lunedì 20 maggio 2013

Recensione: "Neve" di Maxence Fermine

Titolo: Neve
Autore: Maxence Fermine
Illustrazioni di: Georges Lemoine
Editore: Bompiani
Data di pubblicazione: 2008
Pagine: 135
Prezzo: 8,93€ (Amazon) 

Trama: 
Yuko, un giovane ragazzo che vive assieme al padre nell'isola di Hokkaido, nel Giappone del nord, ha appena compiuto diciassette anni, ed è venuto per lui, come da consuetudine nella sua famiglia, il momento di scegliersi un mestiere. 
Da molte generazioni i membri della sua famiglia si dividevano tra religione ed esercito, ma Yuko non vuole diventare né monaco né guerriero. 
Il suo amore è la poesia, e nelle sue poesie (haiku) egli non desidera far altro che decantare la bellezza della neve. I suoi versi, però, nonostante la bellezza, mancano di qualcosa, mancano di colore.
Per completare la sua arte, il giovane Yuko, dovrà compiere un viaggio molto importante verso il Giappone del sud, qui incontrerà il maestro Soseki.
Soseki è un anziano pittore rimasto cieco, egli vive nel ricordo di un amore perduto.
Due destini legati da un filo teso tra le cime di due montagne, e uniti dalla "Neve".

Recensione:
Il libro è diviso in due parti, nella prima si racconta di Yuko e del suo amore incondizionato per la neve, che rappresenta per lui tutto quello che ci può essere di più puro, bianco e limpido al mondo. 
La neve è instancabile musa delle sue poesie. 
In questa prima parte si parla soprattutto di questo, l'ho trovata quindi, alla lunga, un po' ripetitiva e a tratti noiosa.
Sebbene il libro parli d'amore, non si parla d'amore in questa prima parte, se non di quello di Yuko per la neve.
La seconda parte del libro ci racconta la storia del maestro Soseki, e del suo perduto amore. 
Questa parte è decisamente più coinvolgente,  più delicata, sia nei toni che nelle immagini descritte.
La storia del maestro, pur essendo toccante, non coinvolge pienamente, questo perché gli amori raccontati in questo libro sono molto simili a quelli narrati delle vecchie favole. 
Basta uno sguardo, anche da lontano, anche se non si è sicuri se quella che si sta guardando sia una donna, un uccello o un fiocco di neve, ma già di amore si parla!
E non avrei nulla in contrario con questo, se fossi certa che l'intento fosse quello di raccontare una favola rivolta a dei bambini, ma il libro non è rivolto a loro, e questo lo confermano alcune immagini descritte a dir poco imbarazzanti, a livello dei peggiori romanzi Harmony!
Inoltre il racconto sembra avere la presunzione di parlare di grandi amori, grandi amori di cui, sinceramente, in questo libro non ho letto.

Considerazioni:
Se non hai letto il libro e hai intenzione di farlo, fermati qui!
Come ho già detto se pensassi a questo libro come ad una favola per bambini, non avrei molto da ridire, perché la giudicherei come tale. ma come ho già spiegato di una favola non si tratta.
Ora tralasciando l'amore a prima vista (visto però molto da lontano) di Soseki per la funambola misteriosa, l'amore che Yuko prova per una ragazza morta, nuda, sepolta nei ghiacci, come lo spiegate? 
Scene del genere le ho lette solo in Biancaneve e nella Bella Addormentata! Quelle però erano favole!
Davanti ad una scena del genere chiunque avrebbe provato sconcerto, pena, confusione, tanti sentimenti insomma, ma non amore!
Yuko invece, afferma di non potersi più innamorare di nessun altro, perché l'amore della sua vita era lì davanti a lui, in quella ragazza sconosciuta sepolta nei ghiacci.
E anche quando il suo maestro muore accanto alla sua "Neve", lui continua a struggersi, ma non per il maestro, ma per quella ragazza che non aveva mai conosciuto per davvero, che non era mai stata sua e che era morta molti anni prima.
Ma Yuko è un ragazzo dai sentimenti fin troppo facili, lo si capisce sin dal primo incontro con la giovane accompagnatrice del poeta della corte di Meiji, (quella che poi scopriremo essere Fiocco di Primavera, figlia di Soseki e di Neve) quando per una risatina beffarda di lei, lui scopre di provare nei suoi confronti, e cito dal testo "un odio tremendo e un immenso amore"
E successivamente quando era lì, che ancora si struggeva per la decessa Neve, a suo dire suo unico ed eterno amore, viene a sapere dell'identità di Fiocco di Primavera, ecco che, per magia, si scopre innamorato di  lei pazzamente e per sempre.
"e si amarono l'un l'altro sospesi su un filo di neve".


Il voto che do a questo libro è dato da una media  della prima e della seconda parte. 

La prima parte non mi è piaciuta, e non ho nulla di positivo da dire a riguardo.. 
La seconda invece si, racconta quella che può essere una bella favola, ma nulla di più.


Il mio voto per questo libro

venerdì 17 maggio 2013

Recensione: "Ragione e Sentimento" di Jane Austen

Titolo:  Ragione e sentimento
Titolo originale: Sense and Sensibility
Autore: Jane Austen
Editore: Mondadori
Data di Pubblicazione: ottobre 2010
Pagine: 443
Prezzo: 9,50€ (Amazon)

Trama: 
Il romanzo è ambientato nell'Inghilterra dell'800, parla di amore, passione, sentimenti e convenzioni sociali. Incentrato sulle vicende sentimentali delle sorelle Dashwood, quella maggiore Elinor e la minore Marianne, vuole soprattutto mettere in evidenza le differenze caratteriali e comportamentali delle due.
Elinor guidata dalla ragione, attenta alle buone maniere, che costringe spesso i suoi sentimenti e i suoi pensieri perché esternarli potrebbe essere troppo spudorato, azzardato o egoista.
Marianne istintiva, passionale e schietta, nei sentimenti, nelle opinioni e nei giudizi.
Non disposta a scendere a compromessi, non avvezza alle ipocrisie che le buone maniere vorrebbero.
Un confronto quindi tra due mondi comportamentali distanti sebbene assai vicini nelle vicende che le vedranno protagoniste.
In seguito alla morte del padre, le due ragazze, insieme alla madre e alla sorella minore Margaret, sono costrette a lasciare la loro casa e i privilegi di cui avevano goduto fino ad allora per trasferirsi nel Devonshire a Barton Cottage. 
Saranno questi, assieme alle strade e alle case in città di una vecchia Londra, gli scenari in cui avranno luogo le vicende narrate nel romanzo.

