lunedì 4 novembre 2019

Recensione: "L'incubo di Hill House" di Shirley Jackson

Titolo: L'incubo di Hill House
Autore: Shirley Jackson
Editore: Adelphi Edizioni
Data di pubblicazione: 3 giugno 2016
Pagine: 233
Prezzo: 12,00 € 

Trama:
Il professore e antropologo John Montague, intenzionato a condurre un esperimento sul paranormale, contatta una serie di persone per invitarle a soggiornare ad Hill House, una casa isolata tra le colline, ritenuta, da anni, infestata.
Ad accettare l'invito sono Eleanor, una trentenne insicura che ha passato gran parte della sua vita a prendersi cura della madre malata; l'avvenente ed estrosa Theodora; e Luke, dongiovanni scapestrato ed incallito manigoldo, nonché futuro erede della dimora da incubo.
I quattro, incuranti del pericolo, si trasferiscono in quel labirinto di stanze e segreti, inconsapevoli delle presenze misteriose che, indisturbate, si aggirano nell'ombra. 

Recensione:
"L'incubo di Hill House" è da molti ritenuto uno dei capolavori della letteratura gotica e, non a caso, lo stesso Stephen King ha più volte dichiarato di essersi ispirato proprio alla scrittura e alle ambientazioni di Shirley Jackson per alcuni dei suoi più celebri romanzi.
Un libro indubbiamente particolare che, con le sue angoscianti atmosfere inquieta, creando una tensione sibillina che fa da filo conduttore alla trama.  
Grande protagonista di tutta la storia è, come immaginerete, la dimora infestata che, sin da subito, viene descritta come l'incarnazione della punta più alta della malvagità umana, un agglomerato di stanze e torri che, come un labirinto, sembra attirare le sue vittime in un baratro senza fine.

Quasi ogni casa, colta di sorpresa o da un'angolazione bizzarra, può volgere uno sguardo profondamente burlesco su chi osservi; persino un comignolo dispettoso, o un abbaino che sembra una fossetta possono suscitare nell'osservatore un senso di intimità; ma una casa arrogante e carica d'odio, sempre in guardia, non può che essere malvagia. 
Quella casa, che sembrava quasi aver preso forma da sola, assemblandosi in quel suo possente schema indipendentemente dai muratori, incastrandosi nella struttura di linee e angoli, drizzava la testa imponente contro il cielo, senza concessioni all'umanità. 
Era una casa disumana, non certo concepita per essere abitata, un luogo non adatto agli uomini, né alla speranza. L'esorcismo non può cambiare volto a una casa; Hill House sarebbe rimasta com'era finché non fosse stata distrutta.

Ed in effetti la casa, se inizialmente, agli occhi degli incauti avventori, rivela la sua vera essenza di trappola malefica, con il passare dei giorni pare quasi stendere un incantesimo sui suoi ospiti che passano continuamente da momenti di paura, confusione e delirio (di notte), ad altri di inspiegabile felicità (di giorno).
Hill House gioca con la mente di chi la abita: li spinge a sentirsi sempre più a loro agio, a condividere momenti di convivialità e spensieratezza, e poi li sconvolge improvvisamente, li sprona a dubitare di se stessi e degli altri. 
Agisce come un catalizzatore delle emozioni, in particolar modo su Eleanor Vance, colei su cui vira maggiormente l'attenzione della scrittrice, e di conseguenza di noi lettori.
La donna non ha mai vissuto grandi gioie nella sua vita, al punto da accettare senza pensarci due volte, un misterioso invito da un estraneo - quale è il professor Montague - solo per provare finalmente un brivido, per sentirsi viva.
Lei, abituata a non essere desiderata né amata da nessuno, subirà più di tutti l'influsso delle presenze di Hill House. La casa ha scelto lei, la vuole, quando nessuno ha mai desiderato far parte, per davvero, della sua banale e scialba esistenza. La casa la convince che lei appartiene a loro e che quello è il suo posto.
Naturalmente anche gli altri non sono immuni alle manifestazioni paranormali. Tutti percepiscono i fenomeni inspiegabili che prendono luogo di notte, tanto da rimanerne terrorizzati sul momento, eppure, in definitiva non è mai ben chiaro fin dove agisce l'abitazione e fin dove la suggestione e il libero arbitrio.
Gli ospiti in alcuni frangenti sembrano odiare, temere e sfidare Hill House, ma in altri dicono di stare così bene da non voler andar via. Quasi non ricordano più non solo la paura che hanno provato solo poche ore prima, ma anche il mondo là fuori. Non sentono più il tempo che scorre, se non nel sole che si riflette sulle pareti, nell'acqua che scorre nell'attiguo ruscello, e nella notte che cala su di loro come una mannaia.
Questa è una delle caratteristiche più interessanti del libro, il riuscire a creare allo stesso tempo un'atmosfera da incubo e da sogno, con scene quasi pastorali e ridenti, caratterizzate da una preponderante spensieratezza e allegria, alternate ad altre che, di contro, suscitano ansia e smarrimento. 

Guardò fuori, oltre il tetto della veranda e verso l'ampio prato, con i suoi cespugli e i suoi gruppetti di alberi avvolti nella bruma. In fondo al prato una fila di alberi costeggiava il sentiero per il ruscello, anche se quella mattina la prospettiva di un allegro picnic sull'erba non era poi così allettante. Era chiaro che sarebbe piovuto tutto il giorno, ma era una pioggia estiva, che ravvivava il verde dell'erba e degli alberi, addolcendo e purificando l'aria. 
E' incantevole, pensò Eleanor, meravigliandosi di se stessa; si chiese se fosse la prima a trovare incantevole Hill House e poi pensò, raggelata: o forse la pensano tutti così, la prima mattina? 
Rabbrividì, e si ritrovò allo stesso tempo incapace di spiegare l'esaltazione che provava, che quasi le impediva di ricordare perché era così strano svegliarsi felici a Hill House.

