lunedì 16 maggio 2016

Recensione: "Abbiamo sempre vissuto nel castello" di Shirley Jackson

Titolo: Abbiamo sempre vissuto nel castello
Titolo originale: We have always lived in the castle
Autore: Shirley Jackson
Editore: Adelphi Edizioni
Data di pubblicazione: 2009
Pagine: 182
Prezzo: 15,30 € (cartaceo)  8,99 € (ebook)

Trama:
La diciottenne Mary Katherine ci racconta della grande casa avita dove vive da reclusa, in uno stato di idilliaca felicità, con la bellissima sorella Constance e uno zio invalido. 
Non ci sarebbe nulla di strano nella loro passione per i minuti riti quotidiani, la buona cucina e il giardinaggio, se non fosse che tutti gli altri membri della famiglia Blackwood sono morti avvelenati sei anni prima, seduti a tavola, proprio lì, in sala da pranzo. 
E quando in tanta armonia irrompe l'estraneo - nella persona del cugino Charles - il piccolo e ristretto mondo di Mary Katherine si prepara ad un cambiamento che lei non pare essere pronta ad accettare.

Recensione:
“Merricat, disse Connie, tè e biscotti: presto, vieni. 
Fossi matta, sorellina, se ci vengo m'avveleni. 
Merricat, disse Connie, non è ora di dormire? 
In eterno, al cimitero, sottoterra giù a marcire!”

"Abbiamo sempre vissuto nel castello" è un po' come questa filastrocca: misterioso, macabro, inquietante, strano e affascinante.
Un romanzo avvolto sotto strati di uno spesso velo che si srotola man mano che la lettura procede. Un velo che mostra solo una parte della realtà e che, proprio per questo, incuriosisce il lettore, spingendolo a chiedersi il perché di tutte le velate allusioni, le cose taciute, e gli inspiegabili rancori che circondano la vita delle due protagoniste.
Mary Katherine, sua sorella Constance e il vecchio e malato zio Julian, sono, come capiamo sin dalle prime pagine, gli unici superstiti della dinastia dei Blackwood.
I Blackwood hanno sempre abitato in una bella dimora, maestosa ed elegante, ai margini della città. 
La loro è tra le proprietà più grandi del paese e forse, proprio per questo, la famiglia ha attirato negli anni invidie e rancori da parte dei suoi compaesani.
Da parte loro, non si può dire che i Blackwood abbiano fatto un granché per farsi apprezzare. 
L'enorme divario sociale tra le due classi si è sempre fatto sentire nei rapporti tra la famiglia e il circondario al quale, i Blackwood, hanno sempre rimproverato il degrado e l'ignoranza nei quali si è sempre crogiolato con passività.
Nullo è lo sforzo da parte del paese di elevarsi, di crescere, progredire ed evolversi. 
Una città che si accontenta del suo grigiore, delle sue forme sfatte e smorte e del suo imbruttimento, che si rispecchia poi, non solo nelle case, ma nello stesso animo e nell'indole di chi le abita.

“Il paese era tutto uguale, costruito nello stesso periodo in un unico stile; sembrava che gli abitanti non potessero fare a meno di quella bruttezza, che se ne nutrissero. 
Era come se le abitazioni e i negozi fossero stati fabbricati in fretta e con spregio, per fornire riparo a tutto ciò che era scialbo e sgradevole, e la casa dei Rochester, quella dei Blackwood e anche il municipio fossero stati trasportati lì, forse per sbaglio, da qualche luogo meraviglioso e remoto dove regnava l'eleganza. 
Forse quelle belle dimore erano state catturate - magari per punire i Rochester e i Blackwood della loro segreta malvagità? - e ora il paese le teneva prigioniere; forse il marciume che pian piano le stava divorando era espressione dei laidi paesani. 
La fila di negozi sulla via principale era di un grigio uniforme. I proprietari abitavano negli appartamenti al piano di sopra, e le tende alle finestre equidistanti erano scialbe e sbiadite; qualunque cosa fosse per natura colorata, in paese si perdeva presto d'animo. 
Non furono certo i Blackwood a portare il luogo al degrado; gli abitanti ci stavano come topi nel formaggio, sembrava concepito apposta per loro.”

