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lunedì 4 novembre 2019

Recensione: "L'incubo di Hill House" di Shirley Jackson

Titolo: L'incubo di Hill House
Autore: Shirley Jackson
Editore: Adelphi Edizioni
Data di pubblicazione: 3 giugno 2016
Pagine: 233
Prezzo: 12,00 € 

Trama:
Il professore e antropologo John Montague, intenzionato a condurre un esperimento sul paranormale, contatta una serie di persone per invitarle a soggiornare ad Hill House, una casa isolata tra le colline, ritenuta, da anni, infestata.
Ad accettare l'invito sono Eleanor, una trentenne insicura che ha passato gran parte della sua vita a prendersi cura della madre malata; l'avvenente ed estrosa Theodora; e Luke, dongiovanni scapestrato ed incallito manigoldo, nonché futuro erede della dimora da incubo.
I quattro, incuranti del pericolo, si trasferiscono in quel labirinto di stanze e segreti, inconsapevoli delle presenze misteriose che, indisturbate, si aggirano nell'ombra. 

Recensione:
"L'incubo di Hill House" è da molti ritenuto uno dei capolavori della letteratura gotica e, non a caso, lo stesso Stephen King ha più volte dichiarato di essersi ispirato proprio alla scrittura e alle ambientazioni di Shirley Jackson per alcuni dei suoi più celebri romanzi.
Un libro indubbiamente particolare che, con le sue angoscianti atmosfere inquieta, creando una tensione sibillina che fa da filo conduttore alla trama.  
Grande protagonista di tutta la storia è, come immaginerete, la dimora infestata che, sin da subito, viene descritta come l'incarnazione della punta più alta della malvagità umana, un agglomerato di stanze e torri che, come un labirinto, sembra attirare le sue vittime in un baratro senza fine.

Quasi ogni casa, colta di sorpresa o da un'angolazione bizzarra, può volgere uno sguardo profondamente burlesco su chi osservi; persino un comignolo dispettoso, o un abbaino che sembra una fossetta possono suscitare nell'osservatore un senso di intimità; ma una casa arrogante e carica d'odio, sempre in guardia, non può che essere malvagia. 
Quella casa, che sembrava quasi aver preso forma da sola, assemblandosi in quel suo possente schema indipendentemente dai muratori, incastrandosi nella struttura di linee e angoli, drizzava la testa imponente contro il cielo, senza concessioni all'umanità. 
Era una casa disumana, non certo concepita per essere abitata, un luogo non adatto agli uomini, né alla speranza. L'esorcismo non può cambiare volto a una casa; Hill House sarebbe rimasta com'era finché non fosse stata distrutta.

Ed in effetti la casa, se inizialmente, agli occhi degli incauti avventori, rivela la sua vera essenza di trappola malefica, con il passare dei giorni pare quasi stendere un incantesimo sui suoi ospiti che passano continuamente da momenti di paura, confusione e delirio (di notte), ad altri di inspiegabile felicità (di giorno).
Hill House gioca con la mente di chi la abita: li spinge a sentirsi sempre più a loro agio, a condividere momenti di convivialità e spensieratezza, e poi li sconvolge improvvisamente, li sprona a dubitare di se stessi e degli altri. 
Agisce come un catalizzatore delle emozioni, in particolar modo su Eleanor Vance, colei su cui vira maggiormente l'attenzione della scrittrice, e di conseguenza di noi lettori.
La donna non ha mai vissuto grandi gioie nella sua vita, al punto da accettare senza pensarci due volte, un misterioso invito da un estraneo - quale è il professor Montague - solo per provare finalmente un brivido, per sentirsi viva.
Lei, abituata a non essere desiderata né amata da nessuno, subirà più di tutti l'influsso delle presenze di Hill House. La casa ha scelto lei, la vuole, quando nessuno ha mai desiderato far parte, per davvero, della sua banale e scialba esistenza. La casa la convince che lei appartiene a loro e che quello è il suo posto.
Naturalmente anche gli altri non sono immuni alle manifestazioni paranormali. Tutti percepiscono i fenomeni inspiegabili che prendono luogo di notte, tanto da rimanerne terrorizzati sul momento, eppure, in definitiva non è mai ben chiaro fin dove agisce l'abitazione e fin dove la suggestione e il libero arbitrio.
Gli ospiti in alcuni frangenti sembrano odiare, temere e sfidare Hill House, ma in altri dicono di stare così bene da non voler andar via. Quasi non ricordano più non solo la paura che hanno provato solo poche ore prima, ma anche il mondo là fuori. Non sentono più il tempo che scorre, se non nel sole che si riflette sulle pareti, nell'acqua che scorre nell'attiguo ruscello, e nella notte che cala su di loro come una mannaia.
Questa è una delle caratteristiche più interessanti del libro, il riuscire a creare allo stesso tempo un'atmosfera da incubo e da sogno, con scene quasi pastorali e ridenti, caratterizzate da una preponderante spensieratezza e allegria, alternate ad altre che, di contro, suscitano ansia e smarrimento. 

