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mercoledì 8 novembre 2017

Recensione: "Tartarughe all'infinito" di John Green

Titolo: Tartarughe all'infinito
Titolo originale: Turtles all the way down
Autore: John Green
Editore: Rizzoli
Data di pubblicazione: 11 ottobre 2017
Pagine: 352
Prezzo: 17,50 € 

Trama:
Indagare sulla misteriosa scomparsa del miliardario Russell Pickett non rientrava certo tra i piani della sedicenne Aza, ma in gioco c’è una ricompensa di centomila dollari e Daisy,  miglior amica da sempre, è decisa a non farsela scappare. 
Punto di partenza delle indagini diventa il figlio di Pickett, Davis, che Aza un tempo conosceva ma che, pur abitando a una manciata di chilometri, è incastrato in una vita lontana anni luce dalla sua. E incastrata, in fondo, si sente anche Aza, che cerca con tutte le forze di essere una buona figlia, una buona amica, una buona studentessa e di venire a patti con le spire ogni giorno più strette dei suoi pensieri. 

Recensione:
Aza Holmes è una ragazza di sedici anni, ma il suo mondo è molto diverso da quello delle sue coetanee, o meglio ad essere molto diversi sono i suoi pensieri.
Se una comune ragazza della sua età ha la testa presa dai compiti, amici, ragazzi, vestiti, quella di Aza lavora incessantemente in un costante turbinio di domande e paure. 
Aza soffre di disturbi ossessivo compulsivi che limitano, da che ne ha memoria, la sua vita e il suo stesso essere. Ad esempio, mentre compie azioni quotidiane, come può essere consumare un pasto in mensa con i suoi compagni di classe, la sua mente viaggia, perdendosi in spirali di pensiero e partorendo terrori esagerati e infondati.
Così, mentre mastica il suo panino, la testa corre ai batteri che, nel frattempo, stanno attaccando il cibo che si deposita nel suo stomaco, e ai milioni di microbi che fanno parte del suo stesso organismo, e quindi del suo corpo e di se stessa. 
E se il suo stesso essere è costituito in grande parte da batteri e in altrettanta parte da pensieri intrusivi che la aggrediscono e tengono prigioniera, come può lei definirsi una singola persona, vera e senziente? 
Sono questi i tormenti che divorano la sua esistenza, e per far fronte al principale grande quesito che la dilania: "sono vera? Esisto davvero?" Aza si infligge da anni una piccola ferita al dito indice, sempre lo stesso, sempre nello stesso punto.
Come la mamma le diceva da bambina "per sapere se sei sveglia o se stai sognando datti un pizzicotto, se fa male significa che non stai dormendo", così Aza per sapere di essere vera si imprime l'unghia del pollice nel polpastrello dell'indice, fino a procurarsi una ferita, che in realtà non risolve mai il suo dubbio. Ma ne apre mille altri.
"La ferita avrà fatto infezione?" Meglio riaprirla, fare uscire il pus, disinfettarla e poi metterci un cerotto. "Ma sei sicura di averla disinfettata? Sei sicura di aver davvero cambiato il cerotto? Forse è meglio ricontrollare. Forse è meglio riaprire la ferita, ed essere certa di aver fatto uscire tutto il pus..."
Aza è a tutti gli effetti prigioniera della sua patologia. Prigioniera dei suoi pensieri. Incapace di dire basta, incapace di reagire.
Lo scenario della sua vita, che procede tra alti e bassi, continui miglioramenti e peggioramenti, viene destabilizzato quando Daisy, la sua amica di sempre, irrompe nel solito flusso dei suoi pensieri dandole una notizia inaspettata: il vicino di casa - indubbiamente l'uomo più influente della città - il miliardario Russell Pickett, è improvvisamente scomparso.
L'uomo, indagato per vari reati, è ricercato dalla polizia e per chiunque dovesse contribuire al suo ritrovamento c'è una bella ricompensa! 
Daisy non vuole assolutamente farsi scappare l'occasione di diventare ricca, mentre per Aza l'indagine rappresenta sia l'occasione per distrarsi, ma anche quella per riallacciare i rapporti con Davis Pickett, figlio del ricercato e suo grande amico d'infanzia.
È da queste premesse che ha inizio il nuovo romanzo di Green, dove assistiamo ad un'indagine che, più che sul caso dell'uomo scomparso, vuole concentrarsi sulla mente e sui pensieri di chi, come Aza, soffre di disturbi mentali limitanti, disturbi così considerevoli da condizionare qualsiasi azione della vita quotidiana.
Aza è consapevole di avere una malattia, e sa anche perfettamente quanto infondati siano i suoi attacchi e le sue paranoie, eppure non sa come disfarsene o sconfiggerle. È questa la cosa più disarmante della patologia di cui soffre, un ciclo di tortura auto-inflitta e senza fine. È lei stessa il suo nemico, prigioniera del suo stesso corpo e della sua malattia. 
Green affronta il tema con grande realismo, non mirando a creare (come aveva invece fatto in "Colpa delle stelle") la storia romantica a tutti i costi. La sua protagonista si innamora, sì, ma la malattia le impedisce di vivere liberamente quell'amore.
Ho apprezzato questo, ho apprezzato il non voler a tutti i costi creare una storia che piacesse al pubblico, ma semplicemente una storia veritiera. 
Proprio per questo il libro può apparire anche monotono, ripetitivo, incompiuto, poiché la protagonista non arriva mai ad una vera svolta, non supera i suoi problemi, non guarisce, non schiaccia mai, una volta per tutte, la sé che la domina.
Certe volte vince Aza, certe volte perde. Il ciclo si ripete, non vi è mai una vera fine.
Ma quello che può sembrare il punto debole è invece il punto di forza del romanzo, poiché in una storia fatta di fantasia e finzione Aza è vera, e rappresenta la verità della sua malattia. Con essa cresce e convive. Per qualche tempo la lascia libera, per qualche tempo la stringe più forte a sé, in un continuo ciclo che si ripete, così come ci si aspetterebbe dalla vita. 

