venerdì 18 ottobre 2019

Recensione: “Hotel Bonbien” di Enne Koens

Titolo: Hotel Bonbien
Autore: Enne Koens
Illustrazioni: Katrien Holland
Editore: Camelozampa
Data di pubblicazione: maggio 2019
Pagine: 264
Prezzo: 13,90 € 

Trama:
Siri abita all’Hotel Bonbien, un piccolo albergo per viaggiatori di passaggio, per lei il più bel posto al mondo. Nell’anno del suo decimo compleanno, però, le cose si fanno complicate: i suoi genitori litigano sempre più spesso e l’albergo non va più così bene. Ci vorrebbe un miracolo per salvare la situazione. Il miracolo si materializza, ma in modo totalmente inaspettato...

Recensione:
“Hotel Bonbien” racconta la storia di Siri e della sua famiglia, anzi, è la stessa Siri a raccontarcela con la sua voce di bambina di dieci anni appena compiuti, una voce quindi non ancora adulta, ma neanche più bambina, che guarda al mondo con speranza, ma priva dell’ingenuità e costante positività tipica dei bambini.
La testa di Siri è un turbinio di pensieri e timori.
La sua famiglia gestisce un piccolo albergo nell’est della Francia, sulla N19, che per la ragazzina è tutto, è lì che è nata, ne conosce ogni angolo come le sue tasche, il profumo delle stanze per lei è il profumo di casa, e lì che è nata e lì vorrebbe vivere per sempre, ma negli ultimi tempi gli affari non vanno come dovrebbero.
I clienti scarseggiano e si trattengono sempre per brevi soste, del resto Hotel Bonbien è questo, un appoggio per i viaggiatori di passaggio, i guadagni non bastano e la struttura avrebbe bisogno di un bel rammodernamento.
La situazione, non troppo rosea, non fa che causare malumori, e le liti tra papà Octave (che si occupa della contabilità), e mamma Hilare (che si occupa della cucina), sono sempre più frequenti e furiose.
Anche Siri e suo fratello maggiore Gilles litigano sempre, ma questa per loro è la norma, ciò che preoccupa la piccola di casa sono le continue parole, gli insulti e le offese che si scambiano i suoi genitori... due persone così diverse che ancora si domandano perché si siano scelte.
Papà Octave uomo parsimonioso e serio, ossessionato dai conti e dal risparmio, e mamma Hilare energica e frizzante, cuoca eccellente che adora viziare i suoi ospiti con le sue leccornie a discapito degli introiti.
Lui accusa lei di non prestare attenzione alle spese, lei accusa lui di essere un noioso pappa molle.
E se si lasciassero? E se divorziassero?
Questi sono i brutti pensieri che affollano la testa della bambina e che la tengono sveglia, pensieri che mette a tacere fantasticando sui vari modi in cui la situazione potrebbe risolversi. Ci vorrebbe una bacchetta magica, solo quella potrebbe risolvere tutti i loro problemi.

«L’avevo già capito, ma adesso lo so con certezza: tutto va per il verso storto. Vado in camera mia con un peso nello stomaco e prendo un quaderno vuoto. Lo apro e scrivo: cose che possono salvare i miei genitori. E sotto: un servizio di piatti nuovi e tanti, tanti soldi. 
 E poi non mi viene in mente nient’altro. Resto seduta per un po’ alla mia scrivania e rileggo la lista. E all’improvviso vengo presa dallo sconforto. Perché capisco che non è abbastanza: ci vorrebbe qualcosa di molto più grandioso. Servirebbe almeno una fatina con la bacchetta magica per risistemare tutto. E so benissimo che non esiste davvero.»

È estate. La scuola è finita, Siri è in vacanza, le giornate scorrono più o meno tutte simili, arriva qualche cliente, si ferma una notte o due, arrivano famiglie con bambini, Siri stringe amicizia, ma ovviamente è costretta a salutare troppo presto i suoi nuovi amici e torna alla solita routine. Aiutare la mamma in cucina, raccogliere le uova, preparare i tavoli per le colazioni, giocare nel pomeriggio con la sua amica Sylvie.
Un pomeriggio, però accade qualcosa di diverso, anche spaventoso all'inizio, che porterà a delle conseguenze inaspettate, prodigiose e, aggiungerei, provvidenziali.
Forse la bacchetta magica di cui Siri aveva bisogno è arrivata, manifestandosi in modo decisamente strambo, in una modalità che non vi anticipo, ma che porterà l’intera famiglia a vivere un’avventura fuori programma... ma basterà questo imprevisto a sanare i contrasti familiari?
Chissà... non vi dico altro, ma vi invito a leggere questa deliziosa storia, in cui, tra una scaramuccia e l’altra, e tra una discussione e l’altra, emergono tanti frangenti di realtà familiare, tanta dolcezza e altrettanta verità condita da momenti esilaranti.
È bello, e anche molto autentico leggere di una ragazzina che teme per il proprio futuro, che ha paura che la sua famiglia si divida, che soffre vedendo i suoi genitori litigare e che non riesce a restare neutrale di fronte alle loro discussioni.
Siri vuole bene ad entrambi, pensa che la sua mamma sia la più buona del mondo e che il suo papà lo sia altrettanto, quindi proprio non riesce a capacitarsi di come le due persone a cui vuole più bene al mondo, le due persone a lei più care, non riescano ad andare d’accordo.
In Siri scopriamo una bambina sensibile e altruista, che non desidera grandi cose, lei ama la sua vita così com'è, non la vorrebbe diversa, non vorrebbe più vestiti, più giochi e neanche un albergo più lussuoso. Vorrebbe solo che tutto restasse così. La sua famiglia per sempre unita e serena. È questa la sua idea di felicità.
In lei, nei suoi desideri mi sono molto riconosciuta.
Enne Koens descrive una protagonista a cui è impossibile non voler bene, una famiglia simpatica a cui è facile affezionarsi, e una bella storia, resa ancora più particolare dall'ambientazione insolita (un albergo dove la gente va e viene, che ci permette di fare incontri anche bizzarri), e soprattutto ci invita a riflettere su quanto il dialogo e il confronto siano fondamentali e costruttivi in qualsiasi rapporto e quanto tenersi le cose dentro possa essere logorante e distruttivo, poiché spesso farlo permette alle piccole minuzie di crescere, ingrandirsi e diventare enormi buchi neri capaci di avviluppare tutto.
Un messaggio costruttivo, in una storia profonda e allo stesso tempo leggera.
A corredare il tutto le simpatiche illustrazioni dai tratti essenziali di Katrien Holland, che mi hanno ricordato, nello stile, quelle di Quentin Blake, storico illustratore dei romanzi di Roald Dahl.

Ringrazio Camelozampa per avermi fornito una copia cartacea di questo libro

il mio voto per questo libro

martedì 15 ottobre 2019

Recensione: "The Lock - Il patto della luna piena" di Pierdomenico Baccalario

Titolo: The Lock - Il patto della luna piena
Autore: Pierdomenico Baccalario
Illustratore: S. LeDoyen
Editore: Piemme
Data di pubblicazione: 17 novembre 2015
Pagine: 183
Prezzo: 15,00 €
Trama:
Per Pit e gli altri ragazzi è ormai chiaro: l'estate a Henley Creek è la più straordinaria delle loro vite. La grande battaglia è cominciata, e nessuno di loro può sottrarsi all'oscuro gioco legato al potere del fiume. Per le loro due squadre, però, ogni passo è un enigma: dove si svolgerà la seconda sfida? Possibile che l'unico modo per scoprirlo sia collaborare con i propri peggiori nemici? Tra inganni, alleanze e illusioni, un'incredibile caccia al tesoro porterà Selvaggi e Spietati a mettere in gioco tutto il loro coraggio. E questa volta il Popolo del Fiume non starà a guardare...