Un detestarsi reciproco che resta, per anni, silenzioso, ma costantemente presente, come un'impercettibile interferenza in sottofondo.
Però, ora che tutta la grande dinastia dei Blackwood è ormai ridotta a soli tre componenti (due ingenue ragazzine e un vecchio in condizioni precarie, per giunta), il paese, forte della sua superiorità numerica, fa sfoggio della sua arroganza e della volgarità che lo contraddistingue.
Mary Katherine è l'unica tra i Blackwood a mettere il naso fuori dalla recinzione metallica che divide Blackwood Farm dal resto del paese. 
Lo fa, non per il piacere di farsi un giro tra le viottole delle cascine, ma per pura necessità, ogni martedì e venerdì, la ragazza è costretta ad avventurarsi fuori dal suo porto sicuro per fare compere e rimpolpare la dispensa.
Così, pur controvoglia, si espone al male infimo e subdolo che si annida nelle occhiate cattive e maliziose, nelle battute al vetriolo (che alludono a situazioni passate ancora sconosciute al lettore), nei pensieri maligni dominati dall'odio, e nelle petulanti filastrocche cantategli per dispetto.
Il fine è quello di deriderla, umiliarla, portarla al culmine della pazienza, provocarla al fine di far scaturire in lei una qualsiasi reazione.
Ma Merricat ha dentro un mondo tutto suo e spesso vi si rifugia per sfuggire alla realtà. 
Sogna ad occhi aperti, desidera magie e sortilegi, esprime desideri, gioca con la mente e finge di essere via... lontana da tutto il brutto che la circonda. E, in un attimo, è sulla luna a coltivare fiori sconosciuti e a cantare alla dolce luce delle stelle.
Solo una volta rientrata nei confini della sua proprietà, la ragazza, può tornare a sentirsi al sicuro, come se quella rete metallica, che le separa dal resto del mondo, fungesse da potente incantesimo di protezione.
Ma la tranquillità domestica, la piacevole routine, il dolce e idilliaco mondo nel quale le due sorelle si sono volontariamente recluse, la misteriosa magia che ha preservato e mantenuto immutata, per anni, la loro esistenza, viene rotta dall'arrivo di un parente, il cugino Charles, che con la sua presenza spezzerà ogni incanto.
Ma questa è solo una parte della storia, il velo che citavo all'inizio ha molti strati e ognuno di essi, venendo via, mostra piccoli frammenti sfocati di verità.
Così, sotto i nostri occhi assetati di sapere, si snoda una storia ammaliante e intrigante, misteriosa e agghiacciante, caratterizzata da personaggi memorabili che sono al tempo stesso esilaranti, ingenui e terribilmente crudeli.
Shirley Jackson con l'eleganza e la magia delle descrizioni, con i frammenti di straordinaria poesia e realtà, che riesce a rendere solo attraverso la sua straordinaria scrittura dai toni sommessi e deliziosamente sardonici, narra una storia che sa stregare, protagoniste che non si riesce a dimenticare e racconta, con estrema e cruda verità, i più vili difetti dell'animo umano.
Il male che si cela sotto forme apparentemente innocue, si nutre dell'invidia, dell'ignoranza e della cupidigia e distrugge, devasta e stravolge.

