martedì 13 novembre 2018

Recensione: "Sal" di Mick Kitson

Titolo: Sal
Autore: Mick Kitson
Editore: Einaudi
Data di pubblicazione: 25 settembre 2018
Pagine: 240
Prezzo: 18,50 € (cartaceo)


Trama:
Nell'ultimo anno, Sal ha imparato molte cose. Sa come accendere un fuoco, scuoiare un coniglio, costruire un arco. Sa come proteggere la sorellina Pepa da quello che il mondo ha fatto a lei.
Sal ha pensato a tutto. Il coltello da caccia e gli scarponcini li ha comprati su Amazon con le carte di credito rubate. Ha preparato il kit del pronto soccorso, studiato le mappe delle foreste scozzesi e passato ore a guardare corsi di sopravvivenza su YouTube. Adesso è pronta.
Sal ha tredici anni, sua sorella Pepa solo dieci: due bambine che del mondo sanno già troppo. La mattina in cui scappano di casa si lasciano alle spalle una madre alcolizzata, un patrigno violento e un omicidio. Fuggono dalla brutalità quotidiana per trovare quiete e rifugio nei boschi, dove vivono in una capanna e si nutrono di tutto quello che riescono a cacciare. Perché Sal è in grado di sopravvivere in condizioni estreme, ma non ha idea di come vivere una vita normale.

Recensione:
Due sorelle costrette a crescere troppo in fretta e ad affrontare ciò che non si dovrebbe mai provare sulla propria pelle. Una ragazzina che non trova altra soluzione al suo dramma che fuggire via, lontano, dove nessuno la possa rintracciare.
Una storia intensa, cruda, che non lesina particolari agghiaccianti e che proprio per questo colpisce nel profondo. Un racconto vero, che parla dei dolori delle persone comuni di cui si legge talvolta sui giornali ma a cui non si presta mai molta attenzione. Perché Sal è una ragazzina persa, ma soprattutto una vittima silenziosa come tante che, dopo un'interminabile sofferenza, decide di tramutare la vergogna in forza, la rassegnazione in istinto di conservazione.
Sal sceglie di vivere, di ricominciare da zero, di salvare la sorellina dal suo stesso atroce destino. Pianifica tutto, la fuga e la sopravvivenza nel bosco. Lì si prende cura della piccola Pepa: le dà da mangiare, le insegna a pescare, la copre bene quando scende l'umidità ed il freddo, la protegge da chiunque le possa fare del male. D'altro canto, anche la bimba tutta chiacchiere ed entusiasmo, non fa che spegnere la malinconia e la continua apprensione della maggiore, con la sua spensieratezza e l'indistruttibile allegria.
Pepa e Sal sono molto diverse, due poli opposti oserei dire, eppure nessuna delle due potrebbe sopravvivere senza l'altra. In ogni pagina, indipendentemente dagli eventi descritti, si respira un intenso sentimento d'affetto, un legame indissolubile che non può essere spezzato.
Come avrete intuito, quella dipinta dall'autore è una storia straziante, che tocca argomenti importanti come la violenza sessuale, l'alcolismo o la delinquenza minorile, in modo diretto, senza filtri, senza attenuanti. Ma è soprattutto un inno alla vita, la celebrazione dell'amore tra sorelle ma anche di quello tra uomo e natura.
Scritto con un linguaggio semplice ma mai banale, il libro, anche grazie alla prosa super dettagliata, coinvolge dalla prima all'ultima pagina, rendendo partecipe il lettore e facendolo sentire parte attiva negli eventi.
Tutta la permanenza nei boschi è un tripudio di emozioni, un ripercorrere di piccoli ma significativi momenti come può essere una serata davanti al fuoco, un tramonto sulla montagna, il silenzio della neve, una corsa nel bosco, un incontro inatteso.

Adesso il sole era alto e splendeva attraverso gli alberi e il vapore si sollevava dalla legna in piccole volute bianche. C'era uno scintillio di brina sul bordo di foglie e rametti e il vento era calato e così il fumo saliva dritto fra gli alberi. C'era silenzio, solo il fuoco faceva shhh. Poi ho sentito gli uccelli e il gracchiare delle cornacchie. Nient'altro. 
Niente frastuono dalla strada o traffico o ruote. Niente tonfi o squilli. Niente tv. Nessuno che gridava.

Sal ci descrive per filo e per segno le sue giornate, le tecniche apprese ed il modo in cui le mette in pratica sul posto: la sveglia all'alba, la ricerca spasmodica del cibo, la costruzione della capanna e del caldo focolare e altro ancora. Ci fa fare un corso intensivo di sopravvivenza, e ci teletrasporta accanto a lei, sulla Magna Bra, in uno degli angoli più remoti e selvaggi della Scozia.
Ma non solo. La ragazzina ci guida nel suo cuore, rivelandoci le emozioni più profonde, la sofferenza del passato, la paura che qualcuno ponga fine al nuovo presente, la speranza di un futuro finalmente felice.
Leggere questo libro è come fare un viaggio dentro e fuori di noi, un ritorno alle origini, alle cose semplici e vere, all'importanza di scegliere il proprio destino, e di trovare la forza di cambiarlo.

Considerazioni:
"Sal" è un libro che parla di dolore ma soprattutto di rinascita, del potere che ha la natura di concedere una seconda possibilità alle sue creature sofferenti, di risanare le ferite aperte, di offrire il perdono ai cuori martoriati. 
Mick Kitson ha costruito una storia toccante e commovente, con delle protagoniste ben caratterizzate, piene di vita e di sfumature, a cui non ci si può non affezionare. 
Ho amato ogni singola pagina di questo libro. Più scorrevano le giornate nel bosco, più cresceva in me la voglia di fare i bagagli e catapultarmi in qualche metà sperduta.
Beh, non temete, l'idea di dover cacciare per sopravvivere, mi ha spinto a desistere!
Fatto sta che ho centellinato i capitoli proprio per prolungare la lettura il più a lungo possibile e non essere costretta a dire addio a questa affascinante ambientazione e ai suoi eccezionali personaggi.
E parlando proprio dei protagonisti, non posso che dirvi che ho adorato la forza di Sal, il suo essere pronta ad ogni evenienza, la capacità di non temporeggiare mai, nemmeno di fronte alla più grande delle sfide. Ho simpatizzato tutto il tempo per lei, la coraggiosa ragazzina che, nonostante la scorza dura, non fa che prodigarsi per la sorellina, la sua unica ragione di vita.
L'amore tra le due sorelle mi ha scosso: la loro voglia di stare insieme, nonostante le avversità, ma anche la paura di essere un giorno costrette ad affrontare il mondo da sole, sono il filo conduttore della grande fuga e dell'intero romanzo.
Naturalmente anche la piccola Pepa mi ha conquistato. Anzi, a dir la verità, se ho rivisto molto di me nello spirito di protezione di Sal, mi sono anche riconosciuta parecchio nella capacità di sdrammatizzare e nell'imperturbabile allegria della minore.
E che dire poi di Ingrid, la vicina di capanna delle due scappate di casa?
Una donna forgiata dalle avversità, con un passato di dolore ed una grande determinazione.
Lei sarà per le nostre amate protagoniste la madre che non hanno mai avuto, l'affetto sincero che hanno sempre desiderato.