Recensione:
Avevamo lasciato Pit e i suoi amici spossati e confusi dopo il termine della prima sfida.
Ne "The Lock - I guardiani del fiume", infatti, i Selvaggi e gli Spietati si erano affrontati in un tumultuoso duello, che aveva visto la vittoria della prima squadra.
Il secondo libro, di cui vi parlo oggi, si apre con la successiva avventura da compiere.
Fortunatamente stavolta il racconto è più approfondito e non si limita a riportare il resoconto di una singola prova, ma di un'impresa più complessa che si articola in diverse fasi.
Questo aspetto non è da sottovalutare, perché permette all'autore di mantenere costantemente alto il clima di tensione, e a noi lettori di restare con la curiosità di ciò che potrebbe avvenire in futuro.
Inoltre, trattandosi essenzialmente di un racconto fantasy, il libro non può che trarre giovamento dell'inserimento nella storia di incarichi rischiosi, che prevedono una buona dose di scaltrezza, impegno e coraggio.
Il gioco, che ha come direttore il misterioso Popolo del Fiume, si basa sull'astuzia ed il lavoro di squadra. Bisogna sapere chi si ha accanto e di chi ci si può fidare.
Per di più i personaggi, che avevamo grossomodo imparato a conoscere, rivelano in questo  secondo capitolo nuovi aspetti della loro personalità. C'è chi rende ancora più palese l'agonismo e la tracotanza, come Jonny l'Acheo, il generale degli Spietati, e chi invece, come Cobacabana, rivela un'inedita lealtà.
Non mancheranno poi tranelli, colpi di scena, misteri da svelare, equivoci e anche un appassionante viaggio nei sentimenti.
C'è da dire poi che anche stavolta l'autore, con le sue minuziose ed originali descrizioni dei vari scenari, è riuscito a rendere la lettura vivida e coinvolgente. Non risulta difficile immaginare le diverse ambientazioni, che risultano sempre accattivanti e ricche di dettagli.
In definitiva con questo nuovo libro Baccalario ha pienamente confermato i punti di forza del capitolo iniziale, ovvero il mistero, la caratterizzazione dei personaggi, i suggestivi paesaggi, l'azione - per di più dando loro maggior risalto - e a superare l'unico difetto che avevo riscontrato nel corso della scorsa lettura, ovvero il focalizzarsi su un'unica prova.
Non mi resta altro da aggiungere se non che non vedo l'ora di ripiombarmi ad Henley Creek per scoprire cosa sta architettando davvero Il Popolo del Fiume, e quale nuova fantasiosa avventura ci aspetta.

Curiosità:
A gennaio 2018 è stata pubblicata una nuova edizione che racchiude, in un unico volume, la serie completa, composta dai seguenti titoli:

2. Il patto della luna piena
3. Il rifugio segreto
4. La corsa dei sogni
5. La sfida dei ribelli
6. Il giorno del destino


Ringrazio la casa editrice Piemme per avermi fornito una copia cartacea d questo romanzo

il mio voto per questo libro

martedì 8 ottobre 2019

Recensione: “I racconti di Boscodirovo. Storia d’estate” di Jim Barklem

Titolo: I racconti di Boscodirovo. Storia d’estate
Titolo originale: Summer story
Autore: Jim Barklem
Editore: Emme Edizioni
Data di pubblicazione: ottobre 2013
Pagine: 40
Prezzo: 4,90 € 

Trama:
Boscodirovo si trova sull'altra riva del ruscello, tra i campi. Se riuscite ad arrivarci, e osservate attentamente tra i rami e le radici aggrovigliate, potrete scorgere un sottile filo di fumo uscire da un minuscolo camino, oppure, attraverso una porticina aperta, vedrete una ripida scala che sale all'interno di un tronco d'albero. È qui che abitano i topolini di Boscodirovo.
In “Storia d’estate” conosciamo da vicino Papaverina Smeraldini e Polverino Farinelli, e un evento molto speciale che li legherà...

Recensione:
È piena estate e Boscodirovo brulica di vita.
I topolini che abitano l’altra riva del ruscello sono indaffarati nelle varie attività stagionali, raccogliere la frutta, preparare le marmellate e le confetture, e riempire le dispense per i mesi invernali.
Papaverina Smeraldini è la proprietaria della Latteria sulle sponde del ruscello.
Ogni giorno dopo il lavoro la topolina è solita rinfrescarsi vicino la ruota del Mulino godendosi gli spruzzi di acqua fresca.
Al Mulino lavora Polverino Farinelli, un simpatico topolino sempre infarinato dalla testa ai piedi.
Gli incontri dapprima casuali tra i due, diventano ben presto sempre più consueti, Polverino passa sempre più spesso dalle parti della Latteria, e Papaverina passa sempre più spesso dalle parti del Mulino, e un bel giorno i due si ritrovano ad annunciare a tutti gli amici il fidanzamento.
Ed ecco gli abitanti di Bosvodirovo tutti intenti nei preparativi di un meraviglioso ed emozionante matrimonio, nel quale non mancheranno simpatici contrattempi.
Jill Barklem scrive e illustra una storia deliziosa sotto ogni punto di vista.
Le tavole illustrate con tratti delicati ed eleganti mostrano un mondo in miniatura studiato nei minimi dettagli.
Il mulino, la panetteria, il banchetto nuziale, la natura rigogliosa.
Si potrebbe stare ore a perdersi nei minuziosi particolari che rendono incantevole e speciale ogni singola pagina.
“Storia d’estate” è un piccolo fascicoletto che racchiude una vera e propria opera d’arte.
Unica pecca? Le dimensioni del libro.
Non nego che avrei preferito vedere questa storia in un formato più grande che rendesse maggiore giustizia alle illustrazioni.
Io bramo da tempo la raccolta completa, che comprende le quattro stagioni di Boscodirovo e altre storie, in una bellissima edizione in formato grande e copertina rigida. Purtroppo risulta esaurita in tutti gli store, così per ora sto collezionando questi fascicoletti... ecco, una riedizione della raccolta succitata sarebbe assai gradita.

