mercoledì 18 aprile 2012

Estratto: "Lettere a una sconosciuta" di Antoine de Saint-Exupéry

Antoine de Saint-Exupéry, molti di voi conosceranno questo nome per il suo racconto più noto, quello con cui ha conquistato i cuori di milioni di persone al mondo, "Il piccolo principe".
Forse non tutti però sapete com'è nata l'idea di quel piccolo capolavoro.
Egli è sempre stato, come racconta nello stesso "Il piccolo principe", un uomo con l'animo da eterno bambino. Non concepisce i grandi e la loro rigidità mentale, impuntata esclusivamente verso le "cose serie", si adatta malgrado a loro, si finge noioso in un mondo di gente noiosa.
Egli però considera il suo vero mondo, quello della sua infanzia, il suo reame incantato, il castello di Saint-Maurice, dove giocava con le sorelle e il fratello.
Ed è quel mondo, quello a cui tornava sempre con la mente, quello che viveva nella sua fantasia che lo ispirava.
Un giorno il suo editore si soffermò nell'osservare la figura che Antoine disegnava dappertutto, un ragazzetto esile dalla capigliatura arruffata.
"Scrivi una storia per l'infanzia" gli disse.
E lui la scrisse e la illustrò, ancora non sapeva che quel libricino uscito a New York nell'aprile del '43, dal titolo "Il piccolo principe", sarebbe diventato un classico, un "must have" della letteratura.
Ma Antoine è triste. Ha un solo desiderio, vuole tornare a volare, ma quando gli è concesso, ha un ulteriore incidente, in seguito al quale lo riterranno troppo vecchio per volare ancora.
La primavera lo sta per abbandonare per sempre, come lui stesso dice, ma un giorno all'improvviso, come un soffio di vento, la primavera ritorna.
Su un treno, un giorno incontra quella che chiamerà la sua "petite fille", una ragazza di ventitré anni, già sposata, che fa l'autista per la Croce Rossa.
Lei sarà il suo ultimo amore, prima delle ultime missioni, prima dell' ultimo volo.
Nei mesi trascorsi sulla costa africana in attesa di raggiungere il suo gruppo di ricognizione in Sardegna e in Corsica (e il Lockheed P-38 Lightning con cui troverà la morte il 31 luglio del '44), intreccerà con lei una romantica corrispondenza; le invierà biglietti, disegni e acquarelli, lettere. Per la sua petite fille lui tornerà ad essere il piccolo principe, quel ragazzetto esile, con i capelli arruffati. Quell'immagine che lo rappresenta di più, quella in cui più si riconosce, tornerà a vivere, e senza vergogna, senza il timore di non essere compreso.
Queste lettere, questi disegni ritrovati, sono le testimonianze dell'ultimo amore di Antoine, la cui raccolta compone il libro  "Lettere a una sconosciuta".
Un'amore che fa tornare bambini, ma che, con la consapevolezza di chi è già grande e segnato dalla vita, disillude e fa soffrire.
Fa soffrire per le mancanze, per le trascuratezze, per le assenze, fa soffrire così tanto che ad un certo punto il piccolo principe scompare "Oggi non c'è nessun piccolo principe, né ci sarà più. Il piccolo principe è morto. Anzi, è diventato scettico. Un piccolo principe scettico non è più un piccolo principe. Non le perdono di averlo rovinato."


Questa è una frase ripresa dal frammento della lettera che vi propongo qui sotto. Con l'augurio che la vostra rosa non vi faccia mai del male.
Buona lettura ^_^


