venerdì 2 dicembre 2016

Recensione: "La famiglia Fang" di Kevin Wilson

Titolo: La famiglia Fang
Titolo originale: The Family Fang
Autore: Kevin Wilson
Editore: Fazi Editore
Data di pubblicazione: 25 agosto 2016
Pagine: 397
Prezzo: 18,00 € (cartaceo) 11,99 (ebook)


Trama:
Maestri della performance, Caleb e Camille Fang hanno dedicato la propria vita all'arte. Ma quando ogni loro azione consiste nel sistematico capovolgimento della normalità, può diventare difficile crescere dei figli equilibrati.
Basterà chiedere ad Annie e Buster Fang. A e B come li chiamano i genitori. 
Sin da piccolissimi hanno preso parte a quelle folli esibizioni più o meno consapevolmente. Una volta cresciuti però quell'infanzia caotica e irreale incombe sul loro presente e al di fuori del bizzarro mondo familiare dei Fang.
Quando le regole della vita adulta, cui vanno incontro, fatalmente si disfano, fratello e sorella, l'uno scrittore alla prova del secondo romanzo, l'altra attrice di B movies, non sanno dove rifugiarsi se non tra le mura, stravaganti ma familiari, dove sono cresciuti.
Lì Caleb e Camille sono pronti a mettere in scena l'ultima performance, l'opera più estrema mai realizzata, con o senza la partecipazione dei figli. La più audace delle ambizioni che obbligherà i coniugi Fang a scegliere, una volta per tutte, tra la famiglia e l'arte.

Recensione:
"La famiglia Fang" è un libro bizzarro ed eccentrico, esattamente come lo sono i suoi protagonisti.
Caleb e Camille Fang, sono due artisti specializzati in performance che hanno come scopo quello di spiazzare il pubblico lasciandolo allibito e incredulo.
Creare situazioni grottesche, raccapriccianti e inconcepibili, portare il caos nei luoghi più disparati, causare lo scompiglio in una normale giornata tranquilla. Questa è la loro arte. Un'arte che iniziano da giovani fidanzati, che seguitano da adulti sposati, anche quando da coppia diventano una famiglia, arrivando poi a coinvolgere anche i loro figli.
Annie e Buster diventano parte integrante degli happening Fang, intorno a loro, alle loro azioni sapientemente programmate dai genitori, ruoterà, per anni, la tanto nota fama dei coniugi.
Ma i figli crescono e, forse, proprio a causa della finzione costante in cui sono stati abituati a barcamenarsi e vivere, che desiderano entrambi prendere la propria strada, diversa da quella che Caleb e Camille hanno sempre desiderato per loro.
E questo è il primo grande errore genitoriale che i due commettono (uno dei tanti), perché parliamo di due persone che probabilmente non sono mai state pronte a diventare genitori, né lo hanno mai desiderato.
Annie per prima, stanca dell'ossessione artistica dei genitori, che proprio in nome dell'arte hanno mancato nel dargli un'infanzia e un'adolescenza normale, sceglie di smettere una volta per tutte di farne parte.
Va via per studiare recitazione e inseguire il proprio sogno anziché continuare a coltivare quello di Caleb e Camille.
Anche il fratello Buster, più tardi, farà la medesima cosa.
Ma i Fang non sono due genitori normali o meglio, non sono quel tipo di genitore che mette i figli al primo posto. No, al primo posto per loro c'è sempre stata la loro arte e l'emozione che essa provoca in chi vi assiste.
Annie e Buster, o A e B come loro li chiamano (già questo dice tutto), non sono che degli aiutanti, dei supporti, quattro mani in più da utilizzare al servizio dell'arte.
L'ultima performance che i due coniugi mettono insieme non è che la prova della loro insana ossessione. 
La storia nel suo complesso è grottesca.
Il racconto è scandito in capitoli che danzano tra passato e presente, tra i resoconti delle vecchie performance artistiche e quelli che descrivono la vita attuale di Annie e Buster, le difficoltà che i due hanno avuto, le insicurezze che li hanno segnati, tutto dovuto al mondo fasullo che i genitori gli hanno costruito attorno.
L'insensibilità dei due genitori è svilente, disarmante, nauseante.
Fa rabbia, e in questo Kevin Wilson è stato indubbiamente bravissimo, tuttavia nel complesso ho trovato sia la trama, che il suo svolgimento deludenti, tristi e aridi, un po' come i personaggi di cui ci ha raccontato.

