venerdì 25 maggio 2018

Recensione: "La figlia del dottor Baudoin" di Marie-Aude Murail

Titolo: La figlia del dottor Baudoin
Titolo originale: La fille du docteur Baudoin
Autore: Marie Aude Murail
Editore: Camelozampa
Data di pubblicazione: ottobre 2017
Pagine: 208
Prezzo: 15,90 € 

Trama:
Sono in due a spartirsi l'ambulatorio: uno è l'affascinante Jean Baudoin, il fondatore, in piena crisi dei cinquant'anni, che non dedica mai a ciascun paziente più di dieci minuti, distribuendo sguardi sprezzanti e medicinali a pioggia.
L'altro è Vianney Chasseloup, medico alle prime armi, dagli occhi dolci e l'aria arruffata, pieno di ideali e buoni propositi. Lui cura tutti quelli che Baudoin non vuole più: gli anziani, i derelitti, i poveracci, i casi disperati.
Ma ecco che un giorno, tra i pazienti del dottor Chasseloup, si intrufola una ragazza dagli occhi blu, quasi viola. Violaine.
Una ragazza così carina, avrebbe tutto per essere felice.
È la figlia del dottor Baudoin. Ma allora, che ci fa lì?

Recensione:
Marie Aude Murail, in questo suo romanzo, torna a parlare ai ragazzi, il suo pubblico prediletto, con garbo e leggerezza, di temi difficili e spinosi.
Qui, la sua protagonista, Violaine, una diciassettenne di buona famiglia, molto graziosa, ma un po' frivola e superficiale, sospetta di essere rimasta incinta.
La osserviamo e assistiamo da spettatori silenziosi al progredire della cosa, i primi malori, la decisione di fare il test di gravidanza, il risultato positivo, i dubbi e le paure sul da farsi.
Le emozioni altalenanti in continuo bilico tra il bisogno di disfarsi al più presto del "problema", e il desiderio di proteggere il suo girino, a cui ben presto, e quasi senza accorgersene, si ritrova a dare un nome.
Il viaggio di poche settimane in cui accompagniamo Violaine porterà ad una scelta, ma anche ad una crescita, ad una maturazione profonda e visibile.
In concomitanza con i patemi della giovane Baudoin assistiamo alla crisi esistenziale di suo padre.
L'affascinante e distaccato dottor Baudoin, medico generico che da anni presta servizio, nel suo laboratorio, ai soliti lamentosi pazienti, si rende improvvisamente conto di averne abbastanza.
Per questo ha assunto un giovane assistente, il dottor Vianney Chasseloup, al quale affida i suoi pazienti più fastidiosi.
Notiamo dunque il forte contrasto tra un dottore con una lunga carriera alle spalle, abituato a trattare i pazienti come fossero numeri da spuntare da una lunga lista che ha fretta di terminare, e un giovane medico alle prime armi, che tratta ogni paziente come se fosse il solo nome del suo elenco.
Così, alle visite frettolose, che non durano che qualche minuto, di Baudoin si contrappongono quelle infinite di Chasseloup; alla lunga lista di analisi prescritta per incrementare le casse dell'ambulatorio medico della signora Baudoin, si contrappongono i consigli "paterni", le raccomandazioni e i dolci ammonimenti del giovane Chasseloup.
Marie-Aude Murail così affronta un altro tema delicato quello della professionalità e della dedizione che, specialmente nel campo medico, sono fondamentali.
Lo notiamo anche quando Violaine si reca al consultorio per decidere se interrompere o meno la gravidanza. Non tutto il personale medico la tratta con la delicatezza che vorrebbe la circostanza, e molti non si preoccupano neanche di nascondere il proprio giudizio a riguardo.
Argomenti delicati trattati con garbo, con lo spirito giusto che il tipo di tematica e di pubblico richiedono. 
Marie-Aude Murail non emette giudizi o sentenze, non ci impone alcuna opinione, si limita a narrarci una storia. Ovviamente essendo questa rivolta ad un pubblico di ragazzi è trattata con leggerezza, ma non per questo viene meno al suo scopo, che è quello di far riflettere.
Invita i giovani ad utilizzare sempre la testa e li mette di fronte alle conseguenze di quelle loro azioni spesso avventate.
Un libro che consiglio, soprattutto lo vorrei vedere come lettura nelle scuole medie e superiori, perché affrontare determinati argomenti in modo così naturale e semplice potrebbe servire molto più di una ramanzina.