Senza neanche accorgermene ho cominciato a piangere. Mi è venuto così all'improvviso ed era la prima volta che frignavo da quando avevo otto anni. Non so perché mi ero messa a piangere, e Pepa ha detto: - Sal... - 
Non singhiozzavo e non tremavo e non facevo nessun suono, mi scendevano solo le lacrime e sentivo nel petto un groppo enorme. Ingrid mi ha passato un braccio attorno alle spalle e Pepa mi ha preso la mano. 
Forse piangevo perché avevo ricevuto un regalo. Non ricordavo l'ultima volta che ne avevo ricevuto uno. Ed era un regalo così meraviglioso, non cioccolato o profumo o trucchi o un'altra cosa stupida. Era un cannocchiale, che è una delle cose migliori che puoi avere se sei una come me.

Le scene di vita quotidiana che vedono al centro le tre figure femminili hanno rappresentato per me il punto più alto del libro, il lieto fine che ci saremmo meritate.
Purtroppo il libro però, puntando sempre su ciò che può essere effettivamente credibile e più o meno veritiero, ci rifila un finale ben più amaro, forse fin troppo.
Tralasciando questo piccolo particolare che mi ha un po' contrariato, e qualche piccola mancanza per ciò che concerne la punteggiatura, non saprei trovare difetti a questo libro.
Forse qualcuno potrebbe trovarlo un po' troppo descrittivo e dettagliato - so che molti non amano le scene estremamente particolareggiate - eppure io ritengo che proprio l'analisi puntuale della vita nei boschi abbia dato un taglio più verosimile a tutta la vicenda e abbia permesso a me, per esempio, di immaginare chiaramente tutto ciò che veniva raccontato e di sentirmi pienamente coinvolta.
Non saprei cos'altro aggiungere se non che una storia come quella di Sal meritava di essere scritta e che merita assolutamente di essere letta.

Ringrazio la casa editrice Einaudi per avermi fornito una copia cartacea di questo romanzo

il mio voto per questo libro

lunedì 5 novembre 2018

Recensione: "Il cimitero senza lapidi e altre storie nere" di Neil Gaiman

Titolo: Il cimitero senza lapidi e altre storie nere
Titolo originale: M is for Magic
Autore: Neil Gaiman
Editore: Mondadori
Data di pubblicazione: febbraio 2009
Pagine: 224
Prezzo: 10,50 € (cartaceo)

Trama:
Nobody Owens cade dal melo ai confini del cimitero, e si imbatte in una misteriosa strega che lo soccorre. Jack incontra un troll sotto il ponte della ferrovia e da quel momento la sua vita sarà legata a un terribile patto di morte.
Un nobile cavaliere trova il Santo Graal nel salotto di una vecchina che non ha alcuna intenzione di spostarlo dal suo grazioso caminetto.
Tra l'horror, il fantasy e il giallo hard boiled, undici perle inedite per rabbrividire e sorridere.

Recensione:
Quale miglior modo di vivere l'atmosfera di Halloween, se non con una bella raccolta di storie nere?
Cosa c'è di meglio che starsene rintanati sotto le coperte, con la tempesta che infuria alla finestra, ed immergersi in tanti piccoli racconti del terrore?
Beh, niente direi. Peccato solo che il libro in questione sia più che altro una miscellanea che varia dal fantasy alla fantascienza, al giallo fino ad arrivare anche all'horror, sebbene in misurate dosi.
Prima di entrare nel vivo, vediamo da quali titoli è composta la raccolta:

♥ Il cimitero senza lapidi
 Il ponte del troll
 Non chiedetelo a Jack
 Come vendere il Ponte di Ponti
 Ottobre sulla sedia
 Cavalleria
 Il prezzo
 Come parlare con le ragazze alle feste
 Avis Soleus
 Il caso dei ventiquattro merli
 Istruzioni

Si tratta di dieci racconti e una poesia, tutte dal ritmo vario e dall'argomento ancora più diversificato. Il comune denominatore sono senza dubbio la fantasia e l'originalità, oltre alla capacità di far vivere al lettore delle piccole avventure, senza bisogno di grandi spostamenti.
Dall'incontro misterioso con un'affascinante strega fino a quello ben più pericoloso con un inquietante troll, dalla visita al Club dei Furfanti più esclusivo dei Sette Mondi fino al magico mondo dei cavalieri in cerca del Sacro Graal, in questo libro c'è un po' di tutto, o meglio, ce n'è per tutti i gusti!
Come lo stesso Gaiman dice nella prefazione, tra l'altro una delle più interessanti di sempre, il bello di questo genere di libri è che, se non ti piace un racconto, sicuramente ne troverai uno che fa al caso tuo.
E in effetti essendo la raccolta molto ricca di sfumature, è davvero difficile che non riesca ad incontrare il favore dei lettori.
Personalmente ho apprezzato quasi tutte le storie, ovviamente in modo diverso. Di alcune se ne può ammirare la morale, come nel caso de "Il ponte del troll", "Come vendere il ponte di Ponti", o "Avis Soleus", di altre l'atmosfera, come in "Il Cimitero senza lapidi" o "Non chiedetelo a Jack", in altre ancora i personaggi, e ne sono esempio "Ottobre sulla sedia" e "Cavalleria".
Altra cosa positiva è senza dubbio la concisione della narrazione: nel giro di poche pagine la trama giunge alla conclusione, ragion per cui non c'è bisogno di molto tempo per portare a termine la lettura. Anzi, questi raccontini sono perfetti per quando si ha pochi minuti a disposizione, ma non si vuole rinunciare al proprio passatempo preferito.

I racconti brevi sono minuscole finestre che si affacciano su altri mondi, su altre intelligenze e su altri sogni. Sono viaggi fino all'estremo opposto dell'universo che puoi fare con la certezza di essere di ritorno per l'ora di cena.

In generale l'impianto del libro non è niente male: è ben scritto, ed in linea di massima abbastanza appassionante (soprattutto la prima parte a dir la verità). Tuttavia presenta un difetto, come accennavo poc'anzi: di racconti propriamente neri non ce ne sono, solo vaghi accenni.
"Il cimitero senza lapidi" ad esempio, che fa da apripista, ed è in effetti una delle storie più belle, si avvicina al genere soprattutto per lo scenario descritto e per i personaggi, ma non si percepisce un senso di paura, più che altro di malinconia. Lo stesso vale per le disavventure di Donald (detto Torsolo), il protagonista di "Ottobre sulla sedia", in cui la pena e la solitudine solo verso il finale si trasformano in apprensione e timore.