Considerazioni:
Purtroppo, lo dico subito, mi aspettavo molto di più da questa lettura. 
Ho iniziato questo libro così, come si inizia un nuovo libro per vedere se ti prende, quando ancora non sai se lo continuerai e diventerà quello la tua nuova lettura.
I primi capitoli mi avevano presa e incuriosita così, senza nemmeno pensarci troppo, sono andata avanti. Ma l'entusiasmo iniziale è andato via via spegnandosi man mano che procedevo con i capitoli.
Una storia con tante potenzialità non sviluppate a dovere.
La pecca più grande a parer mio sta nelle emozioni.
Non che il libro non ne dia alcuna, ma data l'entità della storia mi aspettavo di leggere di personaggi emotivamente più coinvolti. Nel caso dei figli, ad esempio, avrei voluto leggerli molto più arrabbiati, esasperati e soffrenti. Molto meno apatici e rassegnati.
Buster mi ha fatto una grande tenerezza, è un adulto ma sembra ancora un bambino alla continua ricerca di affetto e conferme. Pur se deluso dai genitori, ha sempre cercato in loro, e in ogni loro azione, la prova che gli volessero davvero bene, e che lui e la sorella non fossero solo un mezzo per dar vita ai loro spettacoli.
Il suo voler assecondare allo strenuo i desideri dei genitori, come se gli fosse debitore di qualcosa, mi ha fatto pena e rabbia allo stesso tempo.
Un genitore non può sentirsi tale solo in quanto reo di aver dato alla luce un figlio. E in questo mi sono trovata molto più concorde con l'atteggiamento di Annie, ormai delusa e inaridita, privata di qualsiasi ingenua speranza, o desiderio di scorgere un barlume di semplice amore da parte di Caleb e Camille.
La spiegazione finale che i due danno ai figli nell'ultimo confronto è agghiacciate.
Non starò qui a elencare tutti i motivi per cui i Fang non si siano mostrati all'altezza del ruolo più importante che un uomo e una donna possano ricoprire. 
Non starò qui a dire quanto mi ha disgustata leggere di due genitori che hanno utilizzato i figli alla stregua di insulsi oggetti di scena. 
Ma non posso non sottolineare l'idiozia di un uomo e una donna tanto ossessionati dall'idea di creare qualcosa di grandioso e potente, da non rendersi conto che i capolavori più importanti della loro vita li avevano già dati alla luce.
Tutto questo però non vuole essere una critica al libro perché, mi rendo conto, era probabilmente proprio questo il senso che lo scrittore voleva dare alla storia.
Presumibilmente lo stesso Wilson, con il suo romanzo, ha voluto scioccarci, sconvolgerci e lasciarci perplessi, così come i Fang lasciavano i loro spettatori. 
In virtù di questo, forse dovrei dirvi che il libro è riuscito nell'intento e che quindi l'ho spezzato molto, e invece no...
Per farla breve, a parer mio, il tutto avrebbe dovuto essere più divertente nelle parti divertenti e più drammatico in quelle drammatiche.
Dalla lettura delle performance mi sarei aspettata divertimento, avrei voluto leggere di happening più esilaranti, o stupefacenti, o più assurdi. Invece nulla di così trascendentale.
Per la serie: nella realtà succede molto peggio, se questi pensavano di sconvolgere le folle per così poco hanno fatto male i loro calcoli.
E per quanto riguarda i confronti genitori/figli mi sarei aspettata scene più forti, rimproveri e parole più taglienti, accuse più velenose, toni più accesi.
Due figli non possono sentirsi dire di non contare poi così tanto e far scena muta. Io non lo accetto, io al loro posto avrei vomitato veleno!
E io avevo bisogno di leggere rabbia, rancore, disperazione, sofferenza.
E invece niente. Nemmeno la forte e caparbia Annie mi ha dato soddisfazione.
Mi sarebbe piaciuto, lo ammetto candidamente, se Annie e Buster avessero mandato all'aria tutta la sciocca messinscena dei genitori. Sarebbe stata una stupenda e meritata vendetta.
Invece, con mio gran rammarico, gliel'hanno data vinta! 
Anche se, due pazzi megalomani del genere, non riesco proprio a vederli come vincitori, bensì come patetici prigionieri delle loro ossessioni.
In definitiva un dramma familiare estremamente triste, dal quale vincitore non esce nessuno, nemmeno il lettore che, a fine lettura non ha il minimo appagamento.

Ringrazio la Fazi Editore per avermi fornito una copia di questo libro

il mio voto per questo libro

lunedì 28 novembre 2016

Recensione: "La bella addormentata - Teatro d'ombre" di Charles Perrault

Titolo: La bella addormentata
Autore: Charles Perrault
Editore: Gallucci
Data di pubblicazione: ottobre 2016
Pagine: 16
Prezzo: 16,90 € 


Trama:
Quando la Fata Cattiva lancia una maledizione sulla Principessa appena nata, il Re e la Regina fanno tutto il possibile per proteggere la loro adorata figlia. Ma la profezia si avvera e il regno scivola nelle tenebre. Solo il bacio del vero amore potrà salvarli…