Considerazioni:
Una storia che parla di aborto, ma non lo fa con i toni gravi, esistenziali e filosofeggianti a cui, ad esempio, ci ha abituato Oriana Fallaci nel suo "Lettera ad un bambino mai nato", ma attraverso gli occhi, i pensieri e le paure di una ragazzina di diciassette anni, decisamente immatura e con la testa fra le nuvole.
Ora, è normale pensare (l'ho fatto io stessa) che il modo giusto per parlare di un tema come l'aborto non può che essere grave, poiché trattasi di una decisione tremendamente difficile per qualsiasi donna, di qualunque età, e risulta perciò impensabile trattarlo diversamente.
Concordo con voi, eppure ritengo che la chiave che l'autrice ha scelto possa essere quella giusta per catturare l'attenzione di un certo tipo di pubblico, quel pubblico che, come Violaine - la giovane protagonista di queste pagine - risulta essere decisamente immaturo e spesso superficiale anche nelle azioni che in un attimo possono compromettere la propria (e non solo la propria) vita.
Tuttavia, il libro non è sicuramente realistico per molti aspetti, o forse non è realistico per il mio punto di vista...
Ho trovato, ad esempio, estremamente fredda e distaccata la reazione dei genitori alla scoperta della gravidanza della loro figlia. 
Mi sarei aspettata reazioni molto più forti, più drammatiche, perché se a una ragazzina un po' sciocca posso giustificare e comprendere pensieri infantili (non si matura certo di colpo, non appena si scopre di essere incinta) da dei genitori mi aspetto, e pretendo, un comportamento da genitori!
Però non è detto che al mondo non ci sia chi abbia reagito proprio come il signor e la signora Baudoin. Anzi, c'è sicuramente, solo che è una reazione che fatico a comprendere e trovare credibile.
Violaine invece l'ho trovata estremamente credibile. Alterna pensieri adolescenziali, a pensieri estremamente profondi e materni, il che è sensato, poiché, come dicevo poc'anzi, non si matura all'improvviso, e dunque non si può pretendere che una ragazzina si trasformi in donna matura al solo vedere un test di gravidanza risultare positivo.
Eppure Violaine matura, lo fa giorno per giorno, pensiero dopo pensiero, e lo fa a voce alta, parlando con un linguaggio che i giovani potranno capire e con pensieri in cui potranno immedesimarsi.
Per quanto riguarda, invece, lo storyline dedicato allo scontro tra i due dottori, posso dire che è sicuramente la parte più divertente e briosa del libro.
Ho trovato adorabile e tenero il giovane dottor Chasseloup e dolcissima la sua storia con il suo scontroso gattino Cassonetto, pelosone che ha conquistato tutto il mio cuore!
Con il dottor Baudoin, la Murail, sempre nel suo tono leggero, e con il suo fare che non vuole essere mai accusatorio, ci mette davanti ad un altro dramma, quello dei dottori (e del personale medico in generale) che lavorando senza passione finiscono per trattare i pazienti come fossero cose di poca importanza. Chi non ne ha mai incontrato uno?
Certo, ogni lavoro con l'andare del tempo diventa ripetitivo e può venire a noia. Un pizzaiolo alla sua prima pizza proverà ansia ed emozione, il desidero di servire una pizza perfetta, e la promessa di fare sempre la stessa cosa con la stessa dedizione.
Poi però, alla milionesima pizza può essere che, quello stesso pizzaiolo, si ritrovi a servirne di poco cotte o bruciate. Anche questo, a chi non è capitato?
*Con questo discorso non voglio certo paragonare le persone alle pizze eh! (meglio specificarlo) però, purtroppo per qualcuno alla fine anche i pazienti diventano cose, numeri*.
La Murail con lo scontro generazionale tra i due dottori, quello con anni di carriera alle spalle e il principiante, ci mostra esattamente lo stesso fenomeno, raccontato con ironia, eppure credibile.

Ringrazio la casa editrice Camelozampa per avermi fornito una copia cartacea di questo libro

