lunedì 30 settembre 2019

Recensione: "Tu l'hai detto" di Connie Palmen

Titolo: Tu l'hai detto
Autore: Connie Palmen
Editore: Iperborea
Data di pubblicazione: aprile 2018
Pagine: 256
Prezzo: 17,00 € 

Trama:
Americana di nascita, figlia di immigrati tedeschi, Sylvia Plath si trova in Inghilterra con una borsa di studio quando conosce Ted Hughes: il loro è un amore immediato e dirompente che fin dall’inizio sembra proiettarli in una sfera magica: si sposano quasi subito, fanno due figli, e insieme vivono anni di grande lavoro e creatività, un’intesa e una simbiosi perfetta nella quale la vita, la poesia e l’arte sono inestricabilmente intrecciate. Ma all’improvviso tutto precipita e dopo essere stata tradita e lasciata da Ted, Sylvia si suicida in una fredda giornata di febbraio del 1963, mettendo la testa nel forno, quando aveva poco più che trent’anni. Lei viene subito considerata una santa e una martire, lui un traditore, un assassino – un’etichetta impietosa che gli rimarrà addosso per il resto della vita. 
Connie Palmen fa raccontare a lui la sua verità: Ted Hughes, il poeta, il marito, il colpevole. 

Recensione:
Ho finito questo libro da poche ore e ho subito sentito l'esigenza di mettere su carta le mie impressioni. Non ho ancora ben chiaro il mio giudizio in merito, in quanto ho apprezzato tantissimo molte parti, ma ho trovato inconcludenti o esagerati alcuni frangenti.
Come avete dedotto dalla trama, con questo romanzo l'autrice intendeva dare la parola a Ted Hughes, poeta laureato nonché marito della scrittrice, morta suicida, Sylvia Plath.
Dopo il tragico evento, l'uomo è stato additato come il colpevole, ragion per cui l'opera in oggetto offre uno scenario diverso, una versione dei fatti raccontata con una nuova prospettiva, quella del testimone sopravvissuto.
Il racconto inizia con l'idillio, il colpo di fulmine tra i due, l'amore travolgente e l'avventato matrimonio. C'è da dire che già in questa fase vengono delineate le prime ombre: gli incubi notturni e gli attacchi di panico che affliggono la giovane donna, da poco ripresasi dopo un primo tentativo di suicidio. 
Sylvia Plath viene infatti descritta come una donna fortemente disturbata, in perenne lotta con i suoi demoni e i suoi dolori (tra cui la morte improvvisa del padre), costantemente preda degli umori e del temperamento volubile. Affascinante e seducente, briosa e piena di vita nei giorni buoni, fragile e pavida come una bimba in quelli funesti.

Quanto più lei si attirava il disprezzo di tutti, tanto più sentivo il bisogno di proteggerla da un mondo ostile, e tanto più forte cresceva in me la convinzione di essere l'unico a conoscerla realmente. 
Solo io sapevo quale croce portasse, e che il nemico più pericoloso non stava in agguato dietro i muri delle loro case, ma era lei a covarlo come una serpe in seno.

Più si va avanti con le pagine, più il fragile equilibrio tende a vacillare: Ted Hughes, che nel frattempo ha raggiunto fama e successo, comincia a sentirsi in gabbia, intrappolato nel ruolo di infermiere e confidente, mentre la moglie che, al contrario di lui, non riesce a brillare nel lavoro, finisce per nutrire invidia e gelosia nei confronti del consorte.
Fino ad arrivare al punto di non ritorno: la relazione clandestina di lui, l'abbandono del tetto coniugale e la discesa nel baratro della Plath fino al suicidio.
Vorrei cominciare parlandovi della scrittura della Palmen: essa si articola il più delle volte in  passaggi ricchi di poetica, che delineano in modo nitido sensazioni ed emozioni. Il lettore sembra vivere sulla sua pelle la sofferenza e la paura della Plath, il senso di impotenza del marito, la visione di una tragedia inevitabile. 
Tuttavia altre volte l'autrice sembra così presa dall'infarcire il suo racconto con dettagli ampollosi, facendo largo uso di uno stile retorico e affettato - sicuramente al fine di fungere che sia davvero lo scrittore inglese a raccontare - da perdere di vista il fulcro della narrazione, e per di più la sensazione di empatia che si era venuta a creare. La situazione spiacevole, purtroppo, si ripete più e più volte, inficiando sicuramente la lettura.
Inoltre nel romanzo si fa spesso riferimento ad altri poeti, ad altri testi ed in generale alla creazione artistica. Essa è un po' il filo conduttore che lega tutto, in quanto buona parte dello sconforto di Sylvia Plath viene imputata alla sua insoddisfazione come scrittrice e al fulgente successo di Ted Hughes. Quindi si parla costantemente di ciò che entrambi componevano in determinati momenti della loro vita, di ciò che serve per dar voce al proprio io interiore, di ciò che, invece, blocca l'io poetico.
Pur consapevole che, un uomo davvero attanagliato dal senso di colpa e addolorato per la costante assenza del suo unico amore, non dovrebbe soffermarsi così tanto su esternazioni nozionistiche di tal sorta, devo ammettere di averle comunque apprezzate, in quanto interessanti in linea generale, ma soprattutto ben attribuibili al personaggio di poeta laureato.
Ora veniamo al punto dolente, quello che a mio parere è il vero difetto della storia, ossia aver deciso di chiamare i due protagonisti Ted Hughes e Sylvia Plath.
Capisco che la scelta di richiamarsi a nomi così altisonanti possa aver aiutato la Palmen nelle vendite - immagino che non avrebbe riscosso lo stesso successo nel caso di un'anonima coppia di un qualunque posto del mondo - tuttavia bisogna chiedersi quanto sia giusto mescolare realtà e finzione.
Purtroppo molti dati oggettivi sono stati stravolti o perlomeno visibilmente alterati, e tanti altri taciuti, pur di dar credito alla versione del marito ingiustamente accusato.
Mi sembra doveroso citare due tra gli esempi più eclatanti: l'aborto di Sylvia Plath e la gravidanza di Assia Wevill.
Per quanto riguarda la perdita del bambino della scrittrice, essa è appena nominata in una frase, e neppure in maniera chiara. 
E pensare che solo poche pagine prima la Palmen, tramite la voce di Ted Hughes ovviamente, aveva rimarcato più e più volte quanta importanza rivestisse la maternità per la Plath, il suo sentirsi finalmente completa e realizzata in veste di genitrice. 
Fatto sta che, immediatamente dopo, lei ha un aborto spontaneo, e questo evento - traumatico per ogni donna ma in particolare per chi è affetto da depressione - viene bellamente ignorato.
Strano, penserete. No, se consideriamo che, nella realtà, una fitta corrispondenza tra la Plath e la sua psicanalista, Ruth Barnhouse, ha rivelato che l'interruzione della gravidanza è stata molto probabilmente causata dalle ripetute violenze praticate da Hughes su sua moglie.
Ovviamente rivelare questo piccolo inconsistente particolare non avrebbe giovato alla causa del "marito amorevole/capro espiatorio della gente cattiva", d'altra parte affrontare l'argomento senza fare parola delle numerose lettere, sarebbe parso ancora più sospetto. Quindi un accenno veloce, giusto per toglierci il pensiero, e via.
Per la seconda questione, ovvero la dolce attesa di Assia Wevill, la donna con cui Ted Hughes aveva intrapreso una relazione clandestina per chi non lo sapesse, agli occhi dell'autrice del romanzo non è mai avvenuta.
La cosa più assurda è che questa sopraggiunge in concomitanza con il suicidio della scrittrice, che ne era per giunta al corrente, e molti - critici, biografi e amici - hanno visto in essa la causa scatenante. Mentre nel libro la gravidanza dell'amante non esiste, e si adduce invece tra i motivi del folle gesto nientepopodimeno che il cattivo tempo! Ma ci rendiamo conto?
Ora va bene tutto, la libertà di ogni autore, il diritto alla fantasia, e chi più ne ha più ne metta, ma teniamo ben presente che si sta parlando del suicidio reale di una persona reale.
Non di personaggi letterari che possiamo far agire come ci pare e piace. Non si può omettere ciò che non ci aggrada, e inventare di sana pianta ciò che avremmo preferito, in nome della sacra dea della letteratura. Non se i nostri personaggi sono esistiti per davvero!
A tal proposito occorre precisare che la Palmen, a termine del suo scritto, afferma di aver consultato molte biografie di Ted Hughes, nonché buona parte della sua produzione poetica, e in seconda battuta anche quella della consorte. A maggior ragione, in considerazione di ciò, pare inverosimile che le siano sfuggiti accadimenti così importanti, o che nessuna delle sue fonti li citasse.
Tralasciando adesso tutta questa controversia, il romanzo, indipendentemente da quanta verità racchiuda al suo interno, ha un forte impatto sul lettore, come potrete immaginare.
Si tratta di una lettura impegnativa, che prende molto a livello emotivo, e che proprio per questo motivo scorre lenta. Ogni tanto si sente il bisogno di staccare, per non sentirsi trascinati.
Più si va avanti, più si ha la percezione di essere travolti in un vortice, in un oceano di agonia e disperazione che, si sa già, avrà fine solo nel peggiore dei modi.
Più si va avanti, più si avvicina la data clou, l'addio a Sylvia: la poetessa, la scrittrice, la mamma, la moglie, la figlia, la donna.