Considerazioni:
Il mondo di Boscodirovo comprende varie storie, questa è la prima che leggo.
Non so se esista un ordine preciso di lettura, se avrei dovuto cominciare dall’inverno con cui si apre ogni nuovo anno o se è indifferente. Da ciò che ho letto non mi è parso di essere entrata nel mentre di qualcosa che avrei dovuto conoscere.
La storia comincia con la presentazione del villaggio e con quella dei due protagonisti.
Non so se le altre stagioni verteranno sulle storie di altri personaggi (suppongo di sì), o se si concentreranno sempre sulle avventure dei neo sposi (che forse negli altri volumi non sono ancora sposati... chissà, vi farò sapere XD).
Per quanto mi riguarda mi aspettavo, e forse lo avrei anche preferito, che ogni stagione si fosse concentrata sulle attività di tutti i principali protagonisti di Boscodirovo, in modo da sapere cosa ogni personaggio è intento a fare durante ogni stagione dell’anno. Sicuramente anche gli altri (il signore e la signora Pomelli, la vecchia signora Smeraldini, l’amico Nasofino, l’intenditore di vini Basilio), avranno lavori da svolgere, eventi da organizzare, cose e famiglie di cui occuparsi che meritavano di essere raccontate.
Perché fare del matrimonio l’unico fulcro della storia?
Ecco, mi sarebbe piaciuto avere un quadro più completo del villaggio, e conoscere meglio i vari personaggi e che ognuno di loro fosse un po’ protagonista, a suo modo, di ogni stagione.
Certo, così la storia sarebbe stata più lunga, ci sarebbero state molte più illustrazioni... quindi siamo tutti d’accordo nel dire che sarebbe stata migliore sotto tutti i punti di vista XD

il mio voto per questo libro

mercoledì 2 ottobre 2019

Recensione: "La radice quadrata di un'estate" di Harriet Reuter Hapgood

Titolo: La radice quadrata di un'estate
Titolo originale: The square root of summer
Autore: Harriet Reuter Hapgood
Editore: Rizzoli
Data di pubblicazione: giugno 2018
Pagine: 366
Prezzo: 18,00 € 


Trama:
Il cuore di Gottie si è spezzato tre volte, e sempre d'estate. La prima quando Thomas, il suo migliore amico, se n'è andato senza dirle addio, la seconda quando l'amato nonno è morto, e la terza quando ha creduto di aver trovato il grande amore della sua vita per poi scoprire che era così solo per lei.
Gottie è diventata un'isola, da tutti circondata ma irraggiungibile, chiusa nel suo mondo di ricordi e di studi scientifici, per i quali ha un talento davvero fuori dal comune. Poi all'inizio di una nuova estate Thomas inaspettatamente ritorna e si trasferisce proprio nella stanza del nonno. La compresenza fisica di quei due cuori infranti incanta misteriosamente il mondo, e spalanca un tunnel temporale: Gottie inizia a oscillare fra le tre estati dei suoi cuori infranti, quella presente, quella appena passata, in cui è morto il nonno, e quella di tanti anni prima, in cui Thomas se n'è andato. All'inizio Gottie cerca di capire perché tutto ciò stia succedendo, cerca di trovare la radice quadrata dell'estate, ma presto capisce che non è importante: quello che conta è che riavvolgendo il tempo, le fratture nel suo cuore possano essere ricomposte, e guarite.

Recensione:
La vita di Gottie da quasi un anno va avanti per inerzia.
Poco a poco, giorno per giorno, la ragazza sempre allegra e vivace, amante della vita e della sua famiglia, appassionata di fisica e di matematica, si è estraniata da tutto, mettendosi silenziosamente in disparte e diventando spettatrice di un film di cui non è più protagonista.
La sua vita è stata costellata negli anni da perdite importanti che l'hanno profondamente segnata. La prima grande assente è stata sua madre, venuta a mancare poco dopo la sua nascita, la sua scomparsa precoce ha scombussolato l'equilibrio familiare, ma non Gottie che, per sua sfortuna, non ha mai avuto modo di conoscerla.
E poi ci sono stati gli addii, prima quello del migliore amico Thomas, trasferitosi in Canada all'improvviso; poi quello di Jason, il suo primo amore, anche lui sparito dalla sua vita senza dare troppe spiegazioni; e infine l'ultima perdita, quella risalente all'estate prima, quella che più l'ha scossa e dalla quale non è più riuscita a sollevarsi, la morte dell'adorato nonno Gray.
La sua scomparsa, anche questa improvvisa, come un tornado improvviso ha stravolto tutto, lasciando alle spalle solo le macerie della vita felice che un tempo era.
Ognuno ha cercato di gestire il dolore come ha potuto: il padre di Gottie si è rinchiuso nella biblioteca un tempo gestita da Grey, stando sempre meno a casa. Ned, il fratello maggiore di Gottie, è andato via dalla loro piccola città per studiare a Londra, e Gottie si è rintanata nel suo dolore, prigioniera di un senso di colpa che l'atterrisce e le impedisce di andare avanti.
Qualcosa di surreale però accade, qualcosa che Gottie non può cercare di ignorare come ha fatto con tutto ciò che l'ha circondata nell'ultimo anno.
Quando Thomas annuncia il suo ritorno in città, davanti agli occhi attoniti e stupiti della ragazza, iniziano ad apparire delle piccole zone d'interferenza, che si trasformano, con il tempo, in veri e propri wormhole, che la riportano, prima solo con i ricordi, ma successivamente anche fisicamente, a rivivere letteralmente i momenti salienti del suo passato, sia quelli belli che quelli brutti.
La ragazza, soprattutto nell'ultimo anno, non ha fatto altro che rimuginare sulle decisioni prese, sulle scelte fatte, chiedendosi spesso se le cose sarebbero potute andare diversamente.
Cosa fare ora che potrebbe davvero avere la possibilità di cambiarle?
Rivivere ciò che è stato, dire la parola giusta al momento giusto, fare la cosa giusta?
Ma Gottie conosce le regole della fisica, e lo prova direttamente sulla sua pelle, cambiare il passato, anche qualcosa di piccolo e apparentemente insignificante, può stravolgere il suo presente, quello che, nel bene e nel male, non vorrebbe cambiare.
"La radice quadrata di un'estate" è sicuramente un romanzo fuori dagli schemi, una deliziosa copertina che nasconde una trama originale, che può trarre in inganno.
Alla lettura delle poche righe che presentano il romanzo, infatti, si potrebbe pensare (a me è successo) che esso parli solo di "tuffi" nei ricordi, e non di viaggi temporali veri e propri.
E a questa scoperta un lettore potrebbe mostrare qualche titubanza o storcere il naso, perché, ammettiamolo, la fantascienza non è un terreno per tutti.
Chi non ne è particolarmente affascinato difficilmente riuscirà ad apprezzare questo libro, ma a maggior ragione chi la ama, lo apprezzerà ancora meno.
Dico questo perché il tema dei viaggi nel tempo non è mai un argomento semplice da affrontare, con i paradossi e le singolarità che ovviamente si vengono a creare, e l'autrice lo ha reso, se è possibile, ancora più strano e contorto.
Non ho apprezzato la sua scrittura, l'ho trovata prolissa, ripetitiva in alcune occasioni e poco chiara in altre (troppe).
Perdere il filo del discorso, perdersi nei pensieri della protagonista, nelle variazioni temporali causate dai viaggi, nelle intenzioni dell'autrice, è facilissimo.
I personaggi che si muovono all'interno delle pagine sono per lo più comparse che si muovono attorno alla figura di Gottie la sola e unica protagonista.
Una ragazza tormentata dal senso di colpa e dai numerosi rimpianti, che saranno, o forse dovrei dire sono stati essi stessi la causa della formazione dell'anomalia temporale nella sua vita.
Ma questo non è certo, poiché il paradosso vuole che Gottie abbia compiuto il suo viaggio nel tempo ancor prima dell'evento traumatico, in un circolo che non può essere interrotto, ma che è solo destinato a ripetersi.
L'idea del libro, in sé per sé, non è malvagia, ma mentirei dicendo che ne ho apprezzato l'esecuzione.
Salvo solo due cose, l'amore che Gottie prova per Grey, che avrebbe dovuto essere il fulcro della storia, ma di cui ci viene raccontato troppo poco, pochi aneddoti, pochi ricordi, un racconto sacrificato al desidero da parte dell'autrice di concentrarsi (ahimè) sulla classica storia d'amore.
E salvo il messaggio di fondo, quello che permane come sottofondo costante in tutta la  lettura: nonostante la possibilità di tornare indietro nel tempo, guardare gli eventi da un altro punto di vista, analizzarli e possibilmente cambiarli, resta la triste verità: la morte non ti prepara mai a dire addio, essa scava solo dei buchi nell'anima e nel cuore.