Torsolo era un ragazzino di dieci anni, esile, con il naso che colava e un'espressione assente. Se aveste tentato di individuarlo in mezzo a un gruppo di ragazzi, avreste finito per sbagliarvi. Non era quello, era l'altro. Lì di fianco. Quello che era sfuggito al vostro sguardo.

Inoltre proprio la storia del bistrattato ragazzino (che prende avvio nel corso di un'adunata di tutti i mesi, da qui il titolo) si chiude sul più bello, senza una vera conclusione.
La medesima cosa accade con "Non chiedetelo a Jack", l'altra storia che, insieme a "Il prezzo" - racconto che ricorda vagamente "Il gatto nero" di Edgar Allan Poe - può essere inclusa, seppur vagamente, nella categoria "racconti del terrore".
Per il resto si parla di aneddoti sicuramente stravaganti, ma lontani dall'effetto che dovrebbe suscitare una raccolta così intitolata (non a caso in originale il nome è "M is for Magic", di certo meno fuorviante di quello italiano).
Quindi non leggetela ad Halloween, anche perché è già passato e dovreste aspettare un intero anno, ma leggetela quando vi va perché, per viaggiare con la fantasia, ogni momento è quello giusto.

Considerazioni:
Lo scorso anno, più o meno in questo periodo, iniziai "Il cimitero senza lapidi e altre storie nere" per entrare pienamente nel mood Halloween. Non avevo molto tempo da dedicare alla lettura, come ogni universitario in prossimità della sessione invernale, per cui scelsi di cominciare una raccolta piuttosto che un normalissimo romanzo. In realtà proprio la possibilità di interrompere il libro in qualsiasi momento, uno dei vantaggi delle storie brevi, mi spinse a procrastinare più e più volte e a perdere così il cosiddetto trait d'union, l'anello di congiunzione tra i diversi racconti.
Questo preambolo solo per dirvi che pochi giorni fa ho ricominciato dal principio l'opera di Gaiman con la ferma intenzione di recuperare le sensazioni che avevo lasciato a metà la volta precedente, e soprattutto di terminare la lettura una volta per tutte.
Come vi dicevo, sono rimasta piacevolmente stupita dal modo di scrivere dell'autore, capace di intagliare in modo dettagliato ambientazioni, percezioni, stati d'animo personaggi e gestualità.
Ovviamente non tutti i racconti hanno incontrato il mio gusto ma, devo ammettere, che nessuno di essi può, a mio giudizio, essere definito mal riuscito.
Non vi parlerò di ognuno, non preoccupatevi. Ci tengo però a dire due parole su quelli che più mi hanno appassionato.
Tra questi sicuramente "Il cimitero senza lapidi" che, giustamente, ricopre nell'edizione italiana un ruolo d'onore.
Per quanto lo scenario prescelto sia sicuramente inquietante, la storia al contrario ha il sapore di una favola gotica di Tim Burton, con una strega meno cattiva di quanto ci si aspetterebbe, e un ragazzino che ha fatto del soprannaturale la sua normalità.
Ho adorato la curiosità di Bod, il protagonista, e anche la sua strampalata e fantasmagorica famiglia. Ma soprattutto ho provato tanta compassione per la strega Liza ed il suo amaro destino.
Pur essendo, in linea di massima, solo un estratto del più lungo "Il figlio del cimitero", il racconto riesce nella duplice impresa di risultare autoconclusivo ed incuriosire al punto da sperare in un prosieguo.
Altra punta di diamante è senza dubbio "Non chiedetelo a Jack", una delle storie più accattivanti tra quelle incluse nella miscellanea. Sin dalle prime righe si percepisce un alone di mistero e pericolo, scaturito dall'allarmante presenza in soffitta del pupazzo in scatola Jack. Il presentimento, dapprima flebile, si accresce pagina dopo pagina. C'è da dire però che, nonostante la forte sensazione di qualcosa di malvagio in agguato, di concreto non accade nulla, o almeno esplicitamente non ci viene detto. Ammetto tuttavia che anche così, il racconto riesce nel suo intento di ammaliare e turbare. Quindi promosso.
L'ultimo di cui voglio parlarvi è "Ottobre sulla sedia" che narra grossomodo dei dodici mesi che, a scadenza regolare, si riuniscono per raccontarsi storie accanto al fuoco.
Da qui parte l'aneddoto di Ottobre che ha per protagonista il povero e incompreso Donald ed il suo commovente incontro con il fantasma Carissimo.
Mi sono affezionata in poco tempo ai due personaggi principali e ho sentito sulla mia pelle la sofferenza del ragazzino nel sentirsi sempre fuori posto nel mondo.
Anche la poesia posta a fine libro, la quale fornisce dei consigli di comportamento nel caso in cui ci si imbatta nel mondo delle fiabe - cosa che può sempre capitare - è davvero graziosa e con una bella morale.
In conclusione, nonostante io sia partita con alcune aspettative e queste siano state ahimè disattese, sono contenta di aver intrapreso questo viaggio perché, come dice lo stesso Gaiman in "Istruzioni":
  
Quando raggiungerai la casetta, 
il luogo da cui era cominciato il tuo viaggio, 
la riconoscerai, anche se ti parrà molto più piccola di come la ricordavi. 
Percorri il sentiero, e attraversa il portone del giardino che non avevi mai visto, se non una volta. 
E poi va' a casa. O costruiscitene una. Oppure riposa.

il mio voto per questo libro

sabato 3 novembre 2018

Monthly Recap... Ottobre 2018!



Salve avventori!
Un altro mese è finito, e con l'inizio di novembre iniziamo già a percepire l'aria di Natale e, a malincuore, anche il freddo intenso!
Ma prima di andare avanti e pensare alle prossime letture, mi sembra il caso di dare uno sguardo, tramite il Monthly Recap, a quello che è successo in questo mese e quindi anche alle nostre letture.
Cominciamo dalle recensioni, che potete ritrovare facilmente qui sotto, nel caso ve ne foste persa qualcuna. Basterà cliccare sulla copertina del libro per essere indirizzati alla relativa review.
In generale sono tutti romanzi che abbiamo apprezzato, anche se da alcuni titoli ci aspettavamo qualcosa in più, una narrazione più emozionante o più ricca di colpi di scena.


Le recensioni di ottobre





Passiamo ora alle letture a cui ci siamo dedicate negli ultimi trenta giorni.
Siamo liete di aver ritrovato il nostro ritmo abituale, dopo il consueto rallentamento estivo. Personalmente non ho divorato un libro dopo l'altro, ma li ho gustati a poco a poco, come a me piace fare. Anche perché, soprattutto quando i romanzi superano le aspettative, si ha poca voglia di chiuderli definitivamente. Meglio sorseggiarli lentamente, non credete?