*   *   *  *   *   *

...Sono le cinque del pomeriggio: da ora fino al momento di dormire sarò solo, perché ai miei amici ho detto che sono stanco e non voglio vedere nessuno. La signorinella a cui ho strenuamente riservato queste ore di libertà non si è neanche data la pena di telefonare per dirmi che non veniva.
Scopro con malinconia che il mio egoismo non è poi così grande, visto che ho dato ad altri il potere di farmi soffrire.
Signorinella, dare questo potere è dolce. Vederlo usare è malinconico.
Le favole sono fatte così. Una mattina ti svegli e ti dici: "Era solo una favola..." Sorridi di te: ma nel profondo non sorridi affatto. Sai bene che le favole sono l'unica verità della vita.
L'attesa. I passi leggeri. Poi le ore che scorrono fresche come un ruscello sui ciottoli bianchi tra due rive erbose. 
I sorrisi, le parole senza importanza così piene d'importanza.
Ascolti la musica del cuore: è bello, bellissimo per chi è capace di sentire...
Ovviamente vuoi tante cose. 
Vuoi cogliere tutti i fiori e tutti i frutti. 
Vuoi respirare tutti i prati. 
Giocare. 
Ma è davvero giocare? Non sai mai dove il gioco cominci né finisca, però sai che mette tenerezza. E che sei felice.
Non mi piace il clima interiore che ha rimpiazzato la mia primavera: un misto di delusione, aridità e risentimento. Fluttuo in un tempo vuoto in cui non ho più niente da sognare. La cosa più triste quando hai un dispiacere è chiederti "vale la pena...?"
Vale la pena avere questo dispiacere per chi non si preoccupa neppure di avvisare? Certamente no. 
Allora non hai neanche il dispiacere, ed è più triste ancora.
Oggi non c'è nessun piccolo principe, né ci sarà più. Il piccolo principe è morto. Anzi, è diventato scettico. Un piccolo principe scettico non è più un piccolo principe. Non le perdono di averlo rovinato.
Non ci saranno più neanche lettere, né telefonate, né segni di vita. 
Sono stato imprudente, non pensavo che continuando così avrei rischiato di farmi male. 
E invece il roseto mi ha trafitto mentre coglievo una rosa.
Il roseto dirà: che importanza avevo per te? Io mi succhio il pollice sanguinante e rispondo: "nessuna, roseto, nessuna". Niente ha importanza nella vita. (Nemmeno la vita.) "Addio, roseto".




venerdì 24 febbraio 2012

Estratto: "Waiting for Godot" di Samuel Beckett

Benvenuti avventori.
Il tema delle attese è quello con cui voglio intrattenervi quest'oggi, mentre siete seduti a gustare la vostra cioccolata.
Questo è un tema che ho già trattato qui nei giorni scorsi.
Un tema che è spesso al centro delle nostre riflessioni.
Cosa aspettiamo?
Nella vita siamo sempre alla ricerca di qualcosa, qualcosa per cui vivere, per cui essere felici, soddisfatti. una ragione che ci spinga a fare le cose.
Ecco perché oggi vi propongo un frammento del primo atto dell'opera "Waiting for Godot" di Samuel Beckett.
Vediamo prima un po' la trama:
Due uomini, Estragone e Vladimiro, vestiti come barboni si trovano in una strada di campagna sotto un albero. Sono lì perché un certo Godot ha dato loro appuntamento.
Luogo e orario dell'appuntamento sono vaghi, ai due uomini è anche ignoto chi sia questo Godot, ma credono che quando arriverà li porterà a casa sua, e darà loro qualcosa di caldo da mangiare e li farà dormire all'asciutto.
Mentre attendono l'arrivo dell'uomo sulla stessa strada incontrano una strana coppia di personaggi: Pozzo, un proprietario terriero, e il suo servitore, Lucky, tenuto al guinzaglio dal primo. Pozzo si sofferma a parlare con Vladimiro ed Estragone.
I due sono ora incuriositi dall'istrionismo del padrone, e allo stesso tempo spaventati dalla miseria della condizione del servo.
Pozzo e Lucky riprendono il loro cammino.
Intanto è calata la sera e Godot non si è fatto vivo. Arriva un ragazzo al cospetto dei due uomini, il quale afferma di essere un giovane messaggero di Godot.
Il ragazzo dice a Vladimiro e a Estragone che il signor Godot si scusa, ma che questa sera non si presenterà all'appuntamento, ma che senza dubbio si presenterà l'indomani.
I due prendono in considerazione l'idea di suicidarsi, ma rinunciano.
Poi pensano di andarsene, ma restano.
Così si conclude il primo atto, nel secondo si ripeterà la medesima scena.
Quindi Vladimiro ed Estragone attendono sotto il medesimo albero l'arrivo di Godot.
Incontrano nuovamente Pozzo e Lucky con i quali si intrattengono a parlare. Di nuovo Pozzo e Lucky se ne vanno. E ancora una volta arriva il messaggero ad annunciare che Godot anche questa volta non si sarebbe presentato.
I due protagonisti ancora una volta prendono in considerazione l'idea di mollare tutto e farla finita. E nuovamente cambiano idea.

Ora vi propongo alcune battute che Estragone e Vladimiro si scambiano nel primo atto, centrate su quello che è il tema del testo: l’attesa di Godot.