Guardò fuori, oltre il tetto della veranda e verso l'ampio prato, con i suoi cespugli e i suoi gruppetti di alberi avvolti nella bruma. In fondo al prato una fila di alberi costeggiava il sentiero per il ruscello, anche se quella mattina la prospettiva di un allegro picnic sull'erba non era poi così allettante. Era chiaro che sarebbe piovuto tutto il giorno, ma era una pioggia estiva, che ravvivava il verde dell'erba e degli alberi, addolcendo e purificando l'aria. 
E' incantevole, pensò Eleanor, meravigliandosi di se stessa; si chiese se fosse la prima a trovare incantevole Hill House e poi pensò, raggelata: o forse la pensano tutti così, la prima mattina? 
Rabbrividì, e si ritrovò allo stesso tempo incapace di spiegare l'esaltazione che provava, che quasi le impediva di ricordare perché era così strano svegliarsi felici a Hill House.

In generale l'opera della Jackson non è un romanzo horror convenzionale, uno di quelli che regala brividi lungo la schiena, continui colpi di scena, urla di paura o forti colpi al cuore. La sua è più una tensione costante, la continua percezione di qualcosa di inquietante ed oscuro che è sempre in agguato, e che potrebbe, da un momento all'altro, palesarsi per sconvolgere gli equilibri. 
La narrazione è un lento climax ascendente che, pur senza arrivare al vero e proprio terrore, termina con un finale agghiacciante e per nulla scontato.
Inoltre, uno dei punti di forza del romanzo è, a mio avviso, la psicologia dei personaggi, ed in particolare quella di Eleanor. 
Pur avendo scelto un punto di vista esterno, la scrittrice ci dà accesso ad ogni recondito pensiero della donna: alla sua voglia di cambiamento e rivalsa, alle sue speranze infrante, alla paura di essere ferita o derisa, alla convinzione di non essere mai abbastanza. La signorina Vance è un coacervo di insicurezze, disagi e delusioni che, sotto l'influenza sbagliata, rischiano di trasformarsi in vaneggiamenti febbrili e manie di persecuzione.   
Credo fosse questo il messaggio che la Jackson volesse dare: il vero pericolo non sta nel mero attacco fisico, come si potrebbe pensare e come spesso avviene in questo genere letterario, ma nel gioco sottile e machiavellico che una presenza malefica può mettere in atto ai danni della preda più vulnerabile, minando la sua stabilità psichica ed emotiva.
Un punto di vista interessante e quasi inedito, che ci permette di focalizzarci più sulle risposte agli stimoli (le emozioni ed i diversi modi di agire dei vari personaggi), che sul motore dell'azione stessa.
Ma se pensate che "L'incubo di Hill House" sia esente da difetti, vi sbagliate.
Mi spiace dirlo ma la storia presenta una grande falla che non permette a noi lettori di apprezzare appieno gli eventi narrati.
Senza scendere nei dettagli, posso dirvi che gli antefatti sulla casa, i vecchi proprietari, gli incidenti traumatici degli anni addietro vengono solo sommariamente accennati, senza mettere in luce chi si nasconda realmente dietro quella infestazione e soprattutto perché.
Capisco la voglia di lasciare un po' di mistero, ma in questo caso le domande senza risposta sono così tante da inficiare, sfortunatamente, il giudizio finale.
Sarebbe stato opportuno approfondire meglio le cause che hanno reso Hill House così pericolosa, invece di disseminare qua e là solo pochi misteriosi indizi, neppure del tutto correlati l'uno con l'altro. Sarebbe stato preferibile conoscere il nemico, invece che limitarsi ad assistere ai suoi piani diabolici. 
Tralasciando questo particolare, non irrilevante, confermo il giudizio pienamente positivo su "L'incubo di Hill House" che, grazie alle sue descrizioni suadenti, l'atmosfera turbolenta e la forte introspezione emotiva, si rivela essere un horror psicologico ben congegnato, capace di spingere il lettore a fare un viaggio immaginifico non solo nella casa infestata ma anche nei propri ricordi, nei rimpianti e nelle paure mai confessate. 

