lunedì 18 marzo 2019

Recensione: “La casa dei sogni” di Marzia Bisognin

Titolo: La casa dei sogni
Titolo originale: Dream House
Autore: Marzia Bisognin
Editore: Newton Compton
Data di pubblicazione: 25 giugno 2015
Pagine: 217
Prezzo: 7,90 € (cartaceo) 5,99 € (ebook) 

Trama:
Amethys si ritrova davanti a una bellissima casa in stile neoclassico che, inspiegabilmente esercita un'attrazione magnetica su di lei, è la casa in cui avrebbe sempre voluto abitare, elegante, maestosa e circondata da giardini perfetti. Non sa cosa fare, non riesce a suonare il campanello né si decide ad andarsene, ma improvvisamente dalla porta appare una coppia di anziani che la invita a entrare. Inizia così il soggiorno della protagonista nella casa del mistero, un luogo in cui, giorno dopo giorno, avvengono fatti curiosi e incomprensibili, ma da cui Amethys non riesce proprio a distaccarsi.

Recensione:
Avevo letto l’anteprima di questo libro qualche anno fa - l’anno in cui uscii, se non erro - incuriosita più dal titolo che dal nome dell’autrice che, confesso, non avevo mai sentito nominare. Tuttavia il fatto che quel nome, che mi era del tutto nuovo, appartenesse "alla più famosa YouTuber italiana nel mondo", mi ha incuriosito ancora di più e, lo ammetto, con aria decisamente critica, pensando che fosse il solito libro scritto dal personaggio famoso, incapace di scrivere, mi sono accinta alla lettura delle poche pagine che iBook forniva come disponibili alla prova.
Ora vi aspetterete il classico ripensamento del tipo, "e invece no! Mi sbagliavo ad avere pregiudizi, è stata una lettura meravigliosa". E invece, no.
Allora, quei primi capitoli, non mi spinsero all'acquisto del libro, anzi, notai subito quei difetti sia nella trama, che nella scrittura (refusi inclusi) che fanno storcere il naso e palesano la poca credibilità dell’autrice e del libro stesso.
Giorni fa mi sono però ritrovata il libro tra le mani, e dato che non mi piace lasciare le cose incompiute, l’ho ripreso.
Nonostante non mi fosse piaciuto, ammetto che le cose lette mi erano rimaste bene a mente, ricordavo bene l’incipit dell’libro e la poca credibilità della situazione narrata.
Una ragazza, di cui non sappiamo nulla - e solo molto più avanti scopriremo chiamarsi Amethys - si ritrova improvvisamente davanti ad una casa da cui resta inspiegabilmente ammaliata. Non c’è un motivo specifico che giustifichi quest’attrazione, la casa - almeno da come viene descritta - non è particolarmente bella o particolare. E’ una normalissima villetta con porticato in stile americano.
Tuttavia Amethys ne è talmente attratta che è spinta ad entrarci.
Mentre titubante pensa al da farsi, viene anticipata dai proprietari, due anziani signori che, guarda caso, la invitano ad entrare, senza chiederle nulla. E ancora senza chiederle nulla, con la scusa di un’improvvisa tempesta che starebbe arrivando da un momento all'altro, le dicono di restare per la notte.
Così la ragazza, senza proferire né una parola, né un pensiero, si reca nella stanza che le è stata assegnata.
Amethys come un automa agisce senza pensare. Non si chiede perché quei due signori l’abbiano invitata ad entrare, non domanda a se stessa “perché ho accettato questo invito così imprevisto e anomalo, senza muovere opposizioni”, non pensa mai a cose come “devo avvisare a casa”, “i miei saranno in pensiero”. No, la questione è proprio che Amethys non pensa, mai.
E se questo non fosse già di per sé senza senso, la faccenda assume contorni ancora più assurdi quando Amethys si sveglia il giorno seguente non trovando più nessuno in casa, ma anziché lasciare un bigliettino di ringraziamento e pensare di andare via, come ci si aspetterebbe da una qualsiasi persona “normale”, lei decide di restare, giorno dopo giorno, nonostante il verificarsi di episodi inquietanti e a volte anche spaventosi.
Decide di restare per ringraziare i due signori personalmente -.-
Così rimane in casa di estranei per 31 giorni, continuando a mettere naso in casa loro, continuando a mangiare il loro cibo, a dormire nel loro letto, solo per ringraziarli di averla ospitata per una notte -,-
Sembra anche a voi che la storia non abbia fondamenta o che faccia acqua da tutte le parti?
Dati i presupposti non sono molte le opzioni che si possono immaginare...
Be’ già dalle prime pagine io ho fatto le mie considerazioni, e le mie ipotesi (fatte solo nel primo capitolo, di poche pagine) che si sono rivelate esatte. E non perché io sia un genio, ma perché gli avvenimenti, i comportamenti dei personaggi, sono così assurdi da non poter spingere a pensare ad altro.
Ora, non sto a dirvi la ovvia spiegazione - anche se sono certa che chiunque ci sarebbe arrivato, o ci arriverebbe, come ho fatto io, e se non nel primo capitolo lo avrebbe fatto subito dopo, perché l’autrice pare proprio fare di tutto per svelare il “mistero” prima del tempo, sembra che proprio non le piaccia mantenere un minimo di suspense - ma non si possono giustificare le scelte dell’autrice solo per il fine che voleva raggiungere, anzi quelle scelte sono da condannare proprio per quel fine.
Il finale in un libro del genere dovrebbe essere imprevisto, (penso, ad esempio, a come mi hanno lasciato di stucco i finali dei film “The Others” o de “Il sesto senso”) inaspettato, un vero e proprio colpo di scena, invece la Bisognin sembra voler spingere il lettore a non aver alternativa se non quella di indovinare subito il tutto.
Avrebbe dovuto fuorviare il lettore, costruire una trama più solida, dare alla sua protagonista un cervello pensante, dei ricordi diversi, renderla reale e non solo uno un abbozzo fatto male per raccontare la sua storia.
Insomma la sua protagonista per trentuno giorni non si cambia nemmeno gli indumenti intimi e non si pone problemi a riguardo, come può un personaggio del genere apparire reale?
Cos'è dunque “La casa dei sogni”? Solo l’ennesimo caso in cui l’editoria mira ad arricchirsi con la fama di un personaggio, che non ha evidentemente le qualità per scrivere, e non lo dico solo per il libro in sé per sé - ci sta che un romanzo d’esordio non sia un capolavoro - ma in queste pagine non si legge alcuna passione per la scrittura che è estremamente banale e infantile. Nessun amore per i personaggi e le loro vicende, nessun sentimento viene espresso dai protagonisti né trasmesso al lettore.

il mio voto per questo libro

venerdì 15 marzo 2019

Recensione: “La ragazza che voleva salvare i libri” di Klaus Hagerup e Lisa Aisato

Titolo: La ragazza che voleva salvare i libri
Titolo originale: Jenta som ville redde bøkene
Autore: Klaus Hagerup
Illustratore: Lisa Aisato
Editore: Rizzoli
Data di pubblicazione: 12 febbraio 2019
Pagine: 50
Prezzo: 18,00 € (cartaceo) 


Trama:
Anna adorava i libri. Leggeva tutto il giorno. Leggeva la mattina prima di alzarsi. Leggeva la sera prima di andare a letto. Leggeva la sera dopo essere andata a letto. Quando la mamma o il papà entravano nella sua camera, faceva finta di dormire. Ma non dormiva. Leggeva sotto il piumino. Attraverso i libri si faceva centinaia di nuovi amici. E qualche nemico. Ma, si sa, così è la vita.
Un racconto magico sui libri, chi li abita e chi li ama fino a non volersene separare mai.