Recensione:
Uno dei grandi classici di sempre, con cui sono cresciute generazioni di bambini, e soprattutto bambine, ritorna in una nuova veste pop-up, che non potrà non conquistare grandi e piccini.
La storia narrata è più o meno nota a tutti, tuttavia sfogliare le immagini di questo albo è un'emozione unica.
Tutto grazie alle magnifiche illustrazioni in carta ritagliata, ispirate all'omonimo film della regista Lotte Reiniger, una delle più grandi pioniere dell'animazione.
Per chi non lo sapesse, la Reiniger è stata una delle prime persone a utilizzare la tecnica del papercut e del cut-out animation per realizzare dei veri e propri film dedicati ai temi delle fiabe.
Se non lo avete ancora fatto, vi consiglio di dare un'occhiata ai suoi lavori, perché meritano davvero.
Tra l'altro lo scorso giugno, in occasione del 117esimo anniversario della sua nascita, le è stato anche dedicato un Google doodle.
Tornando al libro, posso dire che l'edizione è curatissima in ogni dettaglio, dalla riproduzione delle immagini, sino alla scelta dei font e dei colori utilizzati nella stampa. 
L'opera, che si inserisce nella categoria "teatro d'ombre", rappresenta un importante omaggio alla storia del cinema (per gli amanti del genere dovrebbe essere facile riconoscere le effettive assonanze con i film di silhouette animate della Reiniger), ma soprattutto un regalo per tutti i lettori, bimbi compresi.
A tal proposito il libro in questione, ma in generale tutti quelli pop-up, hanno a mio parere il pregio di riuscire ad appassionare anche i più restii alla lettura, i quali, per quanto rifiutino le parole, non potranno dire no ad immagini così belle che escono letteralmente dalla pagina.
Aprendo il libro, si è rapiti dalla storia scritta e sapientemente disegnata. L'unico difetto è che finisce troppo presto.

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Ringrazio la casa editrice Gallucci per avermi inviato una copia cartacea di questo libro

il mio voto per questo libro

mercoledì 23 novembre 2016

Chi ben comincia... #33

Poche e semplici le regole:
♥ Prendete un libro qualsiasi contenuto nella vostra libreria
♥ Copiate le prime righe del libro (possono essere 10, 15, 20 righe)
♥ Scrivete titolo e autore per chi fosse interessato
♥ Aspettate i commenti


Salve avventori!
In questo nuovo appuntamento della rubrica "Chi ben comincia" non solo vi presento l'incipit di un romanzo, ma quello che dà avvio ad una quadrologia assai nota.
In occasione dell'uscita de "Il labirinto degli spiriti", capitolo conclusivo della saga del "Cimitero dei libri dimenticati" di Carlos Ruiz Zafón, ho scelto di leggere finalmente i suoi romanzi, di cui ho sempre sentito parlare più che bene.
Il proposito, troppo a lungo rimandato, non dovrà più attendere.
Dunque bando alle chiacchiere e leggiamo insieme la prima pagina de "L'ombra del vento", capitolo con il quale la saga ha inizio...

"L'ombra del vento" di Carlos Ruiz Zafón

“Ricordo ancora il mattino in cui mio padre mi fece conoscere il Cimitero dei Libri Dimenticati. Erano i primi giorni dell'estate del 1945 e noi camminavamo per le strade di una Barcellona intrappolata sotto i cieli di cenere e un sole vaporoso che si spandeva sulla rambla de Santa Mónica in una ghirlanda di rame liquido. 
«Daniel, quello che vedrai oggi non devi raccontarlo a nessuno» disse mio padre. «Neppure al tuo amico Tomás. A nessuno.» 
«Neppure alla mamma?» domandai sottovoce. 
Mio padre sospirò, trincerandosi dietro il sorriso dolente che lo seguiva come un'ombra nella vita. 
«Ma certo» rispose a capo chino.  «Per lei non abbiamo segreti. A lei puoi raccontare tutto.» Subito dopo la guerra civile, il colera si era portato via mia madre. L'avevamo sepolta a Montjuïc, sotto una pioggia battente, il giorno in cui compivo cinque anni. Ricordo che quando domandai a mio padre se il cielo piangeva gli mancò la voce. Sei anni dopo, l'assenza di mia madre era ancora un grido muto, un vuoto che nessuna parola poteva colmare. Mio padre e io abitavamo in un piccolo appartamento di calle Santa Ana, vicino alla piazza della chiesa, sopra la libreria specializzata in edizioni per collezionisti e libri usati che era stata del nonno, un magico bazar che un giorno sarebbe diventato mio, diceva mio padre. Sono cresciuto tra i libri, in compagnia di amici immaginari che popolavano pagine consunte, con un profumo tutto particolare. Da bambino, prima di addormentarmi raccontavo a mia madre come era andata la giornata e quello che avevo imparato a scuola. Non potevo udire la sua voce né essere sfiorato dalle sue carezze, ma la luce e il calore del suo ricordo riscaldavano ogni angolo della casa e io, con la fede di chi conta ancora gli anni sulle dita delle mani, credevo che se avessi chiuso gli occhi e le avessi parlato, lei mi avrebbe ascoltato, ovunque si trovasse. A volte mio padre mi sentiva dal soggiorno e piangeva di nascosto.”

martedì 15 novembre 2016

Recensione: "Un figlio" di Alejandro Palomas

Titolo: Un figlio 
Autore: Alejandro Palomas
Editore: Neri Pozza
Data di pubblicazione: 22 settembre 2016
Pagine: 192
Prezzo: 16,00 €