Considerazioni:
Come dicevo nella recensione, dubito che questo libro possa far impazzire di gioia chi non ama la fantascienza, ma ancor meno entusiasmerà chi ne è appassionato.
Io mi pongo nel mezzo, ovvero la fantascienza mi piace tanto quando è trattata in modo degno. Quando chi ne scrive riesce a farti appassionare al tema, rendendolo chiaro semplice e coerente.
Harriet Reuter Hapgood, purtroppo, non riesce in nulla di tutto questo.
Portare a termine questa lettura è stata una vera sfida, e se qualcosa di fantascientifico c'è in queste pagine è che il libro mi ha dato davvero la sensazione di essere infinito. Leggevo e leggevo eppure non arrivavo mai alla fine. Non riuscivo a vedere la luce in fondo al tunnel, ero intrappolata nel mio buco nero XD
Ammetto che avrei voluto abbandonarlo in più occasioni, ma la cosa va contro i miei principi, quindi ho centellinato la lettura alternandola con altre.
Oltre alla poca fluidità dei discorsi, alla poca chiarezza delle vicissitudini, e alla storia che non è riuscita ad appassionarmi, non sono riuscita ad affezionarmi a nessun personaggio. Questo dovuto al fatto che nessuno viene approfondito adeguatamente tranne quello della protagonista.
E anche lei non mi ha fatto troppa simpatia.
Sì, lo ammetto, c'è qualcosa in questa sua facoltà, in questo suo privilegio che le rende possibile viaggiare nel tempo, che la favorisce rispetto agli altri, che me l'ha resa antipatica.
Far intendere che questa sua peculiarità sia scaturita dal suo malessere e dal desiderio di tornare indietro nel tempo, e perciò rivivere o cambiare alcune cose, fa presupporre che ad ogni personaggio del libro potrebbe succedere la stessa cosa.
Sì insomma, perché lei? Cos'ha Gottie di diverso da qualsiasi essere umano? 
Non ha certo sofferto più di chiunque, non ha fatto qualcosa di orribile, si sente solo triste e colpevole come capita prima o poi a tutti, e come nel libro capita ad ogni componente della sua famiglia.
Quindi è proprio il presupposto che dà avvio alla questione "buchi neri" che a mio parere non trova una giustificazione coerente o verosimile, se di coerenza si può parlare in questi casi.
Una storia che avrebbe potuto avere un grande potenziale, rimasto purtroppo inespresso. In definitiva un gran peccato.

Ringrazio la Rizzoli per avermi omaggiato di una copia cartacea di questo libro

il mio voto per questo libro

lunedì 30 settembre 2019

Recensione: "Tu l'hai detto" di Connie Palmen

Titolo: Tu l'hai detto
Autore: Connie Palmen
Editore: Iperborea
Data di pubblicazione: aprile 2018
Pagine: 256
Prezzo: 17,00 € 

Trama:
Americana di nascita, figlia di immigrati tedeschi, Sylvia Plath si trova in Inghilterra con una borsa di studio quando conosce Ted Hughes: il loro è un amore immediato e dirompente che fin dall’inizio sembra proiettarli in una sfera magica: si sposano quasi subito, fanno due figli, e insieme vivono anni di grande lavoro e creatività, un’intesa e una simbiosi perfetta nella quale la vita, la poesia e l’arte sono inestricabilmente intrecciate. Ma all’improvviso tutto precipita e dopo essere stata tradita e lasciata da Ted, Sylvia si suicida in una fredda giornata di febbraio del 1963, mettendo la testa nel forno, quando aveva poco più che trent’anni. Lei viene subito considerata una santa e una martire, lui un traditore, un assassino – un’etichetta impietosa che gli rimarrà addosso per il resto della vita. 
Connie Palmen fa raccontare a lui la sua verità: Ted Hughes, il poeta, il marito, il colpevole. 

Recensione:
Ho finito questo libro da poche ore e ho subito sentito l'esigenza di mettere su carta le mie impressioni. Non ho ancora ben chiaro il mio giudizio in merito, in quanto ho apprezzato tantissimo molte parti, ma ho trovato inconcludenti o esagerati alcuni frangenti.
Come avete dedotto dalla trama, con questo romanzo l'autrice intendeva dare la parola a Ted Hughes, poeta laureato nonché marito della scrittrice, morta suicida, Sylvia Plath.
Dopo il tragico evento, l'uomo è stato additato come il colpevole, ragion per cui l'opera in oggetto offre uno scenario diverso, una versione dei fatti raccontata con una nuova prospettiva, quella del testimone sopravvissuto.
Il racconto inizia con l'idillio, il colpo di fulmine tra i due, l'amore travolgente e l'avventato matrimonio. C'è da dire che già in questa fase vengono delineate le prime ombre: gli incubi notturni e gli attacchi di panico che affliggono la giovane donna, da poco ripresasi dopo un primo tentativo di suicidio. 
Sylvia Plath viene infatti descritta come una donna fortemente disturbata, in perenne lotta con i suoi demoni e i suoi dolori (tra cui la morte improvvisa del padre), costantemente preda degli umori e del temperamento volubile. Affascinante e seducente, briosa e piena di vita nei giorni buoni, fragile e pavida come una bimba in quelli funesti.

Quanto più lei si attirava il disprezzo di tutti, tanto più sentivo il bisogno di proteggerla da un mondo ostile, e tanto più forte cresceva in me la convinzione di essere l'unico a conoscerla realmente. 
Solo io sapevo quale croce portasse, e che il nemico più pericoloso non stava in agguato dietro i muri delle loro case, ma era lei a covarlo come una serpe in seno.