Considerazioni:
Questo è il secondo romanzo di John Green che leggo (se non considero "Let it Snow").
Come forse sapete rientro tra i pochi (ma buoni) lettori che non ha affatto apprezzato "Colpa delle stelle". 
I motivi sono vari e se vi interessa approfondire potete leggere la mia recensione, ma in poche parole il tutto si può riassumere dicendo che ho visto in quelle pagine poco rispetto per la malattia che raccontava, e per chiunque l'abbia davvero vissuta. 
Green in quel caso aveva, a mio parere, strumentalizzato il dramma dei malati di cancro per mettere in scena la sua storia d'amore strappalacrime totalmente inverosimile, e io avevo trovato il tutto di cattivo gusto e raccapricciante.
Non dico quindi che parto prevenuta a prescindere quando sento il nome "John Green", ma sicuramente l'autore, da allora, non mi ispira particolare simpatia.
Tuttavia alcune cose in "Colpa delle stelle" ero comunque riuscita ad apprezzarle, come la presenza, nei dialoghi e nei pensieri dei protagonisti, di una certa cultura generale e di tematiche interessati e insolite. 
Ero dunque curiosa di vedere come, questa volta, avrebbe affrontato il suo nuovo romanzo che ha nuovamente come protagonista una patologia.
Be', come avrete già capito dalla mia recensione, ho trovato il racconto della malattia molto più realistico, sebbene inserito in un contesto di fantasia.
Se in "Colpa delle stelle" i comportamenti dei due protagonisti mi erano parsi così assurdi e romanzati da farmi affermare che pareva che Green non avesse, in vita sua, mai conosciuto qualcuno malato di cancro, questa volta non posso dire lo stesso. 
Qui, non solo la descrizione del disturbo, ma anche il modo in cui leggere i soliloqui di Aza fa sentire il lettore, appare vero, sconvolgente e toccante. Ho percepito l'angoscia della protagonista e il suo sentirsi senza via d'uscita. 
Solo a fine lettura ho compreso il perché di questa differenza. Green ha sofferto egli stesso, di disturbi ossessivi compulsivi, li ha vissuti sulla sua pelle, sa perfettamente cosa significhi essere nella testa di Aza, perché lui era Aza. 
Ha descritto qualcosa che conosceva perfettamente, e questa volta non l'ha abbellito, romanzato o infiocchettato. Ha raccontato la realtà di un malato semplicemente per quella che è. (E facendo questa riflessione non posso evitare di pensare che avrebbe dovuto avere lo stesso rispetto anche per i malati di cancro. Ma vabe'.)
La storia in se per sé non è eccezionale, però ha il pregio di raccontare e far conoscere con realismo un disturbo. Aiuta a mettersi nei panni di chi soffre di malattie invisibili ad occhio nudo, ma che possono essere anche più distruttive delle altre poiché minimizzate e ostracizzate da chi non le vive e comprende. Malattie che, purtroppo, oltre alla sofferenza interiore portano all'isolamento.
A parte questo non ci sono colpi di scena, non ci sono grandi cambiamenti, non ci sono svolte. 
Il libro comunque resta interessante. Nei dialoghi tra i personaggi vengono quasi sempre affrontati temi di spessore, i protagonisti seppur adolescenti parlano di tematiche stimolanti (spazio, vita, arte, condizioni economiche, filosofia) e seppur questo non può essere considerato particolarmente realistico data l'età dei protagonisti, preferisco di gran lunga un libro che ha da insegnare qualcosa rispetto a quelli infarciti di dialoghi sciocchi e superficiali.
In generale ne consiglio la lettura. Probabilmente se siete fan di "Colpa delle stelle", delle storie in cui sono narrati improbabili e romantici viaggi ad Amsterdam, cene costose offerte nientepopodimeno che dal vostro scrittore preferito, primi baci sottolineati da festanti cori di applausi, e via dicendo... questo libro non incontrerà il vostro gusto, ma io mi auguro, e vi auguro, non siate così.

Ringrazio la casa editrice Rizzoli per avermi fornito una copia di questo libro 

il mio voto per questo libro

martedì 5 gennaio 2016

Recensione: "Let it snow, innamorarsi sotto la neve" di Maureen Johnson, John Green e Lauren Myracle

Titolo:  Let it snow, innamorarsi sotto la neve
Autori: Maureen Johnson, John Green e Lauren Myracle
Editore: Rizzoli
Data di pubblicazione: 12 novembre 2015
Pagine: 373
Prezzo: 16,50 €

Trama:
È la Vigilia di Natale a Gracetown. Scende la neve, i regali sono già sotto l’albero e le luci brillano per le strade. Sembra tutto pronto per la festa, ma una tormenta arriva a sparigliare le carte. Così si può rimanere bloccati su un treno in mezzo al nulla e vagare per la città fino a incontrare un intrigante sconosciuto. Oppure prendere la macchina per raggiungere una festa che promette di essere memorabile, per scoprire che l’amore è più vicino di quanto pensassimo. O ancora ritrovare qualcuno che si credeva perduto, ma solo dopo una giornata piena di imprevisti e di… maiali. La magia delle vacanze splende su questi tre racconti d’amore, che s’intrecciano tra loro mettendo in scena baci appassionati e avventure esilaranti. 

Recensione:
"Let it snow" è una raccolta di tre racconti brevi, le cui vicende sono collegate fra loro, scritti dalla mano di tre scrittori più o meno noti del genere Young Adult.
Personalmente tra questi conoscevo solo John Green, di cui avevo precedentemente letto "Colpa delle stelle".
Seppur divisa in mini storie separate, con protagonisti differenti, la trama è unica.
Il racconto si svolge tra la vigilia di Natale e i due giorni successivi, ed è ambientata prevalentemente a Gracetown e nei piccoli paesini vicini.
Ogni racconto aggiunge informazioni e tessere al puzzle che va pian piano ricomponendosi finché ogni tessera non trova la sua esatta collocazione.