*   *   *  *   *   *

Estragone -(Ritorna al centro della scena e guarda verso il fondo) Luogo incantevole. (Si volta, avanza fino alla ribalta, guarda verso il pubblico) Panorami ridenti. (Si volta verso Vladimiro) Andiamocene.
Vladimiro Non si può.
Estragone Perché?
Vladimiro Stiamo aspettando Godot.
Estragone Già, è vero. (Pausa) Sei sicuro che sia qui?
Vladimiro Cosa?
Estragone Che lo dobbiamo aspettare.
Vladimiro -Ha detto davanti all’albero. (Guardano l’albero) Ne vedi altri?
Estragone Che albero è?
Vladimiro Un salice, sembrerebbe.
Estragone E le foglie dove sono?
Vladimiro Dev’essere morto.
Estragone Finito di piangere.
Vladimiro A meno che non sia la stagione giusta.
Estragone A me sembra piuttosto un cespuglio.
Vladimiro Un arbusto.
Estragone Un cespuglio.
Vladimiro -Un... (S’interrompe) Cosa vorresti insinuare? Che ci siamo sbagliati di posto?
Estragone Dovrebbe essere già qui.
Vladimiro Non ha detto che verrà di sicuro.
Estragone E se non viene?
Vladimiro Torneremo domani.
Estragone E magari dopodomani.
Vladimiro Forse.
Estragone E così di seguito.
Vladimiro Insomma...
Estragone Finché non verrà.
Vladimiro Sei spietato.
Estragone Siamo già venuti ieri.
Vladimiro Ah no! Qui ti sbagli.
Estragone Cosa abbiamo fatto ieri?
Vladimiro Cosa abbiamo fatto ieri?
Estragone Sì.
Vladimiro -Be’... (Arrabbiandosi) Per seminare il dubbio sei un campione.
Estragone Io dico che eravamo qui.
Vladimiro (Occhiata circolare) Forse il posto ti sembra familiare?
Estragone Non dico questo.
Vladimiro E allora?
Estragone Ma non vuol dire.
Vladimiro -Però, però... Quell’albero... (voltandosi verso il pubblico) ... quella torbiera.
Estragone Sei sicuro che era stasera?
Vladimiro Cosa?
Estragone Che bisognava aspettarlo?
Vladimiro Ha detto sabato. (Pausa). Mi pare.
Estragone Ti pare.
Vladimiro Devo aver preso nota.
Si fruga in tutte le tasche, strapiene di cianfrusaglie.
Estragone -Ma quale sabato? E poi, è sabato oggi? Non sarà piuttosto domenica? (Pausa) O lunedì? (Pausa) O venerdì?


E ora veniamo alla domanda, c'è un Godot nelle vostre vite? Che non deve necessariamente essere una persona, c'è qualcosa che aspettate con ansia, ma che sembra farsi sempre attendere troppo?






lunedì 30 gennaio 2012

Estratto: "L'ultimo giorno" di Richard Matheson

Rieccomi dopo un po' di tempo a riaprirvi le porte del Café. Primo giorno di apertura del nuovo anno, questo perché cercavo per voi un racconto specifico, che finalmente sono riuscita a procurarmi.
Si tratta di un racconto breve di Richard Matheson, uno dei pochi autori di fantascienza universalmente conosciuti, questo anche grazie alla trasposizione cinematografica di alcune sue opere com'è il caso di "I am a Legend" e "The Shrinking Man" (Tre millimetri al giorno)
Scelgo di proporvi questo racconto, poiché siamo nel tanto atteso e da qualcuno temuto 2012 e questo racconto è ambientato giusto in un panorama apocalittico.
La fine è vicina, quello che ci viene raccontato è proprio l'ultimo giorno dell'umanità, l'intero mondo sul punto di sparire. Un meteorite fiammeggiante che colora il cielo di un rosso sangue, un calore soffocante, e tutto che finirà così, nel giro di sole 24 ore.
Il passo che ho scelto di raccontarvi è forse uno dei più commoventi del racconto, (da pelle d'oca secondo me).
E' il momento in cui il protagonista Richard si reca a casa di sua madre, per cenare con lei, sua sorella (Grace),  il marito di questa (Ray), e la loro bambina (Doris), per quella che sarà l'ultima volta.
Non resteranno lì svegli e coscienti ad aspettare di bruciare con tutto il resto. Prenderanno dei barbiturici.
E qui viene appunto descritto il momento in cui si cerca un espediente per convincere la piccola Doris a prenderli.
Ma non voglio dirvi altro, vi lascio al passo che è sicuramente più emozionante della mia descrizione.