Considerazioni: 
Se non hai letto il libro, e hai intenzione di farlo, fermati qui!
Quando termino un romanzo, mi piace fare un giro nel web, su Goodreads o fra i siti letterari, per vedere se altri hanno formulato un giudizio pressappoco simile al mio.
Nel caso dell'opera di Shirley Jackson le opinioni - provate per credere - sono davvero contrastanti: chi l'ha amato, affermando di aver provato veri e propri brividi di terrore nel corso della lettura, e chi invece l'ha trovato noioso e per nulla spaventoso.
Io credo che tutto dipenda dalle aspettative, dalla concezione di romanzo horror che abbiamo, da quello che desideriamo trovare nelle pagine che ci accingiamo a leggere.
Come accennavo prima, il romanzo non è ricco di eventi paranormali e pericolosi, almeno non nel senso convenzionale del termine. Certo, ci sono delle manifestazioni inspiegabili razionalmente, ed anche emotivamente coinvolgenti, ma è lampante che ciò su cui si punta l'attenzione è proprio la manipolazione psicologica che la casa, o chi per lei, mette in atto.
Lo vediamo un po' in tutti i personaggi, il più delle volte spaesati, confusi, elettrizzati ed euforici, quasi fossero dei bambini al parco giochi. I loro comportamenti e le loro reazioni sono incoerenti, se consideriamo il contesto in cui si trovano (quale persona sana di mente non sarebbe scappata a gambe levate?), eppure è proprio l'influenza dell'abitazione - almeno questo è ciò che credo si volesse far intendere - a spingerli ad agire in quel modo.
Lo si capisce ancora di più se prendiamo come riferimento Eleanor.
Non è chiaro dove alberghi la sua identità effettiva e dove agisca invece la dimora infestata, enfatizzando ogni sua minima paura, emozione e risentimento. Di certo la protagonista è fragile ed insicura di natura ma, da un certo punto in poi, quello della donna diviene un vero e proprio delirio, in cui non fa altro che pensare che gli altri tramino alle sue spalle, parlino di lei in sua assenza, la giudichino e la deridano.
Ancora più enigmatica è l'altra figura femminile del gruppo: Theo. A volte pare affettuosa e comprensiva, altre acida e noncurante. Sembra subire il protagonismo di Eleanor e perciò l'attacca senza mezzi termini e senza tener minimamente conto dei suoi sentimenti.
Ma anche qui c'è da chiedersi se le battute brutali fossero davvero frutto della mente maliziosa dell'esuberante artista, o se fosse invece Hill House a parlare tramite lei con l'intento di isolare Eleanor dal gruppo.
In ogni caso, sembrerà strano, ma ho amato il rapporto d'amicizia che si viene a creare subito tra le due e che, nonostante i numerosi bisticci, le accuse, gli atti di egoismo e le ingiurie, forzate o meno che fossero, sembra resistere, pur con molti tentennamenti, fino alla fine.
Altra cosa che ho apprezzato molto sono le descrizioni della casa, del giardino, dei momenti di vita quotidiana che, pur non rientrando perfettamente nell'atmosfera orrifica del genere, rendono la storia molto più umana e veritiera.
Stesso giudizio per l'attenzione prestata ai pensieri di Eleanor i quali, soprattutto nella prima parte, battono su dei tasti dolenti per qualunque persona (sogni infranti, aspettative deluse, rapporti umani deteriorati).

Era il primo giorno davvero splendido dell'estate, un periodo dell'anno che riportava sempre Eleanor ai ricordi struggenti della sua prima infanzia, quando sembrava sempre estate; prima della morte di suo padre, avvenuta in una giornata fredda e umida, non ricordava nemmeno un inverno. Negli ultimi tempi aveva cominciato a chiedersi che ne era stato, durante quegli anni passati in un soffio, di tutti quei giorni d'estate perduti; come aveva potuto trascorrerli in modo così insensato? 
Sono una sciocca, si diceva all'inizio di ogni estate, sono proprio una sciocca; ormai sono cresciuta e conosco il valore delle cose. Niente va mai perso davvero, le diceva il buon senso, nemmeno la propria infanzia, e poi ogni anno, una mattina d'estate, il vento tiepido investiva la cittadina dove camminava ed ecco quel piccolo pensiero gelido che la sfiorava: ho lasciato passare altro tempo.

Personalmente mi sono identificata molto nel suo desiderio di dare una svolta alla propria vita, di rischiare pur di raggiungere un po' di meritata felicità. Più leggevo, più mi dispiaceva per lei, al punto da sperare che, nonostante gli isterismi, alla fine ci fosse un happy end.
E aprendo una piccola parentesi proprio sulla conclusione, senza scendere nei dettagli, posso dirvi che, se da una parte l'ho promossa, considerandola coerente e pienamente in linea con gli eventi, d'altra avrei preferito una rivincita, un epilogo più dolce e speranzoso per la timida signorina Vance.
Per quanto riguarda invece ciò che molti considerano il più grande difetto della storia, ovvero l'assenza di elementi splatter, posso dire che, per quanto mi riguarda, non ho percepito questo come un deficit, anzi. Prediligo i libri in cui il carattere di ghost story è presente, percepibile ma non eccessivamente rimarcato, lasciando anche l'illusione che non tutto sia effettivamente come appare.