"Jubilee Express" di Maureen Johnson 

Richmond, Virginia. È la vigilia di Natate e i genitori di Jubilee, come ogni anno, si sono recati a Flobie, per accaparrarsi qualche pezzo in edizione limitata del Villaggio di Natale di Flobie - piccole e graziose miniature in ceramica che compongono un complesso villaggio natalizio - di cui sono patiti ai limiti della follia.
Ed è proprio in quell'occasione che vengono coinvolti in una rissa e condotti in prigione.
Jubilee, la loro unica figlia, è per questo obbligata sotto loro richiesta a raggiungere i nonni e mettersi in viaggio per la Florida, nonostante il meteo preveda la più terribile tempesta di neve degli ultimi anni...
Prevedibilmente il treno non arriverà mai a destinazione, ma bloccato nella tormenta darà modo alla protagonista di trovarsi coinvolta in una mirandola di situazioni impreviste: una banda di Cheerleader ululanti, una Waffle House come unico rifugio, l'uomo stagnola e Stuart...
Un racconto grazioso, che riesce a far percepire la magia del Natale e del calore familiare. Una storia dai risvolti prevedibili, ma narrata in modo simpatico e accattivante.

"Un cheertastico miracolo di Natale" di John Green 

Altro scenario, altri protagonisti. È la vigilia di Natale e Tobin è in casa con due amici, Il Duca (Angie) e JP. I tre sono intenti a rivedere per l'ennesima volta il film "Il padrino", mentre fuori imperversa la bufera.
Il telefono squilla e dall'altra parte c'è Keun, amico e compagno di classe che, in quel momento sta svolgendo il suo turno di lavoro alla Waffle House di Gracetown.
Alla Waffle House ha fatto ingresso un gruppo scoppiettante di Cheerleader, e Kaun ha pensato bene di condividere la sua "fortuna" con gli amici di sempre invitandoli a raggiungerlo immediatamente.
Da qui ha inizio l'estenuante racconto che vedrà i tre ragazzi fare di tutto per raggiungere la meta.
John Green scrive un racconto insensato come i discorsi e le decisioni dei suoi protagonisti. Un ammasso di scempiaggini, di dialoghi sciocchi e maschilisti, infarciti qua e là da qualche frase ad effetto alla Green:

“Ho sempre pensato che non si deve rinunciare a un lieto durante nella speranza di un lieto fine perché il lieto fine non esiste”

Le solite frasi da baci perugina che non significano niente, o meglio, questa frase in particolare potrà anche significare qualcosa, ma che non c'entra assolutamente nulla nel contesto in cui è inserita.
Il finale assolutamente prevedibile - oltre che decisamente poco credibile - vuole dare dignità e spessore morale (la vittoria del sentimento sull'esuberanza giovanile) ad un racconto che ne è totalmente privo. 
Una storia di cui se ne sarebbe potuto fare volentieri a meno.

“Il santo patrono dei maiali" di Lauren Myracle 

Natale è passato e Addie ha rotto da poco con il suo fidanzato con cui avrebbe festeggiato il primo anniversario proprio a Natale.
Addie vorrebbe tanto mettere le cose a posto, ma non riesce a rintracciare Jeb in nessun modo.
Troppo presa da se stessa, dalla sua vita e dai suoi problemi, la ragazza dimentica la promessa fatta all'amica: ritirare Gabriel, il maialino nano dal negozio di animali.
Ma tra un frappuccino al caramello, le poltrone viola dello Starbucks in cui lavora, e i dolci grugniti di un maialino assetato di coccole, tutto evolverà per il meglio.
I protagonisti delle tre storie si incontrano tutti lì. Tre coppie, tre amori nati, scoperti o riappacificati durante una tormenta di neve.
È tra i tre racconti quello che mi ha lasciato più indifferente: ho trovato carino "Jubilee Express", demenziale quello di Green e insulso questo.
Nel racconto vengono più volte citati gli angeli e anche il ritrovamento del piccolo maialino, viene in un certo senso ricondotto a loro, ma questi riferimenti sono del tutto estranei alla vicenda. Per dirla in poche parole le figure alate e celesti vengono solo nominate, ma non hanno nessun ruolo nella storia, né c'è motivo per cui lo debbano avere.
Un racconto che alla fine della fiera non lascia nulla e appare esclusivamente come il pretesto per far incontrare, in un unico luogo, le tre storie. L'ambientazione giusta per ricomporre i pezzi del puzzle.

Considerazioni:
Non mi aspettavo molto da questo libro, in genere dalle raccolte di racconti brevi non mi aspetto mai più di tanto, ma non per questo significa che partissi prevenuta.
Mi sono accostata alla lettura senza aspettative di sorta, solo con il desiderio di leggere storie in cui fosse presente la magica atmosfera natalizia.
Purtroppo questa è quasi totalmente assente, e ci sarei volentieri passata sopra se fossero subentrati dei bei contenuti, ma no... anche quelli non sono reperibili in queste pagine.
In generale si tratta di tre raccontini banali, che non hanno un granché da dire e che spingono a partorire pensieri tipo: "cavolo, se certi racconti sono pubblicati, allora potrei scrivere anch'io".
Quindi se c'è una cosa che danno di buono è: la speranza. XD
Ora, scherzi a parte (anche se io sono stata serissima) c'è un racconto che è meno peggio rispetto agli altri, si tratta di "Jubilee Express" che, pur non essendo originale e avendo un finale piuttosto prevedibile (tutte e tre lo sono), risulta simpatica ed è l'unica in cui si riesce a percepire un po' la magia del Natale.
Inoltre la nota originale del racconto sta nell'aver creato la storia attorno a questa eccentrica mania, dei genitori di Jubilee, del collezionismo.
I due puntano ad avere più pezzi possibili, meglio se a edizione limitata, del "Villaggio di Natale di Flobie".
E, vi dirò, che a leggere di quelle piccole costruzioni in ceramica dai nomi tanto golosi, la curiosità è venuta anche a me, tanto che ho cercato se esistessero davvero... e no, non esistono T_T
Un'altra nota positiva di questo racconto sta nel personaggio di Debbie, la mamma di Stuart, l'ho trovata adorabile nella sua assurdità e assoluta indiscrezione.
E poi, nonostante sia ebrea, a casa sua si respira l'atmosfera natalizia al 100%.
Avrei voluto esserci io al posto di Jubilee ed essere ospitata dalla premurosa signora, pronta a rimpinzarmi di manicaretti e dolci e ad offrirmi tazze di cioccolata calda ogni due per tre *-* 
Passando al secondo racconto "Un cheertastico miracolo di Natale" di John Green, pur sforzandomi non riesco a trovare nulla di positivo da dirvi a riguardo.
La trama è sciocca che più sciocca non si può, i dialoghi tra i protagonisti demenziali. 
Leggerlo è stato tedioso, e la fine sembrava essere sempre troppo lontana.
Quello che ho capito da questa mia seconda lettura di Green è che non c'è nulla da fare, il ragazzo non sa proprio descrivere! 
Già in "Colpa delle stelle" avevo criticato il fatto che parlasse con troppa superficialità di cose che probabilmente (fortuna per lui) non ha mai conosciuto.
In quel caso non era riuscito a rendere il dolore e la sofferenza della malattia, che ok può essere difficile da rendere se non si è vissuto.
Ma in queste pagine mi sono chiesta "è mai possibile che Green non abbia mai sentito freddo in vita sua?"... (beato lui!).
Maureen Johnson, ad esempio, quando in "Jubilee Express" descrive la scena in cui Stuart e Jubille marciano nella neve e poi cadono nel fiume ghiacciato, è riuscita a trasmettermi la sensazione del freddo e del dolore.
I protagonisti di Green, sebbene camminino per ore nelle stesse condizioni, non trasmettono nulla di tutto questo, sembra che niente li scalfisca.
Da qui la mia ovvia conclusione, Green non è capace a trasmettere nulla in generale, ma soprattutto le sensazioni di disagio e dolore.
Ottimo per uno scrittore, direi -__-"
Ah, un attimo sono ingiusta, una cosa l'ha saputa descrivere bene, ovvero la bontà delle crocchette e dei Waffle al formaggio! (Difatti ne avrei voluta una porzione anch'io). Si vede che quelli li conosce bene. XD
Infine, per quanto riguarda il racconto di Lauren Myracle, "Il santo patrono dei maiali" posso dire di averlo trovato abbastanza insapore. 
La trama non mi è piaciuta, però la presenza del dolcissimo maialino Gabriel è stata la cosa più dolce di tutto il libro. In generale l'ho trovato non carino come il primo, ma nemmeno orripilante come quello di Green.
Una cosa però mi ha fatto storcere parecchio il naso e che non posso esimermi dal riportarla.
I libri hanno il potere di far evadere, sognare, istruire e acculturare. Non devono mai, neanche se si tratta di un raccontino per le feste, disinformare.
E qui la Myracle non dà molte nozioni e l'unica che dà la dà errata.