Considerazioni:
Prima di iniziare questo libro, conoscevo la coppia Hughes-Plath solo per sentito dire. 
Sapevo della loro produzione poetica, pur non avendola letta, e conoscevo purtroppo la tragica fine della scrittrice.
Mentre leggevo il romanzo della Palmen, ho sentito l'esigenza di approfondire la mia conoscenza sui due autori e la loro storia d'amore.
Ho letto molto: biografie, interviste di amici e conoscenti, gli articoli dell'epoca e soprattutto le poesie di entrambi. Un po' per amor di verità, un po' per dovere - per poter dare un giudizio quanto più obiettivo possibile - un po' per curiosità.
Soprattutto a inizio lettura, ero stata catturata dalla folle alchimia fra i due, dalla fragilità di lei, e dal costante impegno del suo lui. Il loro vivere di poesia e passeggiate nella natura, viaggi improvvisati da un posto all'altro, cenacoli letterari, meditazioni e esplorazioni della psiche.
Ho subito sentito una forte empatia con entrambi i personaggi. Capivo il senso di responsabilità del giovane Ted nei confronti della sua innamorata, e la dedizione nel calmare i suoi nervi e lenire le sue angosce. E a maggior ragione provavo pena per la donna intrappolata in un incubo continuo, incapace di sfuggire da se stessa e trovare pace. 
Purtroppo, con il proseguire della narrazione la situazione cambia. Si pone sempre più l'accento sul comportamento amorevole dello scrittore - come se non fosse un esplicito dovere di un marito occuparsi del benessere della sua sposa - mentre gli eccessi d'ira e di gelosia della Plath, il più delle volte, non vengono più riportati come sintomi di una reale patologia, ovvero la depressione e il disturbo bipolare da cui era affetta, ma come meri tentativi di attirare l'attenzione.
Man mano Sylvia non è più la donna estrosa ma l'aguzzino che vuole tenere prigioniero il suo uomo, lontano da chiunque possa privarla dell'affetto a lei destinato, e lui rimane il marito premuroso pronto a giustificare ogni atteggiamento fuori dalle righe.
Ovviamente io non posso sapere come stessero realmente le cose, ma devo ammettere che mi è parsa una visione un tantino fuorviante, pendente tutta dalla parte maschile.
Se in principio della Plath si evidenziavano luci ed ombre, come è giusto che sia, in tutte le altre pagine il suo personaggio va alla deriva, diventando pura ossessione e deliri. Una ragazzina piagnucolosa, sempre aggrappata al suo prode guerriero.
Per giunta il tradimento del poeta viene giustificato dalla mancanza di libertà, quasi fosse una scelta obbligata, uno scenario provocato dalla stessa moglie, a causa dell'eccessiva gelosia, fino ad allora ingiustificata.
Inutile dirvi quanto io abbia odiato questa interpretazione, che fa degli uomini dei manichini nelle mani delle loro donne, incapaci delle loro scelte e delle loro azioni, e delle mogli delle megere incattivite.
E se pensate che sia finita qui, vi sbagliate, perché improvvisamente il tradimento e anche l'abbandono sono ulteriormente motivati come un favore nei confronti della Plath che - improvvisamente divenuta una donna forte, determinata e autonoma (quando fino ad un paio di pagine prima era l'esatto contrario) - avrebbe potuto finalmente liberare il suo io poetico.
Quanta generosità! Che uomo di buon cuore questo Ted Hughes -.-'
Che poi io vorrei capire come può un uomo innamorato, - perché così si professa fino all'ultimo il protagonista, nonostante le amanti - ben consapevole degli scompensi emotivi che un minimo gesto potrebbe causare nella moglie malata, arrivare addirittura a tradirla, senza pesare le eventuali conseguenze? Mah.
Va beh, scusate la lunga digressione, volta sostanzialmente a dirvi che non ho affatto gradito come è stato gestito dalla scrittrice questo ritratto di coppia, in quanto incoerente, e per di più non rispondente del tutto ai fatti. 
Addirittura il suicidio di Assia Wevill - divenuta in seguito la compagna effettiva di Hughes - avvenuto a pochi anni di distanza da quello della Plath e con la medesima modalità (incredibile ma vero), non viene mica ricondotto alle possibili angherie di un uomo forte e sicuro di sé nei confronti di donne instabili emotivamente (o perlomeno alla predilezione consapevole del poeta per donne evidentemente fragili). Ma no, si tratta ovviamente della vendetta post-mortem della malvagia Sylvia, che non poteva accettare che il suo amato avesse altre consorti dopo di lei!
Giusto per farvi capire la narrazione super partes ╯°□°)╯︵ ┻━┻

Nella morte mia moglie si rivelò - come mia Euridice e come artefatto letterario - un'avversaria più pericolosa che non in vita. 
Con una macabra attenzione per i dettagli, nel giro di sette anni la storia si era ripetuta, affinché io, sognatore lento ad apprendere, imparassi ad ogni costo una lezione. Poiché questo non era accaduto, mi privò un'altra volta della donna che mi stava a cuore, mi punì doppiamente portandomi via la figlia più piccola e, tre mesi dopo, anche mia madre.

Infatti, tenendo conto di queste cose, sono stata molto combattuta nell'esprimere un giudizio sul romanzo, in considerazione della storia in sé o della storia intesa come trama liberamente ispirata alla realtà. Nel primo caso il mio voto sarebbe stato decisamente più positivo ma, dopo essermi documentata approfonditamente, mi rendo conto di non poter soprassedere.
Mi spiace pensare che, chi ha dato per scontato che la versione della Palmen corrispondesse grossomodo alla verità, magari ha elaborato impressioni errate su tutta la vicenda, e quindi una simpatia spropositata per il marito e poca comprensione nei confronti di una donna descritta essenzialmente come eccessiva in tutto, costantemente avvilita e collerica.
Se l'autrice invece non avesse avuto la pretesa di raccontare la versione di una persona realmente esistita, o perlomeno avesse precisato di aver infarcito i fatti con particolari pretestuosi, non avrei avuto nulla da ridire. Certo, più leggevo e più mi ritrovavo e compatire la protagonista femminile e a detestare lui e il suo costante vittimismo - il contrario di ciò che avrebbe voluto la Palmen suppongo - ma non lo definirei un difetto, anche perché, forse proprio per questo motivo mi sono sempre sentita coinvolta nella storia. Il che è un bene.
Inoltre, devo ammettere che alcuni passaggi sono molto profondi e coinvolgenti, anche il mea culpa finale dell'anziano Ted, per quanto poco credibile.

Chiunque abbia perduto qualcuno, della morte conosce la pena del guardarsi a ritroso, la conta dei giorni e delle ore finali, il marcare nomi e stagioni con una croce nera, la consapevolezza quasi intollerabile che proprio quel lunedì, quel mese di maggio, quella primavera, quel Natale, siano stati gli ultimi vissuti dal proprio caro. 
E che lui stesso non lo sapesse, che nessuno lo sapesse. 
Ogni aprile intorno a Court Green vedo i narcisi rinascere a migliaia dalla terra, indifferenti al destino degli uomini, ciechi e inarrestabili nell'ubbidire all'istinto di aprirsi una via, dal buio sottosuolo verso la luce, per poter danzare nel vento come eleganti ballerine. 
E ogni anno penso al suo ultimo aprile, al modo in cui per la prima volta - e poi mai più - salutò con grida ammirate e insieme timorose quel dono giallo dorato di smisurata bellezza.

In generale posso dire di essermi sentita quasi sempre partecipe, talvolta anche troppo. Mi capitava di sentire l'esigenza di staccare e fare altro. Le tematiche trattate sono molto forti, e troppo comuni per non sentirsi toccati. Altre volte invece mi succedeva di fermare la lettura per mettermi a leggere qualche poesia di entrambi gli scrittori, per cercare di avvicinarmi al loro mondo.
In un modo o nell'altro devo ammettere che questa lettura, nonostante le pecche, mi ha lasciato un segno. Non è un caso se il romanzo "La campana di vetro", l'unico scritto in prosa della Plath, è già finito in wishlist.
Per di più, indipendentemente dai personaggi e il loro vissuto, credo sia utile, ed anche interessante per il lettore, affrontare la tematica della depressione e dei disturbi psichici in generale, di ciò che si prova vedendo la persona che ami finire nel tunnel, di ciò che si può fare per riuscire a salvarla, di ciò che si può fare per non sprofondarci dentro e di ciò che rimane quando è ormai troppo tardi.

