellicola, a differenza del libro, sia genitori che ragazze sono informate in precedenza che qualsiasi contatto sarà loro precluso, fatta eccezione di un unica telefonata a metà percorso.
Altra differenza sostanziale, che muta di molto lo spirito della storia, è il modo con cui Kit e altre ragazze si rapportano all'esperienza.
Inizialmente ne sono tutte ovviamente contrariate, vedendola come una punizione ai loro comportamenti. In seguito, con il proseguire delle lezioni e con l’accentuarsi dei loro inaspettati talenti, il loro atteggiamento si volgerà in modo decisamente più positivo.
Successivamente un altro cambiamento avviene in loro quando capiscono che qualcosa di strano sta effettivamente accadendo, e come ci si può aspettare da qualunque essere umano senziente, cercano delle risposte. Non restano inermi e completamente succubi degli eventi e della follia di Madame Duret.
Queste differenze, apparentemente di poco conto, contribuiscono in realtà in modo non indifferente a conferire credibilità alla storia.
Come film, pur non potendolo definire un capolavoro, l’ho trovato carino e “originale”.

il mio voto per questo libro