Trama:
Guille non ha niente in comune con i suoi compagni di quarta elementare: è taciturno, non ama il calcio e ha sempre la testa tra le nuvole. Sarà perché non si è ancora ambientato nella nuova scuola, dice suo padre, Manuel Antúnez, quando la maestra Sonia lo convoca d’urgenza in aula docenti. Sonia, però, scuote la testa. Quella mattina, prima dell’intervallo, ha chiesto agli alunni che cosa avrebbero voluto fare da grandi. C’è chi ha risposto il veterinario, chi Beyoncé, chi ancora l’astronauta, Rafael Nadal o la vincitrice di The Voice. Guille ha risposto... Mary Poppins. E ha anche motivato la sua scelta: vuole essere Mary Poppins perché è una signora simpatica che sa volare, ama gli animali e, quando non lavora, può nuotare nel mare insieme ai pesci e ai polipi.
Sonia consiglia a Manuel di affiancare al bambino una psicologa scolastica che lo aiuti ad aprirsi con i compagni e a non rifugiarsi in un mondo immaginario e strampalato, e il padre si dice d’accordo.
Nessuno dei due adulti ha, però, intuito il vero motivo della risposta di Guille. Avere i poteri magici di Mary Poppins significa per il bambino risolvere d’incanto tutti i suoi problemi. Gli basterebbe, infatti, cantare Supercalifragilistichespiralidoso e sua madre tornerebbe a casa, suo padre smetterebbe di passare le sere a piangere e la sua amica Nazia non sarebbe costretta ad andare in Pakistan a sposare un signore anziano che neppure conosce...
Guille è stufo che tutto il mondo continui a ripetergli che è soltanto un bambino e che i bambini non possono capire certe cose. Lui, invece, le capisce benissimo. Sa perfettamente che suo padre lo mette a letto e poi va a rimestare in una vecchia scatola nascosta sull’ultimo ripiano dell’armadio. Sa, soprattutto, che è un vero mistero che sua madre sia andata a lavorare a Dubai come hostess di volo e non sia ancora tornata…

Recensione:
Il romanzo di Palomas conta poco meno di duecento pagine, eppure racchiude al suo interno una storia intima e profonda.
Protagonista è una famiglia distrutta, che fatica a rimanere in piedi e a nascondere al resto del mondo le fragilità che la contraddistinguono.
Protagonista è un padre, incapace di capire la natura del suo bambino e di offrirgli quell'amore e quell'attenzione che potrebbero salvarlo. E protagonista è il bimbo stesso, Guille, che a sua volta tenta di rimettere insieme i pezzi di un vaso ormai in frantumi.
A soli nove anni si mostra molto più maturo di quanto dovrebbe. Custodisce i segreti di casa, finge di non vedere e soprattutto di non sapere, nasconde il dolore sotto strati di magia e buone intenzioni. 
Sogna di riuscire a riportare tutto a posto: di rivedere il suo papà felice, di salvare l'amica del cuore, e poi sogna la sua mamma, ovunque ella sia.
Questo libro non ci parla di loro, ma lascia che siano gli stessi personaggi a raccontarsi, capitolo dopo capitolo. Questi ultimi sono difatti suddivisi tra le varie voci narrative, Guille e suo padre Manuel, ma anche la maestra Sonia e la psicologa Maria che cercheranno di far luce nei meandri familiari degli Antúnez. 
Trovo questa tecnica molto utile, perché ci fa percepire i diversi punti di vista. Inoltre il romanzo non contiene ripetizioni, in quanto il capitolo che dà la parola ad un determinato protagonista prosegue dagli eventi raccontati dal precedente narratore. Lo stratagemma adottato ci consente quindi di avere accesso ai pensieri più intimi dei vari attori, facendo sì che la narrazione non risulti tediosa.
Anzi una delle caratteristiche di questo romanzo è quella di favorire la curiosità man mano che si procede con la lettura. Più si va avanti con le pagine, più si vuole sapere delle gioie e dei dolori del piccolo Guille, del mistero che avvolge la figura di Amanda, la madre del bambino, e delle cose che Manuel vuole assolutamente tenere nascoste.
Altra cosa che predomina è il forte impatto emotivo, soprattutto per quanto riguarda i capitoli incentrati su Guille. Non si può non affezionarsi a lui, non si può non guardare con tenerezza al suo fantasioso progetto di diventare Mary Poppins.
Se le parti di Guille sono quelle più coinvolgenti e sentimentali, non meno importanti sono quelle dedicate a Sonia e Maria, che con le loro riflessioni e azioni ci illustrano il difficile compito degli educatori e degli psicologi infantili. Con e tramite loro, vivremo i dubbi e le incertezze, ed infine le ardue e sofferte decisioni. Per di più proprio questi capitoli saranno quelli che ci aiuteranno a scoprire la verità su Guille e la sua famiglia.
In generale tutto l'impianto narrativo è improntato come un progressivo cammino verso la realtà delle cose, e il dissolvimento delle bugie e dei segreti orditi negli anni.
Un'ultima cosa fondamentale di cui vorrei parlarvi sono i temi affrontati. Come è ovvio, la trama principale ruota attorno al dolore per la perdita di un genitore (per Guille) e di un coniuge (per Manuel), e dei segnali d'allarme che non devono essere sottovalutati.
Oltre a questo ve ne sono molti altri che, dapprima in sordina, prendono piede con l'andare delle pagine. Mi riferisco ad esempio al dramma delle spose bambine, come la piccola Nazia, costrette a subire le costrizioni dei loro padri-padroni, o alla difficoltà nell'accettare la diversità nei figli e un'eventuale transessualità, prendendo ad esempio l'atteggiamento oppositivo di Manuel nei confronti del suo bambino. 
Questi punti caratterizzano la lettura in modo fortemente educativo, salvaguardandone il piacere e la scorrevolezza, e rendendola adatta a persone di tutte le età.