Ringrazio la casa editrice Iperborea per avermi fornito una copia di questo romanzo

il mio voto per questo libro

mercoledì 25 settembre 2019

Recensione: “Kafka e la bambola viaggiatrice” di Jordi Sierra

Titolo: Kafka e la bambola viaggiatrice
Titolo originale: Kafka y la muneca viajera
Autore: Jordi Sierra
Editore: Salani
Data di pubblicazione: 25 agosto 2016
Pagine: 120
Prezzo: 8,50 €

Trama:
Durante la sua quotidiana passeggiata al parco Steglitz, Franz Kafka incontra una bambina, Elsi, in lacrime perché ha perso Brigida, la sua bambola. Colpito dall'intensità di quel dolore, l'autore della Metamorfosi si inventa una spiegazione bizzarra per consolare la piccola: Brigida è partita per un viaggio e lui, che è il postino delle bambole, il pomeriggio seguente le recapiterà una sua lettera...
Ispirato a un episodio reale della vita di Kafka, una storia sull'incontro fra il mondo degli adulti e quello dei bambini.

Recensione:
Quella che Jordi Sierra scrive in queste pagine è una storia dolce, resa ancora più tenera dalla consapevolezza che, in un certo qual modo, i fatti narrati sono davvero accaduti. Non sappiamo precisamente come, eppure in una giornata come tante, il famoso scrittore fu davvero commosso dal dolore di una bambina, e per lei, per consolare quel piccolo cuore inconsolabile, per risparmiargli un inutile dolore, si inventò una storia originale e fantasiosa.
Jordi Sierra prova con questo suo breve racconto a ricomporre la storia, questa storia, che non ha lasciato prove della sua esistenza se non nei racconti di Dora Dymant, quella che era stata la compagna dello scrittore nei suoi ultimi anni di vita.
Il nome della bambina, a cui Kafka scrisse per ben tre settimane, non si è mai saputo e, nonostante sia stata cercata, non si è mai arrivati a conoscere la sua identità, né le lettere sono mai state trovate.
Immaginate quale onore deve essere stato avere un opera di Kafka scritta tutta per sé!
Be’ Sierra mette in moto la fantasia e ricompone i pezzi di questa dolce favola, dà un nome alla bambina e la chiama Elsi, la descrive, le fa indossare dei graziosi abitini e le dà un’identità e una personalità forte e decisa. Sierra dà un nome anche alla sua bambola, la chiama Brigida e ci accenna il contenuto di qualche lettera, rendendoci partecipi delle meravigliose avventure che la bambola giramondo vive. Londra, Parigi, Vienna, Tokyo... l’intero mondo è nelle sue mani di porcellana.
Ma Sierra non fa solo questo, non si limita a rimettere insieme i pezzi di un puzzle perso per sempre, no, lui entra nella testa e nelle emozioni del protagonista.
Prova a spiegarsi e a spiegarci i sentimenti dello scrittore e cosa può averlo spinto a immergersi in quell'impresa così dolce e bizzarra.
L’idea che inizialmente arriva spontanea solo per mettere un freno a quel pianto straziante, diventa poi, giorno dopo giorno, un motivo di attesa e felicità. Lo scrittore, dapprima intimorito dal compito che andava ad intraprendere - scrivere cose per bambini, non l’aveva mai fatto, ci sarebbe riuscito? - diviene sempre più ansioso di inventare viaggi e avventure per Brigida.
Mettere i panni del postino delle bambole lo rende felice come non lo era da tempo, creativo e impaziente di mettere su carta ogni nuova idea.
Anche l’addio diviene un momento importante, un grande cruccio.
Kafka capisce che la storia deve interrompersi, che la bambola e la bambina devono prendere direzioni diverse. E qui Sierra non solo cerca di immaginare il pretesto che può aver spinto “la bambola” a dire addio alla sua bambina, ma anche i sentimenti che lo scrittore avrebbe provato nel mettere nero su bianco quell'addio.
Sierra immagina un Kafka che pian piano si affeziona alla bambina e che in punta di piedi impara a sognare attraverso i suoi occhi. È difficile dirle addio, è difficile dire addio a quel mondo sognante in cui è possibile credere a tutto, anche ad una bambola che viaggia per il mondo a velocità impressionanti, e in cui si ha piena fiducia nei grandi e in ciò che raccontano, anche se ti dicono di essere un postino che parla con le bambole.
Una storia tenera come una carezza, che forse dura troppo poco: mi sarebbe piaciuto avere più lettere da leggere, conoscere tutte le avventure di Brigida, ma capisco la volontà dello scrittore nel non voler inventare e ricamare più del dovuto.
Un libro piccino che consiglio vivamente a grandi e piccini, e consiglio ai grandi di leggerlo ai loro piccini, poiché il linguaggio con cui è scritto non è infantile, come non lo sono anche molti temi trattati nella storia, persino Brigida non si rivolge ad Elsi come se parlasse ad una bimba, seppur lo scrittore si sforzi al massimo delle sue forze nel tentativo di riuscirci.
In conclusione dico che, in un mondo che ogni giorno ci mette davanti a mille orrori, è bello vedere che le favole esistono davvero, che ci sono state, e sempre ci saranno persone che inventeranno storie magnifiche come questa per mettere fine alla sofferenza di un bambino.

il mio voto per questo libro

lunedì 23 settembre 2019

Recensione: "La casa nella prateria. Sulle rive del Plum Creek" di Laura Ingalls Wilder

Titolo: La casa nella prateria. Sulle rive del Plum Creek 
Titolo originale: On the Banks of Plum Creek
Autore: Laura Ingalls Wilder
Editore: Gallucci
Data di pubblicazione: gennaio 2016
Pagine: 213
Prezzo: 13,90 €

Trama:
La famiglia Ingalls comincia una nuova vita nel Minnesota. Mamma e papà lavorano sodo per costruire una casa e coltivare la terra, Mary e Laura cominciano la scuola e la piccola Carrie cresce a vista d'occhio. Le difficoltà e i pericoli sono tanti nella prateria, ma gli Ingalls li affrontano con tenacia e ottimismo.

Recensione:
Proseguono le avventure della famiglia Ingalls in questo secondo volume della serie "La casa nella prateria. Sulle rive del Plum Creek".
Avevamo lasciato la famiglia in viaggio dal Kansas (dopo aver abbandonato, in tutta fretta, la terra degli indiani), verso il più rigido Nord, e ora li troviamo appena giunti nel Minnesota, su un'ampia prateria sulle rive del Plum Creek, a pochi chilometri dal paese più vicino.
Gli Ingalls (il volenteroso e infaticabile papà Charles, la premurosa mamma Caroline, la docile e ben educata Mary, la più ribelle e avventurosa Laura e la piccola Carrie), sono pronti a rimboccarsi le maniche e ricominciare da zero in un nuovo posto che ha tutta l'aria di essere perfetto per la loro nuova casa: un enorme spazio verde adatto per il raccolto, il ruscello per la pesca, il paese vicino per mandare le bambine a scuola.
Ma per avere tutto questo bisogna sacrificare ancora qualcosa, così papà Charles è costretto a vendere i due fedeli cavalli Pet e Patty per compare il terreno, due buoi e una piccola casa sottoterra che fungerà loro da rifugio in attesa che Papà Charles costruisca la nuova casa.
Con tanta buona volontà, pazienza e accollandosi qualche debito, Charles acquista del buon materiale per mettere su una bellissima casa per le sue quattro donne.
Vere e proprie tavole tagliate a macchina, finestre con i vetri e una stufa!
Tutto sarà ripagato appena il raccolto sarà pronto, e gli Ingalls, ne sono certi, ne avranno a sufficienza per vivere come dei re senza più badare a far economia su tutto.
In una terra così grande e rigogliosa, nulla può andar contro le loro rosee previsioni.
Eppure, nonostante l'assenza degli indiani, altri eventi mineranno la serenità e i piani della nostra adorata famiglia e, questa volta, l'evento che destabilizzerà non solo gli Ingalls, ma l'intera prateria, e i paesi vicini, sarà la devastante invasione delle cavallette.
A pochi giorni dal raccolto, quando tutti i sogni erano lì, ad un passo dall'essere realizzati (i debiti da ripagare, i vestiti nuovi, il materiale e i libri per la scuola da comprare), una nube nera di cavallette investe e divora tutto ciò che incontra. 
Gli Ingalls e molti come loro, restano senza niente, e qui, forse per la prima volta, vediamo papà Charles sconfitto, incapace di trovare una soluzione, se non quella di andare via verso Est, a trovare lavoro nelle fattorie altrui.
E intanto le sue donne restano a casa, a badare alla fattoria, ai vitelli, a lottare con gli inverni rigidi e nevosi, a resistere al caldo afoso, alla siccità, e ad assistere inermi alla schiusa delle uova di quelle cavallette che, un anno prima, erano state la loro rovina.
Ma succedono tante altre cose in questo secondo capitolo della serie che racchiude ben tre Natali della famiglia Ingalls.
Mary e Laura cominciano ad andare a scuola, si confrontano con le loro coetanee, fanno amicizia, ma si ritrovano a fare i conti, forse per la prima volta nella loro vita, con la cattiveria e la presunzione di chi si crede migliore solo perché possiede più denaro.
Ed è una bambina, la loro compagnia di classe, Nellie Oleson, figlia del droghiere del paese vicino, che si divertirà a farle sentire inferiori, non ben accette, fuori luogo.
Fortunatamente Laura e Mary, grazie al loro buon carattere e innata allegria, riusciranno a farsi tanti amici, e la birbantella Laura si prenderà una piccola rivincita nei confronti della rivale.
Insomma, tre anni ricchi di avventure e sventure custoditi in questo libro che vede ancora una volta gli Ingalls vivere in simbiosi con la natura, vinti dalla sua forza ineluttabile, ma uniti più che mai e sempre pronti a farsi forza a vicenda, superare ogni ostacolo, stringere i denti e lottare, sopravvivere.
Li vedremo vivere, nonostante tutto, momenti di estrema felicità, essere grati per la più piccola cosa: dalla meraviglia per un dono inatteso, alla gioia di tuffarsi in un fiume o in una balla di fieno o semplicemente riconoscenti per essere ancora lì, tutti insieme.
Laura Ingalls con grande naturalezza e semplicità riesce a far immergere totalmente il lettore in ciò che descrive evocando bellissime e particolareggiate immagini del paesaggio, delle praterie sconfinate, delle bellezze, ma anche delle calamità, che ha in serbo la natura.
Descrive con vividezza le terribili tempeste di neve, che fanno davvero percepire il freddo, l'afoso calore estivo, che fa davvero mancare il respiro, o la terribile nube nera di cavallette, che toglie ogni speranza.
E altrettanta dedizione la dedica alla descrizione dei rapporti familiari, alla dolcezza con cui ognuno si prende cura dell'altro.
Una saga, questa, da cui il lettore esce sempre arricchito, come arricchiti ne escono i protagonisti, più forti e più uniti dopo qualsiasi avversità.