«Quelle due povere bambine» disse Eleanor, fissando il fuoco. «Non riesco a dimenticarle, mi sembra di vederle camminare per queste stanze buie, cercare di giocare alle bambole, forse, qui o in quelle camere al piano di sopra.» 
«Ed eccola ancora qui, questa vecchia casa». In via sperimentale, Luke tese un dito e sfiorò il Cupido di marmo. «Niente è più stato toccato, usato, desiderato di nessuno, e lei è rimasta qui a pensare e basta». 
«E ad aspettare» disse Eleanor.

E giungiamo adesso al vero tasto dolente, l'unico che mi ha lasciato con l'amaro in bocca, ossia la poca chiarezza riservata ai trascorsi della casa. 
Di Hill House sappiamo poco e niente, su questo non ci piove.
Riassumendo in breve (allarme spoiler): è stata costruita da un certo Hugh Crain per farne la dimora di famiglia, ma sia lui che la moglie hanno trovato presto o tardi la morte, proprio in quella casa. Di contro le due figlie hanno vissuto lì la loro infanzia per poi trasferirsi in Europa. Da grande una delle due torna, muore per cause naturali, e lascia in eredità la casa alla dama di compagnia che si suicida proprio nella torre.
A parte quest'ultimo punto, non c'è nulla che faccia pensare a niente di anomalo o surreale.
Andando avanti con la storia, in biblioteca i ragazzi trovano un misterioso e inquietante libro scritto dal padre di famiglia, dedicato ad una delle figlie, e finalizzato ad incuterle timore del peccato e della dannazione eterna.
Più volte nella casa si avverte le presenza di alcuni bambini che talvolta sghignazzano e talvolta piangono e chiedono aiuto, arrivando persino, nel corso di una seduta spiritica, a richiedere la protezione di una mamma.
Ora la mia domanda è, alla luce di quanto scritto, chi sono questi bambini che infestano Hill House?
Di certo non le figlie di Crain che sono cresciute e hanno fatto la loro vita tranquillamente e altrove. Allora chi? Delle presenze antecedenti alla costruzione della casa stessa? 
O forse le voci infantili rappresentano solo il metodo prescelto per fare breccia nell'istinto materno di Eleanor, e quindi sono solo una delle tante manifestazioni del male? Chissà... ma in questo caso quale inerenza avrebbe avuto il rivoltante manoscritto di Crain? 
Se qualcuno l'ha capito, mi dia delucidazioni (fine spoiler).
Personalmente penso che tutto il passato avrebbe meritato maggior approfondimento. Gli ospiti avrebbero dovuto trovare archivi e notizie su eventi traumatici accaduti negli anni, che avevano conferito alla casa la nomea di essere infestata, così come informazioni sulle probabili presenze e su ciò che le legava a quel posto.
Anche ciò che emerge nel corso della seduta spiritica è troppo confusionario, solo pochi accenni che non ci fanno capire cosa stia realmente succedendo.
Amo i finali enigmatici ed elusivi, anche gli scenari ambigui, volutamente aperti a più interpretazioni, ma qui il mistero è fin troppo. Purtroppo questa mancanza ha influito sul mio giudizio che, altrimenti sarebbe stato nettamente più positivo.  
Per il resto, come dicevo prima, non ho niente da recriminare a Shirley Jackson.
Anche perché sono rimasta piacevolmente sorpresa dalla sua scrittura e dal suo modo di rendere le sensazioni e le emozioni.
In conclusione, se cercate un libro che vi tenga sempre con il fiato sospeso e che vi faccia sentire il brivido di un nemico che si muove nell'ombra, questo libro potrebbe fare per voi.
Che aspettate allora? Fate pure i bagagli. E, non preoccupatevi, ad Hill House c'è posto per tutti. La strada per arrivarci è semplice, il difficile è solo andare via.