Recensione:
Anna sta per compiere dieci anni, ma c'è una cosa che la spaventa e che spesso tormenta anche i suoi sogni, la paura di crescere, invecchiare e sparire come una foglia secca spazzata via dal vento.
Anna non vorrebbe invecchiare mai, e forse anche per questo ama così tanto le storie scritte nero su bianco nei suoi adorati libri.
Lì, in quei testi, lei trova mille storie, centinaia di persone nuove, amici e nemici, li conosce, li ama o li detesta, li vede crescere, amare, vivere e anche morire, ma quando vuole sa che basta riaprire il libro, rileggerlo per ritrovarli ancora tutti lì, nuovamente, pronti a ricominciare tutto daccapo.
Anna trascorre tutto il suo tempo libero con la testa fra i libri, e quando non legge ne cerca di nuovi alla biblioteca della Signorina Monsen, una dolce signora, che ama leggere tanto quanto lei.
È in questa biblioteca, che Anna ormai considera quasi come una seconda casa, che ha inizio la storia della "ragazza che voleva salvare i libri".

La Signorina Monsen, infatti, informa la ragazzina che tutti i libri "dimenticati", ovvero quelli che nessuno più prende in prestito, verranno destinati al macero.
Una sorte spaventosa, che manda Anna nel più totale sconforto.
Se quei libri verranno distrutti anche le loro storie, i loro protagonisti, moriranno per sempre. Nessuno potrà più conoscerli e rivivere le loro storie attraverso le loro pagine!
Un pensiero inaccettabile questo, che spinge la ragazzina a prendere con sé più libri possibili. Li salverà lei dall'oblio e lo farà leggendoli.

Un giorno, quando Anna ha deciso di prendersi una pausa dalla lettura, perché leggere ininterrottamente sarebbe stancante per chiunque, la bibliotecaria le suggerisce di prendere con sé un ultimo libro, anche questo fra quelli che non prende in prestito mai nessuno, uno di quelli dimenticati sugli scaffali a prendere polvere.
Anna comincia così, e con grande curiosità, la lettura de "Il bosco stregato" di tal Waldemar Seier.
Come lei anche il protagonista del libro, un bambino di nome Waldemar, (lo stesso nome del suo autore, sì), cova nel cuore la paura di crescere e invecchiare.
Come grande amica, e compagna di avventure, Waldemar ha sua nonna, con cui va spesso a passeggiare per il bosco stregato.
Quando sua nonna viene purtroppo a mancare, Waldemar ne rincontra lo spirito nel bosco stregato, che lo rincuora dicendogli di non temere il futuro perché esso ha in serbo grandi cose per lui...
E mentre si accinge a comunicargliele Anna volta la pagina e... niente! Niente.
Il libro è finito. Quali sono le straordinarie cose che attendono il futuro di Waldemar? Anna deve scoprirlo e non si fermerà finché non avrà una risposta.
E voi, siete curiosi di sapere cosa il futuro ha in serbo per il piccolo Waldemar?
Be' non vi resta che leggere queste pagine per scoprirlo, ma, vi do un indizio, la risposta è in realtà più semplice di quello che si possa pensare, ma allo stesso tempo più complessa. Molto più complessa.
Klaus Hagerup ha scritto con grande delicatezza una storia profonda, in cui affronta una delle più grandi paure che attanaglia l'uomo, l'incertezza per il futuro, l'incapacità di controllarlo, e la terribile consapevolezza di essere destinati a sparire, divenire solo un ricordo.
Anna, la sua piccola protagonista, grazie all'aiuto dei suoi fedeli amici, i libri che non mancano mai di venirle in soccorso, supera i suoi timori ricorrendo ad una filosofia di vita che qualsiasi bravo psicanalista consiglierebbe.
"Non posso essere spaventata da qualcosa che ancora non conosco" si dice, scegliendo, invece, di esserne incuriosita. Attende con trepidazione le infinite possibilità che la vita gli riserverà, ansiosa di scrivere il suo futuro e di vivere il suo personalissimo libro.
Un racconto dolce - reso prezioso dalla elegantissime e raffinate illustrazioni dell'artista norvegese Lisa Aisato - in cui ogni buon lettore riuscirà facilmente ad immedesimarsi, rivedendo in Anna le proprie passioni, le proprie ansie e le proprie speranze, e riconoscendo, come fa lei, il gran valore che hanno i libri. Vecchi amici di cui ci si può sempre fidare, a cui chiedere consiglio, in cui trovare risposte e sempre porto sicuro a cui fare ritorno.

Ringrazio Rizzoli per averci omaggiato di una copia di questo libro

il mio voto per questo libro

mercoledì 13 marzo 2019

Recensione: "La casa delle bambole" di Katherine Mansfield

Titolo: La casa delle bambole
Titolo originale: The Doll’s House
Autore: Katherine Mansfield
Editore: Lettere Animate
Data di pubblicazione: 19 febbraio 2019
Pagine: 35
Prezzo: 6,79 € (cartaceo) 0,00 € (ebook)  


Trama:
Le sorelle Burnell, ricevono in dono dalla "dolce vecchia signora Hay" una graziosissima casa delle bambole. Le tre bambine sono ovviamente ansiose di mostrare la casa a tutte le compagne di classe, con un unico divieto imposto dai genitori: le bambine potranno invitare tutte le loro compagne, fatta eccezione per le sorelle Kelvey, le figlie della povera lavandaia del paese.
A nessuno è concesso rivolgere loro nemmeno la parola!