il mio voto per questo libro 

mercoledì 23 maggio 2018

I love this cover... #17

Salve avventori!
Oggi protagonista di questo appuntamento della rubrica "I love this cover" è un libro che abbiamo scovato per caso nel web, e che ci ha fatto innamorare al primo sguardo.
Il romanzo in questione non è ancora stato pubblicato in Italia, ragion per cui questo post potrebbe benissimo rientrare nella rubrica "Waiting for", perché noi lo aspettiamo, con tanta trepidazione.
Ci sentite, ci sentite trepidare?
Ma tornando a noi, "The Toy Makers" - perché è così che si chiama - è un libro che parla di magia e mistero, di un posto meraviglioso dove i sogni diventano realtà. E la copertina, secondo noi, esprime alla perfezione queste sensazioni.
Un negozio di giocattoli, forse lo immaginerete pieno di giochi, colori, confusione, bambini chiassosi e allegria. Ciò che spiazza invece della copertina realizzata da Laura Barrett, è la sua essenzialità ed eleganza. 
Uno scorcio innevato e solitario fa da cornice alla vetrina del toyshop, oltre la quale possiamo osservare un interno alquanto spoglio. Solo un soldatino, con la sua sfavillante divisa rossa (unica nota di colore in un contesto pressoché monocromatico), si staglia contro uno sfondo nebbioso in cui si intravedono alcune sagome umane in lontananza. 
Chi saranno? Dobbiamo leggere il libro per scoprirlo. Quindi care case editrici non vi resta che pubblicarlo in italiano. Al più presto, in questo preciso istante, ad esempio, sarebbe perfetto. 
Che aspettate quindi? Correte in tipografia!
Sorvolando su questo mio accorato appello, leggiamo insieme la trama che, come vedrete, non è meno ammaliante della sua copertina.



Ti ricordi quando credevi nella magia?
L'Emporio apre con il primo gelo dell'inverno. Succede così ogni anno.
Quando i bambini si svegliano per sbirciare dalle loro finestre gli alberi innevati, o vanno a scuola felici nel sentire il ghiaccio scricchiolare sotto i loro piedi, la voce comincia a spargersi per la città: l'Emporio ha aperto!
È il 1917, e Londra ha passato anni nell'ombra della Seconda Guerra Mondiale, ma nel cuore di Mayfair c'è ancora posto per la speranza. Un luogo dove i sogni dei bambini diventano realtà, dove l'impossibile diventa possibile: l'Emporio di giocattoli di Papa Jack.
Per anni Papa Jack ha creato e venduto i suoi famosi giocattoli magici: cavallucci, cagnolini e orsetti di pezza che sembrano vivi, scatole di giochi più grandi all'interno che all'esterno, alberi che germogliano istantaneamente, soldatini che combattono per conto loro. 
Ora, i suoi figli, Kaspar e Emil, sono grandi abbastanza per prendere parte all'attività di famiglia, quando nelle loro vite arriva la fragile Cathy Wray, una giovane senzatetto.
L'Emporio si prenderà cura di lei, accogliendola a braccia aperte. Ma Cathy scoprirà presto che, mentre tutti gli altri negozi di giocattoli sono posti meravigliosi, solo uno è veramente magico...



Come possiamo dedurre dalla trama, l'inverno ha un ruolo preponderante nella storia, in quanto è solo con l'arrivo di esso che si mette in moto la magia.
Ragion per cui noi del Café Littéraire abbiamo davvero apprezzato che l'illustratrice, pur conservando l'essenzialità dell'immagine, abbia dato grande risalto a questo elemento per nulla marginale.
Detto ciò non possiamo che sperare di vedere presto l'opera di Robert Dinsdale nelle nostre librerie, e poter osservare da vicino questa deliziosa copertina (dando per scontato che resti immutata).
E voi, cosa ne dite? Vi ispira questo libro? E la cover, ha attirato anche la vostra attenzione? 

lunedì 21 maggio 2018

Recensione: "La figlia di Lowrie" di Frances Hodgson Burnett

Titolo: La figlia di Lowrie
Titolo originale: That Lass O'Lowrie's
Autore: Frances Hodgson Burnett
Editore: Elliot
Data di pubblicazione: 26 gennaio 2018
Pagine: 192
Prezzo: 17,50 € 


Trama:
Tutti a Riggan conoscono quel tipaccio di Dan Lowrie. Minatore manesco, amante di birra e complotti, da sempre porta con sé sua figlia Joan a lavorare nelle cave. Anche Joan è una creatura fuori dal comune, ma in positivo: bellissima e fiera, in lei una forza quasi maschile convive armoniosamente con una speciale e delicata grazia. 
Purtroppo nella piccola comunità rurale del Lancashire, da cui Londra sembra un miraggio, il destino sembra segnato per Joan... fino al giorno in cui in paese arrivano Paul Grace "il prete piccolo", Anice "la figlia del prete vecchio" e Derrick, l'ingegnere a capo delle miniere, i quali, tra amori non corrisposti, struggimenti segreti e propositi eroici, riusciranno a scalfire la ritrosia altera della ragazza, spingendola a sviluppare le sue doti naturali e a sfidare una volta per tutte suo padre.