“Ma poi un giorno Tegan aveva scoperto… rullo di tamburi… l’esistenza dei maialini nani. Che sono carinissimi. Il mese precedente Tegan ce li aveva fatti vedere su un sito, e ci eravamo sdilinquite di fronte a quei piccini che stavano letteralmente dentro una tazza di tè. A quanto pare, arrivano a pesare un massimo di tre chili, che sarebbe poco più di un ventesimo del peso di Tegan: una proporzione di gran lunga più accettabile rispetto a quella con un suino di tre quintali.

All'inizio avevo pensato che ci fosse un errore di battitura e anziché scrivere trenta chili avessero riportato tre, ma la precisazione ulteriore sulla differenza di peso tra Tegan e il maialino mi hanno tolto ogni dubbio.
Bene, per chi non lo sapesse un maialino nano, anche se in forma, raggiunge una stazza notevole che va dai 30 ai 70 Kg.
Che sono sempre meno di 300, ma molti più di 3!!!

In conclusione, come avrete capito, "Let it snow" non mi ha entusiasmato.
Le storie non devono necessariamente essere serie, pesanti e complicate, possono anche essere leggere, spensierate e frivole, ma in questo caso pretendo che siano almeno divertenti, credibili e ben scritte, altrimenti è solo uno spreco di carta.

Ringrazio la casa editrice Rizzoli per avermi inviato una copia di questo libro.

il mio voto per questo libro

lunedì 21 luglio 2014

Speciale: "Colpa delle stelle"


Se avete letto la mia recensione di questo libro probabilmente vi starete chiedendo come mai dedico uno speciale ad un libro che non mi è piaciuto.
Di perché ce ne sono più di uno.
Innanzitutto lo faccio perché ne ho voglia.
Lo faccio perché mi interessa approfondire alcuni punti della storia, raccontando ciò che ne penso, o che ne ho pensato durante la lettura.
E infine l'ho voluto fare perché mi divertiva l'idea di disegnare le illustrazioni per questo post XD



V for Vendetta 

La descrizione di "V for Vendetta" è stata una delle prime cose che mi ha urtato di questo libro. 
Augustus ne propone la visione ad Hazel, perchè parlandone scopre che lei non l'ha mai visto, dunque vanno a casa di lui e lo vedono insieme. 
Questo è quello che John Green, attraverso le parole di Hazel ci dice del film: 

"Il film parla di questo tizio mascherato che muore eroicamente per Natalie Portman, che è davvero brava e molto sexy e non c’entra niente con la mia faccia gonfia di steroidi. 

Ai titoli di coda lui ha detto: 
«Bello, eh?» 
«Bello, sì» ho concordato, anche se non lo pensavo, in realtà. 
Era più un film per maschi. Non so perché i ragazzi si aspettano che a noi piacciano i film per loro. Noi non ci aspettiamo che a loro piacciano i film da ragazze."

Lette queste frasi mi sono chiesta: Ma Green il film l'ha visto? E se l'ha visto, l'ha capito? Perché parla di qualcosa che non ha compreso? 

"Un tizio mascherato che muore eroicamente per Natalie Portman". 
Si può liquidare un film del genere, con un profondo significato ideologico (di rivolta nei confronti della società) in questo modo? Definendo addirittura un film per maschi!!! 
Vi rendete conto? 
Certo, perché noi ragazze siamo sceme e riusciamo a concepire solo i filmetti romantici, non andiamo oltre -_-" 
Be' sappi caro Green che io sono una ragazza, ho visto "V for Vendetta", mi è piaciuto e sicuramente l'ho compreso e apprezzato molto più di quanto abbia fatto tu. 
Tsè U_U



I libri: 

I libri hanno in questo romanzo un'importanza fondamentale. 
Oltre ai versi di Shakespeare, più volte citati, si parla di due libri in particolare: 

"Un'imperiale afflizione" di Peter Van Houten (libro preferito di Hazel) 
 "The Price of Dawn" (saga preferita da Augustus) 

Ciascuno consegna all'altro il libro, che a parer suo potrebbe piacere o che a suo giudizio l'altro dovrebbe conoscere. 