Le letture di ottobre

"Giselle" di Charlotte Gastaut
"Sal" di Mick Kitson
"Dieci piccoli indiani" di Agatha Christie
"Il cimitero senza lapidi e altre storie nere" di Neil Gaiman
 "Il mistero della casa del tempo" di John Bellairs
 "Il tuo castello tra le nuvole" di Barbara Sophia Tammers
 "Le maschere di Pocacosa" di Claudio Morandini
 "Laurie" di Stephen King
 "Ecco il lupo" di Alexandre Rampazo
 "Madelief. I grandi, buoni giusto per farci il minestrone" di Guus Kuijer
 "L'orso" di Claire Cameron

Il bilancio è senza dubbio più che positivo. E' vero, alcuni libri hanno in parte deluso le aspettative, o perlomeno le hanno ridimensionate, ma altri romanzi invece, inaspettatamente, ci sono entrati nel cuore.
Tra tutti il titolo che vi segnalo come consiglio del mese: una storia intensa ed emozionante che ti cattura dalla prima all'ultima pagina. Un libro che non avrei mai voluto terminare.

Il consiglio del mese è...


"Sal" di Mick Kitson

Un libro commovente che parla di amore tra sorelle e della forza di andare avanti, sempre insieme, nonostante i dolori della vita.
Una storia che parla di seconde possibilità e rinascita, ma soprattutto della natura primitiva e incontaminata che, come una vera madre, offre le braccia alle sue creature ferite, bisognose di perdono, speranza, ma soprattutto amore. 



E per il momento è tutto!
Com'è invece il bilancio del vostro mese?
Quali libri vi hanno piacevolmente stupito e quali invece vi hanno deluso?

lunedì 29 ottobre 2018

Recensione: "Ecco il lupo" di Alexandre Rampazo

Titolo: Ecco il lupo
Titolo originale: Este é o lobo
Editore: Gallucci Editore
Data di pubblicazione: ottobre 2018
Pagine: 62 
Prezzo: 15,00 € (cartaceo)

Trama:
Con semplici parole e bellissime illustrazioni Alexandre Rampazo libera dai vecchi ruoli i più classici personaggi del nostro immaginario: Cappuccetto rosso, la nonna, il cacciatore, il principe, la principessa, i tre porcellini... 
Un libro sulla meraviglia dell’amicizia.

Recensione:
Poche pagine, poche parole e bellissime illustrazioni, per questo libro che si sfoglia via, via, con crescente curiosità e una piccola dose di inquietudine.
"Ecco il lupo" è un’opera affascinante e originale, il cui vero significato si scopre solo all'ultima pagina, rivelando una storia del tutto diversa da quella che si era immaginata, e differente anche da tutte le altre in cui la figura del lupo è solita essere rappresentata.
Perché, nonostante l'apparenza iniziale, qui cappuccetto rosso, la nonna, i tre porcellini, il cacciatore, il principe e la principessa non sono vittime della fame insaziabile di un mostro che non lascia scampo, no, sono vittime sì, ma solo dei loro preconcetti e delle loro granitiche convinzioni.
Sono questi i veri mostri della storia, le certezze ataviche che li portano a diffidare a prescindere di chi è stato sempre dipinto come cattivo.
Tutto questo è reso con la grande capacità delle immagini, più che delle parole.
Se alla prima pagina ci si ritrova davanti una grande ed inquietante figura nera, che sembra ingurgitare qualsiasi cosa gli passi davanti agli occhi, con lo scorrere delle pagine, però,  la figura diventa sempre più piccola, più lontana, più isolata, più sola.
Ed è proprio la solitudine la chiave della storia. 
Il bambino - l'ultima figura che si imbatte nel lupo - con la sua sensibilità guarda oltre l'apparenza e scopre, nel presunto nemico, un nuovo amico.
Una storia breve, ma intensa, in cui l'inquietudine crescente lascia spazio ad un sorriso.
Probabilmente il lettore alla chiusura del libro si renderà conto di essere lui stesso cascato nella trappola del pregiudizio (a me è successo), e si ritroverà con una morale della favola decisamente diversa da quella che si sarebbe aspettato.

Curiosità:
Nel 2017 "Ecco il lupo" è stato finalista per il riconoscimento letterario più importante del Brasile, il Premio Jabuti.
Le illustrazioni sono state anche selezionate per la Biennial of illustrations in Bratislava.

Ringrazio Gallucci editore per avermi fornito una copia cartacea di questo libro

il mio voto per questo libro

venerdì 26 ottobre 2018

Recensione: “Il mistero della casa del tempo” di John Bellairs

Titolo: Il mistero della casa del tempo
Titolo originale: The house with a clock in its walls
Autore: John Bellairs
Editore: DeA Planeta
Data di pubblicazione: 11 settembre 2018
Pagine: 176
Prezzo: 16,00 € (cartaceo) 8,99 € (ebook)


Trama:
Lewis Barnavelt ha dieci anni quando i suoi genitori muoiono e viene affidato alle cure del suo stravagante zio Jonathan, che non ha mai visto prima e di cui sa poco o nulla.
Ciò che aspetta Lewis, però, supera ogni immaginazione: una casa che nasconde passaggi segreti, sortilegi e illusioni, e uno zio che si dedica all'occultismo e alla magia insieme alla stravagante vicina.
Lewis si ambienta presto, ed è a suo agio nella nuova casa, ma la notte di Halloween commette uno spaventoso errore. Si cimenta in un incantesimo, riportando in vita la crudele e potente strega che abitava, molti anni prima, nella casa dello zio.
La donna aveva costruito, insieme al marito, un orologio stregato, capace di distruggere l'umanità intera, e lo aveva nascosto nelle mura della casa.
Ora toccherà a Lewis trovare l'orologio e, forse, salvare il mondo.