Recensione: 
Jane Austen con questo romanzo ci mette di fronte a diversi personaggi, ognuno dei quali caratterizzato da una propria spiccata personalità.
È molto facile per il lettore detestarne alcuni e apprezzarne di contro altri, o immedesimarsi in qualcuno di questi.
Ho trovato il romanzo ben scritto e narrato, ho notato come l'autrice ci fa entrare nelle vite dei personaggi che racconta pacatamente, descrivendone pagina per pagina le giornate, senza che nulla di sconvolgente accada per diversi capitoli.
Questo è esplicativo di un desiderio di raccontare più che di stupire il lettore.
Perfettamente consono al periodo in cui il romanzo è ambientato, sia nel linguaggio che nelle tematiche affrontate.
Differenze sociali, invidie, pettegolezzi, madri che cercano un buon partito per sistemare le proprie figlie, madri che non approvano le scelte sentimentali dei propri figli, balli, ricevimenti.
Il tutto è narrato in modo tranquillo e scorrevole, senza eccessivi colpi di scena.
La lettura appassiona il lettore e non è mai noiosa.
Non ho apprezzato la conclusione, come in un unica pagina tutto si risolva e tutto venga spiegato, anche situazioni che avrebbero a mio parere meritato un approfondimento maggiore.
Ironicamente ho affermato che pare quasi che la Austen, alla fine, si fosse stancata di scrivere e non vedesse l'ora di concludere.

Considerazioni:
Se non hai letto il libro e hai intenzione di farlo, fermati qui!
Qui posso lasciarmi andare alle mie riflessioni più viscerali.
Finito il libro devo ammettere che ero arrabbiata con la scrittrice!
Non ho apprezzato come la Austen scelga di farci apparire ad un certo punto del racconto, sbagliato il comportamento di Marianne e giusto quello di sua sorella Elinor.
Ecco, avrei preferito lasciasse a noi il compito di giudicare, senza imboccarci opinioni e giudizi non partoriti direttamente dalle nostre menti.
Forse in questo sono un po' di parte perché ho amato il personaggio di Marianne e mi sono immedesimata in lei, sebbene talvolta l'abbia trovata io stessa un po' troppo ferma e severa nelle sue convinzioni.
Mi è sembra ingiusto far apparire il comportamento di Elinor, anche un po' ipocrita se vogliamo, preferibile a quello sincero, se pur egoista della sorella.
Cosa c'è di così sbagliato nel soffrire per amore? Nel non curarsi degli altri? Nel ritenere la propria sofferenza come la cosa più importante in quel momento? Se per di più questa è recente e non sono passati mesi o anni dall'evento che l'ha causata.
Del resto la delusione che ha avuto Marianne da Willoughby è estremamente maggiore, a mio parere, di quella che ha avuto Elinor da Edward, relazione su cui non ci avrei mai scommesso, anzi! 
Ad un certo punto ho veramente creduto che Elinor si fosse fatta illusioni sul nulla e che Edward fosse davvero innamorato di Lucy Steele, tanto non avevo mai visto nulla fra i due.
Secondo me, Marianne, quando dice che la sorella non ha mai sofferto quanto lei, perché non ha amato poi così tanto, non ha poi tutti i torti.
Chi ama con passione soffre con altrettanta passione.
Non ho inoltre apprezzato il modo in cui, dopo la malattia, Marianne sotto un certo punto di vista muoia davvero.
Non è più lei, e la Austen uccide il suo personaggio migliore, quello più autentico, (forse l'unico) del romanzo, per trasformarlo in un'altra, più giovane Elinor.
Ma di Elinor ne avevamo già una! A che serve averne un'altra?
Perché rilegare la giovane e appassionata Marianne in un rapporto in cui tutti la volevano, tranne se stessa?
Perché non farle conoscere un giovane altrettanto appassionato e vero?
Non ho approvato, come avrete capito, il matrimonio e l'affetto improvviso, di cui non abbiamo mai avuto modo di leggere, tra Marianne e il colonnello Brandon, che ho visto sempre più come un buon amico di famiglia, per Marianne e le sue sorelle, che altro.
Una riconoscenza che si trasforma all'improvviso in amore è qualcosa a cui non posso credere, specie se si tratta di una giovane romantica, innamorata dell'amore come Marianne.

Curiosità:
Jane Austen scrive la prima stesura di questo romanzo nel 1974, quando ha circa 19 anni, intitolandola "Elinor and Marianne" (in italiano Elinor e Marianne, poi rinominato Ragione e Sentimento), in forma epistolare, una  raccolta delle lettere intercorse tra le due sorelle.
Successivamente. la forma epistolare verrà sostituita dallo stile in terza persona.


il mio voto per questo libro

mercoledì 8 maggio 2013

Recensione: "La festa di Halloween, Naturalmente Viola" di Claudia Traversa

Titolo:  La festa di Halloween, Naturalmente Viola
Autore: Claudia Traversa
Editore: L'isola dei Ragazzi
Data di Pubblicazione: 2011
Pagine: 80
Prezzo: 9,00€ (Amazon)

Trama: 
Il libro narra le vicende di Viola Desideri, tredicenne trasferitasi da poco in una nuova città, alle prese con i tipici problemi del relazionarsi con i coetanei e del crearsi delle amicizie in una scuola nuova.
Quello che la distingue dalle sue coetanee è la passione quasi viscerale che la lega agli alberi e alla natura.
Lei e il suo inseparabile taccuino dalla copertina azzurra, con il quale trascorrerà i pomeriggi, nei parchi sotto ai tronchi di forti alberi nodosi, a fare quello che più le piace, quello che più la far stare bene, disegnare. Disegnare ogni tipo di albero, quasi catalogandoli minuziosamente, segnando il luogo esatto dove aveva visto quella tipologia per la prima volta.
Violetta trascorrerà così i suoi pomeriggi dopo la scuola, disegnando e divorando squisiti panini al formaggio, sola, sola fino a che non incontrerà Thomas.
Di questo ragazzo la colpiranno il suo essere solitario e misterioso, e l'amore condiviso per gli alberi e la natura. In lui troverà un amico, e non solo... 
Una persona così simile a lei da sembrare quasi provenire da un'altro pianeta.