*   *   *  *   *   *


Verso la fine del pasto Grace andò di là e tornò con una scatola che aprì, dopo essersi rimessa a sedere. Prese dalla scatola delle pillole bianche. 
Doris la guardava, i grandi occhi attenti,interrogativi.
- Queste sono caramelle, - le spiegò Grace. - Ora mangeremo tutti un po' di queste caramelline bianche, come dolce.
- Sono mentine? - domandò tranquillamente Doris.
- Si, - disse Grace. Sono proprio mentine.
Richard si sentì rizzare i capelli mentre Grace le metteva davanti a Doris. Davanti a Ray.
- Non ne abbiamo a sufficenza per tutti, - disse poi, rivolta a Richard.
- Ho le mie, - rispose lui.
- Basteranno anche per mamma?
- Io non ne prendo, - disse la madre.
In tensione com'era, Richard per poco non inveì contro di lei, non le urlò di smetterla di mostrarsi così maledettamente eroica e altruista. Ma si trattenne. Fissava inorridito e affascinato, Doris che teneva le pillole nella manina.
- Queste non sono mentine, mamma, - disse la piccola - Non sono mentine...
- Si che lo so. - Grace prese un profondo respiro. - Mangiale tesoro.
Doris ne mise una in bocca. Fece una smorfia, poi la sputò nel palmo. - Non sanno di menta, - disse sconvolta.
Grace si portò la mano alla bocca, addentandosi le nocche. I suoi occhi cercarono dsisperatamente Ray.
- Mangiale, Doris, - disse Ray. - Mangiale, su, sono buone. 
Doris cominciò a piangere. - No, non mi piacciono.
- Mangiale!.
Bruscamente Ray si girò in là, tremando da capo a piedi.
Richard tentava di immaginare un modo per indurre la bambina a mandar giù le pillole, ma non ci riusciva.
Poi, sua madre parlò.- Ora facciamo un gioco, Doris, - disse. - Vediamo se sai mandar giù tutte le caramelline prima cghe io conti fino a dieci. Se ci riesci, ti darò un dollaro.
Doris tirò su col nasino. - Un dollaro? - disse.
La madre di Richard assentì - Uno, - cominciò a contare.
Doris non si mosse.
- Due, - disse la madre di Richard. - Un dollaro...
Doris si asciugò una lacrima. - Un... dollaro, nonna?
- Si cara. Tre, quattro, sbrigati.
Doris allungò la manina verso le pillole.
- Cinque... sei... sette...
Grace sedeva immobile, a occhi chiusi. era pallidissima.
- Nove... dieci...
La mamma di Richard sorrideva, ma le labbra tremavano e c'era un luccichio nei suoi occhi. - Là, - disse, allegramente. - Hai vinto tu, brava Doris!







     

sabato 3 dicembre 2011

Estratto: "Il piccolo Principe" di Antoine de Saint-Exupéry

Lo scorso anno, il giorno dell'epifania su rai 2 trasmisero l'anteprima del film di animazione "Il Piccolo Principe" (Le Petit Prince). Quest'anno sempre su rai 2 a partire dal 10 dicembre, ogni sabato e domenica mattina alle 8:00  varrà trasmessa l'intera serie.
Dopo aver visto l'anteprima lo scorso anno e aver letto più o meno la trama,  devo dire che non ne sono assolutamente rimasta soddisfatta, anzi! Non mi è piaciuta la storpiatura di una storia, che era di per sé perfetta così come era stata concepita dal suo autore, mi è quindi venuta nostalgia dell'originale e perciò oggi, vi accolgo nel mio Café, per leggere insieme  un classico della letteratura, un libro che ha tutt'oggi la capacità di affascinare grandi e piccini, attraverso profonde metafore sull'amore e sulla vita.
Così oggi vi propongo il primo capitolo,  che per chi non lo ha letto sono sicura sarà fonte di curiosità, e vi farà venire voglia di leggere il seguito, e vi assicuro che merita! Perché questo libro, apparentemente scritto per bambini, ha in realtà molto da insegnare, soprattutto agli adulti.
Vi lascio con il dolce che avete ordinato ^_^ e vi auguro buona lettura, il libro è lì proprio sotto il piatto XD


 *   *   *  *   *   *




CAPITOLO 1

Un tempo lontano, quando avevo sei anni, in un libro sulle foreste primordiali, intitolato “Storie vissute della natura”, vidi un magnifico disegno.  
Rappresentava un serpente boa nell’atto di inghiottire un animale.  
Eccovi la copia del disegno. 



C’era scritto: “I boa ingoiano la loro preda tutta intera, senza masticarla.  
Dopo di che non riescono più a muoversi e dormono durante i sei mesi che la digestione richiede”.  
Meditai a lungo sulle avventure della jungla.  
E a mia volta riuscii a tracciare il mio primo disegno.  
Il mio disegno numero uno. Era così:  


Mostrai il mio capolavoro alle persone grandi, domandando se il disegno li spaventava.  
Ma mi risposero: “ Spaventare? Perché mai, uno dovrebbe essere spaventato da un 
cappello?” .  
Il mio disegno non era il disegno di un cappello.  
Era il disegno di un boa che digeriva un elefante.   
Affinché vedessero chiaramente che cos'era, disegnai l’interno del boa.  
Bisogna sempre spiegargliele le cose, ai grandi.  
Il mio disegno numero due si presentava così:  