Considerazioni:
Se non hai letto questo libro e hai intenzione di farlo fermati qui!
"Abbiamo sempre vissuto nel castello" è uno di quei libri che ho rimandato troppo a lungo perché temevo deludesse le mille aspettative che mi ero fatta leggendone la trama.
Ho fatto davvero tanta fatica a mettere nero su bianco i miei pensieri, perché sento che nulla di quello che potrò dire o scrivere potrà mai rendere l'idea della vasta gamma di sensazioni, ed emozioni che ho provato leggendolo, e che tutt'ora mi travolge se penso alla sua storia, alle sue protagoniste e al linguaggio affascinante con cui l'autrice sceglie di raccontarci la loro vita.
Shirley Jackson è stata molto abile a dare vita ad una storia che tiene il lettore incollato alle sue pagine, in cui il mistero fa da padrone, e in cui i vari pezzettini che compongono il puzzle vengono scoperti e riordinati poco per volta.
Proprio in virtù di questo, solo a fine lettura si riescono a comprendere pienamente tutti i fatti, e dare un senso alle allusioni e ai vari comportamenti dei personaggi che, col senno di poi, assumono un significato ben diverso.
Ora non starò qui a riassumere le vicende, che se avete letto il libro conoscete benissimo, ma voglio invece raccontarvi le mie emozioni a riguardo.
La storia si apre con un inizio che affascina e seduce, un alone di mistero in cui aleggiano al contempo quiete e turbamento.
In questa prima parte viene raccontata la vita delle sorelle Blackwood che procede invariata da anni, nella sua immobile quotidianità.
Ho adorato leggere della deliziosa e statica routine in cui Constance e Mary Katherine si sono isolate, facendosi volontarie prigioniere di un mondo soffice e ovattato, fatto solo di piccole cose belle. 
Il loro reciproco e sconfinato affetto, i picnic sull'erba, i prelibati manicaretti serviti da Connie, le bislacche e deliziose manie di Merricat, e quella "stregoneria" che rende preziosa qualsiasi cosa sia segreta, nascosta e gelosamente custodita.
Ed è così che mi sono parse le esistenze dei tre superstiti di Blackwood Farm, preziose e incantate per il loro essere congelate nel tempo, estranee ai ritmi della vita esterna, al trascorrere del tempo, alla influenza del mondo.
Le stesse protagoniste sono rimaste eterne bambine, nutritesi solo del reciproco amore, dei frutti della loro terra e delle storie, divorate dai libri, o nate dalla loro sconfinata fantasia.
Mary Katherine ha diciott'anni ma, leggendo di lei, viene spontaneo immaginarsela molto più piccola della sua età, e io stessa, per gran parte della lettura, mi sono ritrovata ad immaginarla come un'undicenne dall'animo un po' inquieto e problematico.
Molto dolce e innocente a volte, estremamente spietato in altre, ma anche poco incline a farsi valere. 
Con il cugino Charles, ad esempio, si comporta proprio come una bambina. 
Anziché farsi rispettare e far valere i suoi diritti, in quella che è la sua casa e su quelli che sono i propri beni, preferisce rifugiarsi dietro comportamenti infantili e architettare esilaranti dispetti.
Ammetto che durante la lettura, la descrizione del suo personaggio mi ha un po' destabilizzata e confusa. 
Mi sono ritrovata spesso a chiedermi perché, Merricat, pur essendo adulta ci venisse immancabilmente presentata come una bambina... tuttavia, riflettendoci, mi sono ritrovata a condividere anche questa scelta, sia perché ha reso tutta la narrazione  più surreale e grottesca, ma soprattutto perché l'atteggiamento della ragazza effettivamente non poteva essere più coerente con i fatti narrati.
Le vite delle ragazze, così come i loro caratteri e personalità, hanno subito una battuta d'arresto dal momento in cui si sono isolate dal resto del mondo. 
Hanno, quindi, cessato di crescere e si sono congelate a com'era la loro esistenza sei anni prima, quando tutto si è arrestato in quel "fatidico giorno". 
Viene dunque facile, seguendo questo discorso, capire come la realtà delle due sorelle e dello zio Julian sia rimasta immutata, come cristallizzata per sempre nelle pieghe del tempo.
Una visione affascinante, che contribuisce a conferisce al romanzo quell'atmosfera suggestiva e surreale che lo caratterizza.
Per quanto riguarda i personaggi, la Jackson ha dato vita a personalità fuori dagli schemi e memorabili a cui, nel bene e nel male, non si può rimanere indifferenti.
Partendo dal personaggio più sconveniente, zio Julian.
Le sue paturnie, i suoi discorsi insensati, le sue folli elucubrazioni, danno vita a dei siparietti tragicomici degni dei migliori teatri dell'assurdo. 
Leggendo i suoi monologhi, si può quasi avere l'impressione di trovarsi tra le mani un copione di una commedia.
Le sorelle Mary Katherine e Constance sono molto diverse tra loro ma legate da un amore fortissimo.
Le ho amate moltissimo insieme, nei loro dialoghi, nei gesti e nelle attenzioni che si riservavano l'un l'altra. Due piccole bamboline di porcellana custodite nella loro bellissima casa di legno, un microcosmo perfetto e perfettamente funzionante.
La piccola Mary Katherine, un'adulta con uno spirito da eterna ragazzina è senza dubbio il mio personaggio preferito, con i suoi pregi e i suoi difetti.
L'ho trovata divertente e spiritosa, ho amato il suo sarcasmo pungente, le sue battute velenose, il credere fortemente nei i suoi piccoli rituali magici, per allontanare le sciagure o qualsiasi cosa avrebbe, in qualche modo, intaccato il perfetto equilibrio della loro perfetta esistenza.
Certo, Merricat è senza dubbio una ragazza disturbata, ma non ho letto in lei vera cattiveria, anzi, in alcune occasioni l'ho trovata persino troppo debole. 
L'avrei voluta ancora più determinata, combattiva e reattiva, ma credo che il suo sia un personaggio speciale proprio per il vasto insieme di sfumature che colorano il suo animo tormentato.
Connie è dolce e arrendevole, una perfetta donnina di casa d'altri tempi.
Probabilmente, proprio per questo, ho spesso trovato snervante la sua ingenuità, il fatto che non abbia mai dubitato delle intenzioni del cugino Charles, che si sia fatta abbindolare dalle sue parole, e che non abbia mai preso le redini della situazione mettendo le cose in chiaro, per dire: "senti bello, questa casa è di proprietà mia e di mia sorella, se non ti piace come gestisco le nostre finanze... quella è la porta. Tanti saluti e grazie".
Tuttavia ho sinceramente apprezzato l'immenso amore che ha dimostrato per sua sorella, il fatto che per lei abbia messo a repentaglio la propria libertà e dignità, il modo in cui l'ha protetta da tutto sacrificando la sua stessa esistenza.
E non posso concludere senza spendere due parole per i terribili compaesani, persone totalmente vuote e stupide, imbruttite e incattivite dall'ignoranza e dall'invidia.
Le scene dell'incendio di casa Blackwood, della successiva aggressione alle sorelle e dello sciacallaggio a ciò che era loro rimasto, le ho trovate estremamente cruenti e crudeli. 
Ancor più perché ingiustificate e insensate.
E non c'è peggior cattiveria di quella che viene eseguita senza pietà e senza ragione solo con lo scopo di divertirsi o rompere la propria monotonia.
In questo romanzo non vengono descritte morti violente, o scene sanguinolente, ma l'autrice fa molto di più. Descrive vividamente la violenza e la crudeltà dell'essere umano, e a cosa queste possono portare: azioni becere, inutili e stupide.
E a tanta ignoranza e cattiveria le due sorelle rispondono richiudendosi in un guscio ancora più piccolo. Un mondo più ristretto, nel quale continuare a stare insieme e seguitare a farsi felici l'una con la presenza dell'altra.
Un finale al medesimo tempo angosciante e poetico, che ammetto, in un primo momento mi ha lasciato insoddisfatta. 
Io volevo la mia vendetta! Bramavo con tutta me stessa un finale alla "Dogville"!
Anche qui però, a mente fredda, ho capito che la Jackson non avrebbe potuto scrivere un epilogo migliore per questo suo lavoro.
Con il suo finale ha reso questa storia e le sue protagoniste memorabili e indimenticabili.
Ha richiuso le sue bamboline nel loro regno protetto e incantato, un po' dismesso forse, ma abbastanza sicuro per tenere al di fuori la crudeltà del mondo.