Recensione: 
La casa editrice L'isola dei ragazzi dedica la serie "Naturalmente Viola" alle teenagers di oggi che potranno bene rispecchiarsi negli sbalzi d'umore e nelle fragilità della protagonista.
Il lato educativo di questo libro emerge dagli argomenti trattati dai due ragazzi, argomenti e passioni un po' insolite.
Oltre al tema ambientale, altro argomento trattato è quello dei clochard.
Le note positive del libro stanno proprio nell'affrontare temi insoliti.

Considerazioni: 
Se non hai letto il libro e hai intenzione di farlo, fermati qui!
Personalmente, da amante della lettura, delle lunghe descrizioni,  degli ambienti, e soprattutto dei personaggi, avrei preferito leggere di più di questi.
Ci sono troppi particolari su cui si sorvola, e sono proprio quei particolari che servirebbero al lettore per affezionarsi alla storia e ai protagonisti.
Ad esempio, avrei voluto sapere di più della prima chiacchierata tra Viola e Thomas, e di tutte quelle piccole cose che sono successe nell'arco del mese (tempo in cui si svolge il racconto) che hanno fatto si che nascesse, in tempo così breve, un legame così profondo tra i due.
Avrei voluto sapere il perché dell'antipatia tra Viola e Rebecca, e di contro come invece è nata l'amicizia tra Viola, Giada e Veronica.
Insomma tante piccole cose che lasciano un po' con la sensazione che in questo libro ci siano troppe cose non dette.
Lascia un bel po' di interrogativi, e forse questa è una scelta voluta dall'autrice.
La parte che più ho preferito del libro è quella in cui, Viola vive finalmente un momento di tenerezza con sua madre che l'aiuta a prepararsi per la festa di Halloween.
La ragazza infatti, come la maggior parte delle adolescenti, vive un periodo di ribellione, un periodo in cui vuole sentirsi grande e non più essere trattata da bambina, quindi risponde male alla mamma se questa ad esempio, la chiama Violetta, anziché Viola, considerandola ancora come la sua piccolina.

In ultima cosa, mi fa piacere segnalare una scelta coerente da parte della casa editrice "L'isola dei ragazzi" , che in accordo con l'animo ambientalista della protagonista (Viola) ha deciso che tutte le copie della serie "Naturalmente Viola" sono e saranno sempre stampate su carta ecologica con procedimento FSC.


Ringrazio la casa editrice L'isola dei ragazzi per l'opportunità concessami.


Il mio voto per questo libro

martedì 7 maggio 2013

Recensione: "L'abbraccio" di David Grossman

Titolo: L'abbraccio
Autore: David Grossman
Illustrazioni a cura di: Michal Rovner
Editore: Mondadori
Data di Pubblicazione: Dicembre 2010
Pagine: 36
Prezzo: 10,00€ 


Ciao Murioline, il libro di cui sto per parlarvi è giunto a me quasi per caso, mentre frugavo tra gli scaffali di una libreria. Non ero in cerca di nessun libro in particolare fino a quando i miei occhi non si sono posati su un copertina rigida color panna, con un inserto marrone sulla destra. Se il libro fa già parte della vostra biblioteca o se semplicemente vi è capitato di avvistarlo non sarà stato difficile per voi capire che il testo a cui mi riferisco è "L'abbraccio" di David Grossman. 
Pubblicato nel 2010 dalla casa editrice Mondadori "L'abbraccio", forse anche a causa del piccolo formato e dell'esiguità di pagine, è uno di quei libri che si legge tutto d'un fiato. 

Trama:
Potrei facilmente definire "L'abbraccio" come un tenero dialogo fra il piccolo Ben e la sua mamma. Tuttavia scorrendo le pagine vi renderete conto che le parole di Grossman contengono molto più di quello che si potrebbe pensare. 
E' sera, il piccolo Ben e la sua mamma stanno passeggiando tra i campi assieme alla loro cagnetta Splendore, quando ad un tratto la mamma si volta verso il suo bambino e gli dice con fare affettuoso “Sei dolcissimo e tanto carino, non c'è nessuno al mondo come te!”  questa affermazione porterà Ben a a porsi una serie di interrogativi, "è possibile che al mondo non ci sia nessuno uguale a lui? Se questo è vero, allora vuol dire che ognuno di noi è destinato ad essere solo?"
L'unicità dell'essere umano e la sua consequenziale solitudine, la consapevolezza e l'orrore di essere solo al mondo, questi sono i temi, che Ben con le sue domande da bambino curioso e un po' spaventato, sottoporrà all'attenzione della sua cara mamma.


Recensione: 
La scrittura di Grossman è semplice e immediata, senza fronzoli e inutili orpelli, sembra parlare direttamente al cuore, non solo dei bambini a cui l'autore pare voler spiegare concetti universali quali la solitudine e l'amore, ma anche di un pubblico più adulto che non potrà non identificarsi nei dubbi e nelle innocenti domande del piccolo Ben. Le tenere rassicurazioni della mamma, primo fra tutti il suo "siamo tutti un po' soli e un po' insieme" e soprattutto il finale, che rimanda al titolo del libro, ci faranno per un attimo ritornare bambini.
Proprio per il suo duplice ruolo di racconto per bambini e apologo sulla vita, "L'abbraccio" dimostra di essere uno di quei libri (come il più noto Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry) che non solo ogni persona dovrebbe leggere almeno una volta nella vita (ma che sarebbe utile sfogliare di tanto in tanto) ma anche il regalo perfetto per coloro più amiamo.
Il libro è inoltre impreziosito delle splendide illustrazioni dell'artista israeliana Michal Rovner.