Recensione:
Chi mi conosce sa del mio amore per Frances Hodgson Burnett: nel corso degli anni ho letto alcuni dei suoi più celebri romanzi, tra cui anche i classici della letteratura per ragazzi "Il giardino segreto" e "La piccola principessa", con cui sono letteralmente cresciuta.
Indipendentemente dalla tematica affrontata o del pubblico selezionato, ho sempre trovato affascinante la scrittura di quest'autrice, capace di coinvolgere il lettore e di dipingere in maniera attenta qualsiasi scenario, dai paesaggi sconfinati e selvaggi, ai salotti borghesi sino ai più umili caseggiati.
Il libro "La figlia di Lowrie" non fa eccezione, in quanto, non si limita a raccontare una storia drammatica ed intensa, incentrata sulla dura realtà delle miniere ed i suoi protagonisti, ma la ritrae in modo sincero ed incisivo, facendo sì che chi legge non faccia affatto fatica a figurare davanti a sé gli avvenimenti.
Già dalle prime pagine infatti ci troviamo immersi nell'ambiente rude dei minatori, che non conoscono altro che la dura fatica, il sudore della fronte, e una temporanea tregua in qualche bar. Tra questi Dan Lowrie che a fine giornata, e dopo qualche bicchiere, è solito lasciarsi andare a facili conflitti con il primo di passaggio, o peggio ancora, a compiere atti violenti contro la figlia Jean.
Lei d'altra parte non fa che subire. Lavora nelle cave, come tante altre donne, mettendo da parte le sue vere aspirazioni, e sopporta il padre e i suoi facili attacchi d'ira.
È rassegnata, ad una vita che non lascia scampo, che non regala sogni ma solo delusioni. Ad una famiglia che non esiste o che non la ama, ad un paese che giudica, troppo abituato a puntare il dito contro chi sbaglia, a schernire, a non concedere perdono.
Fino all'arrivo di Fergus Derrick, l'ingegnere incaricato di supervisionare il lavoro in miniera. Un suo gesto gentile - una benda per una ferita - una cosa da poco, diventa per la giovane operaia qualcosa di memorabile ed eccezionale. Un piccolo e raro fiore che fiorisce nel letamaio e che risveglia in lei le emozioni e le speranze a lungo sopite.
Ma Jean Lowrie non è fatta per l'amore, e di certo non è fatta per essere la moglie di un signore. Ecco perché nel corso di tutto il romanzo, la protagonista non farà che combattere ciò che il cuore le dice a favore di ciò che il buon senso le impone.
Ma se pensate che questa sia la solita storia romantica, sappiate che siete ben lontani dalla verità!
Il racconto della Burnett è molto più complesso di così, e fa largo uso di convenzioni e finti moralismi, sviluppando come questi risultino determinanti nelle vita dei paesani.
E non parlo solo di Jean, ma anche degli altri personaggi, come la poco assennata Liz che, in quanto ragazza madre, viene subito additata dalla gente del posto, o ancora del vecchio Sammy ritenuto quasi una leggenda, e perciò venerato, rispettato e temuto da tutti.
In realtà uno dei punti di forza nel romanzo sta proprio nel dipingere la realtà di un paesino povero e gretto, in modo veritiero, tenendo conto di tutte le sue sfumature. Proprio per questo l'attenzione non è mai puntata esclusivamente su Jean Lowrie e le sue tribolazioni, ma anche sulle disavventure dell'ingegnere Fergus Derrick o del curato Paul Grace - non solo inerenti alla parrocchia - non tralasciando poi personalità vivaci come quella dell'amabile Anice Barholm, o del ragazzino di strada Jud.
Tutti i personaggi, con i loro caratteri ben delineati e differenziati, contribuiscono a creare un affascinante mosaico, di cui non se ne ha mai abbastanza. Infatti, se proprio dovessi cercare un difetto in questo libro, direi che finisce troppo presto.
In generale "La figlia di Lowrie" è un romanzo che non potrei non consigliare, in quanto capace di affrontare tematiche forti come l'ingiustizia sociale, i diritti dei lavoratori, o la violenza sulle donne, con una genuinità non comune, e senza risultare in nessun modo eccessivamente enfatico, gravoso o indigesto. 