Questa volta mi risposero di lasciare da parte i boa, sia di fuori che di dentro, e di applicarmi 
invece alla geografia, alla storia, all'aritmetica e alla grammatica.  
Fu così che a sei anni io rinunziai a quella che avrebbe potuto essere la mia gloriosa carriera 
di pittore.   
Il fallimento del mio disegno numero uno e del mio disegno numero due mi aveva 
disarmato.  
I grandi non capiscono mai niente da soli e i bambini si stancano a spiegargli tutto ogni volta.  
Allora scelsi un’altra professione  e imparai a pilotare gli aeroplani.   
Ho volato un po' sopra tutto il mondo: e veramente la geografia mi è stata molto utile.  
A colpo d’occhio posso distinguere la Cina dall'Arizona, e se uno si perde nella notte, questa 
sapienza è di grande aiuto.  
Ho conosciuto molte persone importanti nella mia vita, ho vissuto a lungo in mezzo ai 
grandi.  
Li ho conosciuti intimamente, li ho osservati proprio da vicino.  
Ma l’opinione che avevo di loro non è molto migliorata.  
Quando ne incontravo uno che mi sembrava di mente aperta, tentavo l’esperimento del mio 
disegno numero uno, che ho sempre conservato.   
Cercavo di capire così se era veramente una persona comprensiva.  
Ma, chiunque fosse, uomo o donna,  mi rispondeva: “È un cappello”.  
E allora non parlavo di boa, di foreste primitive, di stelle.  
Mi abbassavo al suo livello. Gli parlavo di bridge, di golf, di politica, di cravatte.  
E lui era tutto soddisfatto di avere incontrato un uomo tanto sensibile.  

Così termina il primo capitolo del libro, man mano ne posterò altri, quindi tornate presto!! :**

lunedì 14 novembre 2011

Estratto: "Chi ha spostato il mio formaggio?" di Johnson Spencer

Oggi si gela! E quale giornata migliore per un libro e un qualcosa che ci riscaldi il cuore e il pancino? *Q*__
Qualche settimana fa la mia sorellina Piccopì mi ha linkato questa storia, che può sembrare per bambini leggendone solo l'inizio, ma è in realtà una favola per grandi.
E' una metafora della vita, ci dice che se vogliamo fortemente qualcosa, e se vogliamo cambiare la nostra vita, non dobbiamo adagiarci sugli allori, ma agire ed essere noi gli artefici del nostro destino! 
Rischiare, e cambiare! Leggetela ve la consiglio, sia perché è simpatica, ma anche perché può aiutarvi a vedere le cose in maniera diversa.  
La storia narra di  una rimpatriata tra compagni di scuola,durante la quale ognuno di essi rivela come è cambiata la propria vita con il passare degli anni. Uno di loro racconta una storia che lo ha aiutato nell'affrontare i cambiamenti e le difficoltà che ha incontrato nel suo cammino. La storia ha come protagonisti quattro personaggi, due topini  Nasofino (Sniff) e Trottolino (Scurry), e i due gnomi Tentenna (Hem) e Ridolino (Haw) ed è ambientata in un labirinto tortuoso.
Buona lettura!! E poi ditemi... con con chi vi immedesimate tra i quattro personaggi di questa storia? 


*   *   *  *   *   *

I quattro personaggi passano le loro giornate in una stanza del labirinto usata come deposito di formaggio. Mentre, però, i due topi ogni mattina arrivando alla stanza del formaggio, la ispezionano per verificare i cambiamenti e tengono le scarpe legate sempre al collo per essere pronti a muoversi verso un’altra destinazione, gli gnomi pian piano si sono rilassati, arrivando sempre più tardi la mattina, e senza ispezionare la stanza in cerca di cambiamenti, convinti di poter dare per scontata la generosa scorta di cibo.