Il mio voto per questo libro 

martedì 9 aprile 2013

Estratto: "L'abbraccio" di David Grossman

Brevemente voglio raccontarvi la storia di come "ho incontrato" David Grossman.
Ero in libreria, cercavo tra gli scaffali qualche titolo che mi suscitasse una qualche sensazione.
E ho visto una bella copertina rigida, color panna, con una fascia marrone sulla destra.
Una copertina elegante, e semplice impreziosita da una delicata illustrazione, un disegno molto semplice, realizzato a matita, e sotto questo, riportato con un carattere altrettanto semplice, nome dell'autore, titolo dell'opera e nome dell'artista che ne ha curato le delicate illustrazioni.
Ho sfogliato il libro e ne ho letto l'inizio.
Era quello il libro che cercavo, era quella la sensazione che volevo provare.
Il libro è breve, poche pagine, e poco testo, ma un libro che in poche parole dice molto.
Infatti non c'è altro da aggiungere, dice tutto pur dicendo molto poco.
E ora vi lascio con queste parole di tenerezza, perché un'abbraccio ogni tanto serve a tutti ^__^

«Sei dolcissimo», disse la mamma a Ben mentre facevano una passeggiata nei campi verso sera, «sei dolcissimo e tanto carino, non c'è nessuno al mondo come te!» 
«Davvero non c'è nessuno al mondo come me?», domandò Ben. 
«Certo che no», rispose la mamma, «sei unico!». 
Continuarono a camminare lentamente. Sopra le loro teste un grosso stormo di cicogne volava verso paesi lontani. 
«Ma perché?», chiese Ben fermandosi di colpo, «perché non c'è nessuno al mondo come me?». «Perché ognuno di noi è unico e speciale», disse la mamma ridendo e accovacciandosi a terra. «Vieni qui, siediti vicino a me». Poi fischiò alla loro cagnetta, Splendida, perché si sedesse con loro. 
«Ma io non voglio che al mondo ci sia soltanto uno come me», protestò Ben. 
«Perché no?», si stupì la mamma, «è una cosa bellissima che tu sia unico e speciale!». 
«Perché così sono solo!», si lamentò Ben, «mentre io voglio che ci sia anche qualcun altro come me!» 
«Tu non sei solo», gli spiegò la mamma, «ci sono io con te, e anche papà». 
«Sì», ammise Ben, «però…». Era confuso e non ricordava più cosa voleva dire. 
«Vieni qui», mormorò la mamma, «siediti vicino a me». 
Ben non si sedette. All'improvviso i suoi occhi si fecero grandi e profondi: 
«E non c'è nemmeno nessuno al mondo come te?». 
«No, non c'è», disse la mamma. 
«Allora anche tu sei sola?» 
«Ma no. Ho te e papà…». 
«Ma non c'è nessuno proprio uguale a te?» 
«No, non c'è», ammise la mamma. 
«Allora sei sola», proclamò Ben sedendosi accanto a lei. «E non ti senti sola, da sola…?». 
La mamma sorrise, disegnò col dito dei cerchi per terra e rispose, «sono un po' sola e sono un po' con gli altri, e a me va bene essere un po' così e un po' cosà…». 
Il sole cominciava a tramontare, il cielo si fece quasi rosso. 
«Io mi sento solo», mormorò Ben sottovoce. 
«Ma tesoro», esclamò la mamma, «ci sono io con te!». 
«Ma tu non sei me». Tacquero. Nell'aria c'era un buon odore di terra e di erba, e un ronzio di mosche e di altri insetti che svolazzavano dappertutto, danzando. 
Ben accarezzò la cagnetta distesa accanto a lui. «Anche Splendida?» «Anche Splendida cosa?», domandò la mamma. 
«Anche di Splendida ce n'è solo una in tutto il mondo?». 
«Sì», rispose la mamma accarezzando il pelo morbido della cagnolina, «c'è una sola Splendida in tutto il mondo». 
Per terra, accanto ai piedi di Ben e della mamma, camminava una lunga fila di formiche. Forse mille. Si somigliavano moltissimo, mille formiche identiche. 
Ma quando Ben le guardò da vicino vide che una camminava veloce e un'altra piano. Una si sforzava di trascinare una foglia grande e un'altra trasportava soltanto un chicco di grano. E ce n'era una, piccolina, che correva avanti e indietro a lato della fila. Ben pensò che forse quella formichina aveva perso i genitori e li stava cercando. 
«Questa formica lo sa che non c'è nessun altra al mondo come lei?», domandò. 
«Questo non lo posso sapere», rispose la mamma. 
Ben ci pensò un po' su, poi disse: «Non lo puoi sapere perché tu non sei lei?». 
«Sì», confermò la mamma, «perché io non sono lei». 
La formichina rientrò finalmente nella fila e riprese a camminare con le altre. Ben pensò che forse le due formiche grandi che le camminavano accanto erano i suoi genitori. 
«Allora di ogni persona ce n'è solo una al mondo?» domandò Ben. 
«Sì, ce n'è solo una», disse la mamma. 
«E perciò sono tutti soli?». 
«Sono un po' soli ma sono anche un po' insieme. Sono sia l'uno sia l'altro». 
«Ma com'è possibile?». 
«Ecco, prendi te per esempio. Tu sei unico», spiegò la mamma, «e anch'io sono unica, ma se ti abbraccio non sei più solo e nemmeno io sono più sola». 
«Allora abbracciami», disse Ben stringendosi alla mamma. Lei lo tenne stretto a sé. Sentiva il cuore di Ben che batteva. Anche Ben sentiva il cuore della mamma e l'abbracciò forte forte.
«Adesso non sono solo», pensò mentre l'abbracciava, «adesso non sono solo. Adesso non sono solo». 
«Vedi», gli sussurrò mamma, «proprio per questo hanno inventato l'abbraccio».