Considerazioni:
Dicono ci sia un momento giusto per ogni cosa, e che il più delle volte sono i libri a scegliere noi e non il contrario.
Questo romanzo ne è l'esempio lampante.
Se l'avessi letto in qualsiasi altro momento, non sarei stata capace di apprezzarlo fino in fondo.
Mi spiego meglio.
Nell'ultimo anno ho avuto la possibilità, e ad oggi direi la fortuna, di dedicarmi, tramite attività di volontariato, all'educazione di bambini e ragazzi in situazioni di disagio.
Leggendo questo libro mi è capitato più di una volta di rivedere me stessa: nelle preoccupazioni della maestra Sonia, nella comprensione della psicologa Maria, nella capacità di entrambe di cogliere i segnali d'aiuto.
Ho riconosciuto nel piccolo Guille le paure e la forza di alcuni "miei bambini": dalla voglia, o dalla necessità, di dimostrarsi già grandi e maturi, al timore di non essere meritevoli di amore, alla capacità di fuggire con la fantasia quando la realtà diventa troppo cupa.
Infine ho ritrovato in Manuel e nella sua diffidenza, quella di molti genitori che fanno fatica a trovare la strada giusta, e ancora di più a lasciarsi aiutare.
Vi dico questo non solo per raccontarvi delle mie impressioni, e di come il mio vissuto possa aver in parte influenzato il giudizio in merito alla lettura, ma anche perché ci tengo a suggerire l'acquisto di questo libro a quanti sono soliti lavorare nell'ambito della formazione.
Che siate educatori, insegnanti o genitori, non bisogna mai dimenticare l'importanza di ascoltare chi non trova il coraggio di chiedere aiuto. Questo libro, pur non essendo un testo specialistico, contiene informazioni utili per chi si affaccia al mondo dell'infanzia per la prima volta.
Ora, dopo avervi elencato i punti di forza, trovo opportuno parlarvi anche dei punti deboli dell'opera di Palomas.
Uno di questi è il finale che, senza scendere nei dettagli, si conclude alla "tarallucci e vino".
Dopo l'approfondita analisi psicologica disegnata precedentemente, mi è parso poco credibile che il dissidio interiore di anni, che attanagliava Manuel, si risolva in poche ore. Come anche il fatto che il piccolo Guille, che nel corso di tutti i colloqui con la psicologa, dimostrava timore nel raccontare i suoi segreti, decida infine di spiattellarli pubblicamente nel corso della recita scolastica.
Mi sono sembrati due comportamenti fuori luogo e poco coerenti con la storia e, a parer mio, volti esclusivamente a garantire un lieto fine.
Tralasciando però queste ultime pagine, che non mi hanno convinto dal punto di vista della verosimiglianza, ma che ho comunque apprezzato dal punto di vista letterario, ribadisco il mio giudizio pienamente positivo per un libro che sa parlare sia alla mente che al cuore. 

Ringrazio la casa editrice per avermi fornito una copia cartacea di questo romanzo

il mio voto per questo libro

martedì 8 novembre 2016

Presentazione:"Adamantino e i segreti di Natale" di Milko Miti

Salve avventori!
Oggi vi presento il libro di un autore emergente che ha scelto di ambientare il suo romanzo fantasy in un paese immaginario, Villargento, in una cornice natalizia e magica.
Si tratta di "Adamantino e i segreti di Natale" di Milko Miti.
Il racconto, da quello che si può evincere dalla trama, parte da una cosa che a noi lettori piace (ovviamente) moltissimo... ovvero: un libro.
Quella che scrive Milko Miti è un'avventura magica, che immagino saprà regalarci tante sorprese.
Non ci resta che leggerla e iniziare ad aspettare con essa il Natale *-*
Intanto per provare ad aggiudicarvene una copia potete tentare la fortuna partecipando a questo Giveaway ^_^



Titolo: Adamantino e i segreti di Natale
Autore: Milko Miti
Data pubblicazione: 12 ottobre 2016
Pagine: 220
Prezzo: 1,99€ (ebook) 10,97€ (cartaceo)


Trama:

Adamantino Adami ha tredici anni e non si è mai allontanato da Villargento. 
E' la notte di Natale, quando riceve un libro dallo sconosciuto che vive nel bosco alle porte del paese. Quel regalo inaspettato lo spingerà a partire per un viaggio straordinario, fino all'origine della sua famiglia. 
Ad aiutarlo ci sarà Stella, la compagna di classe di cui è innamorato. Cresciuto senza il padre, Adamantino deciderà di mettersi sulle sue tracce, riuscendo a scovare una fantastica macchina del tempo e a svelare la verità sull'esistenza di Santa Claus. 
Entrerà a Lumen, “l’altra” città nel sottosuolo di Firenze, conoscerà la vera amicizia e affronterà un nemico implacabile, che ha percorso i secoli per venirlo a prendere.