"Un'imperiale afflizione", è in realtà il vero protagonista di "Colpa delle stelle" poiché tutto il racconto gira attorno ad esso. 

Non esiste nella realtà, come non esiste il suo autore, ma Green ce lo racconta un po' per volta, con lo scorrere delle pagine, tanto da farcelo conoscere (e, a mio parere, apprezzare più del suo stesso libro). 
"Un'imperiale afflizione" racconta di una ragazza che si chiama Anna e di sua madre, una giardiniera professionista ossessionata dai tulipani, e della loro normalissima vita di gente semplice in una cittadina nel centro della California, finché Anna non scopre di avere un raro cancro al sangue. 
Il libro termina con una frase lasciata in sospeso, ed è proprio questa "non fine" a tormentare Hazel e in seguito anche Augustus. 

"Quando sono uscita dal cinema ho trovato quattro sms di Augustus. 
Dimmi che nella mia copia mancano tipo le ultime venti pagine. 
Hazel Grace, dimmi che non sono arrivato alla fine di questo libro. 
OH MIO DIO SI SPOSANO O NO OH MIO DIO COS'È QUESTA ROBA 
Immagino che Anna sia morta e finisce così. CRUDELE." 

Entrambi sono afflitti dal desiderio di conoscere il destino di quei personaggi, ed è questo desiderio che li porterà a voler contattare lo scrittore. 

"The Price of Dawn" invece è la saga che Augustus consiglia ad Hazel, la versione romanzata del suo videogioco preferito, che narra le avventure del Sergente di Stato Max Mayhem. 

Saranno questi libri a far scoccare la scintilla fra i due, o semplicemente il pretesto usato da entrambi per sentirsi ancora.


Okay? Okay. 

Isaac (l'amico di Augustus), e la sua fidanzata Monica hanno una parola "Sempre" che si ripetono all'infinito per giurarsi amore eterno, che poi ovviamente eterno non sarà. 

"Perchè quei sempre?" chiede Hazel ad Augustus, e lui:

"«Sempre è la loro parola. Si ameranno per sempre e così via. In un calcolo approssimativo per difetto, direi che si sono messaggiati la parola sempre quattro milioni di volte nell'ultimo anno.»

Successivamente a seguito di una interessantissima telefonata, fatta di: 

- «Okay?»
- «Okay»
- «allora Okay»
- «Okay.»

Hazel e Augustus decidono che la parola "Okay" sarà il loro "Sempre". 
Che scelta infelice! Tra tutte le parole esistenti al mondo, non potevano sceglierne una meno sciocca? Questo fa ovviamente parte di un'abile scelta di marketing (una delle tante) di Green. 
Ormai nessun adolescente al mondo potrà leggere la parola "Okay" senza pensare ai due sfortunati protagonisti di questa storia. 
E davvero non si potrebbe fare altrimenti dato che non esiste libro che ne contenga un numero maggiore! Per darvi un'idea, vi dico che in 360 pagine ci sono ben 79 "okay"!!!


C'è posta per Van Houten 

Hazel non riesce a capacitarsi del fatto che il suo romanzo preferito sia incompiuto. 

Che fine avrà fatto il criceto Sisyphus? 
E l'olandese dei tulipani è o no un imbroglione? 
La madre di Anna lo sposa? 
Gli amici di Anna prendono il diploma? 

Be' capite anche voi, non si può vivere con simili interrogativi nella testa... -__-"

Hazel manda perciò decine di mail allo scrittore, trasferitosi ad Amsterdam subito dopo aver scritto il suo primo e ultimo romanzo, ma non riceverà mai risposta. 
Sarà infatti Augustus a comunicare con lui, dopo aver avuto la geniale idea di scrivere alla sua segretaria, Lidewij Vliegenthart, anziché direttamente a lui. 
Da questa corrispondenza giungerà in seguito l'invito, da parte dell'autore, ad un incontro ad Amsterdam,   per rispondere ai numerosi interrogativi dei ragazzi. 

"Gentile signorina Lancaster, 

temo che la sua fiducia sia malriposta, ma del resto la fiducia lo è sempre. Non posso rispondere alle sue domande, perlomeno non in forma scritta, perché mettere per iscritto simili risposte costituirebbe un seguito a Un’imperiale afflizione, che lei potrebbe pubblicare o altrimenti condividere sulla rete che ha sostituito i cervelli della sua generazione. 
C’è il telefono, ma lei potrebbe registrare la conversazione. Non che io non mi fidi di lei, naturalmente, però non mi fido di lei. Ahimè, cara Hazel, non potrei mai rispondere alle sue domande se non di persona, e lei è là, mentre io sono qua. 
Detto questo, devo confessare che ricevere la sua corrispondenza attraverso la signora Vliegenthart mi ha deliziato. Che cosa meravigliosa sapere che ho fatto qualcosa di utile per lei, anche se quel libro sembra così distante da me che mi pare sia stato scritto da un’altra persona. (L’autore di quel romanzo era così magro, così fragile, così ottimista in confronto!) 
Se le capitasse di trovarsi ad Amsterdam, comunque, la prego di farmi visita, con suo comodo. In genere sono a casa. Le potrei perfino consentire di dare un’occhiata alla mia lista della spesa. 
Molto cordialmente, 
Peter Van Houten 
c/o Lidewij Vliegenthart"



L'altalena 

Hazel si sente male e finisce in terapia intensiva. 
Dopo alcuni giorni trascorsi in ospedale, finalmente esce e sembra stare meglio, ma i dottori non le concedono più il permesso di partire per Amsterdam, usufruendo così dell'ultimo desiderio di Augustus. 
Hazel è depressa e arrabbiatissima e per qualche strano motivo decide di prendersela con l'innocua altalena che se ne sta buona e inerte nel giardino sul retro. 
Vederla la fa deprimere ancora di più perciò, assieme ad Augustus, decide di sbarazzarsene mettendo un annuncio su internet. 
Dico solo che l'idea dell'annuncio è stata, forse, la parte più carina del libro XD 


Altalena Disperatamente Sola Cerca Casa 

Amorevole Altalena decisamente usata ma strutturalmente solida cerca una nuova casa. 
Donate al vostro bambino/a ricordi, così che lui o lei un giorno guardando il giardino sul retro provi il dolore che ho provato io oggi pomeriggio. 
Tutto è fragile ed effimero, caro lettore, ma con questa altalena il tuo bambino/a sarà introdotto agli alti e bassi della vita umana in modo delicato e sicuro, e potrà forse imparare la lezione più importante di tutte: non conta quanto forte ci si spinge, non conta quanto in alto si sale, non si potrà mai fare tutto il giro. 
L’altalena al momento si trova tra l’83esima e Spring Mill.”