Recensione:
Katherine Mansfield, in poche pagine, servendosi dell'espediente della casa delle bambole, fornisce un quadro essenziale, ma ben definito, della società inglese del tempo, dei pregiudizi, delle discriminazioni e della meschinità dell'animo umano, insita soprattutto in coloro che - per origine e per maggiori disponibilità economiche - ostentano l'innata presunzione del sentirsi superiori.
La casa delle bambole non è che un pretesto, un gioco pregiato, non alla portata di tutti, ma comunque qualcosa che resta essere un mero passatempo (seppur di lusso) per bambini. Non un oggetto indispensabile, quindi, ma estremamente superfluo, a cui gli adulti non prestano neanche poi tanta attenzione, anzi, viene visto da loro quasi come un impiccio. La casa è troppo pesante per essere portata in casa, odora ancora troppo di vernice per stare in una stanza chiusa, perciò è lasciata in cortile.
Un oggetto costoso, l'oggetto che sarà invidiato da tutte le compagne di scuola delle sorelle Burnell, viene invece trattato con grande sufficienza dalla famiglia, lasciato addirittura in giardino.
A sottolineare la diversa importanza che il denaro consente di dare alle cose.
Con pungente ironia, la Mansfield sceglie un giocattolo come cardine della sua storia, per sottolineare come i pregiudizi nelle famiglie siano così radicati e forti, da influenzare anche il comportamento dei bambini.
Isabel e Lottie Burnell, le due sorelle maggiori, hanno in tutto e per tutto assorbito i comportamenti altezzosi e discriminatori degli adulti. Esse guardano alle sorelle Kelvey (le figlie della povera lavandaia) con disprezzo e disgusto. Si divertono a denigrarle con le altre compagne, sbeffeggiandole e umiliandole, con una cattiveria che non sembrano più solamente emulare, ma appartenere proprio a loro.
Le bistrattate sorelline Kelvey, descritte dall'autrice come strane, goffe e timide, sono in realtà l'unica luce di questa storia, assieme alla piccola Kezia, la minore delle Burnell. Kezia non è stata ancora contaminata dagli adulti, lei agisce con l'animo semplice e innocente dei bambini, infatti, ignorando gli ammonimenti fatti in precedenza, con grande ingenuità e speranza, prova a chiedere alla mamma se può invitare le due bambine escluse a vedere la famosa casa delle bambole. E pur avendo ricevuto un sonoro diniego, le invita. Ma quanto resisterà la sua viva luce? Quanto ci impiegherà anch'essa a spegnersi piegandosi al volere comune?
La casa delle bambole così apparentemente perfetta in ogni dettaglio, con quella sua vernice lucida dai colori brillanti, nasconde in realtà particolari rifiniti in maniera grossolana e, all'interno, in quell'arredo perfetto, quasi del tutto simile ad una casa reale, ecco una famiglia di fantocci. Bambole eccessivamente sproporzionate per quegli spazi minuti e angusti.
La perfetta metafora per la società che, in poche e brevi pagine, Katherine Mansfield dipinge. Famiglie apparentemente perfette, che vivono in case apparentemente perfette, ma che, ad un'occhiata un po' più approfondita mostrano tutti i difetti, e le meschinità di cui sono artefici e complici.
Sotto le mentite spoglie di un racconto leggero, con grande semplicità e ironia, ma anche in modo duro, diretto, qualche volta anche brutale, la Mansfield presenta al lettore la fotografia della società. Una seria critica che non risparmia colpi a nessuno.
Una lettura veloce, che raggiunge il suo intento.

Curiosità:
La Casa delle Bambole (The Doll’s House), come ci indica Enrico de Luca che ne ha ha curato l'edizione, è la novella che apre la raccolta "The Dove's Nest and Other Stories", apparsa per la prima volta su "The Nation" nel 1922. Pubblicata postuma nel 1923 a cura di John Middleton Murry, secondo marito dell'autrice.

il mio voto per questo libro

giovedì 28 febbraio 2019

Recensione: "Noi siamo tutto" di Nicola Yoon

Titolo: Noi siamo tutto
Autore: Nicola Yoon
Editore: Sperling & Kupfer
Data di pubblicazione: 16 maggio 2017
Pagine: 307
Prezzo: 17,90 € (cartaceo)



Trama:
Madeline Whittier è allergica al mondo. Soffre infatti di una patologia tanto rara quanto nota, che non le permette di entrare in contatto con il mondo esterno. Per questo non esce di casa, non l'ha mai fatto in diciassette anni. Mai un respiro d'aria fresca, né un raggio di sole caldo sul viso. Le uniche persone che può frequentare sono sua madre e la sua infermiera, Carla.
Finché, un giorno, un camion di una ditta di traslochi si ferma nella sua via. Madeline è alla finestra quando vede... lui. Il nuovo vicino.
Alto, magro e vestito di nero dalla testa ai piedi: maglietta nera, jeans neri, scarpe da ginnastica nere e un berretto nero di maglia che gli nasconde completamente i capelli. Il suo nome è Olly. I loro sguardi si incrociano per un secondo.
E anche se nella vita è impossibile prevedere sempre tutto, in quel secondo Madeline prevede che si innamorerà di lui. Anzi, ne è sicura. Come è quasi sicura che sarà un disastro. Perché, per la prima volta, quello che ha non le basta più. E per vivere anche solo un giorno perfetto è pronta a rischiare tutto. Tutto.

Recensione:
A prima vista Madeline potrebbe sembrare una ragazza come tante. Intelligente e di bell'aspetto passa gran parte del tempo libero a leggere romanzi e a recensirli sul web. Con un'unica differenza. Lei non può assolutamente uscire di casa.
A causa di una terribile malattia, sin da piccolissima, è stata costretta a trascorrere ogni minuto della sua vita al chiuso, senza nessun contatto esterno, né con il mondo né con le persone che lo abitano.
La ragazza si è ormai rassegnata al suo destino, a farsi bastare quel poco che ha, a rallegrarsi delle briciole di spensieratezza che riesce ad afferrare: le serate cinema con la mamma, i duelli a pictionary o a scarabeo, le chiacchiere con l'infermiera Carla, le lezioni online, i rarissimi contatti con gli insegnanti, ed i suoi amati libri.
Quello che per noi sarebbe niente, per lei è il massimo a cui può aspirare. Fino all'arrivo nel quartiere di una nuova famiglia, e di Oliver, il ragazzo atletico tutto vestito di nero.
Maddie è subito attratta da lui, forse proprio perché è l'espressione perfetta di vitalità e salute, tutto ciò che lei non è mai stata. D'altro canto anche l'aitante Olly rimane incantato dalla misteriosa ragazza alla finestra.
Tra i due nasce immediatamente un feeling, fatto prima di sequenze mimate alla finestra, poi di chat segrete ed infine di incontri clandestini.
Sì perché, nonostante il protocollo vieti alla nostra protagonista qualsiasi contatto con l'esterno, o perlomeno quelli non strettamente necessari, i due adolescenti, con la complicità dell'infermiera, riescono a guadagnarsi qualche ora assieme.
E se la vita di Maddie è cambiata quando ha incontrato per la prima volta lo sguardo di Olly, subisce un vero e proprio scossone quando tra i due nasce un vero e proprio sentimento.

Se la mia vita fosse un romanzo e la si leggesse a ritroso, non cambierebbe niente. 
Oggi è uguale a ieri. 
Domani sarà uguale a oggi. 
Nel Libro di Maddy tutti i capitoli sono identici. 
Fino a Olly. 
Prima di lui la mia vita era un palindromo, sempre la stessa in un verso come nell’altro, tipo «o tra poco parto», oppure «Ivan e le navi». 
Ma Olly è come una lettera estratta a caso, l’enorme X che, gettata in mezzo a una parola o una frase, ne scombina la sequenza.