In generale l'opera della Jackson non è un romanzo horror convenzionale, uno di quelli che regala brividi lungo la schiena, continui colpi di scena, urla di paura o forti colpi al cuore. La sua è più una tensione costante, la continua percezione di qualcosa di inquietante ed oscuro che è sempre in agguato, e che potrebbe, da un momento all'altro, palesarsi per sconvolgere gli equilibri. 
La narrazione è un lento climax ascendente che, pur senza arrivare al vero e proprio terrore, termina con un finale agghiacciante e per nulla scontato.
Inoltre, uno dei punti di forza del romanzo è, a mio avviso, la psicologia dei personaggi, ed in particolare quella di Eleanor. 
Pur avendo scelto un punto di vista esterno, la scrittrice ci dà accesso ad ogni recondito pensiero della donna: alla sua voglia di cambiamento e rivalsa, alle sue speranze infrante, alla paura di essere ferita o derisa, alla convinzione di non essere mai abbastanza. La signorina Vance è un coacervo di insicurezze, disagi e delusioni che, sotto l'influenza sbagliata, rischiano di trasformarsi in vaneggiamenti febbrili e manie di persecuzione.   
Credo fosse questo il messaggio che la Jackson volesse dare: il vero pericolo non sta nel mero attacco fisico, come si potrebbe pensare e come spesso avviene in questo genere letterario, ma nel gioco sottile e machiavellico che una presenza malefica può mettere in atto ai danni della preda più vulnerabile, minando la sua stabilità psichica ed emotiva.
Un punto di vista interessante e quasi inedito, che ci permette di focalizzarci più sulle risposte agli stimoli (le emozioni ed i diversi modi di agire dei vari personaggi), che sul motore dell'azione stessa.
Ma se pensate che "L'incubo di Hill House" sia esente da difetti, vi sbagliate.
Mi spiace dirlo ma la storia presenta una grande falla che non permette a noi lettori di apprezzare appieno gli eventi narrati.
Senza scendere nei dettagli, posso dirvi che gli antefatti sulla casa, i vecchi proprietari, gli incidenti traumatici degli anni addietro vengono solo sommariamente accennati, senza mettere in luce chi si nasconda realmente dietro quella infestazione e soprattutto perché.
Capisco la voglia di lasciare un po' di mistero, ma in questo caso le domande senza risposta sono così tante da inficiare, sfortunatamente, il giudizio finale.
Sarebbe stato opportuno approfondire meglio le cause che hanno reso Hill House così pericolosa, invece di disseminare qua e là solo pochi misteriosi indizi, neppure del tutto correlati l'uno con l'altro. Sarebbe stato preferibile conoscere il nemico, invece che limitarsi ad assistere ai suoi piani diabolici. 
Tralasciando questo particolare, non irrilevante, confermo il giudizio pienamente positivo su "L'incubo di Hill House" che, grazie alle sue descrizioni suadenti, l'atmosfera turbolenta e la forte introspezione emotiva, si rivela essere un horror psicologico ben congegnato, capace di spingere il lettore a fare un viaggio immaginifico non solo nella casa infestata ma anche nei propri ricordi, nei rimpianti e nelle paure mai confessate. 

Considerazioni: 
Se non hai letto il libro, e hai intenzione di farlo, fermati qui!
Quando termino un romanzo, mi piace fare un giro nel web, su Goodreads o fra i siti letterari, per vedere se altri hanno formulato un giudizio pressappoco simile al mio.
Nel caso dell'opera di Shirley Jackson le opinioni - provate per credere - sono davvero contrastanti: chi l'ha amato, affermando di aver provato veri e propri brividi di terrore nel corso della lettura, e chi invece l'ha trovato noioso e per nulla spaventoso.
Io credo che tutto dipenda dalle aspettative, dalla concezione di romanzo horror che abbiamo, da quello che desideriamo trovare nelle pagine che ci accingiamo a leggere.
Come accennavo prima, il romanzo non è ricco di eventi paranormali e pericolosi, almeno non nel senso convenzionale del termine. Certo, ci sono delle manifestazioni inspiegabili razionalmente, ed anche emotivamente coinvolgenti, ma è lampante che ciò su cui si punta l'attenzione è proprio la manipolazione psicologica che la casa, o chi per lei, mette in atto.
Lo vediamo un po' in tutti i personaggi, il più delle volte spaesati, confusi, elettrizzati ed euforici, quasi fossero dei bambini al parco giochi. I loro comportamenti e le loro reazioni sono incoerenti, se consideriamo il contesto in cui si trovano (quale persona sana di mente non sarebbe scappata a gambe levate?), eppure è proprio l'influenza dell'abitazione - almeno questo è ciò che credo si volesse far intendere - a spingerli ad agire in quel modo.
Lo si capisce ancora di più se prendiamo come riferimento Eleanor.
Non è chiaro dove alberghi la sua identità effettiva e dove agisca invece la dimora infestata, enfatizzando ogni sua minima paura, emozione e risentimento. Di certo la protagonista è fragile ed insicura di natura ma, da un certo punto in poi, quello della donna diviene un vero e proprio delirio, in cui non fa altro che pensare che gli altri tramino alle sue spalle, parlino di lei in sua assenza, la giudichino e la deridano.
Ancora più enigmatica è l'altra figura femminile del gruppo: Theo. A volte pare affettuosa e comprensiva, altre acida e noncurante. Sembra subire il protagonismo di Eleanor e perciò l'attacca senza mezzi termini e senza tener minimamente conto dei suoi sentimenti.
Ma anche qui c'è da chiedersi se le battute brutali fossero davvero frutto della mente maliziosa dell'esuberante artista, o se fosse invece Hill House a parlare tramite lei con l'intento di isolare Eleanor dal gruppo.
In ogni caso, sembrerà strano, ma ho amato il rapporto d'amicizia che si viene a creare subito tra le due e che, nonostante i numerosi bisticci, le accuse, gli atti di egoismo e le ingiurie, forzate o meno che fossero, sembra resistere, pur con molti tentennamenti, fino alla fine.
Altra cosa che ho apprezzato molto sono le descrizioni della casa, del giardino, dei momenti di vita quotidiana che, pur non rientrando perfettamente nell'atmosfera orrifica del genere, rendono la storia molto più umana e veritiera.
Stesso giudizio per l'attenzione prestata ai pensieri di Eleanor i quali, soprattutto nella prima parte, battono su dei tasti dolenti per qualunque persona (sogni infranti, aspettative deluse, rapporti umani deteriorati).

Era il primo giorno davvero splendido dell'estate, un periodo dell'anno che riportava sempre Eleanor ai ricordi struggenti della sua prima infanzia, quando sembrava sempre estate; prima della morte di suo padre, avvenuta in una giornata fredda e umida, non ricordava nemmeno un inverno. Negli ultimi tempi aveva cominciato a chiedersi che ne era stato, durante quegli anni passati in un soffio, di tutti quei giorni d'estate perduti; come aveva potuto trascorrerli in modo così insensato? 
Sono una sciocca, si diceva all'inizio di ogni estate, sono proprio una sciocca; ormai sono cresciuta e conosco il valore delle cose. Niente va mai perso davvero, le diceva il buon senso, nemmeno la propria infanzia, e poi ogni anno, una mattina d'estate, il vento tiepido investiva la cittadina dove camminava ed ecco quel piccolo pensiero gelido che la sfiorava: ho lasciato passare altro tempo.