Amsterdam 

Ed eccoci in volo per Amsterdam! 
Tralasciando il fatto che una mamma acconsenta che sua figlia, gravemente malata, faccia un viaggio tanto lungo giusto per chiedere ad uno scrittore il finale di un libro... no dai, ma come si può tralasciarlo? Non è un particolare di poco conto, il libro sta tutto in questo! 
Vabè stendiamo un velo pietoso e sorbiamoci questo lungo viaggio, che pare lunghissimo anche al lettore, dato che Green ci tiene tanto a farci una descrizione dettagliata del film 300! 
Come? Ci liquidi "V for Vendetta" con due frasi stupide e poi ci descrivi questo nei minimi particolari? 
Cosa vuoi che me ne importi di un film che, quando hanno trasmesso in tv, ho sempre scansato come la peste!? 
Se avessi voluto conoscerlo l'avrei visto >__<



L'Oranjee 

Come avevo intuito sin dall'inizio, il viaggio ad Amsterdam è, per lo scrittore, solo un pretesto per mandare i due piccioncini a fare un viaggetto romantico. 

Probabilmente Green ha intuito che, in un eventuale film, la trasferta in una bella città europea avrebbe reso molto bene. E cosa c'è di più romantico di una cenetta vicino al canale, con champagne e una pioggia di petali tutta intorno? 

"«Sapete che cosa disse Dom Pérignon dopo aver inventato lo champagne?» ci ha chiesto con un accento adorabile. 
«No» ho detto. 
«Corse a chiamare i suoi compagni monaci e gridò: “Venite, presto: sto assaggiando le stelle.” Benvenuti ad Amsterdam. Volete dare un’occhiata al menu o prendete il piatto dello chef?» 
Io ho guardato Augustus, e lui ha guardato me. 
«Il piatto dello chef sembra ottimo, ma Hazel è vegetariana.» 
Gliel’avevo detto una volta sola, il primo giorno che ci eravamo incontrati. 
«Non è un problema» ha detto il cameriere. 
«Fantastico. E possiamo averne dell’altro?» ha chiesto Gus, alludendo allo champagne. «Naturalmente» ha detto il cameriere. «Abbiamo imbottigliato tutte le stelle questa sera, miei giovani amici. Ah, i coriandoli!» ha detto, e ha spazzato via un seme dalla mia spalla nuda. «Non ce n’erano in giro così tanti da molti anni. Sono dappertutto. Una seccatura.» 
Il cameriere si è allontanato. Io e Augustus siamo rimasti a guardare i coriandoli cadere, e volteggiando sospesi nella brezza, posarsi sul canale. 
«È difficile credere che qualcuno possa considerare una cosa del genere una seccatura» ha detto Augustus dopo un po’. 
«Però la gente si abitua sempre alla bellezza.» 
«Io non mi sono abituato a te, non ancora» ha detto lui sorridendo. Io mi sono sentita avvampare. «Grazie per essere venuta ad Amsterdam» ha detto. 
«Grazie per avermi lasciato depredare il tuo desiderio» ho detto." 

Ma veniamo alla cosa più succulenta! Il menù!

Cosa mangiano Augustus e Hazel all'Oranjee? 

♥  ♥  ♥    Menù  ♥  ♥  ♥ 

 Asparagi bianchi belgi in infusione di lavanda 
 Risotto alla carota rossa 
 Sorbetto di piselli dolci 
 Gnocchi all'aglio verde con foglie di senape rosa 
 Crema con frutto della passione 

Il tutto coronato da fiumi di stelle in bottiglia.

♥  ♥  ♥  ♥   

Ma quanto mangiano? E soprattutto quanto spendono? 

Mangiano tanto e, da buona favola che si rispetti spendono niente! 
Il tutto infatti è offerto dalla generosità di Peter Van Houten (l'autore de "Un'imperiale afflizione"). 
Che fortunelli no? Hanno trovato l'autore famoso che, non solo li invita a casa sua, ma gli offre anche la cena! Tutto nella norma... 
Ah, vi ho detto che domani vado a cena con J.K. Rowling? XD



Il primo bacio 

Ovviamente, come era prevedibile, tra i due protagonisti scoppierà l'amore, coronato da un improbabile primo bacio nel bel mezzo della visita al museo di Anne Frank, con un sottofondo di applausi scroscianti da parte del pubblico pagante. 
Già, non sto scherzando! Al momento del bacio gli altri visitatori osservano e poi applaudono, scena degna dei migliori anime giapponesi. 
La domanda che sorge spontanea è: perché i visitatori hanno applaudito? 
Un pubblico di spettatori avrebbe applaudito ad un bacio tra due ragazzi qualunque? No, non lo avrebbe fatto. 
I visitatori hanno applaudito perché consci di assistere al primo bacio tra i due ragazzi? No, non avrebbero avuto nessun motivo per pensarlo. 
Quindi perché lo hanno fatto? 
Il pubblico ha applaudito al bacio di due ragazzi malati. 
Questo è il motivo dell'applauso, attraverso il quale non fanno altro che sottolineare la diversità della loro condizione. 
Una rappresentazione razzista ed estremamente stupida, di cui si sarebbe potuto fare benissimo a meno.





La granata 

La metafora della granata è stata una delle poche cose che ho davvero apprezzato di questo libro. 
Hazel, saputo che la ex fidanzata di Augustus è morta di cancro, si ritrova una sera a curiosare nel suo profilo per leggere i messaggi che, parenti e conoscenti, le hanno dedicato. 
La sua attenzione viene attirata in particolar modo da questo messaggio: 

“Ci manchi tantissimo. Non passa. È come se fossimo stati tutti feriti nella tua battaglia, Caroline. Mi manchi. Ti voglio bene.” 