Quando il formaggio comincia a scarseggiare, i due topi lo notano, metton su le scarpe e partono alla ricerca di una stanza di formaggio più ricca: la situazione era cambiata e loro cambiavano con essa. 
Gli gnomi inizialmente non se ne accorgono, poi si lamentano dell’ingiustizia. Cercare nuovo formaggio comporta grande fatica nel labirinto e loro non vogliono rinunciare alla vita agiata costruita attorno al formaggio di quella stanza. Vogliono sapere chi ha spostato il loro formaggio.
Anche la mattina dopo, Tentenna e Ridolino tornano nella stanza, sperando di trovare formaggio. Non trovandone riprendono a recriminare. Poi Ridolino si accorge che Nasofino e Trottolino sono andati via e suggerisce a Tentenna di far come loro e addentrarsi nel dedalo in cerca di nuove riserve di cibo. Ma Tentenna rifiuta seccamente.
Nei giorni successivi Ridolino continua a proporre di andare alla ventura, e Tentenna sempre rifiuta.
Nel frattempo, Nasofino e Trottolino hanno trovato il formaggio. E’ costato molto lavoro e parecchia incertezza ma alla fine hanno trovato un nuovo deposito in una zona sconosciuta del labirinto.
Invece, giorno dopo giorno, Tentenna e Ridolino continuano a tornare al solito deposito di formaggio, nella speranza di trovarne di nuovo. Li attendono le medesime frustrazioni e le recriminazioni per quelli che credono essere loro diritti.
Finché la mentalità di Ridolino comincia a cambiare. Si immagina Nasofino e Trottolino alla ricerca di nuovo formaggio, fantastica di far parte di quella avventura. E più ci pensa più sente di voler partire. Tuttavia Tentenna ripete che se lavorassero di più riuscirebbero a trovare formaggio nel loro deposito e che si sente troppo vecchio per mettersi a cercare formaggio e si sentirebbe uno sciocco a partire.
Il giorno in cui Ridolino comprende di ripetere sempre gli stessi gesti e le stesse parole infruttuosamente, gli viene da ridere pensando a come la sua paura gli sta impedendo di agire. Scrive su un muro “Cosa faresti se non fossi impaurito?”. Rispondendo alla sua domanda, prende un respiro lungo e si lancia verso l’ignoto.
Il lungo periodo di digiuno lo ha lasciato debole e sentendo l’esiguità delle forze Ridolino dice a se stesso che se avesse avuto un altro cambiamento da affrontare nella vita, avrebbe reagito più prontamente. Vaga così per giorni trovando solo briciole. Da troppo tempo non si è aggirato per il labirinto e ora si sente disorientato. Tuttavia, deve ammettere che non è terrorizzato quanto avrebbe pensato. Per quanto faticosa possa essere la ricerca, è sempre meglio che rimanere immobili e senza formaggio. Ora controlla la situazione. Al contrario di quello che ha fatto in passato nel deposito di formaggio. Così scrive sul muro “Annusa spesso il formaggio così da sapere quando sta invecchiando”.
Si domanda se Tentenna si sia deciso a muoversi o sia rimasto paralizzato dalle paure. Riguardo a se stesso, non sa se sopravviverà, ma si sente meglio ora che è in cammino. Per questo scrive sul muro “Quando ti muovi oltre le tue paure, ti senti libero”.
Camminando comincia a immaginare la scena di quando gusterà i suoi formaggi preferiti e l’immagine è così vivida da dargli forza. Scrive allora sul muro “Immaginare di gustare il nuovo formaggio, anche prima di averlo trovato, mi conduce ad esso”.
E’ poco dopo che trova alcuni pezzi di formaggio fuori una stanza. Entra e con dolore scopre essere rimasto ben poco di quello che sembra essere stato un fornitissimo deposito di formaggio. Scrive sul muro: “Più velocemente lasci il vecchio formaggio, più rapidamente troverai il nuovo”.
Lasciando la nuova stanza Ridolino sente che a renderlo felice non è solo il formaggio, ma la sensazione di non essere controllato dalla paura. Non si sente così debole e senza speranze come ai tempi in cui era ancora nel primo deposito. Sul muro scrive: “E’ più sicuro cercare nel labirinto che rimanere in una situazione senza formaggio”.
Capisce anche che la paura nella propria mente è stata più dura della realtà: “Vecchie convinzioni non ti portano a nuovo formaggio”.
E finalmente accade. Ridolino si trova di fronte al deposito del miglior formaggio abbia mai sognato, dove - ci avrebbe scommesso, Nasofino e Trottolino riposano sazi. Comprende dunque tre cose: 1) il maggior freno al cambiamento è in noi stessi; 2) le cose non migliorano se non cambi te stesso; 3) c’è sempre nuovo formaggio là fuori, che tu ci creda o no.
Sarebbe facile ora ritornare nella pigrizia, ma non ricadrà più nel vecchio errore. Sebbene la riserva di cibo sia ingente non farà passare giorno senza controllare il formaggio e andare in perlustrazione nel labirinto, per farsi trovar pronto a un nuovo cambiamento.
In una di queste escursioni sente un rumore, come di qualcuno che si avvicini. Spera e prega che sia il suo amico Tentenna, e che anche lui abbia imparato l’insegnamento “Muoviti con il formaggio e apprezzalo”.