Personalmente mi sono identificata molto nel suo desiderio di dare una svolta alla propria vita, di rischiare pur di raggiungere un po' di meritata felicità. Più leggevo, più mi dispiaceva per lei, al punto da sperare che, nonostante gli isterismi, alla fine ci fosse un happy end.
E aprendo una piccola parentesi proprio sulla conclusione, senza scendere nei dettagli, posso dirvi che, se da una parte l'ho promossa, considerandola coerente e pienamente in linea con gli eventi, d'altra avrei preferito una rivincita, un epilogo più dolce e speranzoso per la timida signorina Vance.
Per quanto riguarda invece ciò che molti considerano il più grande difetto della storia, ovvero l'assenza di elementi splatter, posso dire che, per quanto mi riguarda, non ho percepito questo come un deficit, anzi. Prediligo i libri in cui il carattere di ghost story è presente, percepibile ma non eccessivamente rimarcato, lasciando anche l'illusione che non tutto sia effettivamente come appare.

«Quelle due povere bambine» disse Eleanor, fissando il fuoco. «Non riesco a dimenticarle, mi sembra di vederle camminare per queste stanze buie, cercare di giocare alle bambole, forse, qui o in quelle camere al piano di sopra.» 
«Ed eccola ancora qui, questa vecchia casa». In via sperimentale, Luke tese un dito e sfiorò il Cupido di marmo. «Niente è più stato toccato, usato, desiderato di nessuno, e lei è rimasta qui a pensare e basta». 
«E ad aspettare» disse Eleanor.

E giungiamo adesso al vero tasto dolente, l'unico che mi ha lasciato con l'amaro in bocca, ossia la poca chiarezza riservata ai trascorsi della casa. 
Di Hill House sappiamo poco e niente, su questo non ci piove.
Riassumendo in breve (allarme spoiler): è stata costruita da un certo Hugh Crain per farne la dimora di famiglia, ma sia lui che la moglie hanno trovato presto o tardi la morte, proprio in quella casa. Di contro le due figlie hanno vissuto lì la loro infanzia per poi trasferirsi in Europa. Da grande una delle due torna, muore per cause naturali, e lascia in eredità la casa alla dama di compagnia che si suicida proprio nella torre.
A parte quest'ultimo punto, non c'è nulla che faccia pensare a niente di anomalo o surreale.
Andando avanti con la storia, in biblioteca i ragazzi trovano un misterioso e inquietante libro scritto dal padre di famiglia, dedicato ad una delle figlie, e finalizzato ad incuterle timore del peccato e della dannazione eterna.
Più volte nella casa si avverte le presenza di alcuni bambini che talvolta sghignazzano e talvolta piangono e chiedono aiuto, arrivando persino, nel corso di una seduta spiritica, a richiedere la protezione di una mamma.
Ora la mia domanda è, alla luce di quanto scritto, chi sono questi bambini che infestano Hill House?
Di certo non le figlie di Crain che sono cresciute e hanno fatto la loro vita tranquillamente e altrove. Allora chi? Delle presenze antecedenti alla costruzione della casa stessa? 
O forse le voci infantili rappresentano solo il metodo prescelto per fare breccia nell'istinto materno di Eleanor, e quindi sono solo una delle tante manifestazioni del male? Chissà... ma in questo caso quale inerenza avrebbe avuto il rivoltante manoscritto di Crain? 
Se qualcuno l'ha capito, mi dia delucidazioni (fine spoiler).
Personalmente penso che tutto il passato avrebbe meritato maggior approfondimento. Gli ospiti avrebbero dovuto trovare archivi e notizie su eventi traumatici accaduti negli anni, che avevano conferito alla casa la nomea di essere infestata, così come informazioni sulle probabili presenze e su ciò che le legava a quel posto.
Anche ciò che emerge nel corso della seduta spiritica è troppo confusionario, solo pochi accenni che non ci fanno capire cosa stia realmente succedendo.
Amo i finali enigmatici ed elusivi, anche gli scenari ambigui, volutamente aperti a più interpretazioni, ma qui il mistero è fin troppo. Purtroppo questa mancanza ha influito sul mio giudizio che, altrimenti sarebbe stato nettamente più positivo.  
Per il resto, come dicevo prima, non ho niente da recriminare a Shirley Jackson.
Anche perché sono rimasta piacevolmente sorpresa dalla sua scrittura e dal suo modo di rendere le sensazioni e le emozioni.
In conclusione, se cercate un libro che vi tenga sempre con il fiato sospeso e che vi faccia sentire il brivido di un nemico che si muove nell'ombra, questo libro potrebbe fare per voi.
Che aspettate allora? Fate pure i bagagli. E, non preoccupatevi, ad Hill House c'è posto per tutti. La strada per arrivarci è semplice, il difficile è solo andare via.

Curiosità:
Dal libro sono stati tratti diversi adattamenti cinematografici, tra cui il film, del 1999, "Haunting - Presenze", che ha visto la partecipazione di Liam Neeson e Catherine Zeta Jones, e la serie tv dello scorso anno, disponibile su Netflix, "The Haunting of Hill House". Entrambi però si ispirano solo in parte al romanzo, avendo dato agli eventi, e ai personaggi, risvolti molto diversi da quelli previsti dalla scrittrice.

il mio voto per questo libro

mercoledì 30 ottobre 2019

Recensione: "A volte ritornano. Storie di fantasmi" di Autori Vari

Titolo: A volte ritornano. Storie di fantasmi
Autore: Autori Vari
Curatore: Serenella Quarello
Illustrazioni: Maurizio A.C. Quarello
Editore: Orecchio Acerbo
Data di pubblicazione: 26 settembre 2019
Pagine: 72
Prezzo: 17,00 € 

Trama:
Otto racconti di fantasmi scritti da autori celebri, provenienti da diverse aree geografiche - dall'irlandese Oscar Wilde al francese Guy De Maupassant, passando per l'inglese Jerome K. Jerome, per arrivare all'americano Edgar Allan Poe e al cinese Tcheng-Ki-Tong - interamente scritti tra la metà dell'Ottocento e gli anni Trenta del Novecento. 
I toni drammatici e inquietanti sono accompagnati, nella maggior parte dei racconti, a ironia e comicità, perché ridere è uno dei modi migliori per allontanare la paura, e perché ogni situazione drammatica o inquietante ha in sé i germi del grottesco. 