Curiosità:
Dal libro sono stati tratti diversi adattamenti cinematografici, tra cui il film, del 1999, "Haunting - Presenze", che ha visto la partecipazione di Liam Neeson e Catherine Zeta Jones, e la serie tv dello scorso anno, disponibile su Netflix, "The Haunting of Hill House". Entrambi però si ispirano solo in parte al romanzo, avendo dato agli eventi, e ai personaggi, risvolti molto diversi da quelli previsti dalla scrittrice.

il mio voto per questo libro

lunedì 16 maggio 2016

Recensione: "Abbiamo sempre vissuto nel castello" di Shirley Jackson

Titolo: Abbiamo sempre vissuto nel castello
Titolo originale: We have always lived in the castle
Autore: Shirley Jackson
Editore: Adelphi Edizioni
Data di pubblicazione: 2009
Pagine: 182
Prezzo: 15,30 € (cartaceo)  8,99 € (ebook)

Trama:
La diciottenne Mary Katherine ci racconta della grande casa avita dove vive da reclusa, in uno stato di idilliaca felicità, con la bellissima sorella Constance e uno zio invalido. 
Non ci sarebbe nulla di strano nella loro passione per i minuti riti quotidiani, la buona cucina e il giardinaggio, se non fosse che tutti gli altri membri della famiglia Blackwood sono morti avvelenati sei anni prima, seduti a tavola, proprio lì, in sala da pranzo. 
E quando in tanta armonia irrompe l'estraneo - nella persona del cugino Charles - il piccolo e ristretto mondo di Mary Katherine si prepara ad un cambiamento che lei non pare essere pronta ad accettare.

Recensione:
“Merricat, disse Connie, tè e biscotti: presto, vieni. 
Fossi matta, sorellina, se ci vengo m'avveleni. 
Merricat, disse Connie, non è ora di dormire? 
In eterno, al cimitero, sottoterra giù a marcire!”

"Abbiamo sempre vissuto nel castello" è un po' come questa filastrocca: misterioso, macabro, inquietante, strano e affascinante.
Un romanzo avvolto sotto strati di uno spesso velo che si srotola man mano che la lettura procede. Un velo che mostra solo una parte della realtà e che, proprio per questo, incuriosisce il lettore, spingendolo a chiedersi il perché di tutte le velate allusioni, le cose taciute, e gli inspiegabili rancori che circondano la vita delle due protagoniste.
Mary Katherine, sua sorella Constance e il vecchio e malato zio Julian, sono, come capiamo sin dalle prime pagine, gli unici superstiti della dinastia dei Blackwood.
I Blackwood hanno sempre abitato in una bella dimora, maestosa ed elegante, ai margini della città. 
La loro è tra le proprietà più grandi del paese e forse, proprio per questo, la famiglia ha attirato negli anni invidie e rancori da parte dei suoi compaesani.
Da parte loro, non si può dire che i Blackwood abbiano fatto un granché per farsi apprezzare. 
L'enorme divario sociale tra le due classi si è sempre fatto sentire nei rapporti tra la famiglia e il circondario al quale, i Blackwood, hanno sempre rimproverato il degrado e l'ignoranza nei quali si è sempre crogiolato con passività.
Nullo è lo sforzo da parte del paese di elevarsi, di crescere, progredire ed evolversi. 
Una città che si accontenta del suo grigiore, delle sue forme sfatte e smorte e del suo imbruttimento, che si rispecchia poi, non solo nelle case, ma nello stesso animo e nell'indole di chi le abita.

“Il paese era tutto uguale, costruito nello stesso periodo in un unico stile; sembrava che gli abitanti non potessero fare a meno di quella bruttezza, che se ne nutrissero. 
Era come se le abitazioni e i negozi fossero stati fabbricati in fretta e con spregio, per fornire riparo a tutto ciò che era scialbo e sgradevole, e la casa dei Rochester, quella dei Blackwood e anche il municipio fossero stati trasportati lì, forse per sbaglio, da qualche luogo meraviglioso e remoto dove regnava l'eleganza. 
Forse quelle belle dimore erano state catturate - magari per punire i Rochester e i Blackwood della loro segreta malvagità? - e ora il paese le teneva prigioniere; forse il marciume che pian piano le stava divorando era espressione dei laidi paesani. 
La fila di negozi sulla via principale era di un grigio uniforme. I proprietari abitavano negli appartamenti al piano di sopra, e le tende alle finestre equidistanti erano scialbe e sbiadite; qualunque cosa fosse per natura colorata, in paese si perdeva presto d'animo. 
Non furono certo i Blackwood a portare il luogo al degrado; gli abitanti ci stavano come topi nel formaggio, sembrava concepito apposta per loro.”