Considerazioni:
Leggere questa saga non si sta rivelando solo una bella scoperta, ma anche un tuffo di nostalgia verso i tempi andati. Mi fa ripensare ad alcuni momenti che ho vissuto in campagna da bambina, alla semplicità e alla spensieratezza della vita all'aria aperta, quando non serviva la tecnologia per divertirsi, ma bastava avere un prato da attraversare e aria nei polmoni per percorrerlo correndo.
Con Laura torno bambina e con lei amo affrontare ogni giorno nella prateria: le piccole sfide, le conquiste, i giochi, i lavori di casa.
Scuoto la testa divertita quando la mezzana di casa Ingalls disobbedisce ai genitori (perché lo spirito di avventura e la curiosità sono sempre più forti di lei), e combina qualche marachella o si infila in qualche pasticcio, o quando, addirittura, convince la obbediente sorella maggiore Mary ad infrangere le regole assieme a lei.
Ma in generale in Laura mi riconosco molto, e avrei voluto abbracciarla e spingerla a farsi valere di più quando mamma Caroline la costringe, senza tener minimamente conto dei suoi sentimenti, a dar via la sua preziosa bambola Charlotte (che Laura possedeva sin da quando era piccolina), per donarla alla piccola Anne, la figlia della vicina, per la quale la bambola non valeva altro che la soddisfazione di un effimero capriccio.
Mamma Caroline qui è stata ingiusta e scorretta, un comportamento insolito per lei.
Mette la figlia in difficoltà, accusandola di essere egoista solo perché la bambina voleva, giustamente, conservare e tenere con sé qualcosa a cui era molto legata.
Ecco, questa è una cosa di cui rimprovero, in generale, tutti i genitori, il non saper dare importanza ai sentimenti che i bambini provano per le loro cose.
Come se quelle cose avessero poco valore solo perché non ne hanno per loro. Ma per un bambino il suo gioco preferito è tutto, e da grande quel gioco sarà un ricordo prezioso.
Ho capito Laura, e in quel momento ho detestato Caroline, perché questa è una situazione che io stessa ho vissuto, e che (una volta cresciuta), ho rimproverato a mia madre, la quale, nel trasferimento, diede via il mio peluche preferito, nonostante le mie rimostranze. Come Laura dovetti ubbidirle, come lei non avevo voce in capitolo.
Be' mi sarebbe piaciuto che Laura mi vendicasse e che, diversamente da come feci io allora, dicesse a sua madre, "se ci tieni tanto a fare contenta quella capricciosa di Anne, dalle la tua preziosa pastorella di porcellana!".
Dubito che l'avrebbe ceduta volentieri, perché, per chissà quale motivo, le cose dei grandi (anche se trattasi di oggetti ugualmente futili), hanno sempre più diritto ad avere valore di quelle dei bambini.
Vi pare giusto?
Be' forse mi sono dilungata un po' troppo con questo discorso, ma avevo bisogno di sfogarmi XD
Nonostante questo episodio, ho adorato mamma Caroline come ho amato e mi sono affezionata ancor di più ad ogni membro della famiglia, persino papà Charles, che nel primo libro mi era parso eccessivamente severo e rigido, qui si mostra decisamente più tenero e dolce, più vulnerabile e meno invincibile.
Non vedo l'ora di leggere il capitolo successivo e scoprire cosa riserverà il futuro alla nostra cara famiglia che, alla conclusione di questo secondo capitolo della serie, non si è trasferita ma è rimasta nel Kansas a trascorrere, dopo l'ennesima avversità, il terzo dolce Natale.

Recensione capitolo precedente:
La casa nella prateria 


Ringrazio Gallucci Editore per avermi omaggiato di una copia cartacea di questo libro

il mio voto per questo libro

venerdì 20 settembre 2019

Sotto l'ombrellone #32



Più che sotto l'ombrellone, è ora di sotto l'ombrello :(
Nelle ultime settimane abbiamo avuto giornate di vero freddo e sporadici sprazzi di caldo estivo.
Con l'acquazzone ed il temporale di ieri e oggi, temo di dover dichiarare l'estate ufficialmente finita!
Tuttavia, eccoci qui con un nuovo (e molto probabilmente ultimo) appuntamento.
No, non siamo così pazze da andare a mare con la pioggia ma, come vi avevamo preannunciato nello scorso post, avevamo ancora qualche avvistamento da recuperare, risalenti ai giorni seguenti a Ferragosto.
Ecco quindi per voi il risultato della nostre più recenti missioni da detective...

♥ "Des philosophes & des herós" di Thibau Saint-Maurice

Lo conosco? No

L'ho letto? No

Identikit del lettore: 
ragazza sui diciassette/diciotto anni, alta, dal fisico asciutto e leggermente abbronzata. Portava capelli biondo scuro legati in una coda alta, e stava distesa su un telo mare blu, non molto distante dalla riva e all'ombra della scogliera sovrastante.

Costume da bagno: 
bikini arancione 

♥ "Io valgo di più" di Autori Vari

Lo conosco? No

L'ho letto? No

Identikit del lettore: 
donna sui quarant'anni, mora con caschetto mosso e pelle chiara.
Era distesa su un telo mare giallo, assieme alla figlia, e indossava grandi occhiali da vista.

Costume da bagno: 
bikini blu elettrico

♥ "La prossima rivoluzione" di Murray Bookchin

Lo conosco? No

L'ho letto? No

Identikit del lettore: 
ragazzo su 20 anni magro e abbronzato, dai capelli scuri, corti e ricci. Leggeva in piedi, non sappiamo per quale ragione, guardandosi intorno di tanto in tanto.

Costume da bagno: 
boxer nero 

♥ "La via di casa" di Louise Penny

Lo conosco? No

L'ho letto? No

Identikit del lettore: 
uomo sui sessant'anni, dai capelli brizzolati. Stava seduto su una seggiolina verde accanto alla moglie, anche lei libromunita.

Costume da bagno: 
boxer blu a fantasia 

♥ "Рим. Прогулки по Вечному городу" di Генри Мортон

Lo conosco? No

L'ho letto? No

Identikit del lettore: 
ragazza sui venti/venticinque anni, dai capelli biondi e la pelle molto chiara. Se ne stava semidistesa su uno scoglio a mo' di sirenetta.

Costume da bagno: 
boxer blu a fantasia 


♥ "The sun dog" di Stephen King

Lo conosco? Sì

L'ho letto? No

Identikit del lettore: 
signora sui cinquant'anni, burrosa e dalla pelle chiarissima ed i capelli biondo scuro. E' stata quasi sempre distesa su un telo arancio accanto al marito, impegnato nel frattempo nella lettura de "La via di casa" (vedi sopra).