La raccolta comprende i seguenti titoli:

"La morta" di Guy de Maupassant
"Il fantasma e il conciaossa" di Joseph Sheridan Le Fanu
"Il fantasma della camera azzurra" di Jerome K. Jerome
"Il monte delle anime" di Gustavo Adolfo Bécquer
"La palude" di Robert E. Howard 
"Il fantasma di Canterville" di Oscar Wilde
"L'astuccio misterioso" di Tcheng-Ki-Tong
"Re Peste" di Edgar Allan Poe

Recensione:
Cosa c'è di meglio, nelle fredde serate autunnali, che intrattenersi con una serie di racconti di fantasmi? 
Sentire la pioggia che batte sui vetri, il vento che soffia forte, magari anche qualche tuono in lontananza, e raggomitolarsi sotto le coperte in compagnia di qualche lettura da brivido?
Beh, niente direi. E se la pensate come me, sappiate che Serenella Quarello, ha curato per noi, e per la casa editrice Orecchio Acerbo, un'antologia che fa delle presenze incorporee e dell'atmosfera carica di mistero il suo marchio di fabbrica.
Otto racconti di autori prestigiosi e meno noti che, nonostante la tematica comune - i fantasmi per l'appunto - si rivelano molto diversi, per ambientazioni, stile di scrittura, toni e finalità.
Se da una parte abbiamo una storia nostalgica e dai risvolti psicologici come "La morta" di Maupassant, che parla di dipartita ma anche di segreti e tradimenti, dall'altra troviamo intenti più umoristici come nel caso de "Il fantasma e il conciaossa" di Sheridan Le Fanu, o ancora il celeberrimo "Il fantasma di Canterville" di Wilde, fino ad arrivare ai risvolti macabri e raccapriccianti de "Re Peste" di Poe, che ci trasporta in una taverna che di normale ha ben poco.
La raccolta, da questo punto di vista, si dimostra molto variegata in quanto ci fa vedere le figure che si aggirano nell'aldilà in modo sempre differente, non solo come anime tormentate e vendicative, come siamo abituati ad immaginarle, ma anche come esseri attanagliati dal rimorso e dalla nostalgia, o addirittura come bersagli di scherno.
Ho apprezzato molto questa scelta, che dà un taglio originale al tutto, come anche la decisione di accostare autori rinomati e maestri del genere, ad altri solitamente associati a narrazioni di altro tipo (per esempio Jerome K. Jerome, famoso per l'umoristico "Tre uomini in barca").
Tuttavia, devo dire la verità, per quanto nel suo insieme l'opera risulti interessante e ricca di fascino, mi è mancata un po' l'inquietudine e lo spavento che solo il racconto horror sa dare. Qui ce ne sono un paio caratterizzati da tinte noir e gotiche, "Il monte delle anime" di Bécquer e "La palude" di Howard, che non a caso sono anche quelli che ho preferito, ma non sono, purtroppo, abbastanza da rendere il terrore e la paura il mood imperante dell'intero tomo, come mi sarei aspettata.
Parlando però di questi ultimi due, posso affermare che, almeno loro, hanno tutte le carte per tenere il lettore con il fiato sospeso: atmosfere tenebrose, presenze minacciose e crudeli, protagonisti coraggiosi ed eroici, vecchie leggende da rispolverare e finali ad effetto.

Kane lo guardò. Un viandante, pensò. Ebbe la sensazione di una mano di ghiaccio sulla schiena, si voltò cercando il mostro, ma non vide nulla. Ma sentiva su di sé occhi terribili, non di questa terra. Estrasse la pistola. Il chiaro di luna si diffuse come un lago pallido, le ombre si fusero e Kane vide!
Subito pensò che si trattasse di un'ombra nebbiosa, poi due occhi fiammeggianti, folli e spaventosi.
Kane sentiva il sangue pulsargli nelle tempie, ma si mantenne freddo. Come poteva un demone così irreale fargli del male?
                                                                              "La palude" di Robert E. Howard 

Inoltre, cosa fondamentale, l'antologia, oltre alle otto storie, racchiude al suo interno dei veri e propri capolavori, ovvero le meravigliose illustrazioni ad opera di Maurizio Quarello che, oltre ad essere raffinate, delicate e definite nei minimi dettagli, ripercorrono per filo e per segno ciò che viene descritto.
Un fiore all'occhiello per un volume che, già solo per il carattere prezioso delle penne coinvolte, varrebbe la pena di leggere, ma che, grazie al valore evocativo, incisivo ed elegante dei disegni, meriterebbe di essere sfogliato all'infinito.      

il mio voto per questo libro

lunedì 28 ottobre 2019

Chi ben comincia... #42

Poche e semplici le regole:
♥ Prendete un libro qualsiasi contenuto nella vostra libreria
♥ Copiate le prime righe del libro (possono essere 10, 15, 20 righe)
♥ Scrivete titolo e autore per chi fosse interessato
♥ Aspettate i commenti

"The body" di Stephen King

Salve avventori!
Oggi vi propongo l'incipit del romanzo "The body" di Stephen King, meglio conosciuto come "Stand by me".
Già in queste prime righe Gordon, il protagonista, ci fa entrare nella sua vita e ci guida in quella che sarà l'estate che cambierà per sempre la sua vita.
Un inizio nostalgico, riflessivo e con un tocco di mistero, che non guasta mai.
Buona lettura!

Le cose più importanti sono le più difficili da dire. Sono quelle di cui ci si vergogna, perché le parole le immiseriscono — le parole rimpiccioliscono cose che finché erano nella vostra testa sembravano sconfinate, e le riducono a non più che a grandezza naturale quando vengono portate fuori. 
Ma è più che questo, vero? 
Le cose più importanti giacciono troppo vicine al punto dov'è sepolto il vostro cuore segreto, come segnali lasciati per ritrovare un tesoro che i vostri nemici sarebbero felicissimi di portar via. E potreste fare rivelazioni che vi costano per poi scoprire che la gente vi guarda strano, senza capire affatto quello che avete detto, senza capire perché vi sembrava tanto importante da piangere quasi mentre lo dicevate. Questa è la cosa peggiore, secondo me. Quando il segreto rimane chiuso dentro non per mancanza di uno che lo racconti ma per mancanza di un orecchio che sappia ascoltare. 
Avevo dodici anni — quasi tredici — la prima volta che vidi un essere umano morto. Successe nel 1960, tanto tempo fa... anche se a volte non mi pare così lontano. Soprattutto la notte quando mi sveglio da quei sogni in cui la grandine cade nei suoi occhi aperti...

venerdì 25 ottobre 2019

Recensione: "I testamenti" di Margaret Atwood

Titolo: I testamenti
Autore: Margaret Atwood
Editore: Ponte alle Grazie
Data di pubblicazione: 10 settembre 2019
Pagine: 502
Prezzo: 18,00 € 

Trama:
"Il racconto dell’Ancella" si era chiuso con la porta di un furgone che, al suo interno, celava il destino di Offred. Cosa ne sarà stato di lei? Avrà trovato una via d'uscita, un biglietto di sola andata per la prigione o sarà andata incontro a morte certa? 
A quindici anni di distanza da questi eventi, la Repubblica di Gilead mantiene ancora la presa sul potere, ma ci sono segni che fanno presagire una rottura imminente. 
In questo momento cruciale, convergono le vite di tre donne radicalmente diverse, le cui azioni sovversive potrebbero arrecare seri danni al regime teocratico, con risultati potenzialmente esplosivi.