Autore: Milko Miti, è uno scrittore e un blogger cresciuto a cartoni animati e fumetti. Da bambino si divertiva a scrivere storie, quando non era davanti alla televisione o in sella alla sua bici e da allora non ha mai smesso. Oggi legge libri di ogni genere e colore, perché lo fanno viaggiare nello spazio e nel tempo. Il suo motto: il mondo è tutto da inventare.

venerdì 4 novembre 2016

"Al giardino ancora non l'ho detto" di Pia Pera

Titolo: Al giardino ancora non l'ho detto
Autore: Pia Pera
Editore: Ponte alle Grazie
Data di pubblicazione: 30 giugno 2016
Pagine: 224
Prezzo: 15,00 €


Trama:
Pia con questo libro ha trovato modo di aprirci le porte sulla sua esistenza, anzi di spalancarcele. E la scopriamo davvero piena di bellezza, di serenità, di quelle che James Herriot ha chiamato cose sagge e meravigliose, di un'altra speranza. È davvero un dono meraviglioso quello che in primo luogo Pia Pera ha fatto a se stessa e che poi, per nostra fortuna, dopo lunga riflessione ha deciso di condividere con i suoi lettori. 
Un libro che, come pochi altri, ci aiuta a comprendere la straordinaria avventura di stare al mondo.

Recensione:
Pia Pera comincia a scrivere queste pagine partendo da un moto di riflessioni che le turbinano in mente, scaturite dalla lettura della poesia di Emily Dickinson "I haven't told  my garden yet", tra le cui righe si suggerisce che verrà un giorno in cui il giardiniere non terrà fede all'appuntamento e lascerà il giardino a se stesso, inconsapevole di essere stato abbandonato dalle mani di chi se ne è sempre preso cura.

“Al giardino ancora non l’ho detto 
non ce la farei.
Nemmeno ho la forza adesso
di confessarlo all’ape.
Non ne farò parola per strada 
le vetrine mi guarderebbero fisso 
che una tanto timida, tanto ignara
abbia l’audacia di morire.
Non devono saperlo le colline 
dove ho tanto vagabondato 
né va detto alle foreste amanti
il giorno che me ne andrò 
e non lo si sussurri a tavola 
né si accenni sbadati, en passant,
che qualcuno oggi
penetrerà dentro l’Ignoto.”

Il testo colpisce Pia per la visione rivoluzionaria con cui la Dickinson guarda alla morte.
Non lo fa con l'egoismo di chi vede la vita strappata ingiustamente via. Non pensa a tutte le cose che dovrà abbandonare, ma si mette nei panni dell'abbandonato.
Come sopravviverà il giardino quando non ci sarà più nessuno a prendersene cura? Come sopravviverà chi abbiamo lasciato indietro?
Una visione altruista o forse, sotto un certo punto di vista, presuntuosa perché parte dal presupposto di crederci indispensabili, insostituibili e necessari. 
Ci fa pensare che il mondo, il nostro mondo, quello in cui muoviamo quotidianamente i nostri passi, si potrebbe anche fermare dopo la nostra scomparsa.
Da tutte queste riflessioni ha inizio il libro che ha come tema il giardiniere e la morte, in cui Pia Pera racconta, purtroppo, il lento progredire della malattia che l'ha colpita e che, via via, le strappa possibilità e speranze.
La allontana man mano da quel giardino in cui si è rifugiata, e ha scelto di vivere, e la vede trasformarsi sempre più da presenza attiva e laboriosa a distante osservatrice del mondo che le muta attorno.
Il libro è un vero e proprio flusso di coscienza, una raccolta di pensieri messi insieme a dare vita ad una sorta di diario in cui, piano piano, Pia rivela al lettore tutti i suoi pensieri, da quelli più gioiosi, a quelli più cupi.
Ci racconta del suo amore per il giardino e le piante, degli amici che accoglie in casa sua, del progredire della malattia, della paura di perdere l'autonomia, dell'inquietudine di non poter morire con dignità.
Racconta le mille terapie provate nel tentativo di migliorare, delle speranze nate e morte, delle cure sperimentali e dei vari ciarlatani in cui si è imbattuta solo in cambio di una speranza.
Affronta anche il tema dell'eutanasia, prende in considerazione l'idea di iscriversi ad Exit, la clinica di Zurigo che aiuta i suoi iscritti ad andarsene consapevolmente senza soffrire.
Si dichiara favorevole al lasciare a ciascuno il diritto di poter andar via con dignità, ma allo stesso tempo contraria a quelli che definisce "corsisti della morte", ovvero tutti coloro che, lavorando per la suddetta clinica, anziché mostrare ai malati mille buoni motivi per continuare a vivere, gli presentano solo una facile via d'uscita.

