martedì 4 agosto 2020

Review party "Sorelle Brontë" - Recensione in anteprima: "Agnes Grey" di Anne Brontë


Chi non conosce le sorelle Brontë? 
Immagino che tutti sappiano, almeno a grandi linee, chi fossero queste donne talentuose e a quali capolavori hanno dato vita. 
Ma se sentite l'esigenza di approfondire la loro storia, o leggere per la prima volta, ma anche per la seconda o la terza, le loro grandi opere, la Mondadori vi viene incontro con una nuova straordinaria uscita, tutta dedicata alle sorelle più famose della letteratura.
Il libro, che porta il nome di "Sorelle Brontë - I capolavori delle impareggiabili penne sororali" ed è caratterizzato da una bellissima copertina verde e oro, sarà pubblicato il 25 agosto, ma già da adesso ci è possibile osservarne da vicino il contenuto.
In particolare oggi vi parlerò di "Agnes Grey", l'opera di Anne Brontë, che inaugura il volume.

Titolo: I capolavori delle impareggiabili penne sororali
Autori: Sorelle Brontë 
Illustrazioni: Malleus
Editore: Mondadori
Data di pubblicazione: 25 agosto 2020
Pagine: 780
Prezzo: 28,00 €

Trama:
Agnes Grey conduce un'esistenza tranquilla e felice assieme agli amorevoli genitori e alla sorella maggiore Mary. Ma quando la sua famiglia cade in disgrazia, la ragazza sceglie di abbandonare la casa paterna per poter contribuire al sostentamento e dare prova di sé, offendo i suoi servigi in qualità di istitutrice. 
Prendersi cura dei figli ricchi, indisciplinati e viziati di due famiglie della facoltosa borghesia inglese di età vittoriana, è l'unica scelta rispettabile che la ragazza possa fare per sopravvivere. Una volta lì avrà l'occasione di conoscere le gioie e i turbamenti dell'amore, ma soprattutto avrà la possibilità di osservare la vacuità e la corruzione della buona società, smascherando, lucidamente e spietatamente, il lato oscuro delle persone "rispettabili e perbene". 

Recensione:
La minore e meno nota delle sorelle Brontë, nel 1845 comincia a lavorare a quello che diventerà il suo primo lavoro in prosa, "Agnes Grey". 
Il romanzo sarà pubblicato solo due anni dopo, sotto lo pseudonimo di Acton Bell, in un unico volume assieme a "Cime tempestose" della, oggi più celebre, Emily. 
Questo particolare non è da sottovalutare in quanto la povera Anne, a causa del forte impatto emotivo che la storia d'amore tra Heathcliff e Catherine genera nel pubblico e nella critica, è stata, da allora, spesso sminuita nelle sue abilità di scrittrice.
In realtà "Agnes Grey", per quanto si discosti nettamente dai sentimenti impetuosi delineati dalla sorella, non è poi così lontana né da "Jane Eyre" di Charlotte Brontë - almeno per tematica - né dall'altrettanto famosa Jane Austen, cui l'accomuna la narrazione elegante e raffinata ed i modi pacati ed equilibrati.
L'opera in questione nasce sotto forma di diario, come se fosse una confessione intima della protagonista che, tramite le pagine, intende raccontare la sua storia, il suo passato, i suoi pensieri più profondi.
Il racconto ha inizio con una Agnes diciottenne che vive tranquilla e beata nella casa della canonica, assieme ai genitori, da anni felicemente sposati ed innamorati, e alla sorella maggiore Mary. Ma il destino, che sa sempre come scompigliare le carte, troverà il modo di rompere l'idillio, così un investimento sbagliato provoca la perdita del patrimonio familiare e la conseguente depressione del capofamiglia.
La giovane Agnes, tuttavia, non si abbatte e, sfidando le rimostranze dei suoi cari, riesce a lasciare per la prima volta il nido, per tentare la carriera di istitutrice presso i Bloomfield, una famiglia abbiente.
Ha così iniziò il difficilissimo mestiere di Agnes, la quale si ritroverà ad avere a che fare con tre bambini viziati e pestiferi, talvolta pervasi addirittura da un'indole selvaggia e sadica, e soprattutto con dei datori di lavoro pretenziosi, ostili e sprezzanti.
In questa prima parte del libro è molto facile identificarsi con il personaggio principale e simpatizzare con lei. La piccola di casa Grey, per quanto volenterosa, ci appare sperduta ed inesperta, non preparata ad affrontare una situazione così difficile, e per giunta da sola.
L'autrice in questo è molto abile, riesce benissimo a far venir fuori la solitudine e la paura della giovane, finita inavvertitamente in trappola nella gabbia del nemico, che le sembra ogni giorno più fredda ed inospitale. Così come è una maestra nel ritrarre l'amore familiare, ben visibile sia nei capitoli iniziali - dove si respira proprio la felicità domestica - sia nella mancanza che si avverte successivamente, nel corso di tutto il romanzo, quando la giovane Agnes è costretta a stare lontana da casa e dagli affetti.
Purtroppo con il secondo impiego della signorina Grey, stavolta presso i ben più abbienti Murray, la situazione sembra cambiare, così come la personalità della protagonista.
Se infatti prima pareva inesperta, fragile e per questo umana, con il trasferimento la ragazza ci appare sempre più fredda, altera e distaccata. Nonostante le sue nuove allieve non siano tremende e moleste come i piccoli Tom e Mary Ann Bloomfield, e cerchino anche di instaurare un legame, lei si ritrae, ponendosi quasi su un piedistallo fatto di moralità e severità di giudizio.
Bacchetta in continuazione la spigliata e vivace Rosalie così come la poco aggraziata Matilda, e neanche il resto della famiglia fugge alla sua censura.
E certo, i Murray non sono affatto perfetti (anche se decisamente meno odiosi dei precedenti datori), i loro difetti e la loro ostentata alterigia risulta evidente agli occhi del lettore, eppure le continue opinioni velate di sdegno e supponenza di Agnes, non la rendono meno biasimevole dei suoi conviventi.
Per fortuna nella storia fa il suo ingresso il signor Weston, l'uomo che diventerà il centro delle attenzioni e dei pensieri della donna.
La storia d'amore dei due, come spesso accade, risulta prevedibile già dalle prime battute, tuttavia, al contrario di altri libri, essa si basa non sulle apparenze e sul bell'aspetto, ma sul fascino di un bel carattere e di un'anima buona e pia.
Inoltre Edward Weston ha anche il grande pregio di riuscire a tirar fuori la dolcezza e la sensibilità che la Grey sembrava aver perso del tutto.
Davanti ad ogni suo minimo gesto amorevole, la giovane si scioglie come neve al sole, e trascorre la maggior parte del tempo libero in balia delle emozioni, a chiedersi se il suo sentimento possa essere ricambiato o meno, a dubitare dell'interesse altrui, a costruire castelli in aria, immaginando un futuro roseo.
Per dirla in breve, Agnes Grey è il ritratto dell'innamorata persa, che non fa che analizzare le parole dell'amato, in cerca di qualche profondo significato.
Impossibile non provare empatia per lei, leggendo dei suoi patemi d'animo!
Altra nota decisamente positiva sono le ambientazioni e i paesaggi, rese sempre con estrema eleganza ma anche con pregnanza. Per quanto però le descrizioni siano affascinanti e suggestive, tutto il libro ha in generale un andamento lento, privo di colpi di scena o di momenti culminanti. In alcuni punti, in cui l'emotività di Agnes affiora maggiormente, si ha quasi l'impressione di sentir parlare un'amica, purtroppo poi il piglio bacchettone della donna prende il sopravvento, spegnendo il clima di familiarità ed il coinvolgimento.
In definitiva un buon libro che si inserisce benissimo nella letteratura del suo tempo, ma che non brilla per originalità o fantasia. Una storia però che riesce a dar voce alle intime confessioni di una giovane donna, divisa tra il desiderio di affermarsi, il bisogno di rimanere ancorata ai suoi affetti, e la voglia di trovare qualcuno cui affidare il suo cuore.

Considerazioni:
Anne Brontë è da sempre considerata la sorella meno talentuosa tra le tre, e per quanto io abbia apprezzato per diversi aspetti questo libro, non posso non ammettere che in lei, o perlomeno in questa storia, manca il brio, la passione e il tormento dei romanzi di Emily e di Charlotte. Il giudizio della critica quindi non mi stupisce.
Ed è un peccato perché inizialmente "Agnes Grey" sembrava avere tutte le carte in regola per farsi notare e lasciare il segno. I personaggi della famiglia sono ben caratterizzati, ed è difficile non affezionarsi ai genitori e alla loro travagliata storia d'amore, come sarebbe stato arduo non identificarsi nell'insicurezza e nella voglia di rivalsa della diciottenne Agnes, da sempre trattata come un fiore fragile e delicato.
Con l'arrivo presso i Bloomfield, come dicevo prima, la situazione non cambia molto. Anzi, per me che ho avuto il piacere di cimentarmi nel ruolo di educatrice, sebbene per breve tempo, è stato facile riconoscermi nell'infinita pazienza della protagonista, alle prese con dei bimbi pestiferi ed insensibili, e con dei genitori estremamente indulgenti verso i figli e per nulla comprensivi con chi aveva il compito di istruirli.
Per questo motivo mi è molto dispiaciuto, non rivedere la stessa dolcezza e fragilità, andando avanti con la storia. È stato come se, da un certo punto in poi, Anne Brontë fosse stata fagocitata da Jane Austen. Non a caso, con il trasferimento dai Murray, vi è un continuo ricorso al confronto tra la moralità inossidabile della protagonista e la frivolezza e la superficialità dell'allieva Rosalie (un po' come Elizabeth e Lydia Bennet in "Orgoglio e pregiudizio").
Fortunatamente almeno la storia d'amore tra Agnes e il signor Weston appare più credibile rispetto a quella tra Lizzie e Mr Darcy, perché la prima si basa sulla stima reciproca, sull'affinità dei caratteri, su una comune visione della vita, del futuro e sulla stessa idea di felicità (non sulla bellezza della residenza e dei giardini, sull'ingente patrimonio, e sulla generosità nel servirsene, come per la Austen).
In definitiva non posso dire di aver amato questo libro, ma ho apprezzato molto sia il modo di scrivere dell'autrice che alcune delle sfaccettature donate ai diversi personaggi. Non mancherò di leggere anche "La signora di Wildfell Hall" per capire definitivamente chi era Anne, la più giovane delle Brontë.