Recensione:
Con questo secondo capitolo, Margaret Atwood ci guida nello spietato mondo di Gilead, fatto di potere, rivalità, segreti, lotte intestine, e compromessi. Un ecosistema in bilico che, nonostante la facciata di imperturbabile magnificenza, rischia di cadere da un momento all'altro a causa delle ribellioni, delle fughe, e dell'azione sibillina di chi trama nell'ombra.
E per farlo la nostra autrice si serve di tre punti di vista d'eccezione, estremamente diversi, seppur complementari.
Due ragazze più o meno coetanee: l'una che ha trascorso quasi tutta la sua infanzia sotto il regime (allevata da una madre adottiva e da un Comandante), e l'altra che, di contro, ha sempre vissuto al di là del confine, in Canada, dove la libertà è ancora consentita e le adolescenti possono vivere tranquillamente la spensieratezza dei loro giovani anni, senza restrizioni.
E poi c'è zia Lydia, che avevamo già incontrato ne "Il racconto dell'ancella"
Lei, assieme alle altre responsabili del Centro Rosso, si occupava di "riabilitare" le donne nubili sino a farle diventare ancelle (tra queste la nostra Offred/Difred).
Ora però l'anziana signora gode di una posizione di prestigio. Avendo dimostrato di essere un valido esponente delle Zie Fondatrici, ed essendo diventata persino la consigliera di fiducia di uno dei capi - il Comandante Judd - zia Lydia è ammirata e stimata da tutti, perlomeno ufficialmente, tanto da essere riuscita a guadagnarsi in vita una statua in suo onore.
Ma non è tutto oro ciò che luccica, e lo sa bene la donna che, da anni, e in gran segreto, raccoglie prove che potrebbero far saltare in aria il regime. 
Basterebbe una sua mossa e tutto finirebbe in pezzi. Quell'impero, faticosamente costruito negli anni sui sacrifici e sulla pelle di migliaia di giovani, potrebbe trovare la sua fine proprio per mano di una di quelli che, seppur contro la sua volontà, ha contribuito a crearlo.

Per un certo tempo quasi credetti in ciò in cui sapevo di dover credere. Mi annoveravo tra i fedeli, per la stessa ragione di tanti altri a Gilead: era meno rischioso. 
Che senso ha buttarsi sotto un rullo compressore per ragioni etiche, farsi schiacciare come un calzino privato del suo piede? 
Meglio dileguarsi nella folla, nell'untuosa folla dei trafficanti d'odio, dei devoti adulatori. 
Meglio scagliar pietre che farsele scagliare addosso. 
Meglio, quanto meno, per le tue probabilità di sopravvivenza. 
Lo sapevano benissimo, gli architetti di Gilead. Gente di quella risma l'ha sempre saputo.

Come nel precedente capitolo, anche questa volta l'autrice ha dato vita ad universo brutale e dalle mille sfaccettature. 
Secondo i dogmi di Gilead, ognuno deve dare un contributo alla società e fare la sua parte, sottostando a regole ferree e crudeli, in nome di un fanatismo religioso che rende le donne delle merci di scambio, di cui ci si può servire come meglio si crede.
Grazie alle nostre tre informatrici, e soprattutto a zia Lydia, con questo libro veniamo a conoscenza di molti retroscena che, con lo sfogo di Offred, avevamo solo potuto immaginare. 
Per quanto infatti "Il racconto dell'ancella" ci abbia mostrato le torture psicologiche cui erano soggette le ragazze nubili, al fine di renderle dei meri strumenti di riproduzione, senza diritti, desideri, o idee proprie, con "I testamenti" la Atwood ricalca la mano, mettendoci al corrente di aberrazioni indicibili, a cui erano sottoposte le ancelle, e non solo loro.
Grandi protagoniste questa volta sono le mogli e soprattutto le zie, che nel primo libro avevano ricoperto un ruolo secondario. Le prime, come avveniva secoli fa, si vedono costrette, ancora bambine, a trasferirsi dalla casa patriarcale a quella coniugale, per dare prestigio alla casa d'origine, e un erede a quella di destinazione. A tal proposito il più delle volte ragazzine inesperte finiscono spose di vecchi bavosi, interessati a collezionare matrimoni come fossero figurine, con le inevitabili conseguenze psicologiche che tutti noi possiamo facilmente presagire.
Le seconde, le zie appunto, dispongono sicuramente di una posizione privilegiata, essendo le uniche a poter leggere e scrivere, oltre che detentrici di informazioni segrete e scottanti. Qualsiasi matassa da dipanare, qualsiasi arma da sotterrare, passa dallo studio delle Fondatrici che, come i Comandanti, sanno come mettere a tacere ciò che non deve essere rivelato.
Tuttavia, grazie alla confessione di zia Lydia, noi lettori potremo renderci conto di come anche loro, pur di ambire a quel grande potere, o anche semplicemente pur di salvarsi la pelle, hanno dovuto pagare uno scotto molto alto, sopportando, o addirittura compiendo in prima persona, azioni crudeli e malsane. 
Donne ambiziose che, dopo aver ricoperto nel mondo occidentale ruoli di prestigio, sono forzate, nella nuova Repubblica, a subire l'ingerenza di uomini senza scrupoli, oltre che maltrattamenti fisici e psicologici. 
Perché, sotto il governo teocratico, le figure femminili, indipendentemente dalla loro posizione sociale, vengono sottoposte ad un processo di manipolazione e spersonalizzazione ideologica, finalizzata a renderle convintamente succubi di un qualcosa che, in piena libertà, non avrebbero mai scelto. 
Per quanto infatti molte si ribellino, o sopportino stancamente, altre, a forza di essere indottrinate, finiscono nel credere davvero in un bene superiore, a cui tutti devono anelare, secondo le proprie possibilità.

Perché, nonostante tutto, avevo creduto che nulla fosse cambiato? Perché di quelle cose sentivamo parlare da un pezzo, suppongo. 
Non ti convinci che il cielo sta crollando, finché non te ne cade un pezzo addosso.