“Talvolta mi capita di pensare: ecco, per me l’esperienza in questo momento è questo viso davanti a me, la persona con cui sto parlando. Mentre per questa persona, in questo momento, è il mio viso a costituire l’esperienza del mondo. 
Come se io fossi l’altro che sto guardando, e l’altro fosse io che lo guardo. Chi è vecchio o malato, parlando con una persona sana, giovane, probabilmente dimentica la sua condizione. Ma se, spaventando un malato con i terrori dell’accanimento terapeutico, sbattendogli in faccia la condizione materiale del corpo di cui è titolare, lo priviamo della possibilità di guardare, anziché se stesso, il mondo, lo cacciamo nel vicolo cieco della paura. 
Gli imponiamo la nostra visione della sua persona, ed è come se gli dicessimo: fatti da parte, non vale la pena che tu resti, conciato come sei.”

Tuttavia a momenti di ottimismo si alternano giorni oscuri e bui, che diventano sempre più numerosi e frequenti.
La malattia le toglie progressivamente tutto ma, se è possibile, le dà qualcosa di inaspettato: la comprensione verso chi non aveva mai compreso, il biasimo verso le persone che non aveva, in passato, mai considerato.
Pia Pera spesso afferma di aver sempre, prima della malattia, guardato con un certo disprezzo alle persone affette da disabilità, quelle incapaci di badare a se stessi, considerandoli d'intralcio, inutili, inservibili alla società. Ostacoli.
Di contro ha sempre considerato eccessivamente esagerati coloro che disperdono energie in attività inutili.
Da questo punto di vista la malattia le appare quindi un modo per regolare i conti con la sé del passato, quella che infliggeva aspre sentenze senza dare diritto di replica.
Il diario che Pia Pera ci lascia non è una lettura facile, non è spensierata o allegra, è ovviamente triste, ma non deprimente, tutt'altro. Ha lo straordinario effetto di invogliare a vivere la vita nella sua totale pienezza.
Cogliere le opportunità, accogliere nuove esperienze, aprirsi alle possibilità.
Insegna a dire di sì piuttosto che no, a dare il giusto valore alle cose.
Una lettura che consiglio a tutti, trovo che Pia Pera ci abbia fatto un grande dono nel rendere noti dei pensieri così intimi e personali e penso che leggerli sia un bellissimo modo per omaggiarla, ma soprattutto un bellissimo regalo che possiamo fare a noi stessi.

Considerazioni:
"Al giardino ancora non l'ho detto" non è una lettura che si legge a cuor leggero, per questo l'ho dosato. Letto un po' per volta. Non è facile entrare nella vita e nei pensieri di qualcuno, perciò ho scelto di farlo a piccoli passi.
Amore e dolore, passione e disperazione sono le emozioni che emergono prepotenti.
La tranquillità, Pia, la ritrova sempre nel suo adorato giardino, un legame forte e profondamente sentito. 
Leggere delle passeggiate tra le aiuole e le siepi, della pace che quella natura così familiare le infonde, fa letteralmente venir voglia di avere un giardino tutto per sé.
E io lo so bene dato che questo desiderio l'ho sempre avuto sin da quando lessi quel libro di cui tante volte vi ho già parlato, quel libro che ha fatto nascere in me la passione per la lettura, ovvero "Il giardino segreto" di F.H. Burnett.
Non immaginerete la mia sorpresa quando ho letto che proprio Pia Pera ne ha curato la traduzione per Salani, la traduzione di uno dei miei libri preferiti!
Fatalista come sono l'ho interpretato come un segno del destino.
Mi è spiaciuto "rincontrare" questa scrittrice proprio ora che è scomparsa e proprio nel diario in cui lascia le sue memorie.
Però, come dicevo, in esso non ho trovato solo dolore, ma anche tanta ispirata dolcezza e profonda passione per il suo amato giardino.
Ho ritrovato nelle sue descrizioni della natura le stesse sensazioni che mi aveviano fatto adorare il libro della Burnett, la stessa idea di serenità e libertà che mi ha sempre fatto desiderare di trovare la chiave per aprire la porta del mio giardino segreto.
Ho compreso la tranquillità che il giardino le dava perché è riuscita a trasmettermela.
Ho capito il suo desiderio di isolarsi dal mondo, vivendo circondata da ciò che più le dava gioia e serenità, e il desiderio poi di morire sempre in quel luogo tanto sicuro e caro.

“Il giardiniere e la morte si configura allora così: il rifugiarsi in un luogo ove morire non sia aspro. Ove morire faccia un po’ meno paura. Dove sia possibile non darsi troppa importanza per l’inevitabile non esserci più, un giorno. Accettando con calma di essere qualcosa di piccolo e indefinito, un puntino nel paesaggio.”

Così come ho compreso il suo strazio nel dover progressivamente dire addio a ciò che più amava e la teneva viva.