Considerazioni:
Ci sono libri che arrivano al momento giusto, e non poteva esserci per me occasione più adeguata di questa. Venivo dalla lettura de "Il tempo dei maghi" di Cressida Cowell, un romanzo per ragazzi sicuramente piacevole e carino, ma di poco spessore.
Avevo bisogno di una lettura impegnativa, che raccontasse una storia forte, intensa e drammatica, ricca di emozioni.
Ed è proprio quello che ho trovato leggendo "La figlia di Lowrie", un libro che si distingue per la forte caratterizzazione dei personaggi e per la strana familiarità che si instaura tra questi ultimi e i lettori. Più si va avanti, più sembra di conoscerli, di riuscire a prevedere le loro reazioni, in pensieri e opere. Più si prosegue con le pagine, più ci si affeziona. Perlomeno, per me è stato così. Mi sono legata non solo alla protagonista Jean, così decisa, apparentemente imperturbabile e segretamente sensibile (non ho potuto non riconoscermi in lei), ma anche al timido prete Paul Grace - diviso tra l'amore per Anice e la paura di non essere corrisposto -, e alla stessa signorina Barholm, determinata, dolce e generosa.
E che dire poi del vecchio Sammy? Il suo comportamento rude e orgoglioso pian piano finisce per ammorbidirsi, suscitando una certa simpatia anche nel pubblico.
La stessa cosa non vale per Dan Lowrie che, con la sua banda di amici balordi, riesce a rimanere insopportabile ed estremamente insensibile fino all'ultimo.
Vorrei fare un'ultima considerazione sulle storie d'amore presenti in questo libro, in particolare sul sentimento che il curato Grace nutre per Anice Barholm e a quello, invece corrisposto, tra Jean Lowrie e Fergus Derrick.
In entrambi i casi di tratta di amori che non scaturiscono da un'attrazione fisica, se non in minima parte, ma che sono pienamente alimentati da un'affinità intellettiva e da una comune visione delle cose.
Fergus stima ogni giorno di più il coraggio di Jean ed il suo essere caritatevole, e la sua ammirazione finisce per tramutarsi piano piano in un sentimento più forte. Lo stesso vale per il prete che, nonostante l'aspetto grazioso di Anice, vede nella giovane donna un'umiltà e una nobiltà d'animo senza pari. 
Come era già accaduto con il bellissimo romanzo "Le anime bianche", della stessa Burnett, questi legami sfidano le convenzioni e oltrepassano la concezione che solitamente si ha di storia romantica.
Inoltre, come accennavo prima, altra cosa che ho davvero apprezzato è stato il contesto umile in cui le vicende sono state ambientate.
Pur non caricando eccessivamente il tutto con dettagli cruenti o penosi, nel libro si respira sempre un'aria di sventura, di cose semplici e vere, di ingiustizia e povertà, ma anche di rivalsa.
Di persone speciali che affrontano il destino con forza d'animo e che, con coraggio, cercano di dare una svolta alla propria vita. 

Ringrazio la casa editrice Elliot per avermi fornito una copia cartacea di questo romanzo

il mio voto per questo libro

giovedì 17 maggio 2018

Recensione: "La stagione delle conserve" di Polly Horvath

Titolo: La stagione delle conserve
Titolo originale:: The Canning Season 
Autore: Polly Horvath
Editore: Piemme
Collana:  Il battello a vapore
Data di pubblicazione: 6 Settembre 2016
Pagine: 217
Prezzo: 15,00 € (cartaceo) 7,35 € (ebook)

Trama:
Ratchet non è certo felice di trascorrere l'estate con due vecchie pseudo zie che nemmeno conosce. Per di più nei boschi isolati del Maine, infestati da orsi feroci. La vita di Ratchet non è mai stata entusiasmante a causa di sua madre, che pensa solo a entrare nel prestigioso club sportivo della città e le vieta di mettersi in costume per non mostrare "Quella Cosa" che ha sulla schiena.
Eppure l'idea di allontanarsi da casa per una vacanza in un posto simile la spaventa. Questo fino a quando non raggiunge le due arzille Tilly e Penpen, meglio conosciute come "le signore dei mirtilli". Le due vecchiette, infatti, che passano una stagione a preparare marmellata e le altre a raccontare storie raccapriccianti, sono sempre disposte ad accogliere chiunque bussi alla loro porta...