Ringrazio la casa editrice per avermi fornito una copia del volume

il mio voto per questo libro

lunedì 27 luglio 2020

Review party - Recensione: “Mary. La ragazza che creò Frankenstein” di Linda Bailey e Júlia Sardà



Con questa recensione, e con grandissimo piacere, partecipo al Review Party di questo splendido albo illustrato edito Rizzoli, inaugurandone la prima tappa.
Se amate gli albi illustrati, se avete apprezzato la lettura del romanzo Frankenstein, o se siete affascinati e incuriositi da come una giovane ragazza di soli diciott'anni abbia potuto scrivere uno dei grandi capolavori della letteratura, allora “Mary. La ragazza che creò Frankenstein” fa proprio al caso vostro.
Vi lascio con la recensione :)

Titolo:  Mary. La ragazza che creò Frankenstein
Titolo originale: Mary. Who wrote Frankenstein
Autore: Linda Bailey
Illustrazioni: Júlia Sardà
Editore:  Rizzoli
Data di pubblicazione: 14 luglio 2020
Pagine: 56
Prezzo: 18,00 € (cartaceo)

Trama:
Mary è una sognatrice.
Immagina cose mai esistite, costruisce castelli in aria.
Questa è la sua storia: la storia di come nasce una scrittrice e di come si dà vita a una leggenda.
Un racconto da brividi, un antico castello, una creatura senza vita, incredibili scoperte scientifiche e una notte di tempesta. 
Sono questi gli elementi che Mary, a soli diciotto anni, cuce insieme con ago e filo per dare vita a un personaggio indimenticabile e a uno dei più grandi romanzi di tutti i tempi… Frankenstein.

Recensione:
Ci sono posti che ispirano sogni, e sogni che ispirano storie...
E ogni storia ne ha una sua, e quella che ha portato alla scrittura del famoso romanzo gotico “Frankenstein” è narrata in queste meravigliose pagine scritte da Linda Bailey, e illustrate dalle suggestive tavole di Júlia Sardà.
Un piccolo albo illustrato, un vero gioiello, attraverso il quale possiamo avventurarci nelle pieghe di un passato lontano, e svolgere, piano piano, gli intrecci che hanno reso possibile la nascita di un capolavoro e della sua autrice.

Mary Godwin, è una bambina nata da due intellettuali, grandi menti del loro tempo, il filosofo William Godwin e la scrittrice Mary Wollstonecraft.
La mamma, purtroppo, venne a mancare soli undici giorni dopo averla data alla luce, a causa di un’infezione dovuta al parto.
E così che la piccola Mary si ritrova ad affacciarsi al mondo, portando sul cuore, e sulle spalle, il peso di una grandissima perdita.
Si può sentire la mancanza di qualcuno che non si è mai conosciuto?
Sì, si può, e Mary non supererà mai completamente la mancanza materna.
La tristezza e il dolore entrano subito a far parte della sua vita e restano con lei, la seguono come un marchio impresso sulla pelle e impossibile da cancellare.
Il destino avverso può influenzare una vita?
Certo, la sofferenza può piegare un animo e distruggerlo, o può indurlo a fare cose grandiose.
E Mary si rifugia nei sogni a occhi aperti, nei suoi “castelli in aria”, nell'immaginazione che le consente sempre una via di fuga dai turbamenti che, invece, la vita reale le riserva.
Una vita intensa come lo sono quelle descritte nei grandi romanzi, riassunta in questo splendido volume.
Poche pagine che ci trasportano nell'infanzia dell’autrice, con la sua sete di storie, colmata dai libri, e la fame di evasione colmata dai sogni, fino all'adolescenza, quando l’evasione vera e propria giunge davvero.
Mary Godwin incontra e fugge via con il poeta Percy Shelley e vive con lui una tormentata storia d’amore in giro per l’Europa. Ben presto si sposa e diventa Mary Shelley.
Linda Bailey con poche frasi, e aiutata dalle suggestive illustrazioni della Sardà, delinea i momenti salienti della vita dell’autrice, soffermandosi e indugiando su tutto ciò che l’ha portata alla creazione della sua grande opera letteraria, tutt'oggi considerata - a oltre duecento anni dalla sua creazione - la pietra miliare, e forse il primo esempio di un nuovo genere narrativo: il romanzo di fantascienza.
Una vita che, inconsapevolmente, lungo il suo percorso, l’ha portata alla creazione del suo grande capolavoro.
Mary, come una spugna, ha assorbito tutto ciò che ha visto, sentito, provato negli anni. Momenti che col senno di poi sembrano essere destinati ad uno scopo.
Tutto appare averla condotta al suo romanzo, come un filo di una matassa che ci indica dove andare... e lei non ha fatto che seguirlo.

Come inizia una storia?
A volte con un sogno, ma non solo.
“Frankenstein, o il moderno Prometeo”, nasce da qualcosa che ha del magico, da una serie di coincidenze, sincronicità, circostanze e condizioni favorevoli che hanno, negli anni, preparato il terreno alla nascita del suo fiore.
Le perdite subite; i libri letti che hanno acuito la sua fantasia; “La ballata del vecchio marinaio”, un racconto ascoltato da bambina; la leggenda di Prometeo, la gita in barca lungo il Reno e la visita nei pressi del rudere in rovina “Il Castello di Frankenstein”; l’escursione su un ghiacciaio delle Alpi; l’eruzione del vulcano di Tambora, una delle più terribili che l’umanità può ricordare, che ha sconvolto le stagioni in tutto il mondo, portando a quel freddo glaciale in Svizzera e alle piogge torrenziali, che costringeranno il famoso gruppo di amici composto da Lord Byron, Mary e Percy Shelley, Claire (sorellastra di Mary), e il dottor Polidori a trovare rifugio in Villa Diodati, sul lago di Ginevra, quella famosa notte del 16 giugno del 1816.
E qui, la notte di pioggia; la lettura di gruppo, per passare la serata, della raccolta di storie tedesche di fantasmi “Fantasmagoriana”; la sfida lanciata da Lord Byron ai suoi amici, secondo la quale ognuno di loro avrebbe dovuto scrivere una storia di fantasmi; le conversazioni condotte in quei giorni sugli esperimenti di Darwin, e sull'elettricità, sono tutti gli elementi che hanno contribuito, come piccoli ingranaggi a mettere in moto la fervida fantasia di Mary.
E infine il sogno, un sogno ad occhi aperti, una visione su una strana creatura, un mostro e il suo creatore.
E’ così che, a diciott'anni, Mary comincia a scrivere il suo capolavoro, un lavoro che la porterà in nove mesi alla prima stesura, quella pubblicata nel 1818.
Alcune storie iniziano con un sogno, e quella che ha visto la nascita di questa è talmente stupefacente da meritare essa stessa un libro tutto suo, e Linda Bailey e Júlia Sardà ne hanno creato uno che è esso stesso un sogno.

Letture consigliate:
“Fantasmagoriana” di A.A
“La ballata del vecchio marinaio” di Samuel Taylor Coleridge
“Frankenstein, o il moderno Prometeo” di Mary Shelley
“La ragazza che scrisse Frankenstein. Vita di Mary Shelley” di Fiona Sampson

Film consigliati: 
"Victor - La storia segreta del dott. Frankenstein" di Paul McGuigan
"Mary Shelley. Un amore immortale" di Haifaa al-Mansour

Ringrazio Rizzoli per avermi fornito una copia cartacea di questo libro.

il mio voto per questo libro

mercoledì 22 luglio 2020

Recensione: “Il Grande Nate” di Marjorie Weinman Sharmat

Titolo: Il Grande Nate
Titolo originale: Nate The Great
Autore: Marjorie Weinman Sharmat
Illustratore: Marc Simont
Editore:  Il Barbagianni Editore
Data di pubblicazione: giugno 2020
Pagine: 68
Prezzo: 10,00 € 

Trama:
Lavora da solo, ha un fiuto infallibile e una grande passione per i pancake: è Nate, il piccolo detective che, da vero professionista, raccoglie indizi, analizza prove e risolve anche i casi più difficili.
In questa indagine, Nate dovrà aiutare la sua vicina Annie a ritrovare un dipinto scomparso e, a colpi di domande e deduzioni, arriverà a far luce sul colorato mistero.