Improvvisamente quel poco che era tutto il suo mondo non le basta più, né i romanzi che le permettevano di immaginare una vita al di fuori della bolla, né il tempo con le persone che ha sempre amato e che si sono prese cura di lei. Nulla ha più senso se non può condividerlo con il suo Oliver, se non le permette di vivere come tutte le ragazze della sua età.
Così prende una decisione, drastica e pericolosa. Provare ad uscire, rischiare tutto pur di essere felice e normale, anche se solo per pochi giorni.
Naturalmente non vi svelerò cosa succede una volta varcata la porta di casa, posso però dirvi che da quel momento in poi il romanzo prende, secondo me, una piega troppo surreale e, soprattutto poco realistica.
Nella prima parte infatti noi lettori possiamo pienamente identificarci con la povera Madeline, le sue emozioni nel sentirsi in trappola ed i primi batticuori per il ragazzo della porta accanto (in realtà della casa di fronte).
Da una parte vediamo in lei la ragazza malata costretta a privarsi anche delle cose che noi spesso diamo per scontato - come un caffè al bar con gli amici o un giro in bicicletta, per fare degli esempi - dall'altra una comunissima adolescente alle prese con una cotta.
Dunque, per quanto la sua esistenza sia fuori dalle righe, fino a metà libro le pagine sono impregnate di normalità: chat ed incontri segreti con il fidanzato, confidenze e consigli d'amore con l'amica (che in realtà sarebbe l'infermiera), serate di film e giochi con la mamma e pomeriggi sui libri da sola.
Poi di punto in bianco la nostra protagonista, che dapprima aveva paura anche solo di sfiorare la mano del suo ragazzo, decide di fare un salto nel buio, scappando di casa, dicendo addio senza ripensamenti alla persona che l'ha cresciuta e che più la ama, e rischiando così di morire.
Da qui ha inizio un viaggio fatto di avventure estreme e rischi sconsiderati, affascinanti certo, ma ben poco credibili.
Una persona che non ha idea di quali siano gli agenti scatenanti della sua malattia, secondo voi sceglierebbe di provare di tutto, e tutto insieme, giusto per essere sicura di andare incontro a morte certa?
Se ciò che voleva Maddie era un po' di normalità, perché non compiere piccoli tentativi, tipo una passeggiata attorno al quartiere, o un picnic al mare, invece che volare sul primo aereo per le Hawaii? Perché non provare a vivere sul serio e vedere come va, anziché "suicidarsi" per sentire un po' di brivido?
La scrittrice, troppo presa dall'idea di creare una fuga romantica a tutti i costi, mette da parte il ritratto che aveva creato nei primi capitoli - la personalità timorosa di Maddie, il suo amore per la vita, e per la sua famiglia - per inventarsi una nuova ragazza spensierata ed impavida.
Tutto ciò che c'era inizialmente viene alterato, tipo il rapporto con la madre Pauline: ci viene descritto nei primi capitoli come puro e privo di segreti (fino all'arrivo di Olly almeno), una mamma che è anche confidente ed amica, nonché la persona più importante nella vita della protagonista.

Come decorazione, sempre con la glassa disegno sulla superficie diciotto margherite con capolino e petali bianche, e di lato realizzo un drappeggio dello stesso colore. 
«Perfetta», esclama la mamma spuntando da dietro mentre termino l’opera. «Come te.» 
Mi giro a guardarla: sfoggia un sorriso smagliante e gonfio d’orgoglio, ma gli occhi sono lucidi di pianto. 
«Come sei melodrammatica», commento, e le spruzzo un ricciolo di glassa sul naso, con il solo risultato di farla ridere e piangere ancora di più. Di solito non è così emotiva, davvero, ma c’è quacosa nel mio compleanno che la rende sempre incline tanto alle lacrime quanto alle risate. E se lei è tutta lacrime e risate, be’, lo sono anch’io. 
«Lo so», ammette alzando impotente le mani, «sono patetica da far schifo.» Mi stringe in un abbraccio fortissimo, e la glassa mi finisce tra i capelli.

Le scene tra le due sono davvero carine e scherzose, trasmettono un forte senso di familiarità e protezione. Eppure la nostra Maddie, accecata dalla folle passione per il nuovo arrivato, non ci pensa due volte a lasciare sua madre da sola e con il cuore a pezzi, e per di più per tutto il viaggio non manifesta il minimo rimorso per le sue azioni.
D'altro canto anche la storia d'amore tra i due ragazzi pare troppo frettolosa, e perciò poco convincente.
Inizialmente si basa su battute simpatiche in chat, vivaci botta e risposta e poco altro. E fin qui tutto bene. Poi dal primo bacio, la loro diventa una passione tormentata: Maddie non riesce a compiere nessun'azione quotidiana senza pensare ad Olly, passa il tempo ad immaginare di toccarlo, baciarlo e via dicendo.
Ad un certo punto i suoi ormoni sono così in subbuglio che si ha quasi l'impressione di leggere un harmony.

Tornati sulla spiaggia, ci asciughiamo sotto le fronde di un albero. Quando è convinto che io sia distratta, mi punta lo sguardo addosso, ma in realtà siamo una società di mutua ammirazione: anch'io me lo mangio segretamente con gli occhi. 
Indossa soltanto il costume, perciò riesco finalmente a vedergli i muscoli asciutti e lisci di spalle, ventre e torace. Vorrei tanto memorizzare il suo paesaggio corporeo con le mani. Tremo e mi avvolgo nel telo da spiaggia, ma Olly scambia i miei brividi per qualcos’altro e mi si avvicina per poggiarmi il suo asciugamano sulle spalle. La sua pelle odora di oceano e di qualcosa di indefinibile, che fa di lui ciò che è. 
Resto scioccata di fronte al mio desiderio di toccargli il petto con la lingua, di assaporare il sole e il salmastro sul suo corpo. Distolgo a fatica gli occhi dal torace di Olly e lo guardo in faccia. Lui abbassa la testa e mi avvolge nell'asciugamano fino a coprirmi ogni centimetro di pelle, dopodiché si allontana. 
Ho la sensazione che si stia trattenendo. E non voglio che lo faccia, di questo sono sicura.