Costume da bagno: 
bikini blu 

E questo è tutto!
Il freddo intenso ed improvviso che ci ha travolto ci spinge a pensare che sia tempo di dire arrivederci a questa rubrica. Se poi il bel tempo dovesse fare capolino, beh noi non ci faremo pregare e torneremo, in men che non si dica, sulle spiagge armate di bikini, crema solare (che serve sempre) e taccuini. Ma questo non c'era bisogno di dirvelo XD
Alla prossima ^-*

martedì 17 settembre 2019

Recensione: "Al di là del mare" di Lauren Wolk

Titolo: Al di là del mare
Titolo originale: Beyond The Bright Sea
Autore: Lauren Wolk
Editore: Salani
Data di pubblicazione: maggio 2019
Pagine: 314
Prezzo: 15,90 € (cartaceo) 8,99€ (ebook)

Trama:
Quando aveva poche ore di vita, Crow fu ritrovata in una vecchia barca che nella notte si era arenata sulla spiaggia: questa è la storia che le racconta Osh, il pittore, come una favola della buona notte.
Per dodici anni Crow ha vissuto con lui su un'isoletta circondata dal mare e dal cielo, come sotto un incantesimo selvaggio e felice, accudita dal ruvido affetto della signorina Maggie. Ma le mani di Osh e della signorina Maggie sono le uniche che l'abbiano mai toccata: sembra che gli altri abitanti stiano alla larga da lei, come se ne avessero paura.
Perché? Cosa si nasconde dietro le sue origini?
Una notte in cui vede divampare un misterioso fuoco nell'isola di fronte, Crow decide di scoprirlo, cominciando una ricerca che la porterà su sentieri assai più pericolosi del previsto, che sfideranno la sua identità e il suo senso di appartenenza, ma che le riveleranno cos'è davvero una famiglia.

Recensione:
Una storia che parla di mare, della ricerca della propria identità, di famiglia e di un passato misterioso, avvolto in un mare di nebbia, o meglio, sotto una coltre di terra e sabbia.
Quello che Lauren Wolk racconta in queste pagine, come lei stessa afferma, è un viaggio alla ricerca di se stessi e della felicità. E spesso le due cose si trovano lungo la stessa strada o, ancora più spesso, capita anche si ricerchino nonostante siano già ben presenti con noi, senza che ce ne accorgiamo.
È questo, più o meno, quello che succede alla dodicenne Crow. Nonostante la ragazzina sia perfettamente felice e soddisfatta della sua vita, fatta di poche cose e poche persone, sente che qualcosa le manca.
A prescindere dalla serenità che le dà la bellezza sconfinata del mare, della calma della sua isoletta, della particolarità della sua casetta sgangherata (che non sostituirebbe mai con nessuna reggia al mondo), dall'affetto incondizionato che Osh e la signorina Meggie provano per lei, a prescindere da tutto questo, qualcosa le manca terribilmente, le manca una parte di se stessa, della sua storia.
Crow non sa nulla del suo passato, chi è lei? Da dove viene? Chi l'ha messa su una vecchia scialuppa che imbarcava acqua in una sera d'estate? E perché lo ha fatto?
E perché tutti gli abitati di Cuttyhunk la tengono alla larga?
Sono tante le domande a cui la ragazzina desidera dare risposta e, una sera d'estate come le altre, un insolito fuoco acceso nella vicina isola di Penikese darà inizio ad una tumultuosa avventura che la porterà a molte risposte che cercava, e alla verità sulle sue origini.
I temi che la Wolk affronta sono tanti e profondi, unisce abilmente fatti reali e personaggi storici con avvenimenti e persone partorite dalla sua fantasia, dando vita ad una storia bellissima e toccante, gioiosa e allo stesso tempo triste, realistica e allo stesso tempo avventurosa.
La scrittrice affronta anche un argomento che mi ha sempre colpito molto, e che fa parte della realtà del passato delle isole Elizabeth, in particolare dell'isola di Penikese.
La piccola Crow, infatti, mentre è lì, che tempesta di domande e di "perché" Osh (l'uomo che l'ha trovata quando era ancora in fasce, piangente, in una barca mezza allagata) e la signorina Meggie (la donna dolce, materna e paziente, che ha aiutato Osh nel crescerla, sin da quando era stata ritrovata), scopre che il resto degli isolani della vicina Cuttyhunk la evita perché pensa che provenga proprio da Penikese, l'isola in cui, fino a pochi anni prima, erano confinati i malati di lebbra, nell'unico lebbrosario delle vicinanze.
Da qui, ovviamente, il desiderio della bambina di scoprire la verità sulle sue origini cresce a dismisura, inizialmente perché desidera solo mettere a tacere quelle dicerie e essere trattata e considerata alla stregua di tutti gli altri, ma poi perché sentirà quella strada così, prima così temuta, sempre più vicina a sé.
Con Crow, a poco a poco scopriamo pezzettini della sua storia, come un piccolo puzzle ricomponiamo i pezzi, e ci avviciniamo alla verità. La vediamo superare ostacoli di diverso genere: affrontare traversate da sola, mentire a chi ama, in un certo senso, anche egoisticamente, ferire i sentimenti di chi l'ha sempre cresciuta considerandola sua figlia, e affrontare nemici spietati e inaspettati.
Tutto pur di conoscere il suo passato, tutto pur di sapere da dove viene.
Una storia commovente, un nucleo familiare a cui non ci si può non affezionare e un'ambientazione meravigliosa che ci fa capire che la felicità è vivere dove desideriamo, essere chi vogliamo essere e, soprattutto, che la si trova se si vive con le persone a cui vogliamo bene.

Considerazioni:
Questo è il primo libro che leggo di Lauren Wolk, ma possiedo anche il suo primo romanzo "L'anno in cui ho imparai a raccontare le storie", di cui tempo fa avevo letto l'anteprima e mi aveva colpito e incuriosito sin dalle prime pagine. Successivamente quel libro mi è stato regalato, ma non l'ho ancora letto, posso solo dirvi che già dalle prime pagine avevo desiderato di proseguirlo e che anche quello ha come protagonista una ragazzina. E credo proprio che lo leggerò presto perché mi piace davvero tanto il modo di scrivere della Wolk, mi piacciono le ambientazioni che ricrea, i personaggi a cui dà vita, il modo delicato in cui descrive loro e i loro sentimenti.
Ecco, questa è probabilmente una delle cose che più ho apprezzato in questa storia.
L'amore che Osh dimostra alla sua bambina, perché sì, la considera sua, senza mai dirglielo apertamente, ma dimostrandoglielo in tutti i modi possibili. La libertà con cui le permette di ricercare il suo passato senza mai tarparle le ali, ma che non gli impedisce di mostrasi, di tanto in tanto, ferito dalla mancanza di delicatezza che la bambina dimostra per i suoi sentimenti.
Sia chiaro, non faccio una colpa a Crow, credo (non posso saperlo con certezza poiché non mi sono trovata nella sua situazione) che la voglia di scoprire le sue origini sia legittima (anche se, sinceramente, me l'aspetterei di più da una persona più adulta, forse una bambina di dodici anni - che vive in piena libertà vicino al mare - penserebbe ancora a giocare e a divertirsi, e non alle domande esistenziali ma, ripeto, non lo posso sapere, non avendo vissuto la sua situazione), ma da lei mi sarei aspettata un po' più di tatto, quando davanti ad Osh ripeteva , senza pensarci due volte, frasi come "non so chi è mio padre", "non ho una famiglia" ecc.
Però questo la rende semplicemente umana, una bambina che egoisticamente, ma in modo comprensibile, vuole tutto, tutto ciò che sente le sia stato tolto.
Ho adorato, nonostante i piccoli litigi e i musi lunghi, il rapporto tra i due, come ho adorato anche il personaggio della signorina Meggie.
I tre, insieme alla gattina Mouse, formano un delizioso quadretto familiare, che è impossibile non amare. Quattro esseri viventi che vivono di poco, di ciò che dà loro il mare e la terra e non vogliono nulla più, per essere appagati, che il bene l'uno dell'altro.
Come si potrebbe non essere felici così?
Chi sentirebbe il bisogno di qualcos'altro?
Poi la Wolk mi ha nuovamente conquistato con la triste storia del sanatorio e dei suoi degenti.
Il lebbrosario di Penikese, un pezzo di storia inserito in un racconto di fantasia, un modo per immaginare la vita di coloro che a Penikese, o in chiunque altro posto del mondo, hanno vissuto isolati perché colpiti da questa malattia.
Ricordo, e ve ne ho già parlato nella recensione di "Svegliami quando tutto sarà finito" di Robyn Schneider, che posti come quello, sanatori quindi, esistevano fino a pochi anni fa. L'ultimo Lebbrosario esistente in Italia, a Gioia del Colle, è stato chiuso giusto un po' di anni fa, e mi colpì tantissimo vederlo sulla mia strada durante un viaggio in macchina, qualche anno fa.
La visione di quel grande edificio, circondato da un enorme giardino e nascosto da alti alberi, mi portò proprio a pensare alla vita che doveva condurre chi era costretto a viverci. 
L'isola di Penikese, come dice la stessa autrice, era una prigionia necessaria per i malati che non potevano sfuggirgli, che non avrebbero potuto mai abbandonarla e per quelli che erano consapevoli avrebbero finito lì i propri giorni, ma era un posto totalmente diverso per quei turisti che vi si recarono successivamente negli anni, per brevi campeggi o gite estive.
Buffo e anche triste come il senso di un luogo possa cambiare così tanto a seconda del punto di vista di chi vi ha vissuto.
Se volete approfondire ulteriormente il tema dei sanatori vi invito a leggere anche il libro della Schneider, che lo ha affrontato con molta delicatezza e verità.
Per quanto riguarda, invece "Al di là del mare", penso sia il libro perfetto per concludere l'estate. 
Una bella storia, in cui si sente l'importanza imprescindibile dei legami e dei luoghi, malinconica e dolce come lo sono i tramonti di fine estate.