sabato 15 dicembre 2012

Estratto: "La bambina di neve" di Nathaniel Hawthorne

Salve a tutti, scusate l'assenza prolungata, dovuta agli impegni vari, ma il Café ricordatelo è sempre qui, ci sono tanti passi da leggere che non sono mai stati commentati, quindi anche quando non posto cose nuove non sentitevi soli o abbandonati ^.^
Con l'arrivo dell'inverno il Café Littéraire deve necessariamente riaprire i battenti, un posto caldo e accogliente dove leggere e commentare insieme i vari libri, è una tentazione troppo grande per fuggire dal freddo che c'è lì fuori!
Oggi voglio allietarvi con una storia, recentemente ho postato favole o racconti, ma non vedete questa come una discriminazione verso gli adulti, perché non lo è, anzi, molte storie apparentemente per bambini contengono invece messaggi molto forti per gli adulti.
Le storie vengono scritte in modo che siano piacevoli anche agli occhi dei bambini, che con la loro spiccata sensibilità riescono a cogliere le metafore e a carpirne gli insegnamenti, ma non per questo devono essere sottovalutate dai "grandi".
Dato il freddo degli ultimi giorni, vi  posto una storia perfettamente in tema.
"La bambina di neve" di Nathaniel Hawthorne.
E' un racconto molto delicato, inizialmente sereno e gioioso, che descrive la speranza e la fede dei bambini.
Il loro modo di credere ciecamente in quello che fanno, tanto da riuscire in un'impresa impossibile.
Nella seconda parte ci mette invece di fronte al mondo degli adulti, cinico, in cui si crede solo a quello che si conosce, e in cui si è così forti delle proprie convinzioni da negare persino l'evidenza.
In questo racconto mi riconosco particolarmente con la figura della mamma dei due bambini.
Sono cresciuta, ma non smetto di credere, non smetto di sognare.
Ora vi lascio al racconto, leggetelo e ditemi cosa ne pensate.
Alla prossima ^_^


*   *   *  *   *   *

In un rigido pomeriggio d’inverno due bambini chiesero alla mamma il permesso di uscire a giocare con la neve fresca. La bambina veniva chiamata Violetta per la sua natura dolce, e il suo fratellino Papavero per le sue guance perennemente infiammate. Il padre dei due bambini, il signor Lindsey, negoziante di ferramenta, era una pasta d’uomo ma privo assolutamente di fantasia e con una testa dura e forse vuota come le pentole di ferro che vendeva.

La mamma invece conservava un tocco di poesia sopravvissuto alla sua immaginosa giovinezza.

Davanti alla casa c’era un piccolo giardino con un pero, due susini e alcuni cespi di rose; ma in quel tempo il gelo formava sui rami spogli una specie di fogliame invernale, con qualche ghiacciolo che pendeva come un frutto.
«Facciamo un fantoccio di neve, Papavero?», chiese Violetta. «Lo costruiremo come una bambina: sarà la nostra sorellina con cui potremo giocare per tutto l’inverno.»
«Oh, sì! E anche la mamma sarà contenta», disse Papavero.
«Certo, ma non dovrà farla entrare nel salotto riscaldato, perché alla nostra sorellina di neve il caldo non piacerà.»
Violetta assunse la direzione dell’impresa e Papavero le procurava il materiale mentre lei, con le sue dita sensibili, dava forma alle parti più delicate del fantoccio.
Non sembrava però che la figura nascesse modellata dai bambini, ma piuttosto che andasse formandosi da
sé, mentre loro le giocavano intorno, chiacchierando entusiasti.
«Papavero! Portami un po’ di quella neve bianchissima, non ancora calpestata. Sto facendo il petto della nostra sorellina, e dev’essere di neve pura.»
«Com’è bella!», esclamò Papavero.
«Sì, non avrei mai pensato che riuscisse così carina. Portami ora quelle leggere ghirlande di neve posate sui rami più bassi del pero: devo fare i riccioli alla nostra sorellina di neve.»
Dal salotto, la mamma sorrideva alle frasi dei bambini.
«Avremo una bellissima compagna di giochi, quest’inverno!», esclamò a un certo punto Violetta.
«Oh, sì!», approvò entusiasta Papavero. «E io l’abbraccerò e le farò bere un po’ del mio latte caldo!»

«No», diceva saggiamente Violetta, «il latte caldo non le farebbe affatto bene. I bambini di neve non mangiano che ghiaccioli.»

Seguì un indaffarato silenzio.
«Guarda, Papavero!», esclamò a un tratto Violetta tutta eccitata.
«Un riflesso di quella nuvola le ha illuminato le guance, e le è rimasto acceso in viso.»
«Oh, Violetta, ma guardale i capelli. Splendono come oro!»
«È naturale», commentò tranquilla Violetta. «Hanno imprigionato l’ultimo raggio di sole. È quasi finita, ormai. Ma le labbra devono essere rosse. Forse diventeranno rosse, se le daremo un bacio.»
La mamma udì due schiocchi, come se i bambini avessero davvero baciato il fantoccio sulle labbra gelide.
«Mamma, mamma!», gridarono. «La nostra sorellina di neve è terminata e ora gioca in giardino con noi! Affacciati a vedere!»
La madre guardò oltre i vetri: la figuretta esile di una bambina candidamente vestita, con le guance rosse e i riccioli d’oro, correva nel giardino con i suoi figli. Sembrava conoscerli da sempre.
La signora pensò che fosse la figlia di qualche vicino, e aprì la porta per invitarla a entrare. Ma sulla soglia si arrestò. Fu colta addirittura dal dubbio se si trattasse di una bambina reale o di un mulinello leggero di neve trasportato per il giardino dal vento gelido.
E poi quale madre avrebbe fatto indossare alla sua bambina quell'abito sottile per mandarla a giocare in un pomeriggio d’inverno?
Ai piedi la bimba portava solo un delicato paio di pianelle bianche, tuttavia non sembrava soffrirne e danzava leggera, con le guance arrossate e i riccioli al vento.
«Violetta, tesoro», chiese a bassa voce la madre, turbata. «Come si chiama quella bambina e dove abita?»
«Come!», rise Violetta all'idea che la madre non comprendesse una verità tanto semplice. «Ma è la nostra sorellina che abbiamo appena finito di costruire!»
Uno stormo di uccelletti invernali scese nell'aria grigia e si mise a volteggiare intorno al capo della bambina di neve; lei tese loro le mani ed essi andarono a posarsi sui suoi dieci ditini, affollandosi e scacciandosi l’un l’altro con un gran sbattere d’ali, così come gli uccelletti d’inverno usano giocare nelle tempeste di neve.
In quel momento il cancello si spalancò e il padre dei bambini entrò avvolto in un mantello di lana blu, con un berretto di pelliccia che gli copriva le orecchie, e smisurati guanti alle mani.
Notò subito la piccola visitatrice candida che volteggiava per il giardino come una danzante ghirlanda di neve e uccelli.
«Chi è questa povera bambina con una madre che la manda in giro in pantofole?», chiese inorridito il buon uomo.
«Ne so quanto te», rispose la moglie. «Violetta e Papavero», aggiunse sorridendo confusa, «insistono nel dire che è un fantoccio di neve che loro hanno costruito.»