E la cosa assurda è che lei non è a conoscenza di nulla di concreto o personale sul conto di Olly, se non il rapporto problematico con il padre, che ha intuito da sola sbirciando dalla finestra.
Non sa cosa faceva prima di trasferirsi e dove, cosa combina nel tempo libero, cosa ama mangiare, chi siano i suoi migliori amici, se ci sono state altre ragazze prima di lei ecc. Niente di niente. E, cosa ben peggiore, non le interessa saperlo.
Insomma sembra tanto che l'autrice abbia preso a pretesto la SCID, la malattia della protagonista, solo per creare una storia d'amore strappalacrime per far sognare le adolescenti di tutto il mondo. Ragion per cui ha scelto di andare in volata verso il suo obiettivo finale, l'emozionante viaggio romantico, non assicurandosi prima di mettere le basi per una vera relazione. 
E poi dulcis in fundo il gran finale! Ve ne parlerò meglio più tardi, vi anticipo solo che quando l'ho letto la mia reazione è stata più o meno questa °□°)╯ ┻━┻
In generale per me con questo libro c'erano tutte le premesse per realizzare davvero una bella storia, tuttavia queste non sono state realmente sfruttate per puntare invece su qualcosa di più commerciale, anche se purtroppo visto e rivisto.
Il romanzo non è tutto da buttare, ovviamente. Salverei soprattutto la prima parte, che è scorrevole ma emozionante, capace di far percepire a chi legge gli stati d'animo di Madeline, il suo vivere come in un acquario con vista sull'oceano. In più le pagine sono corredate da alcuni disegni simpatici e autoironici (opera di David Yoon, marito della scrittrice) che smorzano un po' la tensione ed il tono drammatico della trama.
In realtà pur avendo come sfondo una malattia debilitante, "Noi siamo tutto" non giunge mai ad una vera e propria atmosfera tragica, forse perché la SCID è vista proprio come una peripezia che impedisce ai due innamorati di stare insieme, più che come un ostacolo per la vita di Maddie a prescindere.
E forse è questo il maggiore difetto di tutto il libro. Il ridurre una scelta di vita importante ad una prova d'amore. La protagonista non sceglie davvero di abbracciare il mondo, di rischiare la sua non esistenza per un briciolo di normalità ma, come una novella Giulietta, corre dal suo Romeo, incurante delle conseguenze. Sceglie l'amore e la morte, ma non se stessa.

Considerazioni:
Se non hai letto il libro, e hai intenzione di farlo, fermati qui!
Ho iniziato questo romanzo con una certa riluttanza, temendo di imbattermi nell'ennesimo libro romantico e banalmente patetico. Eppure, sin dalle prime pagine, mi sono ricreduta, trovandomi immersa in un'atmosfera genuina e spontanea, con protagonista una ragazza comune, sveglia, tenace e autoironica, capace di trovare il positivo anche nella peggiore delle situazioni.
Ho subito provato una certa empatia per Maddie, mi sono identificata nelle emozioni e sensazioni espresse pagina dopo pagina.
Poi è arrivato Olly e con il suo ingresso ho temuto che il libro prendesse una brutta piega. Eppure devo dire che anche lui mi ha stupito piacevolmente: non il solito belloccio, con promesse da bacio perugina, ma un giovane qualunque, spigliato e divertente.
Pensavo che il pericolo fosse scampato e invece era proprio dietro l'angolo. Come vi ho detto prima, un rapporto che sembrava non aver nulla di artificiale, diventa purtroppo il solito amore impetuoso che inghiotte tutto con la sua potenza.
Non una storia che cresce col tempo ma che divampa tutto una volta, risultando così poco credibile.
E poi si arriva al viaggio alle Hawaii, con cui la nostra protagonista mette al rischio la propria vita pur di poter stare a stretto contatto con il suo fidanzato.
Non mi è dispiaciuto leggere delle loro avventure in quanto, dal punto di vista letterario, la scelta esotica non può che risultare affascinante. Eppure avrei preferito qualcosa di meno esagerato e azzardato. Qualcosa di più vero e realistico.
Mi duole dirlo ma ad un certo punto ho cominciato a paragonarlo a "Colpa delle stelle", libro che ho bocciato tempo fa senza esitazioni.
Fortunatamente l'opera della Yoon non arriva a tali livelli di fantasia/follia, prevedendo soggiorni offerti da generosi benefattori, ricerche spasmodiche di fantomatici autori, e chi più ne ha, più ne metta, eppure non si discosta neanche così tanto dal suo predecessore.
E se la storia d'amore fra i due ragazzi non mi ha convinto per niente, come avrete sicuramente notato, non è nulla rispetto a ciò che più mi ha infastidito di tutta la lettura, ovvero la freddezza di Madeline di fronte alla sofferenza di sua madre. Sa che lei ha già perso improvvisamente figlio e marito tempo addietro, e che da quel momento non ha fatto che prodigarsi per la sua bimba malata. La vita di Pauline ruota quindi attorno a Maddie, lei è tutta la sua vita, tutto ciò che le rimane, eppure l'impavida adolescente non ci pensa due secondi ad abbandonarla, lasciandole solo un misero bigliettino.
Immaginate lo stato d'animo di una madre, scoprendo che la sua unica figlia, gravemente malata, sta rischiando la vita per fuggire con il suo ragazzo? Riuscite a vedere lei da sola ed in lacrime, mentre visualizza la figlia in punto di morte da qualche parte nel mondo?
Io sì, infatti per gran parte della romantica luna di miele, non ho fatto che pensare alla povera signora Whittier che non faceva che sperare che la sua unica ragione di vita facesse ritorno a casa.
E nel frattempo, cosa trascorreva le giornate la dolcissima e pura Maddie? Si divertiva a destra e a manca, facendo gite, immersioni, pranzi e cene, e senza degnarsi di mandare un misero sms rassicurante alla madre in preda al panico, anzi. Una volta saputo dell'arrivo di Pauline sull'isola hawaiana, cerca di convincerla in tutti i modi a non raggiungerla, per non rovinare il suo fantastico viaggio d'amore. E ricordiamoci che Maddie è sempre stata convinta di avere pochi giorni, se non ore, di vita, fuori dalla bolla. Chi non vorrebbe passare il suo ultimo tempo con le persone che ama? Chi escluderebbe la donna che l'ha amorevolmente cresciuta?
E ora veniamo al finale, a cui accennavo nella recensione.
Mentre con "Colpa delle stelle" ho sempre avuto la netta sensazione che l'epilogo sarebbe stato tragico, in questo caso ho avuto sin da subito la certezza che per i due in un modo o nell'altro ci sarebbe stato un lieto fine. Pensavo ad una miracolosa cura, ma mai avrei immaginato lo scenario da thriller psicologico (anche un po' horror, se vogliamo) creato dalla scrittrice.
Ne apprezzerei pure l'originalità, se non la ritenessi solo una mossa per ricongiungere i due innamorati.
Oliver e Madeline sono destinati a stare insieme, quindi al diavolo la malattia. La SCID non è mai esistita, è solo stata frutto della mente disturbata dell'iperprotettiva Pauline che, non avendo mai superato il lutto, ha deciso di tenere la secondogenita in una gabbia di vetro. Lei è quindi la matrigna cattiva che ha rinchiuso Raperonzolo nella torre, e i due ragazzi nient'altro che gli sfortunati eroi che riescono a far trionfare il loro grande amore sul male.
Ma ci rendiamo conto? L'autrice ha preferito mandare alle ortiche un profondo e duraturo rapporto madre-figlia, pur di garantire alle ragazzine dagli occhi a cuoricino il tanto sperato happy ending!
Potrei dilungarmi oltre, elencandovi tutto ciò che mi ha fatto storcere il naso - si potrebbe difatti aprire un lungo capitolo sulla poca professionalità dell'infermiera Carla - ma non lo farò.
Voglio invece concludere consigliandovi un libro, molto simile a questo per trama (si tratta sempre di un "sick lit", ovvero un romanzo d'amore con protagonisti due ragazzi, di cui almeno uno affetto da una grave malattia) ma di tutt'altro livello - non a caso, al momento, è l'unico libro di questo genere che ho promosso a pieni voti.
Mi riferisco a "Svegliami quando tutto sarà finito" di Robyn Schneider, un romanzo che non usa la patologia solo come pretesto, come spesso accade in letteratura (non per niente l'autrice in questione è laureata in bioetica), ma che, proprio per questo, riesce a regalare emozioni autentiche, che non sfociano mai nel ridicolo e lasciano un ricordo prezioso ed indelebile.