Un detestarsi reciproco che resta, per anni, silenzioso, ma costantemente presente, come un'impercettibile interferenza in sottofondo.
Però, ora che tutta la grande dinastia dei Blackwood è ormai ridotta a soli tre componenti (due ingenue ragazzine e un vecchio in condizioni precarie, per giunta), il paese, forte della sua superiorità numerica, fa sfoggio della sua arroganza e della volgarità che lo contraddistingue.
Mary Katherine è l'unica tra i Blackwood a mettere il naso fuori dalla recinzione metallica che divide Blackwood Farm dal resto del paese. 
Lo fa, non per il piacere di farsi un giro tra le viottole delle cascine, ma per pura necessità, ogni martedì e venerdì, la ragazza è costretta ad avventurarsi fuori dal suo porto sicuro per fare compere e rimpolpare la dispensa.
Così, pur controvoglia, si espone al male infimo e subdolo che si annida nelle occhiate cattive e maliziose, nelle battute al vetriolo (che alludono a situazioni passate ancora sconosciute al lettore), nei pensieri maligni dominati dall'odio, e nelle petulanti filastrocche cantategli per dispetto.
Il fine è quello di deriderla, umiliarla, portarla al culmine della pazienza, provocarla al fine di far scaturire in lei una qualsiasi reazione.
Ma Merricat ha dentro un mondo tutto suo e spesso vi si rifugia per sfuggire alla realtà. 
Sogna ad occhi aperti, desidera magie e sortilegi, esprime desideri, gioca con la mente e finge di essere via... lontana da tutto il brutto che la circonda. E, in un attimo, è sulla luna a coltivare fiori sconosciuti e a cantare alla dolce luce delle stelle.
Solo una volta rientrata nei confini della sua proprietà, la ragazza, può tornare a sentirsi al sicuro, come se quella rete metallica, che le separa dal resto del mondo, fungesse da potente incantesimo di protezione.
Ma la tranquillità domestica, la piacevole routine, il dolce e idilliaco mondo nel quale le due sorelle si sono volontariamente recluse, la misteriosa magia che ha preservato e mantenuto immutata, per anni, la loro esistenza, viene rotta dall'arrivo di un parente, il cugino Charles, che con la sua presenza spezzerà ogni incanto.
Ma questa è solo una parte della storia, il velo che citavo all'inizio ha molti strati e ognuno di essi, venendo via, mostra piccoli frammenti sfocati di verità.
Così, sotto i nostri occhi assetati di sapere, si snoda una storia ammaliante e intrigante, misteriosa e agghiacciante, caratterizzata da personaggi memorabili che sono al tempo stesso esilaranti, ingenui e terribilmente crudeli.
Shirley Jackson con l'eleganza e la magia delle descrizioni, con i frammenti di straordinaria poesia e realtà, che riesce a rendere solo attraverso la sua straordinaria scrittura dai toni sommessi e deliziosamente sardonici, narra una storia che sa stregare, protagoniste che non si riesce a dimenticare e racconta, con estrema e cruda verità, i più vili difetti dell'animo umano.
Il male che si cela sotto forme apparentemente innocue, si nutre dell'invidia, dell'ignoranza e della cupidigia e distrugge, devasta e stravolge.