Recensione:
Quale bambino non ha desiderato di vivere mille avventure, vedersela con misteri da sbrogliare, e dimostrarsi così in gamba da essere considerato l’eroe della situazione?
Be’, coloro che hanno risposto “io”, in queste pagine troveranno di sicuro il loro beniamino.
Il piccolo, grande Nate è un investigatore privato, ma la bellezza delle sue avventure sta nel fatto che sono davvero a portata di bambino.
Nessuna missione impossibile che si può immaginare di vivere solo nei sogni più fantasiosi. Quelli che coinvolgono Nate sono casi che possono capitare davvero a tutti!
Per i piccini sarà davvero un piacere immedesimarsi in lui e provare a venire a capo dei misteri che lo vedranno coinvolto.
Nella sua prima avventura Nate dovrà aiutare la sua amica e vicina di casa, Annie, a ritrovare un disegno che sembra essere sparito nel nulla.
Tra un’abbuffata di pancake e l’altra, e piccoli, ma brillanti ragionamenti deduttivi, il piccolo detective arriverà alla soluzione del caso.
Nate è un personaggio che conquista subito per la sua cinica ironia, un piccolo uomo tutto d’un pezzo che ci ricorda di essere bambino quando manifesta platealmente il suo debole per i pancake, di cui, vi anticipo, vi farà terribilmente venire voglia.
Uno Sherlock in miniatura, che guiderà i più piccoli ad appassionarsi non solo alla lettura, ma al genere giallo/mistery.
Le deduzioni, le intuizioni, i ragionamenti e gli intrecci li stimoleranno all’uso della logica e del pensiero anche nelle piccole cose di tutti i giorni.
E chissà che anche loro non si divertano a scovare misteri da risolvere qua e là!
Questa è solo la prima avventura di una serie di gialli ironici e divertenti, resi più vivaci dalle illustrazioni di Marc Simont, e stampati con il carattere ad alta leggibilità Easyreading®.
Piccoli racconti di poche pagine che potranno invogliare anche i fanciulli più riluttanti alla lettura, e avvicinarli al fantastico mondo dei libri.

Ringrazio il Barbagianni Editore per avermi omaggiato di una copia di questo libro

il mio voto per questo libro

giovedì 16 luglio 2020

Recensione: "Orgoglio e pregiudizio" di Jane Austen

Titolo: Orgoglio e pregiudizio
Autore: Jane Austen
Editore:  RBA Italia
Collana: Cranford Collection
Data di pubblicazione: 18 gennaio 2020
Pagine: 311
Prezzo: 2,99 € 

Trama:
I Bennet sono una famiglia rispettabile, ma non agiata, che vive nell'Hertfordshire, composta dai genitori e da cinque sorelle: Jane, Elizabeth, Mary, Catherine e Lydia. La signora Bennet è una donna frivola, il cui unico scopo nella vita è quello di trovare un buon marito alle proprie figlie. 
Quando il ricco Charles Bingley si trasferisce vicino alla tenuta dei Bennet con le due sorelle e l'amico Darcy, si verificano cambiamenti importanti. Jane infatti si innamora, ricambiata, di Bingley, mentre tra Mr Darcy ed Elizabeth si crea subito una forte antipatia. 
Ma i sentimenti che gli uni e gli altri provano, finiranno per essere messi a dura prova nel corso dei mesi, fin forse a mutare.

Recensione:
Quello che sto per confessarvi forse vi sconvolgerà ma, fino a poco fa, non avevo mai letto il più famoso libro di Jane Austen, di cui tutti parlano e che tanto idolatrano. Né tantomeno ho mai visto le varie trasposizioni cinematografiche che si sono succedute nel corso degli anni, proprio perché avevo intenzione di approcciarmi al romanzo, prima o poi, senza preconcetti, e soprattutto con la mente aperta.
Ma ora veniamo al dunque: "Orgoglio e pregiudizio" è sicuramente un libro figlio del suo tempo, che ritrae perfettamente la società borghese inglese di fine Settecento-inizio Ottocento, periodo in cui alle donne non era richiesto molto, se non affinare le proprie doti (fisiche e non), per cercare di far bella mostra di sé e, magari, così facendo, accaparrarsi il miglior partito in circolazione.
Siamo nello Hertfordshire, e Mrs Bennet cerca, tramite balli, visite a domicilio, inviti a pranzi, e cerimonie di vario genere, di far incontrare le giovani figlie e altrettanti affascinanti cavalieri, in modo che tra loro possa scoccare la scintilla. 
La madre sa che, a causa di un vecchio vincolo, le cinque donne della famiglia Bennet non potranno mai ereditare la casa in cui abitano, per cui appena se ne presenta l'occasione, non si fa scrupoli a combinare incontri, sperando possano sfociare in un rispettabile e conveniente matrimonio. 
Durante uno dei tanti balli, la maggiore delle figlie, Jane, incontra il benestante Bingley, da poco trasferitosi nel circondario, e tra i due nasce subito un'affinità. Nella medesima serata la secondogenita Elizabeth ha modo di osservare per la prima volta l'amico di lui, Mr Darcy, un tipo poco affabile e fiero del suo status di uomo estremamente facoltoso e colto. Tra i due affiora immediatamente una diffidenza, presto tramutatasi in silente astio ed antipatia.
Man mano che aumentano le occasioni di incontro, Lizzie e Darcy, i due veri protagonisti della storia, avranno modo di formalizzare l'opinione l'uno dell'altra, anche se in modo diametralmente opposto. Infatti se lui, studiando il carattere sfrontato ed insolente di lei, comincia ad apprezzarlo al punto da provare un certo interesse, per la ragazza invece l'uomo resta solo arrogante e superbo. Fino a quando il corso degli eventi non li costringerà a vedere le cose in un'altra maniera.
Questa è grossomodo la trama del romanzo, ovviamente molto snellita, che mi è sembrato giusto richiamare alla memoria, per poter delineare meglio i punti che non mi hanno convinta del tutto. Ebbene sì perché, per quanto io abbia apprezzato parte di questa lettura, non posso dire di aver visto in essa il capolavoro che tanti decantano. Vi spiego perché.
Prima di tutto non ho molto gradito la visione della donna che vien fuori da questo libro. E non perché le ragazze siano state rappresentate il più delle volte interessate solo a balli, conoscenze e ogni altra occasione di socialità, bensì per l'opposto. Ai tempi di Jane Austen le donne stavano pian piano acquisendo la libertà di esprimere loro stesse al di là del ruolo familiare, tuttavia la maggior parte delle signore era comunque relegata all'immagine di angeli del focolare, esattamente come nei secoli passati.
Era questo che ci si aspettava da loro, con queste idee erano cresciute, e questo credevano fosse il loro destino o il loro dovere.
Ciononostante nel libro, ogniqualvolta si fa riferimento ad una ragazza intenta a conoscere un gentiluomo, o interessata all'abbigliamento o ad una qualche forma di intrattenimento, quindi alla normalità del tempo, la si definisce come "stupida, ignorante, frivola e meschina" o peggio ancora come grande fonte di imbarazzo. Come se fosse solo il frutto della loro scelta, e non del retaggio culturale o delle aspettative altrui.
Lo stesso severo trattamento non viene però riservato agli uomini che, esattamente come la controparte femminile, partecipano ai medesimi eventi per divertirsi e, nel migliore dei casi, individuare una prescelta cui chiedere la mano. Loro non vengono giudicati come stolti o poco seri, anzi se ne loda le buone maniere, il garbo, l'eleganza, l'intelligenza e chi più ne ha, più ne metta.
La cosa non mi stupisce dato che ancora oggi vengono usati due pesi e due misure per valutare i comportamenti di uomini e donne, tuttavia mi lascia sconcertata il fatto che molti, prendendo ad esempio l'audacia di Elizabeth, abbiano fatto di "Orgoglio e pregiudizio" quasi un manifesto di femminismo, quando di questo non ve ne è traccia, semmai il contrario.
Basti pensare a come sono continuamente descritti i coniugi Bennet.
La moglie, giustamente preoccupata per se stessa e le figlie, che rimarrebbero senza un tetto sulla testa alla morte del marito, tenta di accasarle, prima che sia troppo tardi. La sua caparbietà e lungimiranza, tra l'altro per nulla diversa da quella di tante altre madri nominate nello stesso romanzo, viene definita con insistenza come un imbarazzante segno di stupidità, tale da gettare ombre sull'immagine di tutta la famiglia.
Di contro lui, Mr Bennet, il quale - pur sapendo del vincolo della casa e delle inevitabili conseguenze, sceglie di non fare nulla, né per risolvere quella incresciosa situazione (che dovendo aver luogo solo dopo la sua dipartita, sembra non interessargli minimamente) né per assicurare una buona educazione alle figlie - viene ritratto come un uomo colto, saggio ed intelligente. La stessa persona che non fa che denigrare e ridicolizzare moglie e figlie, esclusa la sua preferita (Lizzie, ovviamente), per poi rintanarsi in biblioteca.
Come potete vedere non parliamo di un signore tutto dedito al lavoro contro una signora votata al divertimento, ma di due persone che, vivendo di rendita, dedicano il proprio tempo a diversi passatempi. Perché uno sarebbe sbagliato ed indegno, e l'altro da santificare?
Altra cosa che non mi ha convinto è il personaggio di Elizabeth ed il suo repentino cambiamento d'opinione su Darcy. Inizialmente ne avevo apprezzato la spontaneità, lo spirito critico e l'assenza di riverenza, tuttavia la mia stima è andata progressivamente a scemare. Il giorno prima trova l'erede di Pemberley detestabile, quasi fosse la persona peggiore sulla faccia della terra, e letteralmente quello dopo, ne tesse le lodi a tutto spiano, e si rammarica della sua severità di giudizio.
Era giusto che la ragazza si ricredesse, almeno in parte, ma un po' più di calma, no?
Era necessario accelerare i tempi, e non permettere così a noi lettori di assistere ad un cambiamento più graduale e soprattutto più credibile?
Soprattutto se consideriamo che la narrazione in generale non è poi così veloce, tende spesso a fermarsi sulle stesse situazioni, o a creare punti morti.
Per quanto riguarda Mr Darcy invece, per quanto io non straveda per lui, devo riconoscere che il suo personaggio è molto più riuscito e più verosimile.
Ci sta che lui, nel corso dei mesi, abbia maturato un interesse per quella giovane che non si relazionava a lui con tante cerimonie, come altre nobili dame erano solite fare, ma che, al contrario, riservava a lui solo battute al vetriolo.
Ci sta anche che, nonostante il rifiuto, continui a provare dei sentimenti, ad aiutare l'amata nel momento del bisogno, o a tentare di farla ricredere.
Detto ciò, come dicevo, non posso dire di aver amato Mr Darcy, per la sua boria e la supponenza, per l'atteggiamento di superiorità che, fino alla fine, conserva nei riguardi della famiglia Bennet, rea di non avere il suo elevato lignaggio, e soprattutto per la sua ingerenza nel rapporto tra Jane e Bingley.
E parlando di questi ultimi - soprannominati da me i Jingley - loro sono stati una delle note positive: due personaggi comprensivi, modesti ed indulgenti che, dal primo giorno, riscoprono nell'altro gli stessi pregi e quindi una certa affinità. Due personaggi, il cui legame viene messo a dura prova dalle macchinazioni di altri (Darcy in prima persona) e che, nonostante tutto, resiste e sopravvive.
Un amore vero che cresce di giorno in giorno, nella vicinanza, ma ancora di più nella mancanza e nella lontananza. Al contrario di quello dei Darbeth (Darcy ed Elizabeth), che invece sorge dall'alba al tramonto.
Altro aspetto che non posso non nominare è l'ambientazione, che fa da sfondo alla storia. Ho apprezzato i grandi giardini o le case eleganti, al punto che mentre leggevo, non potevo non pensare di volermi trovare lì, tuttavia le descrizioni non sono mai approfondite e particolareggiate. Si parla ed esempio di un enorme giardino con boschetto e torrente, ma non si delineano né i dettagli della scena né, cosa peggiore, l'emozione che si prova nell'attraversarli o nel trascorrerci le ore.
Non c'è trasporto, ma solo un resoconto delle azioni dei personaggi in quei luoghi e dei loro dialoghi.
In conclusione si tratta di una lettura che non mi ha deluso né annoiato, ma che neanche mi ha coinvolto come avrei pensato. 
Una storia non così originale, e dall'andamento abbastanza prevedibile, che avrebbe potuto dare molto di più, se avesse sfruttato seriamente la personalità dei personaggi, conferendo loro miriadi di sfumature. 
Invece la Austen, al posto di cavalcare la fantasia, si è limitata ad offrire ai lettori, o forse più alle lettrici, la storia d'amore che sapeva avrebbero desiderato leggere, ovvero quella della donna povera e ribelle che, pur non volendo, riesce ad accalappiare uno dei scapoli più ambiti e facoltosi.
E quella dell'uomo ricco, colto e ben educato che, con nonchalance, incassa il rifiuto della donna che ama, non si arrende, e fa di tutto per conquistare il suo cuore.