E qui gettò un’occhiata verso il punto dove i bambini avevano lavorato nel pomeriggio. Era tutto piano e deserto, rimanevano solo le impronte dei piccoli passi intorno a uno spazio vuoto.

«Perché, non ti piace la nostra sorellina di neve?», chiese ansioso Papavero.
«Che sciocchezze, bambini! Quella poveretta non deve rimanere all'aperto un minuto di più. Portiamola nel salotto e riscaldiamola bene. Io intanto chiederò informazioni ai vicini, e se è necessario manderò in giro un banditore per dare l’avviso di una bambina smarrita.»
Ma Violetta e Papavero gli afferrarono supplichevoli le mani. «Papà, è la nostra bambina di neve, non può vivere se non respira il vento gelido! Lo odia, il fuoco!»
«Ma che stupidaggine!», esclamò l'onest'uomo infastidito da quella ostinazione. «A casa, subito! Se non me ne occupo io, questa si prenderà un raffreddore da morire.»
«Mio caro», intervenne timidamente la madre, «c’è qualcosa di molto strano in tutto questo. Mi giudicherai sciocca, ma… non può essere che qualche angelo abbia voluto premiare la fede con cui i nostri bambini si sono messi all’opera? Non può essere avvenuto un… miracolo? No, non ridere di me!»
«Mia cara», le sorrise il marito, «sei ancora una bambina come Violetta e Papavero!»
E premurosamente il bravo signor Lindsey si accostò alla personcina nivea mettendo a tacere le acute suppliche dei suoi figli. Al suo avvicinarsi gli uccelletti presero il volo, mentre la damina bianca scuoteva il capo come per dire: «Non mi toccate, per favore!».
Poi si mise a fuggire, e inseguendola il signor Lindsey inciampò e cadde, per rialzarsi con tanta neve attaccata al cappotto da parere lui stesso un gelido ed enorme fantoccio di neve.
Alla fine riuscì a bloccarla contro una siepe, che a quel contatto rifulse come una stella, ma di una luce fredda, piuttosto come un ghiacciolo al lume di luna.
«Ti ho presa finalmente, pazzerella!», esclamò il signor Lindsey.
«Infileremo i tuoi piedini gelati in un bel paio di calze di lana e ti avvolgeremo in uno scialle caldo. Hai un nasino così bianco, che sembra congelato.»
E con un sorriso protettivo prese per mano la bambina di neve e la condusse in casa. Lei lo seguì avvilita, non più lucente, ma opaca e languida come il disgelo.
Violetta e Papavero intanto, con gli occhi pieni di lacrime, continuavano a implorare il padre di non uccidere
la loro sorellina di neve.
«Ma non sentite che manine fredde ha? Volete che muoia assiderata?»
Mentre saliva i gradini la moglie, trepidante, aveva esaminato meglio la bambina sconosciuta e sul suo collo le era parso di scorgere ancora l’impronta delicata delle dita di Violetta.

«Marito mio!», esclamò spaurita. «Dopotutto potrebbe davvero essere fatta di neve!»

«Ci credo», rispose il marito trascinando in casa la piccola creatura, «è tutta un ghiacciolo, povera piccina. Ma un buon fuoco la rimetterà a posto!»
L’uomo di buon senso pose la bambina avvilita, sempre più avvilita, davanti a una stufa ben colma di carbone, su cui bolliva l’acqua di un pentolino. Le tende rosse e il tappeto della stessa tinta accentuavano la sensazione di calore.
«Fa’ come fossi a casa tua, cara bambina», disse l’uomo soddisfatto stropicciandosi le mani.
La damina candida stava lì tristissima, investita dall'alito caldo come da una pestilenza. Il suo sguardo nostalgico andava alle finestre, attraverso le quali splendeva il nitore della neve e la gelida intensità delle stelle.
Inutilmente il vento tamburellava il suo richiamo sui vetri.
«Su, moglie, porta le calze e lo scialle, e di’ a Dora di far bollire il latte. E voi due tenete allegra la vostra amichetta, non vedete come sta a disagio? Io intanto farò un giro in cerca di notizie.»
Il signor Lindsey era appena uscito e s’era rialzato il bavero del cappotto, quando udì il richiamo disperato dei bambini, mentre la moglie, col ditale, batteva ai vetri della finestra.
«È ormai inutile cercare i genitori», balbettava la signora.
«Te l’avevamo detto», singhiozzavano Violetta e Papavero.
«Hai voluto portarla in casa, e ora la nostra bella sorellina di neve si è liquefatta!»
Piangevano talmente, che il signor Lindsey temette per un istante che stessero per liquefarsi anche loro.
«Ecco quel che rimane di lei!», disse Violetta singhiozzando, mentre indicava al padre perplesso una pozza d’acqua davanti alla stufa.
«Cattivo papà!», disse per la prima volta nella sua vita Papavero, agitando il suo piccolo pugno davanti all’uomo. «L’hai uccisa tu!»
E la stufa di ferro, attraverso il finestrino nello sportello, sembrava fissare il signor Lindsey come un trionfante demonio dagli occhi di fuoco.
«Sarà scappata», mormorò cupo il signor Lindsey. «Moglie!», si riprese. «Guarda quanta neve hanno portato in casa i bambini, attaccata alle scarpe. Ha formato quasi un lago, qui davanti alla stufa!
Chiama Dora, che l’asciughi.»