Più si va avanti con le pagine, più il fragile equilibrio tende a vacillare: Ted Hughes, che nel frattempo ha raggiunto fama e successo, comincia a sentirsi in gabbia, intrappolato nel ruolo di infermiere e confidente, mentre la moglie che, al contrario di lui, non riesce a brillare nel lavoro, finisce per nutrire invidia e gelosia nei confronti del consorte.
Fino ad arrivare al punto di non ritorno: la relazione clandestina di lui, l'abbandono del tetto coniugale e la discesa nel baratro della Plath fino al suicidio.
Vorrei cominciare parlandovi della scrittura della Palmen: essa si articola il più delle volte in  passaggi ricchi di poetica, che delineano in modo nitido sensazioni ed emozioni. Il lettore sembra vivere sulla sua pelle la sofferenza e la paura della Plath, il senso di impotenza del marito, la visione di una tragedia inevitabile. 
Tuttavia altre volte l'autrice sembra così presa dall'infarcire il suo racconto con dettagli ampollosi, facendo largo uso di uno stile retorico e affettato - sicuramente al fine di fungere che sia davvero lo scrittore inglese a raccontare - da perdere di vista il fulcro della narrazione, e per di più la sensazione di empatia che si era venuta a creare. La situazione spiacevole, purtroppo, si ripete più e più volte, inficiando sicuramente la lettura.
Inoltre nel romanzo si fa spesso riferimento ad altri poeti, ad altri testi ed in generale alla creazione artistica. Essa è un po' il filo conduttore che lega tutto, in quanto buona parte dello sconforto di Sylvia Plath viene imputata alla sua insoddisfazione come scrittrice e al fulgente successo di Ted Hughes. Quindi si parla costantemente di ciò che entrambi componevano in determinati momenti della loro vita, di ciò che serve per dar voce al proprio io interiore, di ciò che, invece, blocca l'io poetico.
Pur consapevole che, un uomo davvero attanagliato dal senso di colpa e addolorato per la costante assenza del suo unico amore, non dovrebbe soffermarsi così tanto su esternazioni nozionistiche di tal sorta, devo ammettere di averle comunque apprezzate, in quanto interessanti in linea generale, ma soprattutto ben attribuibili al personaggio di poeta laureato.
Ora veniamo al punto dolente, quello che a mio parere è il vero difetto della storia, ossia aver deciso di chiamare i due protagonisti Ted Hughes e Sylvia Plath.
Capisco che la scelta di richiamarsi a nomi così altisonanti possa aver aiutato la Palmen nelle vendite - immagino che non avrebbe riscosso lo stesso successo nel caso di un'anonima coppia di un qualunque posto del mondo - tuttavia bisogna chiedersi quanto sia giusto mescolare realtà e finzione.
Purtroppo molti dati oggettivi sono stati stravolti o perlomeno visibilmente alterati, e tanti altri taciuti, pur di dar credito alla versione del marito ingiustamente accusato.
Mi sembra doveroso citare due tra gli esempi più eclatanti: l'aborto di Sylvia Plath e la gravidanza di Assia Wevill.
Per quanto riguarda la perdita del bambino della scrittrice, essa è appena nominata in una frase, e neppure in maniera chiara. 
E pensare che solo poche pagine prima la Palmen, tramite la voce di Ted Hughes ovviamente, aveva rimarcato più e più volte quanta importanza rivestisse la maternità per la Plath, il suo sentirsi finalmente completa e realizzata in veste di genitrice. 
Fatto sta che, immediatamente dopo, lei ha un aborto spontaneo, e questo evento - traumatico per ogni donna ma in particolare per chi è affetto da depressione - viene bellamente ignorato.
Strano, penserete. No, se consideriamo che, nella realtà, una fitta corrispondenza tra la Plath e la sua psicanalista, Ruth Barnhouse, ha rivelato che l'interruzione della gravidanza è stata molto probabilmente causata dalle ripetute violenze praticate da Hughes su sua moglie.
Ovviamente rivelare questo piccolo inconsistente particolare non avrebbe giovato alla causa del "marito amorevole/capro espiatorio della gente cattiva", d'altra parte affrontare l'argomento senza fare parola delle numerose lettere, sarebbe parso ancora più sospetto. Quindi un accenno veloce, giusto per toglierci il pensiero, e via.
Per la seconda questione, ovvero la dolce attesa di Assia Wevill, la donna con cui Ted Hughes aveva intrapreso una relazione clandestina per chi non lo sapesse, agli occhi dell'autrice del romanzo non è mai avvenuta.
La cosa più assurda è che questa sopraggiunge in concomitanza con il suicidio della scrittrice, che ne era per giunta al corrente, e molti - critici, biografi e amici - hanno visto in essa la causa scatenante. Mentre nel libro la gravidanza dell'amante non esiste, e si adduce invece tra i motivi del folle gesto nientepopodimeno che il cattivo tempo! Ma ci rendiamo conto?
Ora va bene tutto, la libertà di ogni autore, il diritto alla fantasia, e chi più ne ha più ne metta, ma teniamo ben presente che si sta parlando del suicidio reale di una persona reale.
Non di personaggi letterari che possiamo far agire come ci pare e piace. Non si può omettere ciò che non ci aggrada, e inventare di sana pianta ciò che avremmo preferito, in nome della sacra dea della letteratura. Non se i nostri personaggi sono esistiti per davvero!
A tal proposito occorre precisare che la Palmen, a termine del suo scritto, afferma di aver consultato molte biografie di Ted Hughes, nonché buona parte della sua produzione poetica, e in seconda battuta anche quella della consorte. A maggior ragione, in considerazione di ciò, pare inverosimile che le siano sfuggiti accadimenti così importanti, o che nessuna delle sue fonti li citasse.
Tralasciando adesso tutta questa controversia, il romanzo, indipendentemente da quanta verità racchiuda al suo interno, ha un forte impatto sul lettore, come potrete immaginare.
Si tratta di una lettura impegnativa, che prende molto a livello emotivo, e che proprio per questo motivo scorre lenta. Ogni tanto si sente il bisogno di staccare, per non sentirsi trascinati.
Più si va avanti, più si ha la percezione di essere travolti in un vortice, in un oceano di agonia e disperazione che, si sa già, avrà fine solo nel peggiore dei modi.
Più si va avanti, più si avvicina la data clou, l'addio a Sylvia: la poetessa, la scrittrice, la mamma, la moglie, la figlia, la donna.