Ringrazio la casa editrice Sperling & Kupfer per avermi inviato una copia cartacea di questo romanzo

il mio voto per questo libro

martedì 26 febbraio 2019

Recensione: "Vicky profumo di cannella. Trilogia dei mondi paralleli - libro 1" di Dagmar Bach

Titolo: Vicky profumo di cannella
Autore: Dagmar Bach
Editore: Gallucci
Data di pubblicazione: 10 gennaio 2019
Pagine: 258
Prezzo: 14,90 €



Trama:
Vicky si sente diversa dalla maggior parte delle compagne di scuola: non le piace fare shopping, andare dal parrucchiere o truccarsi, e per lei i ragazzi sono ancora un mondo inesplorato. Ma Vicky è speciale anche per un altro motivo: ogni tanto, avvisata solo da un leggero profumo di cannella, si ritrova improvvisamente catapultata nel corpo di un'altra. E non si tratta di una persona qualsiasi, ma di Tory, una gemella del tutto identica a lei, se non fosse per la personalità completamente diversa. Passare un po' di tempo nei panni di Tory, in un mondo parallelo in cui tutto è alla rovescia, all'inizio sembra quasi divertente... ma cosa succede a Tory quando Vicky prende il suo posto?

Recensione:
Questo libro apre la trilogia dei mondi paralleli, che fa dei viaggi nello spazio la sua carta vincente.
Protagonista è una ragazza come tante, Vicky, alle prese con i comuni problemi dell'adolescenza e non solo.
Perché, mentre si barcamena tra la continua rivalità con la ricca compagna di classe, le stramberie che caratterizzano la sua famiglia, ed anche con i primi batticuori, la nostra giovane amica si ritroverà ad affrontare qualcosa di molto più complesso, che porterà scompiglio in più di una vita.
Ebbene sì, in quanto, senza sapere bene né come né perché, Vicky si ritrova di punto in bianco catapultata in un luogo molto simile al suo, ma con legami ed equilibri totalmente alterati.
Lì c'è un'altra versione di lei, perfettamente simile nell'aspetto, ma molto diversa nel carattere e nei modi di fare. Talmente diversa da essere la migliore amica proprio di Claire, la sua acerrima nemica nella realtà!
Potete immaginare la sua reazione nell'assimilare questa e altre novità, ed ancor di più il disordine e la confusione che lo scambio tra Vicky e la sua gemella del mondo parallelo, Tory, porterà nelle loro vite.
Ogni volta che le due ragazze prendono l'una il posto dell'altra, daranno il via ad una catena di eventi, o meglio, ad una catena di pasticci, equivoci ed imprevisti, dai risvolti esilaranti.
Ovviamente non tutto il male viene per nuocere! Infatti, nonostante le irte difficoltà, proprio i viaggi nello spazio permetteranno alle due protagoniste, ed in particolare a Vicky, di fare chiarezza nelle proprie emozioni, e di capire per chi batte davvero il loro cuore.
Quindi non solo un'avventura alla ricerca della soluzione al mistero che collega le due dimensioni, ma anche una vera e propria esplorazione nei sentimenti.
Un libro dal forte taglio adolescenziale, perfetto per i giovani alle prese con i tipici problemi della pubertà (le prime cotte, le affinità e/o le inimicizie con i compagni di scuola, i compiti, lo sport, le feste, il rapporto conflittuale con mamma e papà).
Tuttavia, grazie all'escamotage delle realtà parallele, e al ritmo serrato, il romanzo risulta perfettamente godibile anche ad un pubblico più adulto.
Una cosa è certa: una volta iniziato, è impossibile non finirlo. Forse perché la lettura ci riporta indietro nel tempo, forse per la curiosità del finale, o forse più semplicemente perché il linguaggio dei sentimenti è universale, e colpisce indistintamente i lettori di qualsiasi età.

Ringrazio la casa editrice Gallucci per avermi fornito una copia di questo romanzo

il mio voto per questo libro

venerdì 1 febbraio 2019

Monthly Recap... Gennaio 2019!



Salve avventori!
Ed il primo mese di questo 2019 è volato. Nuovi libri hanno trovato posto nelle nostre librerie e nei nostri cuori. E prima di scegliere i romanzi che ci faranno compagnia a febbraio, ricapitoliamo, con il Monthly Recap, cosa è successo in questo mese e quali sono state le nostre letture!
Cominciamo quindi dalle recensioni di gennaio, che potete ritrovare facilmente qui sotto, nel caso ve ne foste persa qualcuna. Basterà cliccare sulla copertina del libro per essere indirizzati alla relativa review.
Il bilancio è senza dubbio positivo, storie molto diverse che ci hanno lasciato emozioni differenti, dalla tenera commozione per quella della Flagg al forte dispiacere per quella più tragica di John Boyne, per arrivare alla piacevole favola natalizia della Alcott e alla splendida metafora della vita suggerita da Susanna Tamaro.


Le recensioni di gennaio



Passiamo ora alla sezione letture!
Quando il maltempo ti spinge a rintanarti in casa, cosa si può fare di meglio che sorseggiare una bevanda calda (meglio se cioccolata), raggomitolarsi sotto una calda coperta e tuffarsi tra le pagine di un buon libro?
Per noi nulla, ecco quindi i romanzi che hanno preso posto con noi sul divano/poltrona/letto lo scorso mese...

Le letture di gennaio

"Il bambino con il pigiama a righe" di John Boyne
"La compagnia delle stelle" di Britta Teckentrup
"Il mio maestro Janusz Korczak" di Itzchak Belfer
"Pippi Calzelunghe" di Astrid Lindgren
 "Gli amici silenziosi" di Laura Purcell
 "Storia di una ladra di libri" di Markus Zusak
 "La casa delle bambole" di Katherine Mansfield

Questo mese non possiamo proprio lamentarci, i libri letti non ci hanno affatto deluso, anzi, come nel caso de "Il bambino con il pigiama a righe" e "Gli amici silenziosi", hanno superato di gran lunga le nostre aspettative.

E ora, prima di salutarvi, vi lasciamo con il consiglio del mese. 
Il libro selezionato è uno di quelli che Muriomu ha promosso a pieni voti, una lettura emozionante che ha letteralmente divorato.

Il consiglio del mese è...


"Gli amici silenziosi" di Laura Purcell

Un libro dalle atmosfere cupe ed intriganti. Una storia che si snoda tra passato e presente, e tra i ricordi lontani, impressi nelle pagine di un vecchio diario.
Una protagonista perseguitata da un passato che desidera solo dimenticare, ma che spinge violentemente per tornare alla luce.
Una storia inquietante, che giocando con i sussurri, i ronzii, le superstizioni e le sinistre presenze degli amici silenziosi, tiene incollati fino all'ultima pagina.