Considerazioni:
Se non hai letto il libro, e hai intenzione di farlo, fermati qui!
Desidero iniziare citando Joe Fox delle Megalibrerie Fox, protagonista maschile del film "C'è posta per te", il quale affermava "Lui è orgoglio e lei pregiudizio? Non l'ho mai capito".
Anch'io mentre leggevo, mi ponevo la stessa domanda. Darcy in effetti sembra molto orgoglioso e fiero di sé, e pare avere parecchi pregiudizi sulle donne e sulle classi inferiori al suo rango, tuttavia, nel corso delle pagine, almeno l'orgoglio lo mette da parte, pur di ottenere la mano dell'amata.
Elizabeth invece ad un certo punto si pente di essersi lasciata trasportare dai pregiudizi, e di aver formulato delle opinioni sull'uomo basandosi solo sulle prime impressioni, tuttavia, dal mio punto di vista, il parere della donna vien fuori non tanto da un preconcetto, ma piuttosto dall'insieme di più atteggiamenti scortesi, che trovano riscontro in varie occasioni, non solo nell'incontro iniziale. Quindi non credo che la parola "pregiudizio" possa realmente riferirsi a lei.
E proprio per questo motivo che non ho potuto apprezzare il repentino cambio di opinione della donna nei confronti del proprietario di Pemberley. La sera della proposta di matrimonio, lei lo rifiuta in malo modo, definendolo l'ultimo uomo sulla terra che avrebbe sposato. Del resto, per quello che aveva saputo e visto, non avrebbe potuto fare altrimenti.
Esattamente la mattina dopo però riceve una lettera, tramite la quale Mr Darcy non si scusa affatto delle sue azioni, ma le rivendica con fierezza, sebbene giustificandole in qualche modo.
Si vanta di aver impedito il matrimonio tra Charles e Jane, la più grande delle Bennet, perché un'unione del genere avrebbe portato solo disonore al suo amico, a causa del rango inferiore dei parenti di lei, della loro maleducazione, e del marcato, a suo dire, disinteresse da parte della promessa sposa. In parole povere continua a disprezzare la famiglia di Elizabeth.
Inoltre fornisce la sua versione dell'alterco con il generale Wickham, per far capire alla ragazza che l'uomo che tanto stima, in realtà non è altri se non un disonesto, interessato solo al proprio tornaconto.   
Per quanto riguarda quest'ultimo punto, sarebbe stato plausibile se la donna, dopo aver letto la lettera, avesse dubitato della sincerità del generale e avesse deciso di indagare più a fondo. Ma invece questo non avviene: lei che pendeva dalle labbra di Wickham, da questo momento in poi non fa che lodare Darcy, dando per scontato che la sua versione sia quella vera.
Quindi se ha peccato di ingenuità inizialmente, prendendo per oro colato le dichiarazioni del primo, di nuovo pecca di ingenuità credendo ciecamente al rivale. Per la seconda volta, non decide di arrivare autonomamente alla verità, ma si limita a fidarsi di ciò che si dice in giro.
Per non parlare poi della questione Jane-Bingley, a cui non si può proprio trovare giustificazioni. Darcy si intromette, senza averne diritto, in rapporti che non lo riguardano, e per di più giudica la famiglia Bennet con supponenza. Ed Elizabeth, che proprio per questo motivo, aveva rifiutato la mano dell'uomo il giorno precedente, cosa fa dopo la lettera?
Lo comprende, e colpevolizza, di contro, l'atteggiamento poco chiaro del sorella che, essendo amabile con tutti, ha portato Darcy a trarre conclusioni errate, ed anche tutta la sua famiglia, rea di aver creato situazioni di imbarazzo.
Quindi nel giro di ventiquattr'ore il caro Darcy è passato da essere la persona più arrogante, sgradevole e meschina, a diventare quasi un santo sceso in terra che, se pure avesse sbagliato, non avrebbe potuto fare altrimenti. Ma per favore!
Stessa visione sessista la possiamo riscontrare, come dicevo prima, con Mr Bennet.
Lui, dall'alto del suo scranno, biasima le donne della sua famiglia, definendole ignoranti, civette, stupide e sciocche, facendo riferimento non solo alle minori, effettivamente poco serie, ma anche all'assennata Jane e alla studiosa Mary.
Neanche quest'ultima si salva dai suoi severi giudizi, anzi la sua passione per lo studio viene motivata come un vano tentativo di colmare un'assenza di talento. 
E avrei anche potuto capire se il rigore e la fermezza del capofamiglia fossero derivati da una qualche delusione. Se lui avesse fatto di tutto per impartire un'istruzione ed un'educazione rigorosa, e i suoi intenti si fossero rivelati nulli, ma non è questo il caso.
Per ammissione sua e di Elizabeth, lui si è limitato a passare il tempo da solo in biblioteca, senza prendersi neanche la briga di assumere un'istitutrice, e senza interessarsi minimamente delle abitudini o della moralità delle figlie. Beh, chi è causa del suo mal, pianga se stesso U_U
Lo stesso vale per il disprezzo che riserva alla moglie: l'ha scelta, dopo essere rimasto abbagliato dalla sua giovinezza, bellezza ed allegria, e solo dopo il matrimonio, si rende conto di quanto poco cervello la donna abbia, al punto da perdere tutto l'affetto per lei. Quindi lui la sposa su due piedi, senza nemmeno conoscerla o scambiarci due chiacchiere, e poi quella frivola sarebbe lei?
E con ciò non voglio dire che il personaggio di Mr Bennet risulti detestabile, perché così non è, anzi grazie alla sua ironia, riesce anche a strappare qualche sorriso. Tuttavia mi sono chiesta, se fosse stata una persona reale a comportarsi così, mi sarebbe piaciuta?
Se avessi visto un padre insultare continuamente le sue stesse figlie, definendole stupide e ignoranti, lo avrei apprezzato?
Se avessi visto un uomo disdegnare sua moglie, e criticarla per ogni cosa, lo avrei forse stimato?
Se lo avessi visto passare tutto il tempo da solo, senza curarsi minimamente del futuro della propria famiglia, avrei approvato il suo comportamento?
Beh, ovviamente la risposta, a tutte le domande, è no.
E nel libro il concetto di "due pesi e due misure" viene applicato spesso e volentieri, non solo nel contrasto tra uomini e donne, di cui dicevo prima, ma anche tra famiglie agiate e borghesi.
Ad esempio il comportamento delle donne Bennet viene tacciato come imbarazzante e disonorevole, eppure quando sono i componenti della famiglia di Darcy o dei Bingley a fare le stesse cose, non vi è nulla da recriminare.
Se la madre di Jane cerca di far in modo che la figlia convoli a giuste nozze, è una sfacciata, ma se lo fa la nobile Lady Catherine con la sua amata Miss De Bourgh, tentando di fare di lei la sposa di Darcy, è solo cosa buona e giusta.
Se poi la sorella di Bingley cerca di attirare l'attenzione di Darcy, non c'è da stupirsene, ma se lo fanno le giovani Lydia e Catherine/Kitty con i generali, allora sono delle spudorate civette.
O ancora se Georgiana Darcy accetta di scappare con Wickham, è solo una povera ingenua raggirata, ma comunque sempre piena di valori, ma quando lo fa Lydia, lei diventa una stupida oca, immagine dello scandalo e della vergogna.
Notate l'incoerenza?
Tornando invece al personaggio di Elizabeth, non posso nascondere la mia delusione. Se prima era una che non temeva le conseguenze delle sue opinioni, e che non nascondeva il suo disappunto, dopo la famosa lettera e la successiva visita alla sconfinata tenuta di Pemberley, si dimostra totalmente priva di carattere, quasi alla stregua di una banderuola al vento. Non fa altro che cantare le lodi di Mr Darcy, la sua eleganza, il suo garbo, la sua educazione e così via, dimenticandosi completamente dei pregressi che l'avevano portata a pensare tutt'altro.
Ma il problema non è solo lei, perché da questo momento in poi il libro si sarebbe anche potuto tranquillamente rinominare "quanto è amabile Mr Darcy".
Incontrano la governante che subito comincia a decantare quanto il suo padrone sia buono, giusto e generoso. Poi viene il turno degli zii di Lizzie, che lo trovano gentile ed educato, in seguito veniamo a conoscenza del suo affetto sconfinato per la sorella Georgiana e dell'amore infinito per la protagonista, grazie ai quali, ancora una volta, l'uomo dà sfoggio della sua magnanimità, diventando il deus ex machina di tutta storia.
Non si capisce proprio dove l'autrice volesse andare a parare, vero?
Mai una metamorfosi fu meno spontanea. 
E poi veniamo al finale, che non è altro che la diretta conseguenza del decorso degli eventi. Tutto giunge subito alla risoluzione, con Darcy che, grazie alle sue ritrovate qualità, ha l'approvazione di tutti, e Lizzie che, sebbene vituperata dalla nobile Lady Catherine, almeno in un primo momento, viene accolta a braccia aperte dal resto dei familiari, nonostante il suo umile rango. E così vissero per sempre, nella loro immensa magione, felici, ricchi e contenti.
In conclusione, un libro che è sicuramente ben scritto e che forse, a quei tempi, poteva anche risultare moderno. Ma che, tuttavia, leggendolo oggi pare, mi spiace dirlo, fin troppo ricco di cliché. E una storia d'amore che, a causa dei personaggi stereotipati, non riesce ad essere credibile e perciò non coinvolge pienamente. 
In poche parole un romanzo scritto per i romantici, che sognano una favola d'amore in cui ogni cosa scorre liscia come l'olio, ed anche le persone insospettabili ed irreprensibili finiscono per rivelare un cuore tenero ed un animo nobile.