Considerazioni:
Prima di iniziare questo libro, conoscevo la coppia Hughes-Plath solo per sentito dire. 
Sapevo della loro produzione poetica, pur non avendola letta, e conoscevo purtroppo la tragica fine della scrittrice.
Mentre leggevo il romanzo della Palmen, ho sentito l'esigenza di approfondire la mia conoscenza sui due autori e la loro storia d'amore.
Ho letto molto: biografie, interviste di amici e conoscenti, gli articoli dell'epoca e soprattutto le poesie di entrambi. Un po' per amor di verità, un po' per dovere - per poter dare un giudizio quanto più obiettivo possibile - un po' per curiosità.
Soprattutto a inizio lettura, ero stata catturata dalla folle alchimia fra i due, dalla fragilità di lei, e dal costante impegno del suo lui. Il loro vivere di poesia e passeggiate nella natura, viaggi improvvisati da un posto all'altro, cenacoli letterari, meditazioni e esplorazioni della psiche.
Ho subito sentito una forte empatia con entrambi i personaggi. Capivo il senso di responsabilità del giovane Ted nei confronti della sua innamorata, e la dedizione nel calmare i suoi nervi e lenire le sue angosce. E a maggior ragione provavo pena per la donna intrappolata in un incubo continuo, incapace di sfuggire da se stessa e trovare pace. 
Purtroppo, con il proseguire della narrazione la situazione cambia. Si pone sempre più l'accento sul comportamento amorevole dello scrittore - come se non fosse un esplicito dovere di un marito occuparsi del benessere della sua sposa - mentre gli eccessi d'ira e di gelosia della Plath, il più delle volte, non vengono più riportati come sintomi di una reale patologia, ovvero la depressione e il disturbo bipolare da cui era affetta, ma come meri tentativi di attirare l'attenzione.
Man mano Sylvia non è più la donna estrosa ma l'aguzzino che vuole tenere prigioniero il suo uomo, lontano da chiunque possa privarla dell'affetto a lei destinato, e lui rimane il marito premuroso pronto a giustificare ogni atteggiamento fuori dalle righe.
Ovviamente io non posso sapere come stessero realmente le cose, ma devo ammettere che mi è parsa una visione un tantino fuorviante, pendente tutta dalla parte maschile.
Se in principio della Plath si evidenziavano luci ed ombre, come è giusto che sia, in tutte le altre pagine il suo personaggio va alla deriva, diventando pura ossessione e deliri. Una ragazzina piagnucolosa, sempre aggrappata al suo prode guerriero.
Per giunta il tradimento del poeta viene giustificato dalla mancanza di libertà, quasi fosse una scelta obbligata, uno scenario provocato dalla stessa moglie, a causa dell'eccessiva gelosia, fino ad allora ingiustificata.
Inutile dirvi quanto io abbia odiato questa interpretazione, che fa degli uomini dei manichini nelle mani delle loro donne, incapaci delle loro scelte e delle loro azioni, e delle mogli delle megere incattivite.
E se pensate che sia finita qui, vi sbagliate, perché improvvisamente il tradimento e anche l'abbandono sono ulteriormente motivati come un favore nei confronti della Plath che - improvvisamente divenuta una donna forte, determinata e autonoma (quando fino ad un paio di pagine prima era l'esatto contrario) - avrebbe potuto finalmente liberare il suo io poetico.
Quanta generosità! Che uomo di buon cuore questo Ted Hughes -.-'
Che poi io vorrei capire come può un uomo innamorato, - perché così si professa fino all'ultimo il protagonista, nonostante le amanti - ben consapevole degli scompensi emotivi che un minimo gesto potrebbe causare nella moglie malata, arrivare addirittura a tradirla, senza pesare le eventuali conseguenze? Mah.
Va beh, scusate la lunga digressione, volta sostanzialmente a dirvi che non ho affatto gradito come è stato gestito dalla scrittrice questo ritratto di coppia, in quanto incoerente, e per di più non rispondente del tutto ai fatti. 
Addirittura il suicidio di Assia Wevill - divenuta in seguito la compagna effettiva di Hughes - avvenuto a pochi anni di distanza da quello della Plath e con la medesima modalità (incredibile ma vero), non viene mica ricondotto alle possibili angherie di un uomo forte e sicuro di sé nei confronti di donne instabili emotivamente (o perlomeno alla predilezione consapevole del poeta per donne evidentemente fragili). Ma no, si tratta ovviamente della vendetta post-mortem della malvagia Sylvia, che non poteva accettare che il suo amato avesse altre consorti dopo di lei!
Giusto per farvi capire la narrazione super partes ╯°□°)╯︵ ┻━┻

Nella morte mia moglie si rivelò - come mia Euridice e come artefatto letterario - un'avversaria più pericolosa che non in vita. 
Con una macabra attenzione per i dettagli, nel giro di sette anni la storia si era ripetuta, affinché io, sognatore lento ad apprendere, imparassi ad ogni costo una lezione. Poiché questo non era accaduto, mi privò un'altra volta della donna che mi stava a cuore, mi punì doppiamente portandomi via la figlia più piccola e, tre mesi dopo, anche mia madre.

Infatti, tenendo conto di queste cose, sono stata molto combattuta nell'esprimere un giudizio sul romanzo, in considerazione della storia in sé o della storia intesa come trama liberamente ispirata alla realtà. Nel primo caso il mio voto sarebbe stato decisamente più positivo ma, dopo essermi documentata approfonditamente, mi rendo conto di non poter soprassedere.
Mi spiace pensare che, chi ha dato per scontato che la versione della Palmen corrispondesse grossomodo alla verità, magari ha elaborato impressioni errate su tutta la vicenda, e quindi una simpatia spropositata per il marito e poca comprensione nei confronti di una donna descritta essenzialmente come eccessiva in tutto, costantemente avvilita e collerica.
Se l'autrice invece non avesse avuto la pretesa di raccontare la versione di una persona realmente esistita, o perlomeno avesse precisato di aver infarcito i fatti con particolari pretestuosi, non avrei avuto nulla da ridire. Certo, più leggevo e più mi ritrovavo e compatire la protagonista femminile e a detestare lui e il suo costante vittimismo - il contrario di ciò che avrebbe voluto la Palmen suppongo - ma non lo definirei un difetto, anche perché, forse proprio per questo motivo mi sono sempre sentita coinvolta nella storia. Il che è un bene.
Inoltre, devo ammettere che alcuni passaggi sono molto profondi e coinvolgenti, anche il mea culpa finale dell'anziano Ted, per quanto poco credibile.

Chiunque abbia perduto qualcuno, della morte conosce la pena del guardarsi a ritroso, la conta dei giorni e delle ore finali, il marcare nomi e stagioni con una croce nera, la consapevolezza quasi intollerabile che proprio quel lunedì, quel mese di maggio, quella primavera, quel Natale, siano stati gli ultimi vissuti dal proprio caro. 
E che lui stesso non lo sapesse, che nessuno lo sapesse. 
Ogni aprile intorno a Court Green vedo i narcisi rinascere a migliaia dalla terra, indifferenti al destino degli uomini, ciechi e inarrestabili nell'ubbidire all'istinto di aprirsi una via, dal buio sottosuolo verso la luce, per poter danzare nel vento come eleganti ballerine. 
E ogni anno penso al suo ultimo aprile, al modo in cui per la prima volta - e poi mai più - salutò con grida ammirate e insieme timorose quel dono giallo dorato di smisurata bellezza.

In generale posso dire di essermi sentita quasi sempre partecipe, talvolta anche troppo. Mi capitava di sentire l'esigenza di staccare e fare altro. Le tematiche trattate sono molto forti, e troppo comuni per non sentirsi toccati. Altre volte invece mi succedeva di fermare la lettura per mettermi a leggere qualche poesia di entrambi gli scrittori, per cercare di avvicinarmi al loro mondo.
In un modo o nell'altro devo ammettere che questa lettura, nonostante le pecche, mi ha lasciato un segno. Non è un caso se il romanzo "La campana di vetro", l'unico scritto in prosa della Plath, è già finito in wishlist.
Per di più, indipendentemente dai personaggi e il loro vissuto, credo sia utile, ed anche interessante per il lettore, affrontare la tematica della depressione e dei disturbi psichici in generale, di ciò che si prova vedendo la persona che ami finire nel tunnel, di ciò che si può fare per riuscire a salvarla, di ciò che si può fare per non sprofondarci dentro e di ciò che rimane quando è ormai troppo tardi.