Recensione:
Leggere questo libro è stato come abbandonare la città, prendersi una vacanza e andare a vivere la vita di campagna in mezzo ai boschi, nella natura pressoché incontaminata e, perché no, insieme agli orsi.
In compagnia della timida e introversa Ratchet Clark, Polly Horvath, ci porta nel Maine, più precisamente a Diary, al Glen Rosa, la grande casa a picco sul mare delle vecchie e strambe zie, le sorelle gemelle Tilly e Penpen Menuto.
In realtà questa vacanza per Rachet non è affatto volontaria, tutt'altro!
È una calda sera d'estate quando la sua distaccata e scontrosa madre, Henriette, le comunica l'improvvisa decisione, alla quale non è ammessa alcuna obiezione o rimostranza.
Così, senza aver potuto decidere niente - come sempre nella sua vita - in poche ore Ratchet si ritrova su un treno diretto, non sa precisamente dove, senza alcun bagaglio alla mano, con tante domande nella testa e un'unica importante raccomandazione: tenere sempre nascosta "quella cosa" che ha sulla schiena.
Sin da poco dopo il suo arrivo, la ragazza (e noi con lei) capisce che il Glen Rosa è un posto particolare, così come lo sono le sue proprietarie: due anziane gemelle che, sia per carattere che per aspetto, nessuno immaginerebbe tali.
Tilly magrolina, schietta, senza peli sulla lingua, con una grande passione per liquori e formaggi.
Penpen paffutella e sempre allegra, bravissima ai fornelli, amante dell'orto e sempre disponibile con tutti.
Le vecchiette, abituate ad una vita appartata, hanno visto ben poche novità negli ultimi decenni, ma l'arrivo della ragazzina, come per magia, movimenterà la loro estate dando inizio ad una serie di inaspettate novità.
Polly Horvath ha scritto una storia speciale, abitata da personaggi di cui non ci si stancherebbe mai di sentir parlare, una di quelle storie che vorresti continuare a leggere per sempre. Entrare a far parte della vita di Tilly e Penpen; vedere l'introversa Ratchet aprirsi piano, piano e superare le sue paure; leggere della quotidianità che, per anni, si è ripetuta uguale a sempre, in quella casa isolata tra i boschi e il mare, interrotta solo dallo sporadico intervallarsi di avvenimenti singolari e, in qualche caso, folli.
Ma, soprattutto, ho adorato leggere del meraviglioso rapporto di affetto tra le due sorelle. Due persone così diverse, eppure così legate.
È stato bello ascoltare le loro storie, gli aneddoti divertenti, assurdi e allo stesso tempo raccapriccianti, delle sorelle Menuto. Essere partecipi dei loro piccoli battibecchi, e di quell'amore che le ha legate per tutta la vita, poiché sono effettivamente state l'una la vita dell'altra.

"Gli occhi di Penpen si erano fatti lucidi mentre si rendeva conto che Tilly non era più una ragazzina; di colpo aveva capito che cosa volessero dire i suoi capelli bianchi e le rughe. 
La vecchiaia era arrivata e quello che all'inizio sembrava un simpatico diversivo - i primi capelli grigi e il corpo che cambia - non era più una gradita novità. 
Ormai non sarebbero più tornati indietro: la giovinezza - la loro giovinezza! - se n'era andata. Era come se in quel posto sicuro sperduto fra i boschi, senza testimoni, fossero riuscite a vivere fino a quel momento fuori dal tempo. Nessuno le aveva davvero viste invecchiare e, in un certo senso, loro non erano invecchiate. Chissà se Tilly, tutta sola nel suo letto, ne era diventata consapevole all'improvviso come lei."

Ed è fra queste due sorelle, che si sono volutamente isolate dal resto del mondo, che l'autrice inserisce due inaspettate variabili.
Ratchet e Harper, due ragazzine che non potrebbero essere più diverse tra loro, giunte per caso, ognuna con il proprio passato, i timori, i dubbi e le speranze.
Ognuna con il desiderio di essere accettata, apprezzata e considerata.
Qui, al Glen Rosa, troveranno ciò di cui avevano sempre avuto bisogno, una casa, una strada e un futuro.
Un romanzo scritto splendidamente, in cui non mancano né l'emozione né l'umorismo.
Disarmante e allo stesso tempo intenso. Leggero e allo stesso tempo profondo. Surreale e allo stesso tempo reale.
Non lo si può sminuire definendolo "un romanzo per ragazzi", no, questo è un romanzo per anime sensibili, quelle che amano le belle storie, i sentimenti, quelle che si emozionano per le emozioni degli altri.

Considerazioni:
La prima cosa che ho pensato a libro concluso è stata "No, è già finito? Avrei voluto sapere molto più della vita a Glen Rosa, più di Tilly, Penpen, Ratchet e Harper. Ne voglio ancora!".
La seconda cosa che ho fatto è stata vedere se l'autrice avesse pubblicato altri libri in Italia.
*Se ve lo state chiedendo la risposta purtroppo è no! Di libri ne ha scritti tanti, ma per ora solo questo titolo è uscito da noi.*
Va da sé che la terza cosa che ho fatto è stata chiedermi "case editrici cosa state aspettando???".
Sì, lo avrete capito, sono proprio curiosa di leggere altro di questa autrice perché tra queste pagine ho scoperto una storia dolce e profonda che non può che essere frutto di un animo sensibile.
Se devo trovare un difetto a questo romanzo (oltre al fatto che è finito troppo presto), posso dire che mi sarebbe piaciuto vedere la timida e riservata Ratchet un po' più protagonista.
Conoscere meglio i suoi pensieri, vedere la storia e gli accadimenti più dal suo punto di vista, mentre, una volta entrata in scena la sfacciata ed esuberante Harper, è lei a catturare la scena e anche l'attenzione delle due sorelle Menuto.
Segretamente ho fantasticato pensando a come sarebbe stato tutto più bello, allegro e spensierato se Ratchet e Harper avessero raggiunto Tilly e Penpen qualche anno prima, quando queste erano più arzille e attive.
Per il resto non posso dire altro. "La stagione delle conserve" mi ha divertito ed emozionato, mi ha fatto sognare e ricordare l'infanzia. La campagna, la natura, le giornate felici e spensierate fatte di piccole cose semplici, i momenti in famiglia tutti insieme, passati, non davanti allo schermo di un televisore, ma all'aperto preparando conserve (o, come nei miei dolci ricordi, la passata).
Non so voi, ma io amo questo genere di storie. Amo le emozioni che sanno darmi e i ricordi che riescono a rievocare.