Curiosità: 
"Orgoglio e pregiudizio" rappresenta la prima uscita della collana "Cranford Collection", le cui copertine riprendono gli splendidi motivi naturalistici e le lussuose stampe oro di fine XIX secolo, periodo in cui la casa editrice britannica Macmillan ideò una serie di libri splendidamente rilegati, concepiti per la prima volta come oggetto da regalare. Le copertine furono commissionate ad alcuni dei migliori illustratori dell'epoca, quella in questione all'irlandese Hugh Thomson.

il mio voto per questo libro

lunedì 13 luglio 2020

Recensione: “Quando Helen verrà a prenderti” di Mary Downing Hahn

Titolo: Quando Helen verrà a prenderti
Titolo originale: Wait till Helen comes
Autore: Mary Downing Hahn
Editore:  Mondadori
Data di pubblicazione: gennaio 2020
Pagine: 190
Prezzo: 17,00 € (cartaceo) 8,99 € (ebook)


Trama:
Molly e suo fratello Michael non hanno mai legato con la sorellastra Heather, una bambina di sette anni che non perde occasione di accusarli ingiustamente, seminando discordia tra i genitori. 
Fin quando la famiglia si trasferisce in una vecchia chiesa ristrutturata in campagna e le cose precipitano.
Attratta dall'antico cimitero che confina con la proprietà, Heather sostiene di parlare con il fantasma di una bambina di nome Helen, morta oltre cent'anni prima, e minaccia i fratelli con un cupo avvertimento: «Quando Helen verrà a prendervi, vi pentirete di tutto quello che mi avete fatto».
Ma chi è Helen e come mai la sua lapide si erge solitaria, con le sue sole iniziali a ricordarla?

Recensione:
“Quando Helen verrà a prenderti” è un horror per ragazzi davvero appassionante e avvincente, di quelli che si leggono tutto d’un fiato perché è difficile staccarsi dalle sue pagine. Non eccessivamente spaventoso e quindi particolarmente indicato ai giovani lettori, per far loro capire che anche leggere un libro può essere un’attività entusiasmante, e quale periodo migliore di questo per intrattenerli anche grazie alla lettura?
Quella che incontriamo in queste pagine è una famiglia allargata.
Molly e Michael sono fratello e sorella rispettivamente di dodici e dieci anni, la loro mamma, lo scopriamo leggendo, ha da poco sposato Dave, anch'egli padre, di Heather, una bimba di sette anni che, a quanto pare, fatica ad accettare la nuova unione. Non è riuscita a legare con matrigna e fratellastri, anzi addirittura sembra provare per loro un certo rancore, un’insofferenza ingiustificata.
Il romanzo inizia quando la mamma comunica a Molly e Michael la decisione del loro trasferimento da Baltimore a Holwell, una piccola città del Maryland dove lei e Dave hanno deciso di comprare una chiesa dismessa e di trasferircisi tutti, per ricominciare.
Una vita immersi nella campagna, nella natura, tra il verde e i ruscelli, potrebbe essere un ottimo scenario per dare una possibilità alla loro famiglia, un posto nuovo dove costruire nuovi ricordi e dove, forse, potranno essere tutti più uniti.
Ma nessuno dei tre ragazzi sembra essere entusiasta dell’idea, Michael, un ragazzino piuttosto atipico per la sua età, rimpiange subito il club di scienze a cui non potrà partecipare, Molly si dispera per il corso di scrittura creativa che non potrà frequentare e la piccola Heather, be’ lei detesta semplicemente il fatto di dover trascorrere del tempo con tutti loro... fosse per lei prenderebbe il suo papà e lo trascinerebbe via da quel circolo a cui non ha mai scelto di appartenere.
Ma si sa, le rimostranze dei bambini non possono competere con le scelte prese dai grandi, quindi i tre sono costretti a subire questa immediata partenza a cui non erano stati preparati.
L’arrivo alla piccola chiesa si rivela migliore del previsto, la costruzione è davvero graziosa, immersa nel verde, ma totalmente isolata. Nessun vicino, e nessun compagno di giochi nei paraggi, un’amara rivelazione di cui nessuno li aveva messi al corrente.
Ma non è questa l’unica sorpresa poco gradita con cui Molly si ritroverà a fare i conti. 
Durante la prima perlustrazione del circondario scova ben presto, e con orrore, il cimitero abbandonato sul retro della proprietà. Una scoperta, questa, che la intimorisce e la destabilizza, ancor più quando si accorge, con il passare dei giorni, che Heather ne è, invece, particolarmente suggestionata.
È Heather, infatti, a scorgere, sotto la grande quercia, una lapide nascosta dall’erba incolta, la lapide solitaria di una bambina della sua stessa età, sulla quale sono riportate solo delle iniziali: H.E.H... esattamente le stesse che compongono il suo nome completo: Heather Elizabeth Hill.
Pochi giorni dopo questa scoperta, Molly sorprende Heather al cimitero vicino la lapide, rivolgersi a qualcuno di nome Helen, chiedendole di diventare sua amica.
Poco dopo la bambina inizia a minacciare i due fratellastri. 
A suo dire Helen sarebbe il fantasma della bambina sepolta sotto la quercia, ed essendo sua amica farà tutto ciò che le verrà chiesto.
«Quando Helen verrà a prendervi, vi pentirete di tutto quello che mi avete fatto», queste sono le parole che continua a ripetere loro.
Michael, mente razionale e analitica, non crede ad una sola parola, ma Molly non solo ci crede, è convinta di avere lei stessa visto qualcosa, e quando le minacce si tramutano in fatti, Molly diventa sempre più determinata a far venire a galla la verità. Eppure nessuno sembra credere alle sue parole, né suo fratello Michael, né la loro madre, né Dave, che non perde occasione per prendere le difese di sua figlia e accusare gli altri di escluderla e maltrattarla.
E la piccola Heather è bravissima nel provocare disastri e passare per la vittima della situazione, accendere micce, scatenare incendi e poi aspettare che tutto si plachi per farsi consolare dal suo papà.
Il suo obiettivo è proprio quello, dividere la famiglia e tenerselo tutto per te, e forse crede che Helen la aiuterà in questo. Ma non sa che Helen ha per lei ben altri progetti...
Tuttavia questa non è solo una storia di odio, rancori e fantasmi.
Questa è anche una storia di sbagli, di paura e amore.
La rabbia e la cattiveria, apparentemente immotivate, che la piccola Heather mostra e coltiva, hanno ragioni profonde e insanabili.
Non prova amore perché non crede di maritarlo. Diventa cattiva perché crede di esserlo.
“Quando Helen verrà a prenderti” è una storia appassionante, emozionante, inquietante al punto giusto, ma soprattutto una storia toccante, di rinascita e perdono, soprattutto verso se stessi.