Recensione:
È una sera d’estate ventosa e tiepida, del 1948, quella in cui Lewis è su un vecchio autobus diretto verso New Zebedee, una cittadina ignota, come ignoto si presenta ai suoi occhi il suo futuro.
I suoi genitori sono morti da poco in un incidente stradale, e la sua custodia è stata affidata all'eccentrico zio Jonathan Barnavelt, un uomo che non ha mai visto, ma di cui ha sentito tanto parlare.
Le morigerate e zitelle zie non ne hanno fatto un quadro molto lusinghiero, descrivendolo come un fumatore e giocatore d’azzardo.
Ma quando il ragazzino se lo trova davanti agli occhi, non può che trovare conforto nel suo viso gentile, la barba rossastra e l’aria panciuta.
Certo, in lui riscontra anche qualche comportamento bizzarro, ma nulla di cui farsi cruccio.
L’enorme casa poi lo lascia davvero estasiato, una grande villa a tre piani, ricca di vetrate, esattamente la casa dei suoi sogni.
La prima serata trascorre in serenità, giocando a poker e mangiando biscotti con lo zio e la sua simpatica vicina di casa, la rugosa e sarcastica signora Zimmermann.
Durante la notte però, Lewis scopre un comportamento bizzarro dello zio. Lo vede aggirarsi per i corridoi, al buio, facendo Dio sa cosa.
I giorni successivi tutto torna nella norma, e Lewis trascorrere le sue giornate piacevolmente, curiosando in giro per le stanze dell’enorme villa, visitando i dintorni, e legando sempre più con lo zio e la sua strampalata vicina, che è solita viziarlo con dolcetti e abbondanti tazzoni di cioccolata calda.
Lewis, però, è sempre più deciso a scoprire cosa faccia suo zio nella notte, così una sera decide di spiarlo, ma viene subito sorpreso.
Lo zio però non se la prende, anzi gli confessa che sia lui che la signora Zimmermann si occupano di magia e incantesimi, e gli rivela anche il segreto che si nasconde tra le mura di quella enorme villa, e il perché del suo strano comportamento notturno.
Molti anni prima, in quella casa, viveva un uomo senza scrupoli, Isaac Izard, assieme a sua moglie Selenna, erano entrambi due potenti occultisti, con intenzioni poco raccomandabili.
L’uomo, a quanto pare, prima di scomparire, aveva nascosto un orologio stregato tra le mura della casa, e questo, da anni, continuava a ticchettare incessantemente, e a risuonare in ogni stanza della villa.
Zio Jonathan è ignaro dello scopo dell’ingranaggio, ma è sicuro che non può portare a nulla di buono. 
Così, ogni notte, vaga per la casa, di stanza in stanza, fermando tutti gli orologi della villa, per ottenere l’assoluto silenzio e cercare di scoprire, dove il meccanismo stregato si trovi esattamente e distruggerlo.
Lewis, però ha altre faccende per la testa, la scuola è iniziata e come sempre ha difficoltà ad ambientarsi e fare amicizia.
Viene escluso dai gruppetti, e ignorato per la maggior parte del tempo, così, quando inizia a fare amicizia con Tarby, il ragazzino più popolare della scuola, desidera fare di tutto per conquistarlo e restare nelle sue grazie.
Perciò, per stupirlo una volta per tutte, decide di rivelargli la verità su suo zio.
Purtroppo non tutto andrà come aveva sperato, anzi, questo desiderio di conquistare a tutti i costi l’amicizia del ragazzo, lo porterà a cacciarsi in grossi, enormi guai, di cui però non vi dico di più.
Un romanzo carino, leggero, e divertente.
I personaggi sono particolari e ben caratterizzati: lo zio gentile e un po’ nervoso, la vicina di casa premurosa e stravagante, “l’amico” Tarby egoista, crudele e vigliacco e, il protagonista, Lewis, un ragazzino timido, pieno di insicurezze, troppo sensibile e bisognoso di affetto.
Una trama abbastanza avvincente e originale. La questione del misterioso orologio stregato nascosto nelle pareti, il suo inesorabile ed inquietante ticchettio, il timore e la curiosità di scoprire ciò che avverrà... tutto invoglia alla lettura, che si esaurisce anche troppo in fretta.
Se devo trovare un difetto a questo romanzo, che sottolineo essere un romanzo per ragazzi (niente di troppo inquietante), è la sua brevità, soprattutto sul finale che si chiude in modo decisamente frettoloso.
Nel momento in cui qualsiasi lettore si aspetterebbe il vero scontro, la vera battaglia, la lotta, l’azione, tutto termina "alla tarallucci e vino”, per dirla in parole povere.
Avrei gradito, anzi credo che il romanzo stesso avrebbe meritato, una chiusa differente. Più degna di nota. Ciò non toglie che questa resta una piacevole lettura per ragazzi.

Considerazioni:
Forse non tutti sapete che questo romanzo - di cui state probabilmente sentendo tanto parlare ultimamente, grazie alla trasposizione cinematografica di prossima uscita, e alla conseguente nuova pubblicazione da parte di DeA Planeta - era stato già pubblicato in Italia nel 1973, in un'edizione illustrata da Edward Gorey, con il nome "La pendola magica", e in altre edizioni successive con il nome "La pendola stregata".
L'opera originale è invece intitolata “The house with a clock in its walls”,  ovvero "La casa con l'orologio nelle pareti", titolo che, seppur meno commerciale, rispecchia molto più fedelmente la trama della storia, e che, a mio avviso, è sicuramente più affascinante, ma soprattutto meno fuorviante di quello che gli hanno dato adesso. Perché, fatemelo dire, "Il mistero della casa del tempo" non c'entra proprio niente!!!
Non fa pensare anche a voi ad un libro di fantascienza e di viaggi temporali? Be', niente di più lontano dalla realtà.
Ora, premessa a parte, ciò che penso di questo romanzo ve l'ho già fatto intuire dalla recensione.
Una storia carina, conclusa troppo in fretta, che a mio parere aveva del potenziale che non è stato sviluppato a dovere.
Ho letto da qualche parte che John Bellairs, inizialmente, aveva presentato la sua storia agli editori proponendola come un romanzo horror per adulti, ma vedendosela puntualmente rifiutata, l'abbia rimaneggiata rendendola adatta ad un pubblico di ragazzi.
Io invece sarei stata davvero curiosa di leggere la versione originale, perché, se pensata bene, questa trama (la storia del costante ticchettio nelle pareti, l'esaurimento psicologico di chi ha dovuto per anni ascoltarlo, e il timore del significato stesso di quel ticchettio), avrebbe avuto tutte le carte in regola per destare la giusta inquietudine.
Invece così, tutto si riduce ad una storia simpatica che crea tanta curiosità, ma non mette alcun terrore o brivido.
Ho trovato però molto interessante la caratterizzazione dei personaggi.
Lo zio Jonathan, dolce e premuroso, ma nei cui atteggiamenti si può leggere tutto il timore di chi teme ciò che non conosce e fatica a capire. Di lui però ancora alcune cose non mi sono chiare, come il suo improvviso imbambolarsi in determinati momenti, cosa che, fino alla fine non ci viene mai spiegata.
La stravagante vicina di casa, la signora Zimmermann, amante del viola e della cioccolata calda. L'ho trovata molto simpatica, come esilarante ho trovato il suo continuo battibeccare con zio Jonathan. 
Tuttavia, sul finale, anche in lei ho trovato un'aggressività che non mi sono riuscita a spiegare, o meglio, durante la lettura mi ero data una motivazione a quell'atteggiamento, credendo che il fantasma di Selenna Izard si fosse impossessato della sua identità per ingannare i due Barnavelt e raggiungere il suo malefico scopo. Ma così non è stato... quell'antipatia era proprio sua!
Lewis è un bambino timido e sensibile, alla disperata ricerca di affetto e amicizia. È il classico protagonista che combina pasticci, su pasticci e che, quando prova a migliorare la situazione, peggiora solo le cose.
Mi ha contemporaneamente innervosito e fatto pena il suo voler a tutti i costi conquistare l'amicizia del detestabile Tarby.
Fatto pena perché è sempre brutto e triste vedere un animo gentile sottomettersi ad ad uno bruto, e lo è ancor di più se la motivazione di tale sottomissione è la ricerca di amicizia.
Ma il comportamento di Lewis mi ha anche fatto arrabbiare, perché, da un animo sensibile come il suo, non mi sarei aspettata di vederlo tradire la fiducia di chi la maritava, per conquistare quella di chi non la meritava affatto.
Lewis tradisce ripetutamente i segreti dello zio, per far colpo su un ragazzino che,  invece, non si fa alcuno scrupolo a ferirlo, insultarlo e rinnegarlo. 
Ma Lewis è un bambino solo, e tutti sappiamo quanto sia importante avere degli amici, soprattutto nella sua situazione. 
Per quanto riguarda Tarby, non ho parole sufficientemente dure per descriverlo. La sua cattiveria e vigliaccheria mi hanno ricordato un po' Draco Malfoy, personaggio dell'universo Potteriano. 
Tarby è un ragazzino viziato, egoista, presuntuoso, ma soprattutto estremamente codardo e meschino.
Avrei voluto per lui una sonora punizione, ma anche in questo lo scrittore non mi ha soddisfatta.
So però che esiste un seguito, a questo romanzo: "La figura nell'ombra" (non so se DeA Planeta lo pubblicherà) e chissà, magari questo approfondisce meglio gli aspetti caratteriali, e i buchi nella trama, lasciati un po' in sospeso.
Detto questo, sono molto curiosa di vedere il film.
Spesso non resto soddisfatta dalle trasposizioni cinematografiche, ma in questo caso penso che la pellicola possa aggiungere freschezza, umorismo, e incanto (grazie agli effetti speciali) alla storia, rendendola al meglio per quella che è, una storia di magia per ragazzi.