In generale questo libro ci mostra ancora di più la brutalità dei regimi totalitari, entrando nello specifico dei mezzi cui si può ricorrere per raggiungere il risultato prescelto. Proprio per questo motivo, il romanzo risulta avere un impatto maggiore rispetto al precedente, sia a livello psicologico che a livello narrativo.
La trama, grazie anche alle tre storie interconnesse, è più dinamica e coinvolgente, presenta maggiori scene d'azione, coercizioni fisiche e morali, cambi di programma, colpi di scena, pur salvaguardando l'introspezione psicologica che era stata la carta vincente de "Il racconto dell'ancella".
Ovviamente la lettura presenta anche delle noti dolenti. Difatti, per quanto il ritmo e l'interesse rimanga sempre alto, da circa metà libro in poi la storia sembra svilupparsi in modo piuttosto prevedibile. Inoltre, essendo i capitoli divisi in base alla voce delle protagoniste, per ovvie ragioni, alcuni risultano più interessanti di altri.
D'altronde anche i personaggi, per quanto siano il più delle volte ben caratterizzati, non sempre si rivelano riuscitissimi. Se da una parte troviamo zia Lydia che, con le sue contraddizioni, il suo coraggio e la sua astuzia, catalizza l'attenzione e la partecipazione attiva di chi legge, dall'altra c'è la figura di Daisy che, al contrario, con il suo comportamento stereotipato e poco credibile (la tipica ragazzina ribelle e sboccata), non suscita alcuna simpatia oltre che il minimo interesse.
Indipendentemente da tutto però, la forza di questa storia sta nell'essere un libro di donne, scritto da una donna, per le donne. Si respira femminismo in ogni pagina, essendo la narrazione, oltre che una condanna ad ogni forma di repressione, un'esaltazione della forza d'animo, dello spirito di sacrificio, della scaltrezza, delle fragilità, dell'empatia e dell'eroismo del genere femminile.
Spesso si parla di romanzi per ragazze, alludendo alla letteratura rosa, a timbro sentimentale (gli harmony e via dicendo). Eppure io penso che siano proprio questi i libri che dovrebbero fortificare l'animo delle più giovani, per renderle consapevoli che, per quanto il mondo possa diventare crudele e remare loro contro, troveranno sempre delle sorelle pronte a combattere al loro fianco. Perché essere donna può significare battersi per raggiungere la parità di diritti, ma anche vincere le battaglie con onore e dignità, proprio come chi, a Gilead, ha sconfitto il nemico.

Considerazioni:
"Il racconto dell'ancella" mi aveva convinto pienamente per più motivi. In primo luogo per il suo carattere di estrema attualità: un distopico che prende il via da una situazione di libertà ed emancipazione, simile a quella dei giorni nostri, per poi trasformarsi, per contrapposizione, in una dittatura totalitaria e dominata da fanatismo. 
In secondo luogo per la fantasia profusa dall'autrice, capace di immaginare tantissime figure - professionali e non - differenti, maschili e femminili, con relativi modi di pensare, obblighi e usanze.
In "I testamenti" ho ritrovato questi stessi pregi che, a dirla tutta, sono stati persino amplificati, mettendo in luce molti aspetti su cui, nel romanzo precedente, si era sorvolato.
In questo libro, ad esempio, si fa luce sulle origini del regime e dello sconcertante impianto che ha visto le donne sempre a servizio degli uomini, seppur in mille forme diverse. In più si riabilita uno dei ruoli più osteggiati, ovvero le zie, le signore che agivano severamente contro il loro stesso genere, pur di seguire gli ordini impartiti.
Ho apprezzato molto la scelta di individuare loro come punto di vista privilegiato. Prima di adesso non avrei mai pensato di poter simpatizzare con una di esse eppure, dopo essere venuta a conoscenza di tutti i retroscena, non posso che apprezzare il pugno di ferro, la scaltrezza e la pazienza di zia Lydia.
Inoltre, grazie alla figura di Agnes, possiamo conoscere anche la vita all'interno di una famiglia gilediana, ciò che un'aspirante moglie deve sopportare, in nome dell'amore della patria e di Dio. 
E devo dirvi che, se ho stimato la determinazione e lo sprezzo del pericolo di Lydia, ho provato grande empatia per la povera ragazzina costretta a contrarre matrimonio con un uomo con il quadruplo dei suoi anni, solo perché così avrebbe adempiuto il suo dovere e dato onore alla sua casata.
Grazie alle figure delle spose bambine si accentua maggiormente la crudeltà ed il maschilismo dell'indottrinamento, ancor più di quanto si era evinto dalle vicende delle ancelle.
E che dire poi di Becka, la compagna di banco e di sfortuna, di Agnes? La sua è un'altra vicenda traumatica, in quanto inerente alla violenza sessuale e alla pedofilia, eppure il suo personaggio è uno di quelli che spicca per forza d'animo e coraggio, uno dei più positivi che si possano incontrare in tutta la storia. 
L'amicizia che lega le due ragazzine, difatti, rappresenta un raggio di sole in un oscurità penetrante, una di quelle unioni che regala ai lettori pagine di vero sentimento, contrapposte alle conversazioni futili, alle alleanze di convenienza e ai giochi di potere, che caratterizzano gli altri.
Al contrario, tutte le parti che vedono come protagonista Daisy non brillano affatto per fantasia né per verosimiglianza. Sembra quasi che la Atwood si sia vista costretta ad inserire questo personaggio (per creare un filo diretto con le vicende di Offred), ma che lei stessa non ne fosse pienamente convinta.
La sedicenne è poco più di uno stereotipo, una macchietta atta ad incarnare la ragazza ribelle e libera del mondo occidentale, la tipa moderna tutta parolacce e collera.
C'è da dire che, in prima battuta, Daisy era stata descritta come una comune adolescente che viveva tranquillamente in una normale famiglia, in pieno rispetto dell'autorità genitoriale, delle regole e della routine quotidiana.
Con il passaggio da Daisy a Jade, il suo comportamento cambia. Quasi fosse un automa, la giovane non sembra soffrire per la scomparsa di quelli che lei, fino ad un attimo prima, credeva fossero i genitori, si mostra insensibile e anaffettiva (al contrario di ciò che era accaduto con Agnes e la dolcissima madre Tabitha *-*), tutta impegnata solo nell'addestramento, per una causa, che non era nemmeno la sua.
Per non parlare poi di Ada e Garth, coloro che avrebbero dovuto prepararla per l'ardua impresa... quale persona con un po' di cervello manderebbe una mocciosa in una missione suicida, facendola approdare in una dittatura in cui le donne sono trattate come macchine sfornabambini?
Insomma, senza dilungarmi nei particolari, tutti i capitoli dedicati alla versione di Daisy/Jade, compresa la grande rivelazione che una rivelazione non è mai stata, sono da dimenticare, un po' per il fare spocchioso e saccente della protagonista, e un po' per la poca credibilità di tutti quanti.
Per il resto, come dicevo prima, non posso che promuovere a pieni voti questo romanzo che, pur trattando tematiche non proprio leggerissime (terrorismo, fanatismo,  sessismo, violenza, omicidio, stupro e pedofilia, per citarne alcuni), riesce a coinvolgere pienamente i lettori e a trascinarli in una spirale di dolore e vendetta.
Una storia attualissima che, sebbene affondi le radici nella fantasia, ha molti punti in contatto con la nostra realtà di tutti i giorni, e che proprio per questo fa così male. 
Ma soprattutto un libro che deve far riflettere, in quanto ogni scenario spietato e funesto lascia alle spalle delle tracce, delle spie d'allarme che è sempre bene non ignorare. Perché dalla propaganda sovranista, fatta di slogan minacciosi, richieste di pieni poteri e rosari sventolati al vento, alla dittatura teocratica di Gilead, il passo è breve. Meditate gente, e meditate donne, prima che sia troppo tardi.