Considerazioni:
Nei romanzi di fantasmi, c’è sempre un momento della storia in cui il protagonista, colei o colui che ha assistito all'apparizione paranormale decide finalmente di confidarsi con qualcuno di fidato, ma almeno inizialmente, non viene creduto.
Fa sempre rabbia leggere situazioni di questo tipo, soprattutto quando viene negata persino l’evidenza.
Però poi c’è il momento della rivincita, quel momento di esultanza in cui finalmente la realtà, per quanto strana e assurda, non può più essere negata, quello in cui, il protagonista dimostra di aver sempre avuto ragione, e, finalmente, guadagna un aiuto, una spalla con cui condividere ciò che sarà.
Be’ qui, per la povera Molly, quel momento non arriva mai.
Non solo non viene creduta da sua madre, non solo Dave, il suo neo-patrigno, la rimprovera e l’accusa di turbare la sensibilità della sua bambina, ma persino Michael, suo fratello, la sbeffeggia e le dà della stupida.
Sarebbe stato comprensibile se i due avessero avuto un rapporto conflittuale, ma così non è. 
I due vanno più che d’accordo, sono diversi, questo sì, Michael, pur essendo di due anni più piccolo è un bambino molto maturo e razionale, ma il loro è un bel rapporto, fatto di complicità e piccoli screzi, come è normale che sia.
Inoltre sono uniti dalla comune avversione che provano nei confronti della sorellastra, o meglio, sono uniti nel fronteggiare l’avversione che lei prova nei loro confronti.
Ma quando Molly confida al fratello ciò che ha visto lui non le crede, non le crede neanche di fronte alle prove, e non solo non le le concede il minimo beneficio del dubbio, ma la fa apparire anche più stupida e ridicola agli occhi degli altri.
Molly e Michael avrebbero dovuto essere una squadra, invece Molly si ritrova ad affrontare tutto da sola: il peso di conoscere una verità incredibile e raccapricciante, lo sconforto di non essere creduta, la responsabilità di dover salvare Heather da se stessa e da Helen, nonostante la sorella la odi, nonostante non voglia essere salvata.
Ed Heather, lei si comporta in modo davvero crudele.
Leggere tanta cattiveria e rabbia, perdi più immotivata, da parte di una bimba di soli sette anni è, non solo strano, ma incomprensibile.
La gelosia non può portare a tanto!
E poi la rivelazione finale - non del tutto inaspettata in realtà - che, seppur prevedibile, ho trovato molto toccante ed emozionante nel modo in cui ci viene rivelata.
L’abbraccio tra Molly e Heather - che si scoprono finalmente come due bambine che possono imparare ad aiutarsi, piuttosto che ad ostacolarsi, e volersi bene, anziché farsi la guerra, che possono imparare, in poche parole, ad essere sorelle - è di una dolcezza estrema.
E alla fine non importa più se Molly viene creduta dagli altri o meno.
Lei e sua sorella sanno la verità, lei e sua sorella sanno che ci saranno sempre l’una per l’altra.

Ringrazio Mondadori Ragazzi per avermi omaggiato di una copia cartacea di questo libro

il mio voto per questo libro

giovedì 9 luglio 2020

Recensione: "Sganciando la luna dal cielo" di Gregory Hughes

Titolo: Sganciando la luna dal cielo
Autore: Gregory Hughes 
Editore: Feltrinelli
Data di pubblicazione: 12 settembre 2019
Pagine: 272
Prezzo: 15,00 € 

Trama:
Marie Claire, soprannominata il Ratto, e suo fratello Bob passano le giornate a scorrazzare in bici con i loro amici. Vivono insieme al padre nella piatta campagna canadese intorno a Winnipeg. Ma un giorno, tornati da scuola, lo trovano morto. 
Di fronte all'incubo dell'orfanotrofio, l'intraprendente Ratto convince Bob che per sfuggire al loro triste destino bisogna andare a New York per cercare Jerome DeBillier, il fratello del padre che si dice faccia lo spacciatore. 
Inizia così l'avventura dei due protagonisti fra treni merci, passaggi in auto da persone poco raccomandabili, notti sotto le stelle. Sul loro cammino Marie Claire e Bob incontrano una variegata fauna metropolitana fatta di imbroglioni, gangster e persino un celebre rapper. Finiranno anche per trovare lo zio che può davvero salvarli, o la loro missione è destinata a fallire?

Recensione:
I libri che ci rimangono più impressi sono quelli che riescono a regalarci personaggi straordinari, così eccentrici e particolari, da lasciare un ricordo indelebile nella nostra mente.
Penso a "Pomodori verdi fritti al caffè di Whistle Stop" e alla impavida e divertente Idgie, alla spericolata Wilhelmina di "Capriole sotto il temporale", all'allegra ed imperturbabile Pepa di "Sal", alla coraggiosa e ostinata Maya di "Io so perché canta l'uccello in gabbia" e via dicendo.
Bene, anche la storia di Gregory Hughes ritrae uno dei protagonisti che, sicuramente, farò fatica a dimenticare: la piccola Marie Claire Wazhashnoos DeBillier, meglio nota come "Il Ratto", una ragazzina stravagante, piena di iniziativa e dalla personalità effervescente.
Lei è la vera anima di questo romanzo, colei che, con le sue uscite strampalate e spesso fuori luogo, catalizza l'attenzione, ci fa sorridere, ci lascia a bocca aperta e talvolta, ci fa anche un po' innervosire.
Ma è suo fratello Bob a raccontare la loro storia, andando a ritroso, dal suo presente a New York, per tornare indietro fino a quando tutto ebbe inizio, ai tempi in cui lui, la strana sorellina e il loro padre vivevano ancora a Winnipeg, una località di campagna del Canada.
I giorni lì passavano lenti e polverosi, fino a quando Ratto, in una delle sue frasi ad effetto, annunciò: "papà sta morendo".
No, se ve lo state chiedendo, il Vecchio non era malato, e non sembrava affatto essere alla fine dei suoi giorni, eppure la bambina che era solita avere queste rivelazioni, sapeva già, non si sa come né perché, quello che stava per succedere.
Con la morte del Vecchio i due ragazzini si ritrovano ad un bivio: chiamare le autorità e accettare di finire in un orfanotrofio, o andare alla ricerca del misterioso zio che vive a New York, sperando che decida di prendersi cura di loro.
Non serve dirvi quale sarà la scelta di Marie Claire, sempre pronta ad imbarcarsi in qualche nuova avventura, la quale, come immaginerete, riuscirà a trascinare nel suo piano di fuga anche il più assennato Robert.
Da qui ha inizio un viaggio rocambolesco, fatto di notti da fuggiaschi trascorse su veloci treni merci; chilometri di asfalto macinati su biciclette da strada o a bordo di auto di persone sconosciute; ore infinite per le strade del Bronx, di Harlem e di Manhattan alla ricerca di indizi; e serate tranquille sul manto erboso di Central Park.
Bob non fa che seguire i suggerimenti, non sempre avveduti, della piccola di casa, la quale a sua volta non fa che dare ascolto al suo istinto e al sesto senso, che la portano a fidarsi di perfetti estranei, da lei considerati alla stregua di angeli.
Ovviamente i guai non mancheranno: i due protagonisti, partiti alla volta della Grande Mela per scovare lo zio Jerome, faranno invece la conoscenza di un contrabbandiere di sigari dal cuore nobile, un truffatore seriale dai modi gentili, un pericoloso maniaco e persino un famoso e generosissimo rapper. 
Non male per due campagnoli di Winnipeg, non credete? L'intero itinerario sarà poi arricchito da continue soste presso i bar e i locali di tutta New York, in cui il Ratto non mancherà di ordinare, tra le altre cose, anche il suo amato cappuccino.
Lo scrittore è riuscito in poche centinaia di pagine a dar vita ad un libro senza dubbio avventuroso, che si distingue grazie alla personalità dei due protagonisti. 
Tuttavia devo ammettere che non tutta la storia brilla per originalità. 
L'incipit è particolarissimo, forse uno dei migliori mai letti, e la quotidianità a Winnipeg mi ha conquistato sin dalle prime battute. Il rapporto tra Ratto e il Vecchio mi ha commosso e divertito, ho adorato i loro piccoli rituali, le serate cinema, il loro modo di parlare affettato, e le canzoni di Sinatra urlate a squarciagola.
Un idillio originale e perfetto. Con la morte del Vecchio e la conseguente fuga però, quella magia che aveva caratterizzato l'inizio, finisce per spegnersi progressivamente.
Già l'atmosfera della grande città americana, fatta di sfilze di grattacieli o case fatiscenti, non è delle migliori (per nulla paragonabile, a mio avviso, al fascino senza tempo delle praterie canadesi). Se poi ci aggiungi i tipi incontrati non proprio raccomandabili, la frittata è bella che pronta.
Se infatti i personaggi principali sono ben costruiti, con Marie Claire che spicca su tutti gli altri ovviamente, quelli di contorno, come il contrabbandiere Joey, l'imbroglione Tommy e il rapper Ice, non sono altro che stereotipi chiamati a smentire gli stereotipi.
La feccia della città che mostra, contrariamente alle apparenze, di avere un animo nobile, al punto di lasciar perdere tutto pur di aiutare i due ragazzini a completare la loro missione.
Carino certo, ma poco credibile. E quando una storia originale e brillante, perde del tutto il contatto della realtà per diventare solo una favoletta prevedibile, e zeppa di cliché, secondo me c'è qualcosa che non va. È un'occasione persa per dare vita a qualcosa di davvero straordinario.
Tuttavia, per quanto gran parte della narrazione preveda generosità a palate, con Bob e Ratto che cedono i loro pochi risparmi ai primi venuti, e altrettanti sconosciuti che, d'altro canto, non ci pensano due volte a condividere quello che hanno con i trovatelli canadesi, il finale non è affatto lieto, come si potrebbe pensare.
Ed è stato proprio questo che mi ha stupito. Avevo perso le speranze di ritrovare le emozioni delle prime pagine, eppure l'epilogo mi ha lasciato senza parole.
È straziante, commovente, amaro e, soprattutto, reale. Un finale che sa di verità, di dolore e di amore vero. Di quel legame imprescindibile che tiene insieme fratello e sorella e che può superare tutte le barriere. Ma un finale che sa anche di speranza perché più è buio e più si vedono le stelle, e non si è mai lontani abbastanza da non riuscire a ritrovare la strada di casa.