E per il momento è tutto!
Com'è invece il bilancio del vostro mese?
Quali libri vi hanno stregato e da quali vi aspettavate qualcosa in più?

domenica 27 gennaio 2019

Recensione: "Il bambino con il pigiama a righe" di John Boyne e Oliver Jeffers

Titolo: Il bambino con il pigiama a righe
Autore: John Boyne
Illustrazioni: Oliver Jeffers
Editore: Rizzoli
Data di pubblicazione: 30 novembre 2017
Pagine: 338
Prezzo: 22,00 €


Trama:
Berlino, 1942. Il piccolo Bruno, di ritorno da scuola, trova un giorno ad accoglierlo un'inaspettata notizia: il papà ha ricevuto una promozione, e presto lui e il resto della famiglia dovranno trasferirsi molto, molto lontano.
La nuova casa si rivela un luogo desolato, dove non c'è niente da fare, e nessuno con cui giocare. Solo un'alta recinzione, lunga fin dove lo sguardo si spinge, a separare Bruno dalle strane persone che lui intravede in lontananza. Ma è proprio esplorando questo confine che Bruno incontra Shmuel, un ragazzino più o meno della sua età, la cui vita è però molto diversa dalla sua...
Il romanzo di John Boyne torna in una nuova, struggente edizione, grazie alle illustrazioni di Oliver Jeffers.

Recensione:
Molti sono i libri sulla Shoah che, giustamente, hanno il compito di ricordare l'orrore perpetrato ai danni degli ebrei, nel corso della Seconda Guerra Mondiale.
Pochi però, a mio avviso, riescono a dipingere l'assurdità delle teorie e, soprattutto delle pratiche, naziste, come "Il bambino con il pigiama a righe".
Il libro di Boyne, infatti, ha tra i suoi maggiori pregi quello di descrivere, attraverso gli occhi dei bambini, l'orrore dei campi di sterminio.
Da una parte abbiamo Bruno, il figlio del Comandante dell'esercito tedesco, dall'altra Shmuel, uno dei tanti piccoli innocenti privati della loro libertà e dignità.
In mezzo a loro una rete, a dividere due mondi diversi, due vite opposte. Quella fatta di privazioni, punizioni e duro lavoro dell'ebreo, e quella più spensierata e sprovveduta dell'altro.
I loro percorsi, così dissimili, finiscono per incontrarsi un giorno qualunque, mettendo così in luce, non solo le inevitabili differenze, ma anche le inequivocabili somiglianze.
Bruno, costretto a stravolgere la sua vita di punto in bianco, a lasciare Berlino, la sua quotidianità, e gli amici di sempre, troverà in Shmuel un compagno di sventure, qualcuno con cui condividere il tempo, la solitudine, i ricordi. Mentre quest'ultimo che ha conosciuto così presto la malvagità degli uomini, rivede nel compagno la gentilezza e l'ingenuità dei puri di cuore.
Entrambi si fanno forza, giorno dopo giorno, sperando che un giorno la divisione tra i loro mondi scompaia, che si possa giocare tutti insieme, come un unico popolo, come esseri umani.

Non erano abituati a stare dalla stessa parte della rete. 
Bruno sentì l'impulso di abbracciare Shmuel, così, per fargli sapere quanto gli voleva bene e come gli era piaciuto parlare con lui per tutti quei mesi. 
Anche Shmuel sentì l'impulso di abbracciare Bruno, così, per ringraziarlo della gentilezza, del cibo che gli aveva portato e perché lo avrebbe aiutato a ritrovare il suo papà. 
Nessuno dei due però abbracciò l'altro, cominciarono invece ad allontanarsi dalla rete camminando verso il campo, un tragitto che Shmuel aveva percorso quasi ogni giorno, nell'ultimo anno. Dal giorno in cui era riuscito a sfuggire alla sorveglianza dei soldati e a raggiungere quell'angolo di Auscit che nessuno sembrava controllare. 
Un angolo in cui era stato tanto fortunato da incontrare un amico come Bruno.

Il libro, come immaginerete, riporta degli scenari strazianti, descritti però in modo non troppo cruento, proprio in rispetto del punto di vista prescelto, ovvero quello del piccolo tedesco. Il protagonista infatti, pur imbattendosi in molte cose inspiegabili e assistendo talvolta ad episodi crudeli, rimane sostanzialmente all'oscuro della realtà dei fatti. La sua ingenuità lo porta a non accettare, non sappiamo se coscientemente o meno, che il padre possa essere responsabile di tanta ingiustizia, e a credere che la vita al di là del reticolato non sia poi così male come racconta Shmuel.
Il lettore però, sapendo cosa sta accadendo davvero nel campo, riesce a leggere nelle parole, nei silenzi, nei pensieri e nelle immagini formulate da Bruno, tutta la tragedia che si cela nel non detto.
Vediamo ad esempio nel corpicino martoriato e denutrito del ragazzino ebreo le torture dei nazisti e non la stanchezza per i troppi giochi, nelle sue lacrime il dolore per ciò che ha perso, nei lividi non le cadute in bicicletta ma i calci dei soldati.
Shmuel, pur apparendo in scena solo nella seconda parte del romanzo, riesce a catalizzare su di sé tutta l'attenzione e le premure di chi legge. Non si può che tenere a lui, e sperare in una sua salvezza, per quanto improbabile.

«E ieri mi ha detto che suo nonno non si vede da giorni e nessuno sa dove sia. E ogni volta che chiede a suo padre e a sua madre, loro cominciano a piangere e lo abbracciano così stretto che ha paura di venire stritolato.» 
Bruno si rese conto di aver abbassato il tono di voce. 
Queste erano cose che gli aveva detto Shmuel, ma per qualche ragione allora non aveva compreso fino in fondo la tristezza dell'amico. Se ne accorgeva solo adesso, udendolo con la propria voce, e si pentì di non aver detto niente per consolarlo, e di aver cominciato a raccontargli delle sciocchezze sulle sue esplorazioni. Dovrò chiedergli scusa per questo, domani, si disse.

"Il bambino con il pigiama a righe" è in definitiva un romanzo forte e commovente, che racconta di un'amicizia impensabile, pura e priva di qualsiasi colpevolezza, che nasce, come un fiore in un deserto, in un contesto che vede solo vittime e carnefici.
Pur essendo abbastanza moderno, è uno di quei libri che, in poco tempo, ha raggiunto quasi la fama di un classico, e a ragione direi.
L'opera di Boyne merita di essere letta almeno una volta nella vita, proprio perché capace, nella sua semplicità, di coinvolgere pienamente e far immedesimare nella lettura.
Inoltre, nella nuova edizione targata Rizzoli, e illustrata dall'artista Oliver Jeffers, la narrazione è arricchita da disegni che, senza snaturare la storia, ne danno un valore aggiunto, grazie alla loro essenzialità.
Jeffers difatti ha scelto, e non a torto, di raccontare dal suo punto di vista gli eventi con pochi e semplici tratti, rinunciando ai dettagli più macabri ed impressionanti, sostituendoli con pennellate di rosso ed espressioni del viso più esplicite di qualsiasi sparo o tortura.
Pochi schizzi delicati e pungenti per un racconto che non ha bisogno di parole, che dice molto anche con i suoi silenzi.