Considerazioni:
Se non hai letto questo libro e hai intenzione di farlo fermati qui!
"Abbiamo sempre vissuto nel castello" è uno di quei libri che ho rimandato troppo a lungo perché temevo deludesse le mille aspettative che mi ero fatta leggendone la trama.
Ho fatto davvero tanta fatica a mettere nero su bianco i miei pensieri, perché sento che nulla di quello che potrò dire o scrivere potrà mai rendere l'idea della vasta gamma di sensazioni, ed emozioni che ho provato leggendolo, e che tutt'ora mi travolge se penso alla sua storia, alle sue protagoniste e al linguaggio affascinante con cui l'autrice sceglie di raccontarci la loro vita.
Shirley Jackson è stata molto abile a dare vita ad una storia che tiene il lettore incollato alle sue pagine, in cui il mistero fa da padrone, e in cui i vari pezzettini che compongono il puzzle vengono scoperti e riordinati poco per volta.
Proprio in virtù di questo, solo a fine lettura si riescono a comprendere pienamente tutti i fatti, e dare un senso alle allusioni e ai vari comportamenti dei personaggi che, col senno di poi, assumono un significato ben diverso.
Ora non starò qui a riassumere le vicende, che se avete letto il libro conoscete benissimo, ma voglio invece raccontarvi le mie emozioni a riguardo.
La storia si apre con un inizio che affascina e seduce, un alone di mistero in cui aleggiano al contempo quiete e turbamento.
In questa prima parte viene raccontata la vita delle sorelle Blackwood che procede invariata da anni, nella sua immobile quotidianità.
Ho adorato leggere della deliziosa e statica routine in cui Constance e Mary Katherine si sono isolate, facendosi volontarie prigioniere di un mondo soffice e ovattato, fatto solo di piccole cose belle. 
Il loro reciproco e sconfinato affetto, i picnic sull'erba, i prelibati manicaretti serviti da Connie, le bislacche e deliziose manie di Merricat, e quella "stregoneria" che rende preziosa qualsiasi cosa sia segreta, nascosta e gelosamente custodita.
Ed è così che mi sono parse le esistenze dei tre superstiti di Blackwood Farm, preziose e incantate per il loro essere congelate nel tempo, estranee ai ritmi della vita esterna, al trascorrere del tempo, alla influenza del mondo.
Le stesse protagoniste sono rimaste eterne bambine, nutritesi solo del reciproco amore, dei frutti della loro terra e delle storie, divorate dai libri, o nate dalla loro sconfinata fantasia.
Mary Katherine ha diciott'anni ma, leggendo di lei, viene spontaneo immaginarsela molto più piccola della sua età, e io stessa, per gran parte della lettura, mi sono ritrovata ad immaginarla come un'undicenne dall'animo un po' inquieto e problematico.
Molto dolce e innocente a volte, estremamente spietato in altre, ma anche poco incline a farsi valere. 
Con il cugino Charles, ad esempio, si comporta proprio come una bambina. 
Anziché farsi rispettare e far valere i suoi diritti, in quella che è la sua casa e su quelli che sono i propri beni, preferisce rifugiarsi dietro comportamenti infantili e architettare esilaranti dispetti.
Ammetto che durante la lettura, la descrizione del suo personaggio mi ha un po' destabilizzata e confusa. 
Mi sono ritrovata spesso a chiedermi perché, Merricat, pur essendo adulta ci venisse immancabilmente presentata come una bambina... tuttavia, riflettendoci, mi sono ritrovata a condividere anche questa scelta, sia perché ha reso tutta la narrazione  più surreale e grottesca, ma soprattutto perché l'atteggiamento della ragazza effettivamente non poteva essere più coerente con i fatti narrati.
Le vite delle ragazze, così come i loro caratteri e personalità, hanno subito una battuta d'arresto dal momento in cui si sono isolate dal resto del mondo. 
Hanno, quindi, cessato di crescere e si sono congelate a com'era la loro esistenza sei anni prima, quando tutto si è arrestato in quel "fatidico giorno". 
Viene dunque facile, seguendo questo discorso, capire come la realtà delle due sorelle e dello zio Julian sia rimasta immutata, come cristallizzata per sempre nelle pieghe del tempo.
Una visione affascinante, che conferisce al romanzo quell'atmosfera suggestiva e surreale che lo caratterizza.
Per quanto riguarda i personaggi, la Jackson ha dato vita a personalità fuori dagli schemi e memorabili a cui, nel bene e nel male, non si può rimanere indifferenti.
Partendo dal personaggio più sconveniente, zio Julian.
Le sue paturnie, i suoi discorsi insensati, le sue folli elucubrazioni, danno vita a dei siparietti tragicomici degni dei migliori teatri dell'assurdo. 
Leggendo i suoi monologhi, si può quasi avere l'impressione di trovarsi tra le mani un copione di una commedia.
Le sorelle Mary Katherine e Constance sono molto diverse tra loro ma legate da un amore fortissimo.
Le ho amate moltissimo insieme, nei loro dialoghi, nei gesti e nelle attenzioni che si riservavano l'un l'altra. Due piccole bamboline di porcellana custodite nella loro bellissima casa di legno, un microcosmo perfetto e perfettamente funzionante.
La piccola Mary Katherine, un'adulta con uno spirito da eterna ragazzina è senza dubbio il mio personaggio preferito, con i suoi pregi e i suoi difetti.
L'ho trovata divertente e spiritosa, ho amato il suo sarcasmo pungente, le sue battute velenose, il credere fortemente nei i suoi piccoli rituali magici, per allontanare le sciagure o qualsiasi cosa avrebbe, in qualche modo, intaccato il perfetto equilibrio della loro perfetta esistenza.
Certo, Merricat è senza dubbio una ragazza disturbata, ma non ho letto in lei vera cattiveria, anzi, in alcune occasioni l'ho trovata persino troppo debole. 
L'avrei voluta ancora più determinata, combattiva e reattiva, ma credo che il suo sia un personaggio speciale proprio per il vasto insieme di sfumature che colorano il suo animo tormentato.
Connie è dolce e arrendevole, una perfetta donnina di casa d'altri tempi.
Probabilmente, proprio per questo, ho spesso trovato snervante la sua ingenuità, il fatto che non abbia mai dubitato delle intenzioni del cugino Charles, che si sia fatta abbindolare dalle sue parole, e che non abbia mai preso le redini della situazione mettendo le cose in chiaro, per dire: "senti bello, questa casa è di proprietà mia e di mia sorella, se non ti piace come gestisco le nostre finanze... quella è la porta. Tanti saluti e grazie".
Tuttavia ho sinceramente apprezzato l'immenso amore che ha dimostrato per sua sorella, il fatto che per lei abbia messo a repentaglio la propria libertà e dignità, il modo in cui l'ha protetta da tutto sacrificando la sua stessa esistenza.
E non posso concludere senza spendere due parole per i terribili compaesani, persone totalmente vuote e stupide, imbruttite e incattivite dall'ignoranza e dall'invidia.
Le scene dell'incendio di casa Blackwood, della successiva aggressione alle sorelle e dello sciacallaggio a ciò che era loro rimasto, le ho trovate estremamente cruenti e crudeli. 
Ancor più perché ingiustificate e insensate.
E non c'è peggior cattiveria di quella che viene eseguita senza pietà e senza ragione solo con lo scopo di divertirsi o rompere la propria monotonia.
In questo romanzo non vengono descritte morti violente, o scene sanguinolente, ma l'autrice fa molto di più. Descrive vividamente la violenza e la crudeltà dell'essere umano, e a cosa queste possono portare: azioni becere, inutili e stupide.
E a tanta ignoranza e cattiveria le due sorelle rispondono richiudendosi in un guscio ancora più piccolo. Un mondo più ristretto, nel quale continuare a stare insieme e seguitare a farsi felici l'una con la presenza dell'altra.
Un finale al medesimo tempo angosciante e poetico, che ammetto, in un primo momento mi ha lasciato insoddisfatta. 
Io volevo la mia vendetta! Bramavo con tutta me stessa un finale alla "Dogville"!
Anche qui però, a mente fredda, ho capito che la Jackson non avrebbe potuto scrivere un epilogo migliore per questo suo lavoro.
Con il suo finale ha reso questa storia e le sue protagoniste memorabili e indimenticabili.
Ha richiuso le sue bamboline nel loro regno protetto e incantato, un po' dismesso forse, ma abbastanza sicuro per tenere al di fuori la crudeltà del mondo.