Considerazioni:
Avevo letto l'anteprima di questo libro un bel po' di mesi fa, ed ero rimasta subito colpita dal bel caratterino di Ratto. Avevo già capito che sarebbe stato uno di quei personaggi che non avrei dimenticato facilmente, infatti, nel bel mezzo del lockdown, ho pensato "quasi quasi leggo quel libro, Ratto mi farà sicuramente divertire".
Ed in effetti così è stato, almeno fino ad un certo punto. Ma andiamo per gradi.
Marie Claire è diversa da tutti gli altri: conosce più lingue, imparate non si sa dove; ama il francese e lo parla fluentemente, pur non essendo mai stata in Francia; riesce a prevedere il corso degli eventi e a sentire quando sta per accadere qualcosa di brutto; sa tutto di tutti gli abitanti di Winnipeg, anche di quelli mai incontrati; riconosce le anime buone, gli angeli, da quelle cattive, i demoni; racconta le storie dei nativi meglio dei nativi stessi; sa imitare gli accenti più disparati, pur non avendoli sentiti direttamente; non ha peli sulla lingua, dice e fa la prima cosa che le viene in mente, senza pensare alle conseguenze.
È una forza della natura, una di quelle che ti coinvolge e ti trascina in una marea di pasticci senza neanche chiedere scusa, e che si aspetta che tu la segua in qualsiasi peripezia senza fare rimostranze.
Lo sa bene il fratellone Robert, costretto a fare qualsiasi cosa progetti Ratto, pur di non essere separato da lei. Infatti per quanto la ragazzina riesca a fargli saltare i nervi, spesso e volentieri, lui sa benissimo che la sua vita non sarebbe la stessa senza quel tornado di chiacchiere e idee. Farebbe di tutto per proteggerla, da se stessa e dagli altri, che potrebbero non capire la sua personalità eccentrica e additarla come una pazza senza speranza.
Infatti, per quanto il romanzo mi abbia deluso, da un certo punto in poi, per la piega degli eventi, c'è da dire che ciò che non è mai mancato sono i buoni sentimenti, e soprattutto l'istinto di protezione che il fratello maggiore ha per la sua sorellina, e l'amore che quest'ultima prova per lui.
Per quanto infatti Ratto sembri entusiasta del viaggio a New York, ciò che più le preme è riuscire a trovare un modo per restare a vivere insieme a Bob, anche dopo la morte dell'amato papà.
Non è l'avventura a spingerla e a guidarla, ma l'affetto e la paura di restare sola.
Poi nella storia, ahimè, si inseriscono alcuni personaggi che, mi spiace dirlo, ma per me non hanno avuto alcun ruolo se non quello di togliere interesse agli eventi. Joey, Tommy e Ice sono senza dubbio gli alleati della nostra strana coppia, ma non risultano convincenti o ben approfonditi, non ispirano simpatia e non lasciano un buon ricordo a lettura terminata.
Al contrario del Vecchio, il padre dei protagonisti. Lui in poche pagine si fa amare, forse anche per il suo essere debole e umano. Beve troppo e gioca troppo, ma ama anche troppo i suoi figli. Prepara loro la colazione, fa in modo che abbiano sempre ciò che gli serve, li riempie di attenzioni, di amore e di canzoni, li accudisce in modo che siano pronti, un giorno, a spiccare il volo. È in una parola indimenticabile.
Con la sua morte ha fine la spensieratezza, e inizia la missione impossibile che, come avrete capito, non mi ha convinto del tutto. Non ne ho apprezzato l'atmosfera - non essendo una grande patita di New York o in generale delle metropoli - né tantomeno la narrazione.
Poi quando stavo per perdere le speranze, è arrivato il finale. Triste, più di quanto avrei voluto, struggente e drammatico. Per quanto avrei desiderato un epilogo diverso, non ho potuto non apprezzare questa scelta che lascia l'amaro in bocca, che è nostalgica e che sa di dolore. Che urla amore in ogni riga, e che ci fa capire che tra fratello e sorella la resa non è contemplata, perché un viaggio iniziato insieme, va concluso allo stesso modo.

Ringrazio la casa editrice Feltrinelli per avermi fornito una copia cartacea di questo romanzo

il mio voto per questo libro

martedì 30 giugno 2020

Recensione: “Non chiamarmi strega” di “Non chiamarmi strega” di Sabina Colloredo

Titolo:  Non chiamarmi strega
Autore: Sabina Colloredo
Illustrazioni: Fabio Visintin
Editore:  Gallucci
Data di pubblicazione: 13 febbraio 2020
Pagine: 160
Prezzo: 11,70 € (cartaceo) 5,99 € (ebook)

Trama:
Lucetta vive all'ombra della madre, una donna bella, libera e coraggiosa, che cura con le erbe e con la magia. La segue nelle sue fughe dagli Inquisitori, nelle scure foreste e sulle montagne, tra l’Italia e la Germania del Cinquecento, fino a Triora, il rifugio delle streghe. Ma Lucetta, come ogni figlia, cerca la propria strada, il proprio modo di vivere, di amare. Il suo percorso è un distacco, un’avventura unica e senza tempo. L’avventura di crescere.