“Non sono più il giardiniere. Sono pianta tra le piante, anche di me bisogna prendersi cura. Cosa è cambiato rispetto a prima? Innaffiavo, scavavo, pacciamavo, seminavo, coglievo, rastrellavo, potavo, bruciavo, concimavo, ramavo, tagliavo l’erba. Ora nulla di tutto questo. 
Passeggio, guardo, valuto, dico cosa fare, ma soprattutto: mi viene preparato da mangiare, mi viene servito a tavola, vengono lavate e stirate le mie cose, vengo accompagnata in auto. 
Comincio a somigliare sempre più a una pianta di cui bisogna prendersi cura, divento sorella di tutto quanto vive nel giardino, parte di questa sconfinata materia di cui ignoro confini e profondità.”

Il suo corpo diventa la sua prigione. Non risponde più ai suoi comandi, non obbedisce più alla sua volontà. Ne è semplicemente obbligata.
Mentre leggevo di Pia e della sua malattia mi è venuto spontaneo pensare ad un altro libro letto tempo fa "La ragazza del buio" di Anna Lyndsey.
Anche la Lyndsey scrive una sorta di diario in cui racconta la malattia da cui è affetta (una grave forma di ipersensibilità alla luce), sin dagli esordi, con i primi sintomi, e tutto il suo lento progredire, fino al momento in cui la patologia l'ha obbligata a rintanarsi in una stanza buia. Dire addio al mondo e rintanarsi dietro quella porta salvavita.
Come Pia Pera anche la Lyndsey racconta le speranze, i dolori, le terapie, le illusioni e delusioni, i miglioramenti e le ricadute.
Entrambe prigioniere del proprio corpo, entrambe con ancora tanti desideri e tanta vita davanti e l'impossibilità di viverla al meglio.
Sono storie a cui non si può restare indifferenti, tristi si, ma al contrario delle apparenze sono delle vere e proprie lodi alla vita.
Concludo le mie considerazioni con la poesia "Bed in summer", di Robert Louis Stevenson, con cui l'autrice chiude il suo diario.
Credo che non ci sia metafora migliore per spiegare quanto sia triste ed ingiusto dire così prematuramente addio alla vita, quando si ha ancora così tanta voglia di viverla


"A letto d'estate" 

“D’inverno mi alzo la notte,
E mi vesto alla luce gialla della candela.
D’estate è tutto il contrario,
Mi tocca andare a letto di giorno.
Mi tocca andare a letto e vedere
Gli uccellini saltellare ancora sull’albero,
Oppure sentire i passi dei grandi
Che se ne vanno ancora per la strada.
Ma non vi pare brutto,
Col cielo così chiaro e azzurro,
Quando si vorrebbe tanto giocare,
Dovere andare a letto di giorno?”


Ringrazio la casa editrice Ponte alle Grazie per avermi fornito una copia cartacea di questo libro

il mio voto per questo libro 

giovedì 27 ottobre 2016

Estratto: "Hollow city. Il secondo libro di Miss Peregrine. La casa dei ragazzi speciali" di Ransom Riggs

Salve avventori!
Il passo che ho selezionato oggi per voi è tratto dal secondo capitolo della saga di Ransom Riggs, dedicata a Miss Peregrine e ai suoi bambini speciali, libro che ho amato molto, come si evince anche dalla recensione.
La scena che ho riportato qui è una delle prime del romanzo: i bambini sono sulla barca e guardano la loro isola farsi sempre più piccina man mano che si allontanano dalla riva.
Tutto fa pensare ad un addio, non solo alla loro casa ma anche all'unico mondo felice che abbiano mai conosciuto.

“Una nebbia spettrale aveva cominciato a inglobare l’isola, e noi posammo i remi per osservarla svanire. 
«Ditele addio» disse Emma, alzandosi a sua volta e togliendosi il grande cappello. «Potremmo non vederla mai più.» 
«Addio, isola» la salutò Hugh. «Sei stata molto buona con noi.» Horace lasciò andare il remo e fece un cenno di saluto. «Addio, casa. Mi mancheranno le tue stanze e il tuo giardino, ma soprattutto mi mancherà il mio letto.» 
«Arrivederci, anello» disse Olive tirando su con il naso. «Ci hai protetto per tutti questi anni, e ti ringrazio.» 
«Anni splendidi» le fece eco Bronwyn. «I migliori che abbia mai vissuto.» 
Anch'io, tra me e me, dissi addio a un luogo che mi aveva cambiato per sempre, al luogo che, più di qualsiasi camposanto, avrebbe conservato il ricordo, e il mistero, di mio nonno. 
Lui e quell'isola erano legati indissolubilmente e mi chiesi se, adesso che entrambi se n’erano andati, sarei mai riuscito a capire cosa mi era successo: cos'ero diventato, cosa stavo diventando. 
Ero venuto sull'isola per risolvere l’enigma del nonno, e mi ero imbattuto in un enigma che riguardava me stesso.
Guardavo Cairnholm scomparire, e mi sembrava di guardare inabissarsi, e perdersi tra le onde scure, l’unica chiave capace di svelare quel mistero. 
E poi l’isola sparì davvero, semplicemente, inghiottita da una coltre di nebbia. 
Come se non fosse mai esistita.”