E voi siete pronti a partire alla ricerca del vostro formaggio? O l'avete già fatto? Quale dei personaggi vi rispecchia?







lunedì 31 ottobre 2011

Estratto: "Il gatto nero" di Edgar Allan Poe

Felice Halloween a tutti voi, specialmente a chi ha scelto di festeggiarlo nel mio café che ho addobbato per la festa ^__^
Come festeggerete il vostro Halloween? Andrete a qualche festa travestiti? Organizzerete cene a tema, o vedrete un film dell'orrore?
E che modo migliore di concludere la serata se non leggendo un racconto da brivido? >__<
Allora per voi ho scelto un classico, che forse conoscerete, è un racconto breve di Edgar Allan Poe, che io lessi per la prima volta un po' di anni fa, e ho scelto questa particolare occasione per proporlo a voi. 
Buona lettura e non fatevi spaventare troppo XDDD Muhahahahahahah!!!


*   *   *  *   *   *

Mi sposai giovane, e fui felice di trovare in mia moglie una indole congeniale alla  mia. Osservando la mia predilezione per  gli animali domestici, non perdeva occasione di procurarmi quelli  delle specie più piacevoli. Avevamo uccelli, pesci dorati, un bellissimo cane, conigli, una scimmietta e un gatto.
Quest'ultimo era un animale eccezionalmente forte e bello, tutto  nero, e straordinariamente sagace. 
Quando parlava della sua intelligenza, mia moglie, che in cuor  suo era non poco imbevuta di superstizione, alludeva spesso all'antica credenza popolare che considerava tutti i gatti neri streghe travestite. Non che ne parlasse seriamente: se accenno alla cosa, è solo perché proprio ora mi è capitato di rammentarmene.
Pluto ‐ era questo il nome del gatto ‐ era il mio beniamino, il mio compagno di giochi. Io solo gli davo da mangiare, e in casa lui mi seguiva dovunque andassi, anzi, a fatica riuscivo a impedirgli di accompagnarmi per la strada. 
La nostra amicizia durò a  questo modo per parecchi anni, durante i quali il mio temperamento, il mio carattere (arrossisco a confessarlo) avevano subito, ad opera del demone  dell'intemperanza, un radicale peggioramento.
Giorno dopo giorno divenni più lunatico, più irritabile, più indifferente ai  sentimenti altrui.  
M lasciai andare al punto di usare con mia moglie un linguaggio  brutale. Alla fine, arrivai anche a picchiarla. I miei animali,  naturalmente, risentirono di questo mutamento d'umore.
Non solo li trascurai, ma li maltrattai.  
Per  Pluto, tuttavia, conservavo ancora  quel tanto di  riguardo  che bastava a impedirmi di malmenarlo come, senza scrupolo alcuno, malmenavo i conigli, la scimmia o anche il cane,quando  per caso o per affetto mi venivano tra i piedi. Ma la mia malattia  mi divorava sempre più (e quale malattia è paragonabile all'alcool?), e alla fine anche Pluto, che si faceva vecchio e di conseguenza un po' fastidioso, anche Pluto cominciò a provare gli effetti del mio malumore.  
Una notte, tornando a casa, ubriaco fradicio, da uno dei ritrovi  che frequentavo in città, ebbi l'impressione che il gatto  evitasse la mia presenza. Lo afferrai; e allora, impaurito  dalla  mia violenza, coi denti mi ferì lievemente alla mano. Subito la  furia di un demone si impadronì di me.Non mi conoscevo più.
Sembrava che di colpo la mia anima originaria fosse fuggita via dal mio corpo; e una malignità più che diabolica, alimentata dal gin, eccitava ogni fibra del mio essere.
Trassi dal taschino del panciotto un temperino, lo aprii, afferrai la povera bestia per la gola, e deliberatamente con la  lama le cavai un occhio dall'orbita! 
Arrossisco, brucio, rabbrividisco nello scrivere di quest'infame atrocità.   
Quando, al mattino, ritornò la ragione ‐ svaporati nel sonno i fumi dell'orgia notturna ‐ provai un sentimento in parte d'orrore, in parte di rimorso per il delitto di cui m'ero reso colpevole; ma era tutt'al più un sentimento debole ed equivoco, e l'anima non ne fu toccata. Di nuovo mi diedi agli stravizi, e ben presto affogai nel vino ogni ricordo del mio atto.   
Nel frattempo, il gatto lentamente guarì. L'orbita dell'occhio perduto era, è vero, spaventosa a vedersi, ma pareva che non ne soffrisse più. Girava per la casa come  al solito ma, come ben  mi potevo aspettare, fuggiva in preda al terrore ogni qualvolta mi avvicinavo.
Tanto m'era rimasto ancora del mio vecchio cuore, che da principio mi afflisse quell'evidente ripugnanza da parte di una creatura che una volta mi aveva tanto amato, ma a questo sentimento subentrò ben presto l'irritazione.
E poi, a mia definitiva e irrevocabile rovina, sopraggiunse lo  spirito della perversità. 
Di tale spirito la filosofia non tiene conto. E tuttavia, così  come sono certo che la  mia anima vive, sono certo che la perversità è uno degli impulsi primitivi del cuore umano, una delle indivisibili facoltà primarie, o  sentimenti, che 
danno  un  indirizzo  al  carattere  dell'uomo. 
Chi non si è sorpreso cento volte nell'atto di commettere un'azione spregevole o stolta per la sola ragione che sapeva di non doverla commettere?  
Non abbiamo forse, a dispetto del nostro miglior consiglio, una  perpetua inclinazione a violare ciò che è legge, solo perché la riconosciamo come tale? A mia definitiva rovina, ripeto, sopraggiunse questo spirito di perversità. 
Fu questa insondabile  brama dell'anima di tormentare se stessa, di far violenza alla  propria natura, di fare il male per puro amore del male, che mi spinse a continuare e infine a consumare  l'offesa che avevo inflitto all'inoffensiva bestiola. 
Una mattina, a sangue freddo, le infilai un cappio al collo e la appesi al ramo d'un  albero; l'impiccai con gli occhi colmi  di lacrime e col più amaro rimorso nel cuore; l'impiccai perché sapevo che  mi aveva amato, e perché sentivo che non mi aveva dato ragione alcuna per farle del male; l'impiccai perché sapevo che così facendo commettevo un peccato, un peccato mortale  che avrebbe compromesso la mia anima immortale al punto da porla ‐ se ciò fosse possibile ‐ al di là della misericordia senza fine, di un Dio infinitamente pietoso e terribile.