Considerazioni:
Conoscevo grossomodo la storia grazie alla famosa trasposizione cinematografica che, per quanto ben fatta, non credo renda giustizia al romanzo.
La bellezza della penna di John Boyne, come dicevo prima, non sta tanto nella scrittura in sé, ma nel candore e nell'eccessiva fiducia che trasmette mediante il personaggio di Bruno che va, puntualmente a scontrarsi con la barbarie dell'effettiva realtà. Non si può non voler bene a quell'ingenuo bambino che non riesce davvero a comprendere il perché di un reticolato che divide i bambini e non permette loro di giocare assieme.
Tuttavia, nonostante mi sia affezionata molto a Bruno, devo ammettere che il suo modo di fare, in particolare con Shmuel, mi ha lasciato spesso perplessa e, talvolta, addirittura infastidita.
Più di una volta il tedesco nota l'eccessiva magrezza dell'amico, che per di più gli confessa di morire di fame, eppure non solo non colpevolizza mai il padre per lo stato impietoso in cui versa il piccolo ebreo, ma anzi, spesso e volentieri finisce per mangiarsi per strada lo spuntino a lui destinato.
Lo vede piangere, osserva inequivocabili segni viola sul suo viso, ma finge che lui stia bene e trascorra il tempo a giocare con gli altri e fare picnic all'aperto. Arriva addirittura ad invidiarlo!

«Quando il treno finalmente si è fermato» continuò Shmuel «eravamo tutti in un posto freddo e abbiamo dovuto camminare fino a qui.» 
«Noi siamo venuti in macchina» disse Bruno, a voce alta, questa volta. 
«E la mamma è stata portata via e ci hanno sistemato nelle baracche, laggiù, ed è lì che viviamo da allora.» 
Shmuel sembrava molto triste mentre raccontava questa storia, e Bruno non ne capiva la ragione; non gli sembrava una così terribile, e dopotutto quasi lo stesso era capitato a lui. 
«Ci sono molti altri bambini lì?» domandò Bruno. 
«Centinaia» disse Shmuel. Bruno sgranò gli occhi.
«Centinaia?» disse stupito. 
«Non è giusto. Non c'è nessuno con cui giocare da questa parte della rete. Proprio nessuno.» «Noi non giochiamo» disse Shmuel. 
«Non giocate? E perché?»

Capisco all'inizio, ma come è possibile che in un anno di continui incontri e conversazioni, lui ancora non riesca ancora a percepire il dolore di Shmuel?
Come fa a considerare se stesso una vittima del destino avverso (per via dell'abbandono della casa di Berlino) e contestualmente a prendere così alla leggera la prigionia del polacco e tutti i suoi angoscianti aneddoti della vita nel ghetto o nel campo?
Mah. Francamente ho trovato un po' fuori luogo questo atteggiamento, soprattutto in considerazione del fatto che persiste fino al triste epilogo finale.
Ed anche allora, per quanto sia percepibile l'affetto sincero nei confronti del coetaneo, Bruno manca di sensibilità, in quanto sperimentando concretamente l'orrore del campo di sterminio, pensa solo ad un modo per tornarsene a casa il prima possibile, ignorando bellamente il tragico destino dell'amico, che sarebbe rimasto lì a patire.
Shmuel, al contrario, è il personaggio positivo del libro. Sopporta l'insopportabile con coraggio e dignità, non si lamenta mai, non parla più del dovuto, non piange, se non in rare occasioni. Vuole bene a Bruno e, proprio per questo motivo, evita di ferirlo, e gli perdona l'imperdonabile.
Non sprecherò parole per il tenente Kotler o per il Comandante, perché i colpevoli di un gioco al massacro non meritano neanche questo, ma vorrei dire due cose sulla nonna di Bruno, una delle figure migliori di questo libro, che avrebbe meritato più spazio.
La donna, quando viene a sapere della promozione del figlio, del suo nuovo ruolo di Comandante, e dei criminosi progetti di Hitler, si vergogna di lui. Lei, con coraggio, sceglie di opporsi a quel regime di discriminazione e morte, rinunciando ai lussi e agli onori di una posizione privilegiata.
La mamma e la sorella di Bruno, Gretel, hanno invece un comportamento non del tutto decifrabile. Sembrano riluttanti di fronte a ciò che sta accadendo, eppure non si capisce fino in fondo quanto il loro dissenso sia imputabile alla sacrificante condizione di vita cui sono costrette loro, o all'orrore che vedono dinnanzi agli occhi quotidianamente e che non riescono più a sopportare. In sostanza paiono non condividere pienamente le direttive del Fuhrer, ma ciononostante non considerano minimamente l'idea di fare a meno del loro status o di mettere in difficoltà, o meglio in serio pericolo, il Comandante.

Alla fine Bruno e Gretel videro centinaia di persone laggiù, ma le baracche erano così tante e il campo così sterminato che i due fratelli conclusero che le persone, là fuori, dovessero essere migliaia. 
«E vivono tutte vicino a noi» disse Gretel, disgustata. 
«A Berlino c'erano soltanto sei case nella nostra bella via, così tranquilla. E adesso guarda quante baracche. Perché papà ha accettato un nuovo lavoro in un posto così brutto? E con tutti questi vicini. Non riesco proprio a capire.» 
«Guarda lì» disse Bruno, e Gretel, seguendo il dito del fratello, vide in lontananza un gruppo di bambini di tutte le età uscire da una baracca. Dovevano avere dai tre ai quattordici anni e stavano tutti rannicchiati uno contro l'altro mentre un manipolo di soldati urlava contro di loro. E più i soldati urlavano, più i bambini si rannicchiavano impauriti, finché un soldato si scagliò contro di loro, separandoli. E finalmente sembrò che facessero come desiderava il soldato: si disposero diritti in un'unica fila. E allora tutti gli altri soldati cominciarono a ridere e ad applaudire. 
«Staranno provando qualcosa» suggerì Gretel, fingendo di notare che alcuni bambini, anche tra i più grandi, quelli della sua età, avevano l'aria di piangere.

Il finale del libro, che molti di voi conosceranno di certo, sarebbe potuto essere più drammatico, sicuramente (è meno esplicito rispetto al film), eppure l'autore sceglie volutamente di non descrivere la morte dei due bambini, e credo sia giusto così.
Focalizza l'attenzione sulla loro unione, sul gesto di tenersi per mano nel momento di paura, sul loro affetto, piuttosto che su ciò che sta per avvenire.
Una piccola azione, seppur significativa, che sta ad indicare come due nemici (sulla carta) siano stati capaci di andare oltre le differenze, di costruire un ponte dove i grandi avevano costruito barriere. Di morire assieme pur di non essere divisi.

Ringrazio la casa editrice Rizzoli per averci fornito una copia cartacea di questo romanzo 

il mio voto per questo libro