Ringrazio Il Battello a Vapore per avermi fornito una copia cartacea di questo libro

il mio voto per questo libro

lunedì 14 maggio 2018

Estratto: "Giuro di dire la verità dalla A alla Zia Mary" di Valerio Scanu

Salve avventori!
Come vi ho detto nella recensione, una della cose che mi ha colpito di questo libro è la grande attenzione prestata al mondo intimo dell'autore, ed in particolare alla sfera familiare.
Soprattutto le pagine dedicate ai nonni mi sono parse emozionanti, dense di ricordi, e d'affetto.
Sono quelle che più mi hanno coinvolto e che consiglierei di leggere.
Ecco perché ho deciso di riportare qui un piccolo passo estratto da "Nonno Bastiano", capitolo che ricorda l'animo nobile del nonno paterno del cantante, scomparso non molto tempo fa, ma rimasto nel cuore dell'amato nipote.
Buona lettura!

Tutti noi abbiamo questa credenza sull'immortalità delle persone a cui teniamo di più. 
Siamo convinti che nessuno potrà portarceli via, e quand'anche il destino ci prepara, in fondo, preparati non lo siamo mai. 
Conservo gelosamente, tra le altre, due foto di Nonno Bastiano che ne descrivono perfettamente l'animo buono. 
La prima lo raffigura seduto al balcone della nostra casa, a La Maddalena. Gioca con un piccione, si guardano intensamente, come se si stessero raccontando chissà che aneddoto sull'isola. Nonno aveva un rapporto speciale con gli animali. 
Quando passeggiava per via Indipendenza o scendeva giù in piazza, era sempre accompagnato da piccioni e gatti. 
Curioso: i gatti, così diffidenti per natura, si fidavano di lui, e i piccioni, così non curanti della presenza dell'uomo, lo seguivano passo dopo passo. 
Il giorno della sua scomparsa lo hanno aspettato in veranda e fuori dalla porta d'ingresso. 
Ne avvertivano la mancanza. 
E' incredibile quanto creature così diverse tra loro si fossero unite per commemorare una persona che evidentemente, con quei suoi occhi buoni, li aveva conquistati. 

mercoledì 9 maggio 2018

Chi ben comincia... #38

Poche e semplici le regole:
♥ Prendete un libro qualsiasi contenuto nella vostra libreria
♥ Copiate le prime righe del libro (possono essere 10, 15, 20 righe)
♥ Scrivete titolo e autore per chi fosse interessato
♥ Aspettate i commenti
"Capriole sotto il temporale" di Katherine Rundell


Salve avventori!
Oggi vi propongo l'incipit del libro che sto leggendo attualmente, ovvero l'ultimo lavoro dell'autrice Katherine Rundell, "Capriole sotto il temporale".
Sono andata un po' avanti con la lettura e posso dirvi che per ora mi sta prendendo molto.
Nella scena con cui si apre il libro, e che qui riporto, la scrittrice ci introduce subito nella vita che Wilhelmina conduce nel selvaggio Zimbabwe. Un'esistenza fatta di cose semplici e vere, e di forti emozioni.
Buona lettura!