Ringrazio Salani per avermi inviato una copia cartacea di questo libro

il mio voto per questo libro

venerdì 13 settembre 2019

Recensione: "Alice nel Paese delle Meraviglie" di Lewis Carroll, illustrato da Helen Oxenbury

Titolo: Alice nel Paese delle Meraviglie
Autore: Lewis Carroll
Illustrazioni: Helen Oxenbury
Editore: Rizzoli
Data di pubblicazione: 25 settembre 2018
Pagine: 368
Prezzo: 24,90 €

Trama:
È una giornata d'estate come tante e la piccola Alice è distesa sotto un albero in giardino, accanto a sua sorella. Non riesce a sopportare la calura e neppure la noia di passare il pomeriggio a non far nulla. E mentre è intenta a cercare una qualche occupazione, ecco che vede sfrecciare davanti a lei un coniglio bianco munito di panciotto e orologio da taschino. Chi è, e dove sarà diretto?
Per scoprirlo, alla nostra Alice non resta che seguirlo ed imbarcarsi in una straordinaria avventura.

Recensione:
Un classico senza tempo, che ritrova nuovo fascino grazie ad un'affascinante edizione brillantemente illustrata.
Alice, la curiosa protagonista che, per seguire un bianconiglio dagli occhi rosei, viene catapultata in un mondo strampalato e bizzarro, è qui rappresentata come una comune bambina, un po' ribelle e spericolata, ma sicuramente moderna.
Il Paese delle Meraviglie lo conosciamo grossomodo tutti, già solo grazie alle sue famose trasposizioni cinematografiche, eppure chi non ha mai letto il libro potrà rimanere stupito nel vedere che la ragazzina confusa incontra sì il Brucaliffo, il Chesire Cat, il Cappellaio Matto, la Lepre Marzolina e La Regina di Cuori, ma anche tanti altri personaggi ugualmente capricciosi e bislacchi.
Alice, capitolo dopo capitolo, non fa che attraversare nuovi luoghi, finendo così per imbattersi in figure che, pur non essendole propriamente d'aiuto, le garantiranno un'avventura senza pari.
Un libro che non smette di sorprendere, che conquista con la sua originalità e fantasia.
E una protagonista strampalata che non fa che meravigliarsi, avventura dopo avventura, fino ad arrivare a mettere in discussione la sua stessa identità.
"Alice nel Paese delle Meraviglie" ha conquistato i lettori di tante generazioni negli anni, e non si fatica a capire il perché. Mentre si legge, non ci si può che domandare quale altra sorpresa riserverà la storia, quale stravagante scenario, quale singolare personaggio, quale dialogo estroso.
E proprio i botta e risposta, per quanto spesso fuori dalle righe ed enigmatici, risultano in realtà comici e divertenti, a causa della loro bizzarria.
Per non parlare poi delle illustrazioni, semplici ma dettagliate. La Oxenbury ha reso Alice una ragazzina come tante, catapultata in un mondo molto più grande di lei, una bimba spaesata e confusa, ma allo stesso tempo curiosa e coraggiosa.
In definitiva il libro di Lewis Carroll è uno di quei romanzi che bisogna assolutamente leggere almeno una volta nella vita. Quindi perché non cogliere non solo la bellezza di un racconto straordinario, ma anche di tanti bei disegni tutti da ammirare?

Considerazioni:
Lo confesso - non senza una certa vergogna a dire il vero - ma, fino a questo momento, non avevo mai letto "Alice nel Paese delle Meraviglie".
Più di una volta ero stata tentata, eppure ho sempre preferito dedicarmi ad altre letture e rimandare ad un momento più opportuno. Devo ammettere anche che parte della colpa è da imputare a Muriomu che, dopo averlo letto qualche anno fa, me lo aveva descritto come troppo illogico e confuso.
Ma quando sono venuta a conoscenza di questa nuova edizione ricca di illustrazioni, non ho saputo resistere. Quale occasione migliore per approcciarmi all'opera di Carroll, se non questa?
Inutile dire che sono rimasta piacevolmente sorpresa.
Il libro si distingue sia per l'originalità della storia che per la bellezza dei disegni.
Ovviamente ha anche dei difetti.
Ad esempio il personaggio di Alice, la quale non è proprio l'immagine della coerenza. Ha il più delle volte un comportamento irragionevole e irresponsabile (basti pensare al continuo giocare con le sue dimensioni, ora troppo alta, ora troppo bassa), che difficilmente potrebbe sposarsi con una situazione reale. Ciononostante la bimba, per quanto poco veritiera, ha attirato sin da subito la mia simpatia, anche grazie ai suoi discorsi senza capo né coda, che più di una volta mi hanno fatto sorridere.
Anche perché, trattandosi infine, solo di un buffo sogno, non ci si può di certo lamentare se la logica non è proprio al primo posto in tutta la vicenda.
Altra cosa che ho molto apprezzato, sono i personaggi, in particolar modo quelli che non conoscevo, come la falsa tartaruga, che mi ha fatto tanta tenerezza. A dire il vero mi è un po' dispiaciuto constatare che nel noto film d'animazione, non c'è stata menzione per nessuno di loro.
Che dire poi delle illustrazioni? Non avevo mai visto i lavori della Oxenbury, eppure mi ha stupito questa diversa rappresentazione di Alice. Non una ragazzina tutta in tiro, strigliata a lucido, ma una bimba scarmigliata e goffa, in cui tutti i piccini non potranno che riconoscersi.
In definitiva, se non avete ancora letto "Alice nel Paese Delle Meraviglie", non perdete questa occasione, perché il libro merita davvero. Mentre, se ne avete già una copia, sono sicura che riuscirete a trovare un posticino in libreria anche per questo gioiellino.  

Ringrazio la casa editrice Rizzoli per avermi fornito una copia di questo libro

Il mio voto per questo libro

lunedì 9 settembre 2019

Recensione: “Moriarty e il mistero del dodo” di Sofia Rhei

Titolo: Moriarty e il mistero del dodo
Titolo originale: El joven Moriarty. El mistero del dodo
Autore: Sofia Rhei
Illustrazioni: Alfonso Rodríguez Barrera
Editore: Rizzoli
Data di pubblicazione: febbraio 2019
Pagine: 223
Prezzo: 15,00 € 

Trama:
Può darsi che il nome James Moriarty vi sia familiare. Ebbene sì, è proprio lui, l'arcinemico giurato dell'investigatore più famoso del mondo, Sherlock Holmes. Ma com'era da piccolo James? Un bambino sveglio e intelligentissimo, forse non esattamente affettuoso, né tantomeno socievole, ma dopotutto, come dargli torto? Non dev'essere stato facile crescere con una sorella indisponente e perfettina come Arabella.
James e Arabella sono in eterna competizione. Arabella fa sfoggio di femminilità, gentilezza leziosa e un'irritante ruffianeria, mentre James, con l'aiuto del suo migliore amico John Watson - eh sì, proprio lui, elementare! - cerca di primeggiare con astuzia e malizia, anche a costo di finire sempre nei guai. 
L'arrivo dello zio Theodosius sarà il detonatore dell'ennesima sfida. Di ritorno da uno dei suoi viaggi porta con sé un uccello dodo, l'ultimo esemplare di una specie che si pensava estinta. Ma qualcosa va storto e durante la cena di benvenuto il pennuto scompare…

Recensione:
Quanti di voi si sono più volte intrattenuti con la lettura o la visione cinematografica delle avventure del famoso investigatore britannico, Sherlock Holmes e del suo fedele amico John Watson? Più o meno tutti, immagino.
Ma cosa ne pensereste di un romanzo interamente dedicato al suo arcinemico James Moriarty?
Sofia Rhei, autrice di questo romanzo, si è chiesta come dovesse essere Moriarty da bambino, e ha costruito attorno a lui un breve giallo per ragazzi, estremamente divertente e curioso.
James è un bambino arguto, competitivo e sprezzante. Molto diverso dalla maggior parte dei bambini della sua età. Non sopporta regole e imposizioni, odia le cose illogiche e insensate ma, ancor più, detesta perdere una sfida con la sua presuntuosa e antipatica sorella maggiore, Arabella.
Forse il suo carattere cosi distaccato e anaffettivo dipende proprio da questo. Sin da piccolissimo - così ci dice lui stesso - ha dovuto difendersi dai dispetti e dai continui agguati di Arabella.
James però, strano ma vero, ha un amico, un amico davvero impensabile, ovvero John Watson (proprio lui!), il figlio del giardiniere...
Ma non stupitevi, i nomi noti nel romanzo non finiscono qui, ed è stato davvero interessante scovare dei personaggi storici intrecciati alle vite di personaggi di fantasia.
L'avventura narrata in questo breve romanzo si svolge in un unico giorno, e ha inizio con l'arrivo a casa Moriarty dello zio Theodosius che, di ritorno da uno dei suoi viaggi per il mondo, porta con sé uno straordinario esemplare di un animale presumibilmente estinto: un dodo.
La scomparsa dell'animale durante la cena darà il via all'ennesima sfida tra i due fratelli, che cercheranno, ognuno tramite le proprie deduzioni, di svelare il mistero.
Fra gli ospiti in casa, sospettati del misfatto, ci saranno anche il naturalista e biologo Charles Darwin, il reverendo Dodgson (meglio noto come Lewis Carroll), il piccolo Jack Reaper, figlio del macellaio (colui che in futuro diventerà il famoso assassino seriale, noto alle cronache con il nome di "Jack lo squartatore").
Tra i bambini invece è da notare la presenza delle sorelle Liddell, Lorina, Edith e Alice (la famosa Alice che ispirò lo scrittore, anch'egli presente alla serata).
Un giallo umoristico per ragazzi, ricco di ironia e sarcasmo, che riporta ai classici del mystery inglese, arricchito dalle eleganti illustrazioni a china, dallo stile gotico dell'illustratore Alfonso Rodríguez Barrera.
Una lettura molto gradevole e divertente, in cui sicuramente non è l'indagine a fare da padrone (non ci sono indizi su indizi da raccogliere durante la lettura, o comportamenti troppo sospetti da individuare negli ospiti, la soluzione al mistero, infatti, viene svelata alla fine dalle sorprendenti deduzioni del protagonista, a cui difficilmente il lettore sarebbe riuscito ad arrivare grazie alla logica), ma che intrattiene piacevolmente e regala una visone di Moriarty e di Watson diversa da quella che siamo abituati a conoscere.