il mio voto per questo libro 

sabato 19 marzo 2016

Chi ben comincia... #28

Poche e semplici le regole:
♥ Prendete un libro qualsiasi contenuto nella vostra libreria
♥ Copiate le prime righe del libro (possono essere 10, 15, 20 righe)
♥ Scrivete titolo e autore per chi fosse interessato
♥ Aspettate i commenti


Salve avventori!
L'incipit che vi propongo oggi è quello di un romanzo molto particolare, almeno da quanto mi è parso  di capire dalla lettura del primo capitolo.
Mary Katherine Blackwood e sua sorella Constance abitano in un bel palazzo elegante ai margini della città.
La loro è tra le proprietà più grandi del paese e forse, proprio per questo, la famiglia Blackwood ha attirato negli anni invidie e cattiverie da parte dei suoi compaesani.
Tutta la grande dinastia dei Blackwood però è orami ridotta a soli tre componenti, le due sorelle e il loro vecchio e malato zio. Mary Katherine è l'unica di loro a mettere il naso fuori dalla recinzione metallica che divide Blackwood Farm dal resto del paese.
La ragazza, in questo primo capitolo, ha già mostrato il suo caratterino, la rabbia repressa negli anni, tante parole ingoiate per far buon viso a cattivo gioco. Ma qualcosa mi dice che in lei la calma non avrà vita troppo lunga...
Cosa ne pensate di questo inizio?
Be' a me questo primo capitolo ha incuriosito tantissimo, non vedo l'ora di proseguire questa lettura così intrigante *-*


"Abbiamo sempre vissuto nel castello" Shirley Jackson


“Mi chiamo Mary Katherine Blackwood. Ho diciott'anni e abito con mia sorella Constance. Ho sempre pensato che con un pizzico di fortuna potevo nascere lupo mannaro, perché ho il medio e l'anulare della stessa lunghezza, ma mi sono dovuta accontentare. Detesto lavarmi, e i cani, e il rumore. 
Le mie passioni sono mia sorella Constance, Riccardo Cuor di Leone e l'Amanita phalloides, il fungo mortale. 
Gli altri membri della famiglia sono tutti morti. 
L'ultima volta che ho dato un'occhiata ai libri della biblioteca sul ripiano della cucina ho visto che il prestito era scaduto da cinque mesi, e mi sono chiesta se ne avrei scelti altri sapendo che erano gli ultimi, quelli che sarebbero rimasti lì per sempre. 
Spostavamo di rado le cose, noi Blackwood; rivoluzioni e cambiamenti non sono mai stati il nostro forte. Eravamo sempre lì a trafficare con piccole cose transitorie di superficie, libri, fiori e cucchiai, ma sotto sotto potevamo contare su una solida base di oggetti che si tramandavano di generazione in generazione. Ogni cosa doveva rimanere al proprio posto.”