il mio voto per questo libro 

10 commenti:

  1. Complimenti per la recensione! (Anche se ammetto di aver leggiucchiato il commento, saltandone dei pezzi, perché il libro non l'ho ancora letto.) Lo punto da una vita e spero di riuscire a leggerlo presto, anzi prestissimo!!!!

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    1. Grazie! Sono davvero curiosa di leggere altri pareri a riguardo.

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  2. Lo voglio leggere da un sacco di tempo, non sono una grande appassionata di questo genere eppure mi incuriosisce da morire!

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    1. Leggilo dai! Voglio leggere altri pareri a riguardo, anche perchè ritengo che questo sia un libro perfetto per essere discusso e argomentato in gruppo *-*
      Col senno di poi, dico che mi sarebbe piaciuto organizzare un gruppo di lettura con questo libro come soggetto...chissà

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  3. Non ho letto tutto il post perchè mi ispira molto anche questo titolo e vorrei proprio leggerlo!!

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  4. Sembra un libro interessante Muriomu ....... Non lo ho letto ma mi attira molto
    Grazie per averne passato.
    Già che sono passata per un saluto - ti invito a passare al Rifugio dal 23 maggio al 19 giugno
    - c'è in preparazione una sorpresa http://ilrifugiodeglielfi.blogspot.it/
    Buona giornata e settimana Ciao

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  5. Ciao Moriomu!! Che meravigliosa recensione!! dalle tue parole traspare ogni singolo sentimento che ti ha trasmesso questa lettura!! ^_^
    Non ti avevo mai visto dare 6 biscotti su 6, quindi il libro deve averti proprio conquistata!!!
    ovviamente me lo sono subito annotata!! Sono curiosa di scoprire se mi conquisterà tanto quanto te!
    Un abbraccio!

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    1. Ciao Jasmine (hai cambiato nome?) Grazie mille per le tue belle parole.
      No, non è la prima volta che do sei biscotti, è capitato altre volte. E' un voto che do solo ai libri che ritengo dei veri e propri capolavori da leggere assolutamente ^_^

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    2. Si.. Mi sono fatta coraggio e ho deciso di iniziare ad usare il mio vero nome :)
      Presto comincerò anche questo libro!! ;)

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  6. Non conosco questo libro e se mi capitera lo leggero volentieri
    Grazie per la recensione
    Buona settimana Vero

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