Ringrazio la casa editrice Ponte alle Grazie per avermi fornito una copia cartacea di questo romanzo

il mio voto per questo libro

giovedì 24 ottobre 2019

Salviamo le parole!

Ogni giorno nuove parole si aggiungono al nostro dizionario, tra neologismi importati dall'estero, slang ed espressioni gergali. Purtroppo tante altre parole, non più utilizzate o poco note, finiscono per cadere nel dimenticatoio. 
A lanciare l'allarme è Zanichelli che, con il progetto #paroledasalvare, tenta di arginare il pericolo e sensibilizzare il pubblico su questa tematica.
Tremila termini (3126 per l'esattezza) nella nuova edizione del vocabolario Zingarelli saranno contrassegnate dal simboloa simboleggiare lo status di parole "in via d'estinzione".
Cosa fare quindi?
In primo luogo potete partecipare al Tour dedicato che sta facendo tappa in alcune città italiane (i prossimi appuntamenti saranno Bari, attualmente in corso, e Palermo, come indicato nel sito).
Una volta lì e raggiunta l'AreaZ, una grande installazione-vocabolario ospiterà, sulla quarta di copertina, un monitor touchscreen che proporrà a rotazione 5 dei 3126 lemmi da salvare. 
Scelta la parola da adottare, i visitatori potranno postarla, con il suo significato, sui propri canali Facebook e Instagram direttamente dallo schermo del vocabolario.
In alternativa, se non amate i social, Zanichelli ha pensato a cartoline vere e proprie: ognuna conterrà una parola da salvare con il suo significato, da affrancare e spedire.
 In secondo luogo, cosa ben più importante, potete utilizzare nella vita di tutti i giorni vocaboli desueti o meno consueti, a discapito di quelli più popolari ma, talvolta, meno calzanti o poveri di sfumature. So che a volte viene naturale tralasciare alcuni termini, soprattutto nel parlato ma, almeno quando scriviamo, tentiamo di dare nuova luce a ciò che appare dimenticato, non solo per amore della nostra lingua italiana, ma anche per noi.
Ricordate che ampliare il proprio lessico o padroneggiarlo in maniera forbita non significa pavoneggiarsi, ma arricchire gli strumenti a nostra disposizione per comunicare con gli altri ed esprimere la nostra personalità. Quindi un piccolo sforzo per un grande risultato ^-^
Inoltre, se avete dei bambini, potrebbe essere carino sfogliare periodicamente il dizionario e scegliere una parola da imparare assieme, la cosiddetta "parola del giorno". In questo modo i più piccini potrebbero apprendere qualcosa di nuovo, e noi grandi rispolverare qualcosa di vecchio.
Che ne dite?
Prima di salutarvi, vi lascio qui la lista delle mie parole preferite (alcune contrassegnate, ahimè, dal fiorellino ) :

♥ vetturino
♥ sollazzo
♥ rabbuffo
♥ pusillanime
♥ gozzovigliare
♥ alterco
♥ chiacchiericcio
♥ sibillino
 ondivago
♥ obnubilato
♥ facondo
♥ rimbrotto
♥ mordace
♥ briccone
 malmostoso
♥ recalcitrante
♥ rabbonito
 satollo
♥ capolino
♥ vetusto
♥ cicaleccio
♥ sornione
♥ rimbalzello
♥ cocchiere
♥ marachella
♥ roboante
♥ brulichio

Inoltre vi ricordo che potete seguire il viaggio nel lessico dimenticato tramite il profilo instagram Zanichelli.
E ora ditemi, quale parola adottereste?

lunedì 21 ottobre 2019

Sulle tracce di Anna dei Tetti Verdi...

Cari avventori,
lo scorso anno, in prossimità delle ferie estive, vi parlammo dei viaggi letterari, ossia gli itinerari che ripercorrono le ambientazioni di determinati romanzi.
Si parte dal libro, il vero perno della vacanza, e si procede con varie tappe che dovrebbero seguire grossomodo le orme dei nostri cari personaggi letterari.
Oggi, per approfondire questo discorso, voglio concentrarmi su una meta in particolare, l'Isola del Principe Edoardo, nel Golfo di San Lorenzo, in Canada, ovvero la patria della scrittrice Lucy Maud Montgomery, e della sua più famosa creatura, Anna dei Tetti Verdi (o dai capelli rossi, se preferite).
Quest'isoletta è collegata al Canada da un ponte, il Confederation Bridge, e ha conservato negli anni il suo aspetto, quasi che il tempo vi si fosse fermato. Questo è quello che dicono i migliaia di turisti che la visitano ogni anno.
La Green Gables House - non so se sapete che la casa dei fratelli Cuthbert esiste davvero, sebbene tra i proprietari non si annoverino i due anziani signori - è collocata a Cavendish, ed è stata per molto tempo la tenuta dei MacNeill, famiglia materna dell'autrice.
Per raggiungerla occorre imboccare la Blue Heron Drive (una delle tre strade dell’isola) che attraversa il meraviglioso Prince Edward Island National Park of Canada. 

Oltre alla Green Gables House, contrassegnata come area storica nazionale a partire dal 1985, numerosi musei e siti sono aperti ai visitatori per favorire la conoscenza di Anne e della sua autrice. 
Tra i vari intrattenimenti ogni estate è tenuto un musical che ne narra le vicende al Festival di Charlottetown.

Un fitto programma d'intrattenimento è offerto ai visitatori da luglio fino al Labour day. 
Tra i percorsi che è possibile visitare si annoverano le splendide passeggiate per i sentieri di Haunted Woods e Balsam Hollow o lungo il Lovers Lane, che i lettori di tutto il mondo hanno imparato ad amare nella saga dedicata alla nostra cara bambina dai capelli rossi.

Immaginate la meraviglia di essere nella cucina di Marilla, attraversare gli incantevoli viali, vedere gli stessi poetici paesaggi che hanno ispirato la scrittrice!
Fare un giro nella carrozza di Matthew attorno alla proprietà di Silver Bush, oltre il lago delle acque splendenti, raccogliere lamponi e mangiare gelato... del resto lo ha detto la stessa Anna una volta: "non c'è niente di più delizioso del gelato!" 