Curiosità:
Questo libro è il primo libro di una serie che ha come protagonista le avventure del giovane Moriarty.

Ringrazio Rizzoli per avermi omaggiato di una copia di questo libro

il mio voto per questo libro

lunedì 2 settembre 2019

Recensione: "Oceano mare" di Alessandro Baricco

Titolo: Oceano mare
Autore: Alessandro Baricco
Editore: Feltrinelli
Data di pubblicazione: 1 luglio 2013
Pagine: 224
Prezzo: 9,50 € 

Trama:
Molti anni fa, nel mezzo di qualche oceano, una fregata della marina francese fece naufragio. 147 uomini cercarono di salvarsi salendo su un'enorme zattera e affidandosi al mare. Un orrore che durò giorni e giorni. Un formidabile palcoscenico su cui si esibirono la peggior ferocia e la più dolce pietà. 
Molti anni fa, sulla riva di un qualche oceano, arrivò un uomo. L'aveva portato lì una promessa. La locanda in cui si fermò si chiamava Almayer. Sette stanze. Degli strani bambini, un pittore, una donna bellissima, un professore dal nome strano, un uomo misterioso, una ragazza che non voleva morire, un prete buffo. Tutti lì, a cercare qualcosa, in bilico sull'oceano. 
Molti anni fa, questi e altri destini incontrarono il mare e ne tornarono segnati. Questo libro li racconta perché, ad ascoltarli, si sente la voce del mare.

Recensione:
"Oceano mare" è un racconto onirico, una favola surreale, o meglio, una poesia in prosa che narra di sette persone in cerca di qualcosa, di una locanda a due passi dalla spiaggia, e del potere salvifico della natura e del silenzio.
Il romanzo, che teoricamente si articola in tre libri, distinti ma collegati tra loro - "La locanda Almayer", "Il ventre del mare", "I canti del ritorno" - ci trasporta istantaneamente in un'atmosfera magica al di là del tempo e dello spazio, in una terra di segreti appena sussurrati, di venti che soffiano perennemente da nord, di bambini consapevoli di cose, che nessuno gli ha mai rivelato.
I diversi personaggi arrivano uno per volta alla locanda Almayer - un luogo dimenticato dal mondo, quasi sconosciuto e deserto - con i loro bagagli, i loro segreti e le loro storie. Arrivano con delle colpe da espiare, dei compiti da portare a termine e, soprattutto, arrivano per guarire.
Quella sconfinata distesa d'acqua, che è in grado di sommergere tutto da un momento all'altro, di cancellare ogni orma e passaggio, di ferire brutalmente e persino uccidere, può, in effetti, con il solo rumore delle sue onde o l'immagine della sua quiete, salvare, se vuole e se glielo si permette, anche le anime più tormentate.
Ed è questo che offre la locanda Almayer ai suoi ospiti: una nuova possibilità per ricominciare da zero, dimenticare il passato, lasciar perdere il futuro, e vivere il presente, senza fretta, senza aspettative.
Ad Ann Deverià, eternamente divisa tra l'amore per il marito ed il desiderio dell'amante; a Bartlebloom che cerca la donna della vita e la fine dell'oceano; ad Adams, che medita vendetta e aspetta; al pittore Plasson che tenta di dipingere il mare con il mare; a Padre Pluche che non sa cosa vuole; e a Elisewin che invece sa di voler vivere, più di ogni altra cosa al mondo.
Le loro esistenze, così diverse eppure così profondamente simili, si intrecciano in quelle rustiche stanze, affacciate sulla spiaggia, e gestite da bambini curiosi e stranamente empatici. Come una matassa di fili annodati, i nostri nuovi amici si confrontano l'un l'altro, si raccontano e si aiutano, diventando, da un certo punto di vista, quasi una famiglia.
Un piccolo universo in cui regna la semplicità, in cui il tempo sembra scorrere eternamente o non scorrere affatto, scandito esclusivamente dalla marea, dal tramonto, dalla luna che si riflette nel buio.

Posata sulla cornice ultima del mondo, a un passo dalla fine del mare, la locanda Almayer lasciava che il buio, anche quella sera, ammutolisse a poco a poco i colori dei suoi muri: e della terra tutta e dell’oceano intero. 
Pareva - lì, così solitaria - come dimenticata. Quasi che una processione di locande, di ogni genere e età, fosse passata un giorno da lì, costeggiando il mare, e tra tutte se ne fosse staccata, una, per stanchezza, e lasciatasi sfilare accanto le compagne di viaggio avesse deciso di fermarsi su quell'accenno di collina, arrendendosi alla propria debolezza, chinando il capo e aspettando la fine. 
Così era la locanda Almayer. Aveva quella bellezza di cui solo i vinti sono capaci. E la limpidezza delle cose deboli. E la solitudine, perfetta, di ciò che si è perduto.

Ed un libro che, proprio come la marea, trascina il lettore, sempre più a largo, più lontano da casa e più vicino ai sogni. Questo grazie all'ambientazione, placida e rassicurante; ai protagonisti, così naïf, fuori dagli schemi e carismatici; e alla scrittura dell'autore, particolarissima, oserei dire unica nel suo genere.
Lo stile di Baricco, che avevo già avuto modo di sperimentare in "Novecento", o lo si ama o lo si odia. È magniloquente, al punto da sembrare, in alcuni tratti, persino lezioso, artificioso e manieristico.
Eppure una volta che si entra in confidenza con esso, se ci lascia guidare senza preconcetti, se si è capaci di andare al di là delle sovrastrutture e delle ridondanze, si scopre una semplicità nell'uso delle parole, e una capacità innata nel conferire ad ognuna di esse un preciso scopo e significato.
Ed è qui che si comprende la differenza tra una scrittura volutamente ricercata ed una inutilmente affettata. Baricco pare studiare in maniera dettagliata ogni frase da scrivere perché sa come modellare le lettere e renderle pura emozione. Solo grazie al suo lavoro certosino, il libro riesce a farci vedere sotto una nuova luce anche concetti ed immagini di vita quotidiana, quali possono essere un normalissimo bagnasciuga, un tramonto, una notte di luna piena.
E forse è questo il messaggio di "Oceano mare" in fondo, il riuscire a guardare lo stesso mondo di sempre con occhi diversi, il vivere il creato quasi fosse un miracolo, il presente come un eterno stato di pace e di possibilità.

Considerazioni:
Da anni rimando la lettura di questo libro. Ogni inverno mi riprometto di leggerlo in estate, e ogni autunno, puntualmente, rinnovo il mio buon proposito.
Quest'anno, complice anche una di voi che me l'ha nuovamente consigliato, ho deciso di fare il grande passo.
Inizialmente, devo dire la verità, sono rimasta un po' spaesata. Come accennavo prima, di primo acchito, il modo di scrivere di Baricco non mi aveva convinto. Eppure, già dopo poche pagine, forse anche grazie al tono surreale e sognante della storia, mi sono sentita letteralmente trascinare dalle parole, quasi fosse una musica.

Venivano dai due più lontani estremi della vita, questo è stupefacente, da pensare che mai si sarebbero sfiorati, se non attraversando da capo a piedi l’universo, e invece nemmeno si erano dovuti cercare, questo è incredibile, e tutto il difficile era stato solo riconoscersi, riconoscersi, una cosa di un attimo, il primo sguardo e già lo sapevano, questo è il meraviglioso - questo continuerebbero a raccontare, per sempre, nelle terre di Carewall, perché nessuno possa dimenticare che non si è mai lontani abbastanza per trovarsi.