Hazel non riesce a togliersi queste parole dalla testa, ci rimugina sopra tutta la sera e da qui, nasce in lei la convinzione di essere una granata. 
Una granata pronta ad esplodere e a ferire chiunque le starà attorno. 

“«Tesoro» ha detto la mamma. «Cosa c’è che non va?» «Sono una… una… una granata, mamma. Sono una granata e a un certo punto esploderò e vorrei minimizzare le vittime, okay?» 
Mio padre ha piegato la testa come un cucciolo rimproverato. 
«Sono una granata» ho detto di nuovo. «Voglio starmene lontana dalla gente e leggere libri e riflettere e stare con voi, perché non c’è niente che possa fare per non ferire voi, siete troppo coinvolti, quindi per favore lasciatemi stare, okay? Non sono depressa. Non ho bisogno di uscire di più. E non posso essere un’adolescente normale, perché sono una granata.»” 

Per questo Hazel, inizialmente, cerca di tenere Augustus ad una certa distanza, teme che lui possa affezionarsi troppo a lei, e conoscendo le proprie precarie condizioni di salute, non vuole assolutamente che Gus perda un'altra fidanzata. 
Non vuole che resti ferito dalla sua battaglia. 
Quando la situazione si ribalta, ed è Gus quello sul punto di "esplodere", Hazel comprende che non vuole tenersi lontana da lui solo per non essere ferita. 
Ama una granata, e vuole continuare a farlo, anche perché non può farne a meno. 

“Non mi sono sentita arrabbiata con lui nemmeno per un istante e solo ora che amavo una granata capivo veramente l’assurdità di voler salvare gli altri dalla mia esplosione incombente: non potevo non amare Augustus Waters. E non volevo non amarlo.”

Bene, ho finito con questo libro!
Posso dire di essermi espressa a sufficienza sia nel bene (poco), che nel male (un po' di più).
Leggerò altro di Green?  Si, sicuramente, sia perché avevo già preso da tempo "Cercando Alaska", e di certo non ho intenzione né di buttarlo, né di dargli fuoco, XD sia perché sono curiosa di vedere se riesce a farmi cambiare l'idea che, al momento, mi sono fatta di lui.
Vedremo...

lunedì 14 luglio 2014

Recensione: "Colpa delle stelle" di John Green

Titolo: Colpa delle stelle
Titolo originale: The fault in our stars
Autore: John Green
Editore: Rizzoli
Data di pubblicazione: 2012
Pagine: 360
Prezzo: 16,00 €

Trama:
Hazel ha sedici anni, ma ha già alle spalle un vero miracolo: grazie a un farmaco sperimentale, è sopravvissuta ad una diagnosi terminale.
Resa debole, scoraggiata dalla malattia e ormai priva di entusiasmo per qualsiasi cosa si trovi al di fuori delle quattro mura della sua stanza, è spronata dai genitori ad uscire e frequentare il gruppo di sostegno della loro chiesa.
Qui, giovani ragazzi come lei si confrontano sull'esperienza da ciascuno vissuta con la propria malattia, ed è qui che un giorno come un altro Hazel incontra Augustus, un misterioso e affascinante ragazzo che non sembra volerle togliere gli occhi di dosso.
Tra i due nasce in poco tempo un rapporto molto profondo, reso ancora più forte dall'esperienza della malattia e dalla speranza della realizzazione di un sogno in comune.

Recensione:
John Green in queste pagine affronta il tema della malattia, ma non lo fa né in maniera eccessivamente drammatica, anzi i suoi protagonisti affrontano il proprio destino spesso con sarcasmo e ironia (scelta che ho apprezzato), né (purtroppo), in maniera approfondita e veritiera.
La trama è inconsistente e assurda per mille motivi di cui voglio elencare solo alcuni, per avvallare la mia tesi.
Augustus appena incontra Hazel le propone di andare a casa sua a vedere un film "V for vendetta", lei accetta, quindi acconsente ad andare a casa di un perfetto sconosciuto.
Fin qui tutto ok, perché dagli adolescenti questi comportamenti superficiali li possiamo benissimo ammettere, ma vogliamo parlare di sua madre, che la dà il permesso senza nemmeno informarsi su chi sia costui?
Una mamma che, senza farsi problemi, manda la propria figlia sedicenne, per giunta malata terminale, a casa di perfetti estranei, non lo riesco a concepire.
Come non riesco a comprendere il fatto che la lasci guidare, andare in giro per una città sconosciuta, da sola, o in compagnia di un ragazzo gravemente malato a sua volta.
Per non parlare dell'inconsistenza della trama in sé per sé.
Mi riferisco a quello che si suol definire il "succo" del racconto: tutto gira attorno alla passione che i due ragazzi sviluppano per un romanzo, "Un'imperiale afflizione" di Peter Van Houten.
Il romanzo, il preferito di Hazel (se ve lo state chiedendo vi dico subito che non esiste nella realtà), narra la storia di Anna, una ragazza malata di leucemia, che con coraggio affronta la sua malattia e nel mentre decide di fondare un'associazione per curare i bambini malati di colera.
Il romanzo in questione non ha una conclusione, termina con una frase lasciata in sospeso, e questo è per i protagonisti motivo di... imperiale afflizione, appunto XD (e lo è anche per il lettore che è costretto a subire pagine e pagine di una storia tanto assurda da poter essere paragonata ad una favola, una di quelle noiose però).
I due ragazzi, non riescono a fare a meno di chiedersi quale sarebbe stato il destino dei protagonisti del libro, se l'autore avesse concluso la sua opera (ve li immaginate voi due ragazzi giovani, che il destino ha voluto colpire duramente con la malattia, non riuscire a pensare ad altro che al finale di un libro???), così decidono di sciupare, ops volevo dire usare, l'ultimo desiderio di Augustus per volare ad Amsterdam dove risiede l'autore -___-"
Ebbene si, questo è lo scopo del libro e dei suoi protagonisti.
Ovviamente tra i due scoppierà l'amore, come era prevedibile, coronato da un improbabile primo bacio nel bel mezzo della visita al museo di Anne Frank, con un sottofondo di applausi scroscianti da parte del pubblico pagante.
Già, non sto scherzando! Nella scena del bacio gli altri visitatori osservano e poi applaudono, scena degna dei migliori anime giapponesi.
La domanda è: perché i visitatori hanno applaudito? 
Un pubblico di spettatori avrebbe applaudito ad un bacio tra due ragazzi qualunque? No, non lo avrebbe fatto. 
I visitatori hanno applaudito perché consci di assistere al primo bacio tra i due ragazzi? No, non avrebbero avuto nessun motivo per pensarlo.
Quindi perché lo hanno fatto?
Il pubblico ha applaudito al bacio di due ragazzi malati. 
Questo è il motivo dell'applauso, attraverso il quale non fanno altro che sottolineare la diversità della loro condizione.
Una rappresentazione razzista ed estremamente stupida, di cui si sarebbe potuto fare benissimo a meno.
Tornando alla storia, l'incontro con Van Houten (lo scrittore dei "Un'imperiale afflizione") è superfluo, probabilmente solo un pretesto di Green per mandare i due ragazzi a fare un viaggetto romantico.
Non dà risposte agli interrogativi e non aggiunge nulla alla storia.
Uniche note positive di "Colpa delle stelle" sono il personaggio del papà di Hazel, dalla cui sensibilità possiamo leggere la vera sofferenza del genitore che affronta la malattia di un figlio, e Augustus.
Augustus difatti è l'unico personaggio brillante e capace di formulare riflessioni di un certo spessore, seppur il suo essere ossessionato dal desiderio di non essere dimenticato, dal sogno di passare alla storia, a lungo andare venga a noia.