Vi alletta l'idea?
Per maggiori informazioni vi invitiamo a visitare il sito






venerdì 18 ottobre 2019

Recensione: “Hotel Bonbien” di Enne Koens

Titolo: Hotel Bonbien
Autore: Enne Koens
Illustrazioni: Katrien Holland
Editore: Camelozampa
Data di pubblicazione: maggio 2019
Pagine: 264
Prezzo: 13,90 € 

Trama:
Siri abita all’Hotel Bonbien, un piccolo albergo per viaggiatori di passaggio, per lei il più bel posto al mondo. Nell’anno del suo decimo compleanno, però, le cose si fanno complicate: i suoi genitori litigano sempre più spesso e l’albergo non va più così bene. Ci vorrebbe un miracolo per salvare la situazione. Il miracolo si materializza, ma in modo totalmente inaspettato...

Recensione:
“Hotel Bonbien” racconta la storia di Siri e della sua famiglia, anzi, è la stessa Siri a raccontarcela con la sua voce di bambina di dieci anni appena compiuti, una voce quindi non ancora adulta, ma neanche più bambina, che guarda al mondo con speranza, ma priva dell’ingenuità e costante positività tipica dei bambini.
La testa di Siri è un turbinio di pensieri e timori.
La sua famiglia gestisce un piccolo albergo nell’est della Francia, sulla N19, che per la ragazzina è tutto, è lì che è nata, ne conosce ogni angolo come le sue tasche, il profumo delle stanze per lei è il profumo di casa, e lì che è nata e lì vorrebbe vivere per sempre, ma negli ultimi tempi gli affari non vanno come dovrebbero.
I clienti scarseggiano e si trattengono sempre per brevi soste, del resto Hotel Bonbien è questo, un appoggio per i viaggiatori di passaggio, i guadagni non bastano e la struttura avrebbe bisogno di un bel rammodernamento.
La situazione, non troppo rosea, non fa che causare malumori, e le liti tra papà Octave (che si occupa della contabilità), e mamma Hilare (che si occupa della cucina), sono sempre più frequenti e furiose.
Anche Siri e suo fratello maggiore Gilles litigano sempre, ma questa per loro è la norma, ciò che preoccupa la piccola di casa sono le continue parole, gli insulti e le offese che si scambiano i suoi genitori... due persone così diverse che ancora si domandano perché si siano scelte.
Papà Octave uomo parsimonioso e serio, ossessionato dai conti e dal risparmio, e mamma Hilare energica e frizzante, cuoca eccellente che adora viziare i suoi ospiti con le sue leccornie a discapito degli introiti.
Lui accusa lei di non prestare attenzione alle spese, lei accusa lui di essere un noioso pappa molle.
E se si lasciassero? E se divorziassero?
Questi sono i brutti pensieri che affollano la testa della bambina e che la tengono sveglia, pensieri che mette a tacere fantasticando sui vari modi in cui la situazione potrebbe risolversi. Ci vorrebbe una bacchetta magica, solo quella potrebbe risolvere tutti i loro problemi.

«L’avevo già capito, ma adesso lo so con certezza: tutto va per il verso storto. Vado in camera mia con un peso nello stomaco e prendo un quaderno vuoto. Lo apro e scrivo: cose che possono salvare i miei genitori. E sotto: un servizio di piatti nuovi e tanti, tanti soldi. 
 E poi non mi viene in mente nient’altro. Resto seduta per un po’ alla mia scrivania e rileggo la lista. E all’improvviso vengo presa dallo sconforto. Perché capisco che non è abbastanza: ci vorrebbe qualcosa di molto più grandioso. Servirebbe almeno una fatina con la bacchetta magica per risistemare tutto. E so benissimo che non esiste davvero.»

È estate. La scuola è finita, Siri è in vacanza, le giornate scorrono più o meno tutte simili, arriva qualche cliente, si ferma una notte o due, arrivano famiglie con bambini, Siri stringe amicizia, ma ovviamente è costretta a salutare troppo presto i suoi nuovi amici e torna alla solita routine. Aiutare la mamma in cucina, raccogliere le uova, preparare i tavoli per le colazioni, giocare nel pomeriggio con la sua amica Sylvie.
Un pomeriggio, però accade qualcosa di diverso, anche spaventoso all'inizio, che porterà a delle conseguenze inaspettate, prodigiose e, aggiungerei, provvidenziali.
Forse la bacchetta magica di cui Siri aveva bisogno è arrivata, manifestandosi in modo decisamente strambo, in una modalità che non vi anticipo, ma che porterà l’intera famiglia a vivere un’avventura fuori programma... ma basterà questo imprevisto a sanare i contrasti familiari?
Chissà... non vi dico altro, ma vi invito a leggere questa deliziosa storia, in cui, tra una scaramuccia e l’altra, e tra una discussione e l’altra, emergono tanti frangenti di realtà familiare, tanta dolcezza e altrettanta verità condita da momenti esilaranti.
È bello, e anche molto autentico leggere di una ragazzina che teme per il proprio futuro, che ha paura che la sua famiglia si divida, che soffre vedendo i suoi genitori litigare e che non riesce a restare neutrale di fronte alle loro discussioni.
Siri vuole bene ad entrambi, pensa che la sua mamma sia la più buona del mondo e che il suo papà lo sia altrettanto, quindi proprio non riesce a capacitarsi di come le due persone a cui vuole più bene al mondo, le due persone a lei più care, non riescano ad andare d’accordo.
In Siri scopriamo una bambina sensibile e altruista, che non desidera grandi cose, lei ama la sua vita così com'è, non la vorrebbe diversa, non vorrebbe più vestiti, più giochi e neanche un albergo più lussuoso. Vorrebbe solo che tutto restasse così. La sua famiglia per sempre unita e serena. È questa la sua idea di felicità.
In lei, nei suoi desideri mi sono molto riconosciuta.
Enne Koens descrive una protagonista a cui è impossibile non voler bene, una famiglia simpatica a cui è facile affezionarsi, e una bella storia, resa ancora più particolare dall'ambientazione insolita (un albergo dove la gente va e viene, che ci permette di fare incontri anche bizzarri), e soprattutto ci invita a riflettere su quanto il dialogo e il confronto siano fondamentali e costruttivi in qualsiasi rapporto e quanto tenersi le cose dentro possa essere logorante e distruttivo, poiché spesso farlo permette alle piccole minuzie di crescere, ingrandirsi e diventare enormi buchi neri capaci di avviluppare tutto.
Un messaggio costruttivo, in una storia profonda e allo stesso tempo leggera.
A corredare il tutto le simpatiche illustrazioni dai tratti essenziali di Katrien Holland, che mi hanno ricordato, nello stile, quelle di Quentin Blake, storico illustratore dei romanzi di Roald Dahl.

Ringrazio Camelozampa per avermi fornito una copia cartacea di questo libro

il mio voto per questo libro