Ringrazio la casa editrice Iperborea per avermi fornito una copia di questo romanzo

il mio voto per questo libro

mercoledì 25 settembre 2019

Recensione: “Kafka e la bambola viaggiatrice” di Jordi Sierra

Titolo: Kafka e la bambola viaggiatrice
Titolo originale: Kafka y la muneca viajera
Autore: Jordi Sierra
Editore: Salani
Data di pubblicazione: 25 agosto 2016
Pagine: 120
Prezzo: 8,50 €

Trama:
Durante la sua quotidiana passeggiata al parco Steglitz, Franz Kafka incontra una bambina, Elsi, in lacrime perché ha perso Brigida, la sua bambola. Colpito dall'intensità di quel dolore, l'autore della Metamorfosi si inventa una spiegazione bizzarra per consolare la piccola: Brigida è partita per un viaggio e lui, che è il postino delle bambole, il pomeriggio seguente le recapiterà una sua lettera...
Ispirato a un episodio reale della vita di Kafka, una storia sull'incontro fra il mondo degli adulti e quello dei bambini.

Recensione:
Quella che Jordi Sierra scrive in queste pagine è una storia dolce, resa ancora più tenera dalla consapevolezza che, in un certo qual modo, i fatti narrati sono davvero accaduti. Non sappiamo precisamente come, eppure in una giornata come tante, il famoso scrittore fu davvero commosso dal dolore di una bambina, e per lei, per consolare quel piccolo cuore inconsolabile, per risparmiargli un inutile dolore, si inventò una storia originale e fantasiosa.
Jordi Sierra prova con questo suo breve racconto a ricomporre la storia, questa storia, che non ha lasciato prove della sua esistenza se non nei racconti di Dora Dymant, quella che era stata la compagna dello scrittore nei suoi ultimi anni di vita.
Il nome della bambina, a cui Kafka scrisse per ben tre settimane, non si è mai saputo e, nonostante sia stata cercata, non si è mai arrivati a conoscere la sua identità, né le lettere sono mai state trovate.
Immaginate quale onore deve essere stato avere un opera di Kafka scritta tutta per sé!
Be’ Sierra mette in moto la fantasia e ricompone i pezzi di questa dolce favola, dà un nome alla bambina e la chiama Elsi, la descrive, le fa indossare dei graziosi abitini e le dà un’identità e una personalità forte e decisa. Sierra dà un nome anche alla sua bambola, la chiama Brigida e ci accenna il contenuto di qualche lettera, rendendoci partecipi delle meravigliose avventure che la bambola giramondo vive. Londra, Parigi, Vienna, Tokyo... l’intero mondo è nelle sue mani di porcellana.
Ma Sierra non fa solo questo, non si limita a rimettere insieme i pezzi di un puzzle perso per sempre, no, lui entra nella testa e nelle emozioni del protagonista.
Prova a spiegarsi e a spiegarci i sentimenti dello scrittore e cosa può averlo spinto a immergersi in quell'impresa così dolce e bizzarra.
L’idea che inizialmente arriva spontanea solo per mettere un freno a quel pianto straziante, diventa poi, giorno dopo giorno, un motivo di attesa e felicità. Lo scrittore, dapprima intimorito dal compito che andava ad intraprendere - scrivere cose per bambini, non l’aveva mai fatto, ci sarebbe riuscito? - diviene sempre più ansioso di inventare viaggi e avventure per Brigida.
Mettere i panni del postino delle bambole lo rende felice come non lo era da tempo, creativo e impaziente di mettere su carta ogni nuova idea.
Anche l’addio diviene un momento importante, un grande cruccio.
Kafka capisce che la storia deve interrompersi, che la bambola e la bambina devono prendere direzioni diverse. E qui Sierra non solo cerca di immaginare il pretesto che può aver spinto “la bambola” a dire addio alla sua bambina, ma anche i sentimenti che lo scrittore avrebbe provato nel mettere nero su bianco quell'addio.
Sierra immagina un Kafka che pian piano si affeziona alla bambina e che in punta di piedi impara a sognare attraverso i suoi occhi. È difficile dirle addio, è difficile dire addio a quel mondo sognante in cui è possibile credere a tutto, anche ad una bambola che viaggia per il mondo a velocità impressionanti, e in cui si ha piena fiducia nei grandi e in ciò che raccontano, anche se ti dicono di essere un postino che parla con le bambole.
Una storia tenera come una carezza, che forse dura troppo poco: mi sarebbe piaciuto avere più lettere da leggere, conoscere tutte le avventure di Brigida, ma capisco la volontà dello scrittore nel non voler inventare e ricamare più del dovuto.
Un libro piccino che consiglio vivamente a grandi e piccini, e consiglio ai grandi di leggerlo ai loro piccini, poiché il linguaggio con cui è scritto non è infantile, come non lo sono anche molti temi trattati nella storia, persino Brigida non si rivolge ad Elsi come se parlasse ad una bimba, seppur lo scrittore si sforzi al massimo delle sue forze nel tentativo di riuscirci.
In conclusione dico che, in un mondo che ogni giorno ci mette davanti a mille orrori, è bello vedere che le favole esistono davvero, che ci sono state, e sempre ci saranno persone che inventeranno storie magnifiche come questa per mettere fine alla sofferenza di un bambino.

il mio voto per questo libro

lunedì 23 settembre 2019

Recensione: "La casa nella prateria. Sulle rive del Plum Creek" di Laura Ingalls Wilder

Titolo: La casa nella prateria. Sulle rive del Plum Creek 
Titolo originale: On the Banks of Plum Creek
Autore: Laura Ingalls Wilder
Editore: Gallucci
Data di pubblicazione: gennaio 2016
Pagine: 213
Prezzo: 13,90 €

Trama:
La famiglia Ingalls comincia una nuova vita nel Minnesota. Mamma e papà lavorano sodo per costruire una casa e coltivare la terra, Mary e Laura cominciano la scuola e la piccola Carrie cresce a vista d'occhio. Le difficoltà e i pericoli sono tanti nella prateria, ma gli Ingalls li affrontano con tenacia e ottimismo.