Ho amato questo libro, per l'atmosfera di pace che ha saputo regalarmi, per i singolari personaggi che mi hanno fatto compagnia e a cui, in qualche modo, ho voluto bene, per i consigli, le perle di saggezza, e le lezioni di vita, disseminati qua e là in ogni pagina.
Partendo dal primo punto, il mare, o meglio l'oceano mare, è indubbiamente il grande protagonista, la cornice, il filo conduttore di tutta la narrazione. Il mare benigno che, come una madre, culla i bei sogni, ma anche il mare crudele che, come ne "Il ventre del mare", mette alla prova e rivela la vera natura delle persone.
L'acqua quindi come specchio che ci costringe a guardarci dentro e a non mentire, ma anche l'acqua che lava via i nostri peccati e ci permette di ripartire da zero.
Ogni descrizione della spiaggia e della locanda è stata, per me, una folata di aria pura. Chi vive in una località marittima, può capirmi se dico che, nelle parole di Baricco, ho riconosciuto quel senso di appartenenza di chi il mare, non solo lo vede, ma lo respira.
Di chi lo vive come se fosse casa sua.
La locanda Almayer poi sarebbe il posto perfetto in cui fermarsi a riposare, per un paio di giorni, di settimane o per una vita intera.
Un luogo che custodisce emozioni e sentimenti, che fa vibrare le corde del cuore e che libera le colpe e i rimpianti quasi fossero aquiloni.
Ho adorato le scene ambientate lì, al punto da temere che, con il secondo libro, quello stato di pace sarebbe andato perduto per sempre.
Ed in effetti il tono dei due libri successivi è molto diverso e, in alcuni frangenti, diametralmente opposto, eppure ciò che non è mai mancato è stato il coinvolgimento, la percezione di essere lì sulla scena, pienamente partecipi degli eventi (talvolta davvero cruenti).

Quella notte, e le altre che seguirono, non le voglio ricordare. Un meticoloso, sapiente macello. Più passava il tempo, più diventava necessario, per sopravvivere, essere in pochi. E loro, scientificamente, uccidevano. 
C’era qualcosa che mi affascinava in quella lucidità calcolatrice, in quella intelligenza senza pietà. Ci voleva una mente straordinaria per non smarrire, in quella disperazione, il filo logico di quello sterminio. Negli occhi di quest’uomo, che ora mi guardano come fossi un sogno, io ho letto, mille volte, con odio e ammirazione, i segni di un’orrenda genialità. 
Cercavamo di difenderci. Ma era impossibile. I deboli possono solo fuggire. E non si può fuggire da una zattera persa in mezzo al mare. 
Di giorno si combatteva contro la fame, la disperazione, la follia. Poi calava la notte e si riaccendeva quella guerra sempre più stanca, estenuata, fatta di gesti sempre più lenti, combattuta da assassini moribondi, e belve agonizzanti. 
All'alba, nuovi morti nutrivano la speranza dei vivi e il loro orrendo piano di salvezza.

Se da una parte ho apprezzato la dolcezza della prima parte, allo stesso modo sono rimasta toccata dalla durezza e dalla intensità della seconda parte e dalla nostalgia della terza. 
Per quanto riguarda la questione personaggi, devo ammetterlo, mi sono affezionata ad ognuno di loro: ai discorsi surreali eppur profondi tra il professor Bartlebloom e il pittore Plasson - chi aveva mai pensato che il mare avesse un inizio, una fine, o addirittura degli occhi? - alla matura seppur infantile Dira, ad Elisewin, la ragazza «troppo fragile per vivere e troppo viva per morire», a Padre Pluche, capace di dire sempre la cosa sbagliata al momento sbagliato, e persino alla sfacciata Ann Deverià e al vendicativo Adams/Thomas.
Per ciò che concerne Elisewin ho valutato molto positivamente la delicatezza con cui è stato delineato il suo disturbo, quello che oggi per noi è un comune attacco di panico, che secoli fa avremmo descritto come male di vivere o malinconia e che l'autore invece definisce come «una malattia, potrebbe esserlo, ma è qualcosa di meno, se ha un nome dev’essere leggerissimo, lo dici e già è sparito».
Più volte vengono elencati i sintomi, la paura totalizzante, la sensazione di precipitare nel vuoto più assoluto, eppure tale descrizione non assume toni estremamente tragici, sembra quasi una inevitabile afflizione di fronte all'imprevedibilità del caso.

Al primo piano della locanda Almayer, in una stanza che guardava verso le colline, lottava, Elisewin, con la notte. Immobile, sotto le coperte, aspettava di scoprire se sarebbe arrivato prima il sonno o la paura. 
Si sentiva il mare, come una slavina continua, tuono incessante di un temporale figlio di chissà che cielo. Non smetteva un attimo. Non conosceva stanchezza. E clemenza. Se lo guardi non te ne accorgi: di quanto rumore faccia. Ma nel buio... Tutto quell'infinito diventa solo fragore, muro di suono, urlo assillante e cieco. Non lo spegni, il mare, quando brucia nella notte. 
Elisewin si sentì scoppiare nella testa una bolla di vuoto. La conosceva bene quella segreta esplosione, invisibile dolore irraccontabile. Ma conoscerla non serviva niente. Niente. Se la stava pigliando, il male subdolo, strisciante - patrigno osceno. Si stava riprendendo quel che era suo. 
Non era tanto quel freddo che le filtrava da dentro, e nemmeno il cuore, impazzito, o il sudore dappertutto, gelido, o il tremore delle mani. Il peggio era quella sensazione di sparire, di uscire dalla propria testa, di essere soltanto indistinto panico e sussulti di paura. Pensieri come brandelli di ribellione - brividi - il volto irrigidito in una smorfia per riuscire a tenere gli occhi chiusi - per riuscire a non guardare il buio, orrore senza scampo.

Per ciò che concerne Bartlebloom invece sono rimasta un po' delusa. Avrei voluto per lui che, con estremo romanticismo, aveva scritto ogni giorno una lettera indirizzata alla donna del suo destino, un lieto fine. Purtroppo la sua immagine di visionario è stata, in ultima battuta, malamente sfruttata per creare dei divertenti siparietti (per chi ha letto il romanzo, mi riferisco all'incontro con le due gemelle), senza dare un degno riconoscimento ai suoi sforzi e all'immane pazienza dimostrata. Povero professore!

«Ha 38 anni, Bartleboom. Lui pensa che da qualche parte, nel mondo, incontrerà un giorno una donna che, da sempre, è la sua donna. Ogni tanto si rammarica che il destino si ostini a farlo attendere con tanta indelicata tenacia, ma col tempo ha imparato a considerare la cosa con grande serenità. Quasi ogni giorno, ormai da anni, prende la penna in mano e le scrive. Non ha nomi e non ha indirizzi da mettere sulle buste: ma ha una vita da raccontare. E a chi, se non a lei? Lui pensa che quando si incontreranno sarà bello posarle sul grembo una scatola di mogano piena di lettere e dirle 
— Ti aspettavo. 
Lei aprirà la scatola e lentamente, quando vorrà, leggerà le lettere una ad una e risalendo un chilometrico filo di inchiostro blu si prenderà gli anni - i giorni, gli istanti - che quell'uomo, prima ancora di conoscerla, già le aveva regalato. O forse, più semplicemente, capovolgerà la scatola e attonita davanti a quella buffa nevicata di lettere sorriderà dicendo a quell'uomo 
— Tu sei matto. 
E per sempre lo amerà.»

In realtà mi è spiaciuto leggere dell'epilogo non proprio sereno riservato anche ad altri di loro (non vi dirò chi), ma come sappiamo la vita non è mai giusta.
Senza soffermarmi su ogni protagonista, mi limito a dire che, in generale, tutti loro hanno un qualcosa che li rende bislacchi e poco verosimili. Ognuno ha una particolarità, taluni sembrano addirittura dotati di un qualche potere, nessuno rappresenta il vicino della porta accanto, pur portando dentro di sé un valido esempio di quell'umanità in crisi, che vacilla per non cadere. Risultano affascinanti proprio per questo, il loro essere un po' terreni e un po' mistici, in uno scenario che li accoglie a braccia aperte, con le sue sembianze di favola più che di vita vera.
Ritornando invece all'ultimo punto, le cosiddette "perle di saggezza", come dicevo prima, "Oceano mare" è capace di riscrivere frammenti di vita quotidiana in modo diverso da quelli cui siamo abituati, ricreando quelle piccole emozioni che ci animavano da bambini. Con il libro di Baricco prendono forma quelle domande che facevamo a mamma e papà da piccoli, e che ad oggi ci sembrerebbero puerili; quelle che ci faremmo ancora oggi se avessimo il coraggio di farle; quelle a cui non avevamo mai pensato prima di trovarle scritte nero su bianco.
A volte mi è sembrato che le pagine mi leggessero dentro, dando forma a riflessioni che avevo sempre elaborato, magari senza palesarle esplicitamente, altre volte hanno fatto sorgere in me pensieri nuovi di zecca.
Una cosa è certa, non guarderò più il mare allo stesso modo.
Non sentirò più la risacca delle onde senza pensare a Bartlebloom, non scorgerò una nave senza ricordarmi di Plasson, non ammirerò la luna che si riflette sull'acqua senza sperare che ci sia una locanda Almayer, nascosta da qualche parte, che aspetta solo di essere scoperta.

il mio voto per questo libro