Ringrazio la DeA Planeta per avermi fornito una copia di questo libro

il mio voto per questo libro

martedì 23 ottobre 2018

Recensione: "Dieci piccoli indiani" di Agatha Christie

Titolo: Dieci piccoli indiani
Autore: Agatha Christie
Editore: Mondadori
Data di pubblicazione: 27 febbraio 2017
Pagine: 208
Prezzo: 12,00 €


Trama:
Dieci persone estranee l'una all'altra sono state invitate a soggiornare in una splendida villa a Nigger Island, senza sapere il nome del generoso ospite.
Eppure, chi per curiosità, chi per bisogno, chi per opportunità, hanno accettato l'invito. E ora sono lì, su quell'isola che sorge dal mare, simile a una gigantesca testa, che fa rabbrividire soltanto a vederla. Non hanno trovato il padrone di casa ad aspettarli. Ma hanno trovato una poesia incorniciata e appesa sopra il caminetto di ciascuna camera. E una voce inumana e penetrante che li accusa di essere tutti assassini.
Per gli ospiti intrappolati è l'inizio di un interminabile incubo.
  
Recensione:
Un'isola deserta, circondata dal mare burrascoso, e dieci sconosciuti che, allettati da un invito esclusivo e misterioso, si ritrovano in trappola proprio in quel posto dimenticato da Dio e dagli uomini, per chissà quanto tempo.
E poi una voce sconosciuta che, poco dopo l'arrivo degli spensierati ospiti, li avverte che è arrivato per loro il momento di fare i conti con il passato, di pagare le conseguenze per le loro colpe, per i loro peccati.
Converrete con me che, come premessa per un giallo, questa non è niente male.
Già l'ambientazione, una villa lussuosa a picco sulla scogliera, irraggiungibile se non da marinai esperti, trasmette l'idea di isolamento, di condanna imminente, senza via d'uscita.

Per la prima volta, videro Nigger Island, che emergeva dal mare verso sud ed era illuminata dal sole al tramonto. 
Vera osservò, sorpresa: «Ma è molto lontana dalla terraferma». 
Se l'era immaginata diversa: un'isola vicino alla terraferma, coronata da una bella casa bianca. Ma non si vedeva la casa: solo le rocce che componevano un disegno vagamente simile a una gigantesca testa di negro. 
C'era qualcosa di sinistro in quell'isola, che la fece rabbrividire leggermente.

Se a ciò ci aggiungiamo i dieci partecipanti che, uno alla volta, cominciano a cadere come pedine, il gioco è fatto.
Se infatti inizialmente la narrazione ha un taglio un po' lento e anche vagamente confuso, in quanto incentrata essenzialmente sulla presentazione dei vari protagonisti, con il primo omicidio il ritmo diventa decisamente più veloce.
Da quel momento in poi il lettore viene letteralmente rapito dallo scorrere delle pagine, intenzionato a sapere cosa accadrà in seguito, e soprattutto a scoprire chi c'è dietro quella serie di assassinii.
Sull'isola privata non c'è nessuno se non gli invitati stessi ed è tra loro che si nasconde l'efferato omicida. Ognuno è sospettabile, ragion per cui, per chi legge, non resta che studiare ogni espressione e reazione, alla ricerca del minimo passo falso e di qualche misero indizio.
Credo che Agatha Christie abbia architettato il mistero in modo perfetto, facendo suo il cosiddetto "enigma della camera chiusa", lasciando sempre alta la suspense e non rivelando mai troppo.
Il suo colpo da maestro è stato poi l'inserimento nella storia della filastrocca de "I piccoli negretti", una spaventosa guida che annuncia, seppur in maniera velata, ciò che starà per succedere di lì a poco, se non si riuscirà ad impedirlo.
Il libro ha indubbiamente molti pregi: la scelta dello scenario, le diverse personalità in azione, i continui punti di domanda, il colpo di scena finale e soprattutto la scrittura analitica e distaccata, tipica di questo genere.
Eppure presenta anche alcuni inevitabili difetti. Ad esempio, il fatto di lasciare sempre il dubbio su chi possa essere l'assassino non permette di approfondire psicologicamente i vari personaggi.
Nonostante la situazione estrema ed il pericolo di morte imminente, tutti gli invitati mantengono un imperturbabile, e poco credibile, self-control. Ad eccezione degli sporadici attacchi di isteria di Vera Claythorne, gli altri non fanno che analizzare gli eventi in maniera critica e razionale, quasi fossero i detective sulla scena del crimine e non le prossime vittime.
Capisco che mantenere questo distanza fosse essenziale per non sbilanciare mai troppo i sospetti su uno o sull'altro, ma avrei preferito un maggior sentimentalismo.
Anche la narrazione, per quanto coinvolgente, a partire dal primo omicidio diventa un po' troppo veloce. I delitti si compiono nel giro di una settimana-dieci giorni, quando, a mio parere, sarebbe stata preferibile una tempistica più ampia, un ritmo leggermente più lento e un clima più teso.
Il finale è verosimile anche se non pienamente convincente, in quanto manchevole di una forte motivazione alla base di tutto il piano.
In conclusione ritengo che il romanzo, nonostante le piccole pecche e le possibili migliorie, riesca appieno nel duplice intento di tenere i lettori incollati alle pagine, e lasciare ogni porta aperta fino alle ultime pagine. Ed essendo un giallo, credo che nulla conti più di questo.