Wilhelmina sapeva che in alcune case c'erano vetri a tutte le finestre e lucchetti alle porte.
La fattoria dove abitava, però, non era fatta così. Se anche esisteva una chiave per la porta d'ingresso, Wilhelmina non l'aveva mai vista: dovevano essersela mangiata le capre che entravano e uscivano dalla cucina. La casa era in fondo ad una bellissima strada di campagna, nell'angolo più caldo dello Zimbabwe. La finestra della sua camera da letto era un'apertura quadrata nel muro. Durante il periodo delle piogge, Wilhelmina cuciva tra loro i sacchetti di plastica formando una protezione da fissare alla cornice della finestra. Nella stagione secca entrava la polvere.
Anni prima un ospite della fattoria aveva chiesto a Will di quella finestra.
«Tuo padre potrà permettersi una lastra di vetro, no?»
«Mi piace essere un po' impolverata» aveva risposto lei «e anche bagnata». Polvere e pioggia volevano dire fango. Il fango era pieno di possibilità.

lunedì 7 maggio 2018

Recensione: “La bilancia dei Balek” di Heinrich Böll

Titolo: La bilancia dei Balek
Autore: Heinrich Böll
Illustrazioni: Fabian Negrin
Editore: Orecchio acerbo editore
Collana: Pulci nell'orecchio
Data di pubblicazione: 15 Marzo 2018
Pagine: 40
Prezzo: 8,50 € (cartaceo)

Trama:
Un villaggio dove si vive di gramolatura del lino, dove il lavoro dei bambini è di andare a raccogliere erbe funghi timo e fiori da fieno, e dove la sola bilancia in uso è quella dei nobili Balek, che detta legge sul peso.
Da cinque generazioni nessuno ha sospetti sulla bilancia, finché un ragazzino si accorge del grande imbroglio…

Recensione:
La raccolta delle pulci nell’orecchio si è arricchita con tre nuovi arrivi e “La bilancia dei Balek” è uno di questi.
Racconti che mi piace definire come "coriandoli d’infanzia", storie che hanno come protagonisti i bambini e che si pongono come brevi testimonianze dell’assurdità e dell’ingiustizia del mondo degli adulti.
Questa storia è ambientata in un piccolo villaggio che vive grazie ai contadini e al loro raccolto. In particolare ciò che dà a tutti da mangiare è la gramolatura del lino, attività svolta da più o meno tutti gli adulti del posto. Ma data la povertà delle famiglie anche i più piccoli sono chiamati a dare il loro contributo, raccogliendo erbe da vendere alle farmacie, funghi e frutti destinati alle ricette delle tavole più nobili.
E se si parla di famiglie nobili la più importante in paese è quella dei Balek.
Loro sono i signori, vivono al castello e, a loro, tutti sono chiamati a rendere conto, poiché è in loro possesso l’unica bilancia del villaggio ed è severamente vietato per chiunque tenerne una propria.
Le cose vanno così da generazioni e nessuno ha mai posto obiezioni. Fino a quando, il giovane protagonista della storia, viene per caso a scoprire di un inganno perpetuato ai danni di tutto il villaggio.
Il ragazzino ha sete di verità e giustizia, è furioso per essere stato ingannato e derubato per tutto quel tempo. Pensa al denaro che è stato sottratto a lui, ai suoi fratelli, a tutti i bambini, e tutte le famiglie del circondario.
Non ci sta a starsene zitto, non permetterà che il furto vada ancora avanti, è deciso a far sapere a tutti la verità, a far valere diritti e ragioni, senza alcuna paura di ciò che sarà.
Senza pensare alle conseguenze, dopotutto a quali conseguenze potrebbe incorrere chi dice la verità? Chi porta a galla una bugia?
Eppure le cose non andranno come il ragazzino si era prefigurato, poiché la giustizia, come la bilancia dei Balek, non sempre pende dalla parte giusta.
Questo racconto con amarezza evidenzia l’ingenuità dei piccoli per cui tutto è semplice, coerente e logico. Come in effetti dovrebbe essere.
Chi sbaglia paga; il ladro viene punito; il derubato risarcito. Un mondo in cui ad ogni azione corrisponde la sua diretta conseguenza, senza alcuna ambiguità.
Ma nella realtà le cose non stanno proprio così, il potente trova sempre il modo di ribaltare le carte, voltare la sorte a suo favore, far passare il giusto dalla parte del torto. Spesso ha persino il potere di indurre gli altri a dimenticare.
E i poveri, gli ignoranti, i disperati, gli afflitti, dimenticano. Dimenticano di essere stati truffati e si lasciano truffare ancora.
Lo fanno per tirare a campare, perché non vedono altra via d’uscita o, spesso, preferiscono rimuovere di essere stati tanto stolti da essersi fatti raggirare.
Possiamo biasimarli del resto? No, non possiamo perché, seppur amaramente, questa storia ci descrive, descrive la nostra società.
E bisognerebbe averlo tutti il coraggio del piccolo, avventato, protagonista di questa storia. Far fronte comune e batterci affinché la giustizia sia davvero giusta per tutti.

Ringrazio Orecchio Acerbo per avermi fornito una copia di questo libro

il mio voto per questo libro