Recensione:
Il 15 maggio del 1505, in una casetta sulle rive del mare, in un piccolo paesino della Liguria, nasce una bimba il cui destino in parte è già stato scritto. Sua madre Melusina è una guaritrice. Sente la terra, conosce le erbe, le piante, i fiori, le loro proprietà benefiche e non. Sa che la pianta giusta può guarire, quella sbagliata può uccidere.
Quando viene al mondo Lucetta, la sua bambina, Melusina inizia subito, sin dai suoi primi giorni di vita, a trasmetterle tutto il suo sapere, le conoscenze accumulate in tanti anni, in tante vite.
Lucetta trascorre i suoi primi anni in serenità, tra le mura di quella casa che costituisce il suo nido, il suo rifugio sicuro, dove niente potrà nuocerle e farle del male.
La bimba cresce con amore, in un mondo ovattato, tra i profumi delle erbe, degli stufati sempre sul fuoco, degli intrugli prodigiosi, e i suoni rilassanti della natura, il meraviglioso sciabordio del mare, accompagnato dalle costanti litanie cantate a bassa voce, per scacciare gli spiriti maligni.
Lucetta ammira sua madre, la vede bella, allegra, vivace, così diversa dalle altre donne che conosce, sempre così felice di fare del bene e soccorrere chi le chiede aiuto.
Ma un infelice giorno, l'inquisizione, con a capo il monsignore Manenti giunge al villaggio in cerca di una fantomatica strega di cui avrebbe ricevuto voce.
Da qui inizia la fuga di Melusina e Lucetta verso un nuovo luogo dove sentirsi al sicuro, e da qui Lucetta inizia a vedere sua madre, e ciò che fa, in modo completamente diverso.
Gli abitanti del villaggio, che tanto hanno aiutato e a cui hanno prestato soccorso negli anni, ora danno loro la caccia, le chiamano streghe, le vogliono catturare e consegnare alla giustizia.
Perché tanto odio? Perché sono costrette a scappare? E perché sua madre non può essere una mamma normale?
Ed è cosi che la piccola Lucetta a soli cinque anni, spaventata ed intimorita, si troverà a ripudiare tutti gli insegnamenti e le credenze con cui è cresciuta e a prendere una decisione dentro di sé: lei non sarà mai una strega!
Il viaggio che mamma e figlia intraprendono le porterà a Triora, un piccolo villaggio sui monti dove troveranno ad attenderle una vivace comunità di guaritrici che, come loro, vi hanno trovato rifugio.
Qui passeranno gli anni più belli e spensierati della loro vita, in una comune dove non si sentiranno mai delle reiette escluse, ma parte integrante di qualcosa di unico e straordinario.
Qui nasce Erika, secondogenita di Melusina, una bimba dai poteri straordinari e dal grande destino scritto nelle stelle. Lucetta, proverà sin da subito un affetto straordinario e primordiale per la sua sorellina, un sentimento che le aprirà nuovamente il cuore a quella parte selvatica e sensibile che tanto aveva cercato di seppellire.
E, senza volerlo, Lucetta aprirà il cuore anche all'amore...
Ma le cose belle non durano per sempre, e anche Triora non sarà più un luogo sicuro, così le tre saranno nuovamente in cammino, prima verso Roma e poi ancora in Germania.
Un continuo viaggio per sfuggire alle fiamme, una continua fuga per essere libere di essere come la natura le ha create. Donne forti, potenti che cercano il loro posto nel mondo.
Una storia suggestiva e affascinante, che ha il suo fascino nel fumo denso degli infusi, delle pozioni, negli odori delle erbe, nel potere e nella forza della natura, nella luce del fuoco dei sabba, così magici e festosi e allo stesso tempo così inquietanti, ma ha la sua forza nelle sue protagoniste, donne che contano solo su se stesse, donne che non si piegano e che non hanno bisogno di nulla al di fuori di loro stesse.
Un libro che non mi sarei mai stancata di leggere e che mi è spiaciuto chiudere così presto. Avrei voluto conoscere di più della vita delle tre sorelle... mi chiedo: come sono trascorsi quegli anni non raccontati? Cosa è successo nelle loro vite prima di trovarcele, di colpo, ognuna al proprio destino?
Purtroppo con i libri che ti piacciono è sempre così, vorresti non finissero mai.

Considerazioni:
Libri, pozioni, rimedi, medicamenti, infusi, erbe, fiori e pietre.
Le streghe, le guaritrici, le curatrici, in realtà erano, per la maggior parte, donne sapienti, profonde conoscitrici della natura, del corpo umano, e dei movimenti della terra e del cosmo.
Donne dotate di una particolare sensibilità, e che tramite essa entravano in simbiosi con la natura e con tutto ciò che le circondava.
La magia, in fondo, non è tutta intorno a noi?
Basta guardare al di là del proprio naso, concentrarsi su ciò che sta fuori, anziché volgere l’attenzione perennemente su se stessi, per accorgersi che ne siamo circondati, che magari quella che definiamo natura, il normale susseguirsi delle cose, potrebbe benissimo definirsi incanto, o sortilegio.
Se avete letto “Il giardino segreto”, saprete che il piccolo Colin, voleva studiare l’argomento e scrivere un trattato a riguardo.
Per lui un bocciolo che spunta dalla terra, dopo un giorno di temporale e pioggia, è vera e propria magia. E come dargli torto?
Per quanto mi riguarda sono sempre stata affascinata dal tema, e da queste figure femminili che, nella storia, hanno padroneggiato le arti, e sono state regine del mondo selvatico.
Un sapere tramandato di generazione in generazione, di bocca in bocca, di madre in figlia: gesti, formule e grandi piccoli segreti.
“Non chiamarmi strega” di Sabina Colloredo, è un romanzo in cui protagoniste sono quelle che un tempo venivano, in modo denigratorio, definite streghe, ma erano principalmente donne che avevano un forte legame con la terra.
Come è ovvio in questi casi, il libro affronta anche il tema del pregiudizio, della paura che lambisce chi ignora e che porta quindi a perseguitare il diverso.
Anche la paura è in effetti un potente incantesimo. Non permette di ragionare con lucidità, è guidata dall'ignoranza e porta, come diretta conseguenza, alla cattiveria.
Una sorte che ha costretto, nei secoli, le guaritrici a nascondersi e alla fuga, proprio come Melusina e le sue figlie hanno dovuto fare, ma una sorte a cui tutt'oggi va incontro chiunque non rientri perfettamente nei canoni che impone la nostra società.
Due sono i modi in cui reagire a tutto questo: nascondersi per timore o mostrarsi al mondo con orgoglio.

Melusina è una donna forte, sfrontata, fiera di sé e delle proprie doti, la si ama e la si odia, a seconda dei momenti.
Il legame più prezioso che sente è quello con la natura ed il cosmo, esso precede anche quello che la lega alle sue stesse figlie, il che è strano da leggere, spesso appare insensibile, aspra, persino cattiva.
Le sue convinzioni sono radicate e radicali, non necessariamente vere in modo universale, ma basate sul suo vissuto.
Non stima gli uomini, non dà loro importanza, quasi pare detestarli e sicuramente non desidera averne uno al suo fianco.
Le sue scelte sono figlie di un passato che non ci viene mai raccontato, e tramanda anche queste alle sue figlie, insegna loro i suoi pregiudizi, alla stregua del metodo giusto per curare una congiuntivite o un dolore di stomaco.
Ma non sono solo i suoi sentimenti verso gli uomini ad essere così duri e inflessibili.
Melusina pare essere sempre lievemente anaffettiva, sembra apprezzare le sue figlie in proporzione al potere che esse hanno ereditato. 
È fiera di Erika perché diventerà una grande Dama, un faro di luce per  le donne come loro. Con Lucetta mostra una speranza, e per un po' di anni spera di modellarla, come argilla nelle sue mani, a sua immagine e somiglianza. Per Serafina, la figlia minore, mostra una decisa noncuranza. Sa che non ha ereditato alcun potere e per questo non le presterà mai grande attenzione.
È stato un po' triste e deludente scoprire la sua vera natura.
Melusina non è cattiva, ma non è neanche sensibile come ci si aspetterebbe da qualcuno che vota la sua esistenza a fare del bene al prossimo.
In effetti, non cura le persone perché sente forte il desiderio di guarirle e farle stare bene, lo fa soprattutto per mettere in mostra le sue doti, per far vedere a tutti quanto è capace, quanto è brava e preziosa.
Si mette volutamente in mostra e facendolo mette più volte a rischio la sua vita e quella delle sue figlie.
È stato desolante anche vedere come cambia negli anni il suo rapporto con Lucetta.
Nei primi capitoli è molto carino vederle insieme, leggere di loro e della loro vita così peculiare, in perfetta simbiosi con la natura.
È bello e gratificante leggere di una donna forte che sa crescere una figlia nell'indipendenza, ma sempre con affetto, amore e tenerezza.
Le cose, però, cambiano drasticamente quando le due sono costrette alla prima delle loro numerose fughe, e quindi a lasciare la confortevole casetta sulla spiaggia per dirigersi verso Triora.
Con quella prima fuga madre e figlia si lasciano il futuro sereno e placido alle spalle, e Melusina sembra abbandonare in quella casina anche tutta la tenerezza e l'affetto materno che aveva reso così dolci e speciali i momenti in cui si leggeva del rapporto madre/figlia.
Successivamente a questo, di quel rapporto non resteranno che alcuni scampoli rubati alla notte. 
Alla luce del giorno le due sembreranno sempre due gatte in eterna lotta, un'eterna sfida per primeggiare sull'altra, per imporre la propria visione della vita.
Questa è stata l'unica cosa che mi piacerebbe aver potuto cambiare della storia.
Avrei voluto che il loro rapporto fosse rimasto conflittuale sì, ma dolce come lo era in principio.
Anche Lucetta tuttavia non è da meno, mostra da subito, sin da piccola, un'ostinazione pari a quella di sua madre.
Scoprire che la loro vita le metterà sempre in pericolo e che saranno sempre costrette a nascondersi e alla fuga, la spaventa così tanto che decide di ripudiare la sua stessa natura.
Lei non vuole diventare una strega, e per un po' di anni, se ne convince così tanto da crederci davvero.
Abbandona la strada tracciata da sua madre, e con gli anni è sempre più evidente quanto lo faccia più per sfida e per dispetto che perché realmente convinta di quella decisione.
Tuttavia, evadere dalla propria natura risulta la fuga più difficile, più che scampare alle fiamme dei roghi.
Lucetta trova la sua strada, percorre i suoi passi, raggiunge le sue conquiste, lasciando per la strada qualche rimpianto. E come chiunque ha ancora qualche sogno, qualche desiderio da esaudire che sussurra alle stelle e regala al vento.
Come fa lei a fine libro, quando tira le somme della sua esistenza, anch'io, prima di chiuderlo, ho ripercorso nei ricordi le emozioni che il romanzo mi ha regalato. Ho ripensato alla strada percorsa, ai luoghi visitati e abbandonati, ai personaggi a cui mi sono affezionata, a quelli che ci hanno abbandonato troppo presto, e ai perché e per come che non hanno trovato risposta.
Vite intere, vite affascinanti, rinchiuse in un libro, forse troppo breve.

Ringrazio Gallucci Editore per avermi omaggiato di una copia cartacea di questo libro

il mio voto per questo libro