giovedì 28 giugno 2012

Estratto: "Tremotino" dei Fratelli Grimm


E' tanto, troppo tempo che non aggiorno qui, chiedo scusa a tutti voi avventori.
Proprio oggi nel mio blog primario Il Meraviglioso Mondo di Muriomu (per mancanza di tempo purtroppo sto trascurando un pochino anche quello) ho "recensito", se così si può dire, la serie tv "Once upon a time", serie del tutto originale in cui mondo reale e mondo delle fiabe si intrecciano.
Tra i vari protagonisti della serie, nomi assolutamente noti come Biancaneve, Grimilde, Cenerentola, Cappuccetto rosso, vi è il nome di Tremotino.
Tremotino, chi di voi conosce la sua storia?
Io no, non la conoscevo, mentre degli altri protagonisti, conosco sia le versioni originali e più macabre che quelle più leziose che ci vengono raccontate nei cartoni, di lui,Tremotino, non conoscevo nulla.
Così ho ricercato la favola originale dei Fratelli Grimm, che ora posto qui per voi.
Perché, ogni fiaba è stata scritta per lasciare un insegnamento, ed alcune sono meno per bambini di quanto si creda.
Vi lascio alla lettura, ma prima ricordate che, come dice Tremotino..."Ogni magia ha un prezzo"


*   *   *  *   *   *

C'era una volta, un povero mugnaio che tutti sapevano essere un gran fanfarone. Egli infatti sosteneva che il suo mulino era il più grande di tutti, la sua casa la più pulita del villaggio, la sua farina la più bianca di tutto il regno.
Le sue spacconate erano talmente esagerate che giunsero persino alle orecchie del Re. 
Così un giorno che, con tutto il suo corteo, sua maestà passava di lì, lo volle conoscere. 
Il mugnaio gli presentò la figlia e non seppe resistere all' idea di raccontare un altra fandonia. 
-"Sire, guardate mia figlia, è la fanciulla più bella del reame!" 
Il Re, dubbioso, guardò la ragazza, e rimase in assoluto silenzio. 
Per nulla scoraggiato, il mugnaio continuò: 
-"...e poi è molto intelligente ed è bravissima in tutto!" Il Re tacque ancora. 
Il mugnaio, che assolutamente voleva impressionarlo, non trovò di meglio che inventare: 
-"Pensate che mia figlia è capace di filare la paglia e la trasforma in oro!" 
Il Re, abbastanza seccato, questa volta rispose da par suo:
-"Benissimo, la metterò subito alla prova! Se tramuterà la paglia in oro sarà ricompensata, altrimenti morirà!" 
E ordinò alle guardie di condurre la ragazza al castello. 
Il Re chiuse la fanciulla in una stanza con un mucchio di paglia, le diede il filatoio e l'aspo e disse: -“Se in tutta la notte, fino all'alba, non fai di questa paglia oro filato, dovrai morire”.
Poi la porta fu chiusa ed ella rimase sola. La povera figlia del mugnaio se ne stava là senza sapere come salvarsi, poiché‚ non aveva la minima idea di come filare l'oro dalla paglia; 
La sua paura crebbe tanto che finì col mettersi a piangere disperata.

-"Padre mio, in che guaio mi hai cacciata!" disse singhiozzando, quando, d'un tratto, apparve dal nulla un piccolo gnomo tutto vestito di rosso, con una lunga barba bianca, che le disse: 

-“Buona sera, madamigella mugnaia, perché‚ piangi tanto?”
-“Ah,” rispose la fanciulla, “devo filare l'oro dalla paglia e non sono capace!” 
Disse l'omino: -"Se ti aiuterò a tramutare in fili d' oro questa paglia, tu cosa mi darai in cambio?" 
La ragazza gli porse un bellissimo gioiello, una collana con un ciondolo a forma di cuore che aveva al collo e gli disse: 
-"Posso darti questo, è la cosa più preziosa che ho!"
L'omino prese la collana, sedette davanti alla rotella e frr, frr, frr tirò il filo tre volte e il fuso era pieno. Poi ne introdusse un altro e frr, frr, frr, tirò il filo tre volte e anche il secondo fuso era pieno; andò avanti così fino al mattino: ed ecco tutta la paglia era filata e tutti i fusi erano pieni d'oro.
La mattina seguente la fanciulla, che aveva dormito tutta la notte di un sonno agitato, vide che la promessa era stata mantenuta.

Il Re, certo che il suo ordine non poteva essere stato eseguito, aprì la porta della cella, pronto a far punire la giovane. Ma si fermò sbalordito: sul tavolo davanti a lui c'erano ben allineati sei rocchetti di fili d'oro. 

Il Re, soddisfatto, divenne ancora più avido e pensò di sfruttare la situazione a proprio vantaggio. 
-"Sei stata molto brava, ma ti manderò altra paglia perché mi serve dell'altro filo d'oro!"
Così fece condurre la figlia del mugnaio in una stanza molto più grande, piena di paglia, che anche questa volta doveva essere filata in una notte, se aveva cara la vita.
La ragazza, che non poteva svelare la storia dello gnomo, si disperò più di prima, ma nel corso della notte comparve ancora una volta lo gnomo. 
-"Cosa mi dai" chiese alla ragazza -"se ti aiuto ancora?"
-"L'unica cosa che mi resta è questo anello antico. Ti prego, accettalo e aiutami, altrimenti la mia sorte è segnata!"
L'omino prese l'anello, la ruota cominciò a ronzare e al mattino tutta la paglia si era mutata in oro splendente.