Recensione:
Proseguono le avventure della famiglia Ingalls in questo secondo volume della serie "La casa nella prateria. Sulle rive del Plum Creek".
Avevamo lasciato la famiglia in viaggio dal Kansas (dopo aver abbandonato, in tutta fretta, la terra degli indiani), verso il più rigido Nord, e ora li troviamo appena giunti nel Minnesota, su un'ampia prateria sulle rive del Plum Creek, a pochi chilometri dal paese più vicino.
Gli Ingalls (il volenteroso e infaticabile papà Charles, la premurosa mamma Caroline, la docile e ben educata Mary, la più ribelle e avventurosa Laura e la piccola Carrie), sono pronti a rimboccarsi le maniche e ricominciare da zero in un nuovo posto che ha tutta l'aria di essere perfetto per la loro nuova casa: un enorme spazio verde adatto per il raccolto, il ruscello per la pesca, il paese vicino per mandare le bambine a scuola.
Ma per avere tutto questo bisogna sacrificare ancora qualcosa, così papà Charles è costretto a vendere i due fedeli cavalli Pet e Patty per compare il terreno, due buoi e una piccola casa sottoterra che fungerà loro da rifugio in attesa che Papà Charles costruisca la nuova casa.
Con tanta buona volontà, pazienza e accollandosi qualche debito, Charles acquista del buon materiale per mettere su una bellissima casa per le sue quattro donne.
Vere e proprie tavole tagliate a macchina, finestre con i vetri e una stufa!
Tutto sarà ripagato appena il raccolto sarà pronto, e gli Ingalls, ne sono certi, ne avranno a sufficienza per vivere come dei re senza più badare a far economia su tutto.
In una terra così grande e rigogliosa, nulla può andar contro le loro rosee previsioni.
Eppure, nonostante l'assenza degli indiani, altri eventi mineranno la serenità e i piani della nostra adorata famiglia e, questa volta, l'evento che destabilizzerà non solo gli Ingalls, ma l'intera prateria, e i paesi vicini, sarà la devastante invasione delle cavallette.
A pochi giorni dal raccolto, quando tutti i sogni erano lì, ad un passo dall'essere realizzati (i debiti da ripagare, i vestiti nuovi, il materiale e i libri per la scuola da comprare), una nube nera di cavallette investe e divora tutto ciò che incontra. 
Gli Ingalls e molti come loro, restano senza niente, e qui, forse per la prima volta, vediamo papà Charles sconfitto, incapace di trovare una soluzione, se non quella di andare via verso Est, a trovare lavoro nelle fattorie altrui.
E intanto le sue donne restano a casa, a badare alla fattoria, ai vitelli, a lottare con gli inverni rigidi e nevosi, a resistere al caldo afoso, alla siccità, e ad assistere inermi alla schiusa delle uova di quelle cavallette che, un anno prima, erano state la loro rovina.
Ma succedono tante altre cose in questo secondo capitolo della serie che racchiude ben tre Natali della famiglia Ingalls.
Mary e Laura cominciano ad andare a scuola, si confrontano con le loro coetanee, fanno amicizia, ma si ritrovano a fare i conti, forse per la prima volta nella loro vita, con la cattiveria e la presunzione di chi si crede migliore solo perché possiede più denaro.
Ed è una bambina, la loro compagnia di classe, Nellie Oleson, figlia del droghiere del paese vicino, che si divertirà a farle sentire inferiori, non ben accette, fuori luogo.
Fortunatamente Laura e Mary, grazie al loro buon carattere e innata allegria, riusciranno a farsi tanti amici, e la birbantella Laura si prenderà una piccola rivincita nei confronti della rivale.
Insomma, tre anni ricchi di avventure e sventure custoditi in questo libro che vede ancora una volta gli Ingalls vivere in simbiosi con la natura, vinti dalla sua forza ineluttabile, ma uniti più che mai e sempre pronti a farsi forza a vicenda, superare ogni ostacolo, stringere i denti e lottare, sopravvivere.
Li vedremo vivere, nonostante tutto, momenti di estrema felicità, essere grati per la più piccola cosa: dalla meraviglia per un dono inatteso, alla gioia di tuffarsi in un fiume o in una balla di fieno o semplicemente riconoscenti per essere ancora lì, tutti insieme.
Laura Ingalls con grande naturalezza e semplicità riesce a far immergere totalmente il lettore in ciò che descrive evocando bellissime e particolareggiate immagini del paesaggio, delle praterie sconfinate, delle bellezze, ma anche delle calamità, che ha in serbo la natura.
Descrive con vividezza le terribili tempeste di neve, che fanno davvero percepire il freddo, l'afoso calore estivo, che fa davvero mancare il respiro, o la terribile nube nera di cavallette, che toglie ogni speranza.
E altrettanta dedizione la dedica alla descrizione dei rapporti familiari, alla dolcezza con cui ognuno si prende cura dell'altro.
Una saga, questa, da cui il lettore esce sempre arricchito, come arricchiti ne escono i protagonisti, più forti e più uniti dopo qualsiasi avversità.

Considerazioni:
Leggere questa saga non si sta rivelando solo una bella scoperta, ma anche un tuffo di nostalgia verso i tempi andati. Mi fa ripensare ad alcuni momenti che ho vissuto in campagna da bambina, alla semplicità e alla spensieratezza della vita all'aria aperta, quando non serviva la tecnologia per divertirsi, ma bastava avere un prato da attraversare e aria nei polmoni per percorrerlo correndo.
Con Laura torno bambina e con lei amo affrontare ogni giorno nella prateria: le piccole sfide, le conquiste, i giochi, i lavori di casa.
Scuoto la testa divertita quando la mezzana di casa Ingalls disobbedisce ai genitori (perché lo spirito di avventura e la curiosità sono sempre più forti di lei), e combina qualche marachella o si infila in qualche pasticcio, o quando, addirittura, convince la obbediente sorella maggiore Mary ad infrangere le regole assieme a lei.
Ma in generale in Laura mi riconosco molto, e avrei voluto abbracciarla e spingerla a farsi valere di più quando mamma Caroline la costringe, senza tener minimamente conto dei suoi sentimenti, a dar via la sua preziosa bambola Charlotte (che Laura possedeva sin da quando era piccolina), per donarla alla piccola Anne, la figlia della vicina, per la quale la bambola non valeva altro che la soddisfazione di un effimero capriccio.
Mamma Caroline qui è stata ingiusta e scorretta, un comportamento insolito per lei.
Mette la figlia in difficoltà, accusandola di essere egoista solo perché la bambina voleva, giustamente, conservare e tenere con sé qualcosa a cui era molto legata.
Ecco, questa è una cosa di cui rimprovero, in generale, tutti i genitori, il non saper dare importanza ai sentimenti che i bambini provano per le loro cose.
Come se quelle cose avessero poco valore solo perché non ne hanno per loro. Ma per un bambino il suo gioco preferito è tutto, e da grande quel gioco sarà un ricordo prezioso.
Ho capito Laura, e in quel momento ho detestato Caroline, perché questa è una situazione che io stessa ho vissuto, e che (una volta cresciuta), ho rimproverato a mia madre, la quale, nel trasferimento, diede via il mio peluche preferito, nonostante le mie rimostranze. Come Laura dovetti ubbidirle, come lei non avevo voce in capitolo.
Be' mi sarebbe piaciuto che Laura mi vendicasse e che, diversamente da come feci io allora, dicesse a sua madre, "se ci tieni tanto a fare contenta quella capricciosa di Anne, dalle la tua preziosa pastorella di porcellana!".
Dubito che l'avrebbe ceduta volentieri, perché, per chissà quale motivo, le cose dei grandi (anche se trattasi di oggetti ugualmente futili), hanno sempre più diritto ad avere valore di quelle dei bambini.
Vi pare giusto?
Be' forse mi sono dilungata un po' troppo con questo discorso, ma avevo bisogno di sfogarmi XD
Nonostante questo episodio, ho adorato mamma Caroline come ho amato e mi sono affezionata ancor di più ad ogni membro della famiglia, persino papà Charles, che nel primo libro mi era parso eccessivamente severo e rigido, qui si mostra decisamente più tenero e dolce, più vulnerabile e meno invincibile.
Non vedo l'ora di leggere il capitolo successivo e scoprire cosa riserverà il futuro alla nostra cara famiglia che, alla conclusione di questo secondo capitolo della serie, non si è trasferita ma è rimasta nel Kansas a trascorrere, dopo l'ennesima avversità, il terzo dolce Natale.

Recensione capitolo precedente:
La casa nella prateria 


Ringrazio Gallucci Editore per avermi omaggiato di una copia cartacea di questo libro

il mio voto per questo libro