Considerazioni:
Se non hai letto il libro, e hai intenzione di farlo, fermati qui!
Da tanto tempo desideravo leggere un romanzo di Agatha Christie, e più di una volta mi erano stati consigliati i suoi libri. In particolare "Dieci piccoli indiani" che, a detta di molti, sarebbe il suo capolavoro, di gran lunga migliore del più celebre "Assassinio sull'Orient Express". 
Non so se sia effettivamente il suo lavoro più riuscito, ma non posso che dirmi soddisfatta dalla lettura. Ammetto che inizialmente ho dubitato, in quanto l'arrivo simultaneo su Nigger Island di tutti i personaggi aveva generato in me un po' di confusione, e temevo non sarebbe stato facile nel prosieguo tenere a mente i diversi attori in scena.

Li esaminò di nuovo, spassionatamente. 
Una vecchia zitella acida come ne aveva conosciute parecchie. Bisbetica, senza dubbio. Un vecchio militare, ex ufficiale dell'esercito, a giudicare dall'aspetto. Una ragazza graziosa, ma non vistosa, niente stile Hollywood. 
Poi, quel tipo chiassoso e piuttosto grossolano: no, quello non era davvero un signore. Un commerciante in pensione, ecco quello che doveva essere. 
Quell'altro giovane, magro, dall'aria avida, con occhi vivi e mobili, era il tipo più strano di tutti. Lui, forse, avrebbe potuto aver qualcosa a che fare col cinema. 
C'era solo un passeggero che lo soddisfaceva, nella barca: quello che era arrivato in automobile. E che automobile. Una macchina simile non la si era mai vista, a Sticklehaven. Doveva essere costata parecchie centinaia di sterline. Quello era un tipo come si deve. Pareva molto ricco. Se tutti gli altri fossero stati come lui, allora avrebbe capito...

Ma man mano questa difficoltà è andata scemando, sostituita gradualmente dalla curiosità di sapere e dalla voglia di individuare l'assassino.
Come dicevo prima mi è mancato un po' il coinvolgimento emotivo, avrei preferito delle reazioni più forti, una frustrazione sempre maggiore, invece da questo punto di vista il tono rimane sempre più o meno lineare, senza alcun crescendo psicologico.
E ora parliamo del finale e della rivelazione del colpevole.
La bravura della Christie è stata anche nel non indirizzare mai i sospetti su uno solo, in modo da non dare mai nulla per scontato.
Personalmente sono sempre stata convinta che i responsabili della strage fossero almeno due. Al principio credevo fossero Philip Lombard e Vera Claythorne, per l'evidente, istantanea (e altrimenti non spiegabile) complicità tra loro, e soprattutto a causa degli episodici sfoghi di paura di lei, non supportati da una costante personalità sensibile.
Mi spiego meglio: abbiamo già sperimentato la freddezza della donna, nel passato capace persino di lasciar morire un bambino innocente pur di ottenere il suo tornaconto, e poi la vediamo terrorizzata ogni qual volta ci si riunisce per individuare i possibili indiziati.
Sembra quasi che, quando i riflettori sono puntati su di lei, la donna agisca fingendosi un'umile donna spaventata da tutto ed incredula di tanta malvagità.
Poi una volta conclusa la riunione, ridiventa l'essere cinico e distante di sempre. A differenza degli altri, lei è sempre stata l'unica a cambiare in base alla situazione, ragion per cui la mia attenzione non poteva che essere puntata su di lei.
Negli ultimi capitoli però, ed in particolare con la morte del giudice Wargrave, ho capito che la realtà era necessariamente un'altra.
Una delle vittime non era morta per davvero e si muoveva nell'ombra. Chi però?
Curiosi di sapere la mia teoria?
Ebbene, di sicuro uno dei due doveva essere il dottor Armstrong, colui che aveva dichiarato deceduti tutti gli invitati, e quindi l'unico in grado di convincere gli altri di qualcosa di non reale.
L'altro, a mio parere, sarebbe dovuto essere Anthony Marston, che era apparso parecchio divertito udendo la voce misteriosa e che, per di più, essendo fuorigioco dal principio, avrebbe sempre avuto mano libera sul da farsi.
Avevo anche ipotizzato un movente, magari una stretta parentela con Edward Seton - l'uomo ingiustamente condannato a morte dal giudice Wargrave - e di conseguenza una voglia di vendetta nei confronti di coloro che, al contrario, pur essendo colpevoli, erano  riusciti a sfuggire alla giustizia, incastrando dei poveri innocenti al loro posto.
Se proprio devo dirvi la verità, avrei preferito la mia ipotesi, più che altro perché quella ideata dall'autrice non nasconde una forte spinta emotiva, ma solo un piano razionalmente orchestrato, un'uscita di scena con effetti speciali.
Ora, nonostante le critiche che mi sono sentita in dovere di evidenziare, ho davvero apprezzato questo libro e, sicuramente, in futuro, non mancherò di leggere altro della Christie.

il mio voto per questo

giovedì 11 ottobre 2018

Recensione: "Gli animali fantastici: dove trovarli" di J.K. Rowling

Titolo: Gli animali fantastici: dove trovarli
Autore: J.K. Rowling
Editore: Salani
Data di pubblicazione: 6 maggio 2010
Pagine: 60
Prezzo: 10,00 €


Trama:
Non c'è casa di maghi in tutto il paese dove non troneggi una copia di "Gli Animali Fantastici: dove trovarli". Ora anche i Babbani avranno la possibilità di scoprire cosa mangiano i Puffskein e perché è cosa saggia non lasciare latte in giro per i Knarl.
I proventi della vendita di questo libro andranno a Comic Relief e all’associazione benefica internazionale di J.K. Rowling Lumos, che faranno magie al di là dei poteri di qualunque mago. Se ritenete che questa non sia una buona ragione per separarvi dal vostro denaro, posso solo sperare per voi che un mago di passaggio si mostri più caritatevole nei vostri confronti, quando verrete attaccati da una Manticora.