“«Verrà un tempo» ho detto «in cui tutti noi saremo morti. Tutti. Verrà un tempo in cui non ci saranno esseri umani rimasti a ricordare che qualcuno sia mai esistito o che la nostra specie abbia mai fatto qualcosa. Non ci sarà rimasto nessuno a ricordare Aristotele o Cleopatra, figuriamoci te. 
Tutto quello che abbiamo fatto, costruito, scritto, pensato o scoperto sarà dimenticato, e tutto questo» – ho fatto un gesto che abbracciava la stanza – «non sarà servito a niente. Forse quel momento sta per arrivare o forse è lontano milioni di anni, ma anche se noi sopravvivessimo al collasso del nostro sistema solare non sopravviveremmo per sempre. 
È esistito un tempo prima che gli organismi prendessero coscienza, e ce ne sarà uno dopo. E se l’inevitabilità dell’oblio umano ti preoccupa, ti incoraggio a ignorarla. Sa il cielo se non è quello che fanno tutti.”

Invece i dialoghi tra lui ed Hazel paiono astratti, inverosimili, impossibili da immaginare nella realtà. Gli adolescenti non si esprimono così, tranne in Dawson's Creek, ovvio.


Considerazioni:
Sopravvalutato. Enormemente sopravvalutato.
Queste sono le prime parole che mi vengono in mente, ed è il pensiero che mi ha accompagnato per tutta la lettura.
Già dalla frase "Ero lì in piedi con le mie All Stars sul ciglio del marciapiede..." mi sono detta "oddio no, fa che non sia quel genere di libro pieno di riferimenti adolescenziali!"
Fortunatamente le All Stars vengono citate solo un altro paio di volte, se ben ricordo, ma il libro resta estremamente adolescenziale.
La verità è che non mi ha emozionato.
Ogni qualvolta iniziavo un pochettino a rivalutarlo, mi spiazzava con l'ennesima stramberia che lo riportava sempre più in basso.
È il caso ad esempio del famoso bacio nel museo (roba che solo nei film), o ancora di quando Hazel si trova Van Houten in chiesa e poi ancora in macchina... (ma daiii!).
Mi è parso quasi che Green abbia voluto scrivere la sceneggiatura per un film tragicomico (forse ci sperava davvero tanto che lo diventasse), perché come libro ha davvero poco senso.
Basti pensare che per gran parte di esso si parla di un altro libro inesistente (Un'imperiale afflizione), di un libro, "The Price of Dawn" che, guarda caso, è dello stesso Green (chiamalo fesso, si pubblicizza da solo) e che per un altro bel pezzo ci descrive nei dettagli tutto il film 300!
Perché sciupare carta per descrivere un film? Doveva per caso arrivare ad un numero di caratteri totali prestabiliti dalla casa editrice e ha usato questo espediente per colmare le lacune?
Era necessaria questa descrizione? Insomma se avessi voluto conoscere il film l'avrei visto! 
Ma soprattutto: qual è la necessità di conoscere il finale di "Un'imperiale afflizione"?
Io l'ho trovata una grandissima stupidaggine.
Perché costruire un libro attorno a questa sciocchezza? E perché per i protagonisti era così importante? 
Green ci dipinge Hazel come una ragazza molto più intelligente della media, e allora non ci arriva da sola al fatto che, se lo scrittore avesse voluto dare un finale alla sua storia, l'avrebbe scritto?
E se non l'ha scritto vuol dire che il suo desiderio era che finisse così!
Del resto ho trovato molto originale questa storia del libro lasciato in sospeso, e in generale ho trovato molto affascinante la trama di quel libro (penso che lo avrei preferito a questo).
Comunque a Hazel non basta immaginarsi il proprio finale alternativo, deve necessariamente estorcerne uno allo scrittore, altrimenti non è contenta.
L'incontro con lui è deludente, Van Houten si rivela essere un cafone più unico che raro, ma nonostante tutto questo, dopo mesi scopriamo che Augustus ha continuato la corrispondenza con lui!!!
Per quale motivo avrebbe dovuto continuare a scrivere ad una persona tanto odiosa? E perché avrebbe dovuto consegnare le famose quattro pagine del suo moleskine a lui (sapendo che era molto probabile che non venissero mai lette), anziché spedirle a casa di Hazel?
Ma poi, il senso di queste pagine qual era?
La verità è che è inutile farsi domande e cercare di dare senso a questo libro, perché fondamentalmente non ne ha alcuno... se non quello di sperare, con una sfortunata storia d'amore, di riuscire ad ammaliare (leggi impietosire) milioni di seguaci dall'animo "romantico" e pertanto vendere milioni di copie. 
Be' che dire se non: "Ben fatto Green"!

il mio voto per questo libro