La mattina dopo a quella vista il re andò in visibilio,la fanciulla, dopo aver compiuto quel prodigio, gli sembrava adesso molto più graziosa di prima, ma non ancora sazio, fece condurre la figlia del mugnaio in una terza stanza ancora più grande delle precedenti, piena di paglia, e disse: -“Filerai un ultima volta della paglia per me e, se anche questa volta riuscirai a tramutarla in oro, io ti sposerò!” le disse.

Infatti egli pensava che da nessun'altra parte avrebbe trovato una donna tanto ricca.
A questo punto un grande sconforto assalì la ragazza, che pensava tra se: -"Se questa notte tornerà lo gnomo, non avrò più niente da offrirgli in cambio del suo aiuto! come riuscirò a salvarmi da questa situazione?" 
La poverina era disperata e pianse tutta la sera, finché a notte fonda arrivò nuovamente lo gnomo: 
-"Sono tornato ancora per aiutarti. Ma questa volta cosa mi darai in cambio?" 
La ragazza fra le lacrime rispose: -"Questa volta non ho proprio più niente da offrirti, purtroppo!" 
Lo gnomo la guardò sorridendo e disse: -"Ho saputo che il Re ti sposerà. Quando sarai Regina, io verrò a prendere il tuo primo figlio in cambio dell' aiuto che ti darò adesso per salvarti!" 
-“Chissà come andrà a finire!" pensò la figlia del mugnaio e, del resto, messa alle strette, non sapeva che altro fare, perciò accordò la sua promessa allo gnomo che, anche questa volta, le filò l'oro dalla paglia. 
Quando al mattino venne il re e trovò che tutto era stato fatto secondo i suoi desideri.
Divenuto ormai ricchissimo, fece assegnare alla figlia del mugnaio un appartamento in un' ala del castello e cominciò i preparativi per le nozze. La fanciulla si fece promettere che, una volta sposata, non sarebbe più stata obbligata a trasformare la paglia in oro. 
Il Re accettò, quindi furono celebrate le nozze. Con gran gioia del mugnaio fanfarone, il matrimonio, nonostante tutto, riuscì bene. 
Il Re e la Regina erano molto felici e lo furono ancora di più quando nacque un bel maschietto. 
Ormai la Regina aveva dimenticato le passate disavventure, finché un terribile giorno improvvisamente ricomparve lo gnomo: 
-"Sono venuto a prendere tuo figlio, ricordi il patto che avevamo fatto?" 
La regina inorridì sentendo quelle parole, e ricordando la promessa.
-"Non posso! Non posso mantenere quella promessa che ti feci sventatamente! Ti offrirò in cambio tutti i miei gioielli! Chiedimi qualsiasi altra cosa, ma ti supplico, non portarmi via mio figlio!" Singhiozzò la Regina, disperata. 
Lo gnomo però disse:-“No, qualcosa di vivo mi è più caro di tutti i tesori del mondo”. 
Allora la regina incominciò a piangere e a lamentarsi, tanto che l'omino s'impietosì e disse: -“Ti lascio tre giorni di tempo: se riesci a scoprire come mi chiamo, potrai tenerti il bambino, ma ricordati, ti lascio solamente tre giorni per scoprirlo, e tu sai per esperienza di quali incredibili magie posso essere capace!" 
E detto questo lo gnomo scomparve.

Questa volta la Regina corse dal Re e gli confessò tutto. 

Furono allora chiamati alla corte tutti i sapienti del regno, i quali consultarono i loro libri per cercare di trovare il nome dello gnomo. 
Sfortunatamente però nessun manoscritto da loro esaminato parlava di gnomi dalla lunga barba bianca, vestiti di rosso e capaci di fare mirabolanti magie.
La regina passò la notte cercando di ricordare tutti i nomi che mai avesse udito, inviò un messo nelle sue terre a domandare in lungo e in largo, quali altri nomi si potevano trovare. 
Il giorno seguente, quando venne l'omino, ella cominciò con Gaspare, Melchiorre e Baldassarre e disse tutta una lunga sfilza di nomi, ma ogni volta lo gnomo diceva: -“Non mi chiamo così”. 

Il secondo giorno, ella mandò a chiedere come si chiamasse la gente nei dintorni e propose all'omino i nomi più insoliti e strani quali: Latte di gallina, Coscia di montone, Osso di balena. Ma egli rispondeva sempre: -“Non mi chiamo così”.


Erano già trascorsi due giorni e il tempo a disposizione stava per terminare, quando il terzo giorno tornò il messo e raccontò: -“Nuovi nomi non sono riuscito a trovarne, ma ai piedi di un gran monte, alla svolta del bosco, dove la volpe e la lepre si dicono buona notte, vidi una casetta; e davanti alla casetta ardeva un fuoco intorno al quale ballava un vecchietto vestito di rosso, quanto mai buffo, che ballava intorno a un fuoco e cantava:

-”Oggi fo il pane,
la birra domani, e il meglio per me
è aver posdomani il figlio del re.
Nessun lo sa, e questo è il sopraffino,
Ch'io porto il nome di Tremotino!"

All'udire queste parole, la regina si rallegrò e poco dopo quando l'omino entrò e le disse: 

-“Allora, regina, come mi chiamo?” 
ella da principio domandò: 
-“Ti chiami Corrado?” 
-“No.” 
-“Ti chiami Enrico?” 
-“No.” 
-“Ti chiami forse Tremotino?”

A questa parola un lampo colpì lo gnomo, che per la rabbia pestò in terra il piede destro con tanta forza, che sprofondò fino alla cintola, e poi nell'ira scomparve in una nube di fumo.

La Regina corse felice ad abbracciare il figlioletto e gli disse: 
-"Ormai sei salvo! Nessuno potrà più portarti via!"