Recensione:
Il mondo magico di Harry Potter sembra non avere confini, ragion per cui, un po' di anni fa, ad accompagnare la celebre saga dello sfortunato maghetto, si sono aggiunti altri tre libriccini: "Il Quidditch attraverso i secoli", "Le fiabe di Beda il Bardo" e "Gli animali fantastici: dove trovarli", di cui vi parlo oggi.
Possiedo questi libri da parecchio tempo ma, non avendo ancora terminato la serie ambientata ad Hogwarts, attendevo di finire i sette libri principali, prima di incominciare quelli supplementari.
Tuttavia, qualche settimana fa, avendo intenzione di guardare il film omonimo (ebbene sì, penso di essere non solo una delle poche persone a non aver ancora letto tutti i romanzi della Rowling, ma anche forse l'unica a non aver visto le avventure di Newt Scamander) ho pensato bene di rivedere i miei propositi iniziali, e preparami invece alla visione mediante la lettura del piccolo tomo in mio possesso.
Sono lieta di averlo fatto perché, pur avendo la trasposizione cinematografica ben poco a che fare con il contenuto del libro, l'immergermi in quelle pagine mi è comunque servito a conoscere sia il personaggio di Scamander e la sua storia, che alcuni degli animali straordinari protagonisti del film.
Mi riferisco certamente allo Snaso, l'adorabile ladruncolo sempre al centro della scena, ma anche ai Bowtruckles (nel film chiamati "asticelli"), agli Occamy - i quasi serpenti dalle uova d'argento - o all'Erumpent - lo pseudorinoceronte ritratto in piena stagione degli amori. Per non parlare poi del carinissimo Demiguise, il furbetto invisibile il cui morbido pelo serve a realizzare i famigerati mantelli magici, senza dubbio uno dei miei animali fantastici preferiti, o ancora dei Billywig, o dei coloratissimi Fwooper.
C'è da dire che nel libro, a queste rare eccezioni di animali pressoché innocui, e pochi altri dal medesimo impatto, se ne aggiungono tantissimi che di pacifico hanno poco o nulla. 
Basterà citare a proposito animali come l'Acromantula - il nome Aragog vi dice niente? - i poco amichevoli Berretti Rossi, capaci di attaccare ferocemente i babbani, o ancora i Lethifold, i Troll, gli Erkling, ovvero i grandi gnomi famosi per la capacità di rapire e divorare bambini, e via dicendo.

Berretto Rosso 
Questa creatura simile a un nano vive in buchi nei vecchi campi di battaglia o dove sia stato versato sangue umano. 
Anche se facilmente respinto da incantesimi e maledizioni, è molto pericoloso per i Babbani solitari, che cercano di randellare a morte nelle notti buie. 
I Berretti rossi sono diffusi nel Nord Europa.

Fortunatamente l'autrice ha l'innata capacità di smorzare anche questi piccoli particolari cruenti con un linguaggio ironico che non può che far sorridere. Anche perché, come specificato nella prefazione, noi non maghi non abbiamo nulla da temere, in quanto il contenuto del libro è solo frutto di fantasia, o almeno così si spera.
Altra cosa davvero apprezzabile sono le note a piè di pagina che implementano il testo, talvolta con aneddoti e altre volte ricollegandoci ad altri tomi pubblicati ad Hogwarts, purtroppo al momento non ancora reperibili da noi nelle comuni librerie. 
E parlando sempre di aggiunte, il racconto è arricchito da alcune note grafiche vergate a mano dal golden trio Harry, Ron e Hermione. Niente di memorabile, poche battute scherzose, che però con la loro semplicità riescono a rendere il tono del libro meno tedioso.
Parlandovi ora della struttura dell'opera (forse avrei dovuto cominciare da questo punto a pensarci bene) essa si articola in una prefazione che porta la firma di Albus Silente, finalizzata in particolar modo a giustificare la diffusione di uno dei più famosi testi scolastici di Hogwarts presso il pubblico babbano, in una prima parte più generale ed una seconda parte, ben più ampia, dedicata all'elenco in ordine alfabetico dei cosiddetti "animali fantastici".
Ho trovato molto interessante la prima sezione, in particolare tutta la distinzione elaborata nel corso dei secoli tra il concetto di "essere" e quello di "animale". In queste pagine una certa attenzione è dedicata anche alla percezione delle creature magiche da parte dei comuni mortali e allo sforzo praticato dal Ministero della Magia per scongiurare eventuali effetti disastrosi ed isterie collettive, tramite pratiche di dissimulazione (come nel caso del mostro di Loch Ness).
La seconda parte, quella che ha per protagonisti gli animali veri e propri, è sicuramente curiosa, tuttavia il registro così compilato risulta poco leggibile tutto d'un fiato. Non è facile a fine lettura ricordare le differenze tra una creatura e l'altra, forse un utilizzo maggiore di illustrazioni (qui assai rade) avrebbe aiutato in tal senso.
In realtà, per quanto ho sentito (confesso di non aver verificato di persona), nelle versioni successive alle mie, ed in particolare in quella attualmente in commercio, dovrebbero esserci più disegni e la descrizione di ulteriori sei animali. Se sapete qualcosa a riguardo, fatemi sapere.
Tornando a noi, anche queste pagine, pur non essendo propriamente scorrevoli, si contraddistinguono per la grande originalità e fantasia. 
Mentre si legge non ci si può non complimentare con la Rowling per essere riuscita a creare degli esseri così bizzarri e stravaganti, unici nel loro genere. Particolarmente affascinante è poi la leggenda che ha dato origine al Quintaped, una bestia pelosa a cinque zampe che ha infestato un'isola misteriosa al punto da renderla indisegnabile (e perciò irraggiungibile) sulle mappe.
In conclusione non posso che consigliare questo libro agli amanti del mondo di Harry Potter, in quanto rappresenta un ulteriore tassello che si aggiunge al già straordinario universo realizzato per noi dalla scrittrice inglese. Presenta qualche piccolo difetto, è vero, tuttavia arricchisce di molto l'idea che si ha della magia e dei segreti che si celano dietro di essa.
Inoltre, cosa ben più encomiabile, ricordo che tutti i proventi della vendita di questo libro sono stati interamente devoluti a Comic Relief, associazione benefica che si occupa di attività di sostegno ai bambini dei Paesi sottosviluppati.

Per la prima volta nella storia della nobile casa editrice Obscurus Books, uno dei suoi titoli viene reso disponibile per i Babbani. 
La missione di Comic Relief nel combattere alcune delle forme peggiori di sofferenza umana è ben nota nel mondo Babbano, quindi è ai miei colleghi maghi che mi rivolgo. 
Sappiate dunque che non siamo i soli a riconoscere il potere terapeutico della risata, che esso è ben noto anche ai Babbani, che hanno incanalato questo dono in un modo assolutamente fantasioso, usandolo per raccogliere fondi con i quali aiutare a salvare e a migliorare esistenze: un ramo della magia al quale tutti aspiriamo.

Non si potrà sconfiggere la povertà con un incantesimo, o almeno non che io sappia, ma se leggere un libro può allietare e nel contempo dare una mano al prossimo, perché non farlo?

il mio voto per questo libro