La notte che seguì il giorno in cui fu commesso quell'atto crudele, mi destò dal sonno il grido «Al  fuoco!». Le cortine  del mio letto erano in fiamme. Tutta la casa ardeva. Con grande  difficoltà sfuggimmo all'incendio: mia  moglie, un domestico, e io. La distruzione fu completa. Tutte le mie ricchezze terrene vennero divorate dal fuoco, e da allora mi abbandonai alla disperazione.
Non cerco di stabilire un rapporto di causa ed effetto tra il sinistro e l'atrocità: sono superiore a queste debolezze, ma ora  sto descrivendo una  catena di eventi, e non voglio che nessun  anello risulti imperfetto. All'indomani dell'incendio, 
ispezionai le  rovine. Con una sola eccezione, i muri erano  crollati. L'eccezione riguardava un muro divisorio, non molto spesso, che stava, più o meno, nel mezzo della  casa, e contro  il quale prima poggiava la testata del  mio letto. Qui l'intonaco 
aveva resistito in gran parte all'azione del fuoco, giacché ‐ a questo attribuii il fatto ‐ era stato steso di recente. Intorno a questo muro si era raccolta una fitta folla, e molte persone sembravano esaminare una certa parte con minuziosa e viva 
attenzione. 
Le parole «strano!» «singolare!» e altre espressioni analoghe destarono la  mia  curiosità. Mi avvicinai e vidi, come scolpita  a bassorilievo sulla superficie bianca, la figura di un  gigantesco gatto. L'immagine era resa con stupefacente 
esattezza. 
Intorno al collo dell'animale, c'era una corda [...]

Vi lascio con un cocktail a tema ^__< 
Buon Halloween a tutti!!

giovedì 20 ottobre 2011

"L'abbraccio analfabeta" di Carlo Molinaro

Questo è un periodo che ispira alla lettura, le giornate fredde in cui magari non si hanno impegni, e si può stare a casa al calduccio, sono quelle ideali per darsi alla lettura. E allora rieccomi qui, ok questa non è casa vostra, è un semplice café, spero però di riuscire a farvi sentire a casa.
Quello che vi propongo oggi non è un passo di un libro,  però non è nemmeno una poesia, potrei definirlo un pensiero.  
Un pensiero espresso con una metafora iniziale, che se in un primo momento può apparire strana (accomunare una persona che abbraccia la prima volta con un sordomuto) poi ci appare così vero come paragone che non riusciamo a trovarne uno migliore per definire quella situazione e quell'emozione.
Capisco benissimo quello di cui parla lo scrittore, perché l'ho provato sulla mia pelle ... ora vi lascio alla lettura.
P.S: è breve, non è stancante da leggere, ed è molto bello, quindi leggete e commentate please ^_^


*   *   *  *   *   *

"Quando uno non ha abbracciato nessuno
da giovane, per anni, per decenni,
perché bloccato, per l'educazione,
per timidezza, per la solitudine,
perché in famiglia non si usa o per altri
motivi, quando finalmente abbraccia
- perché, a un'età qualsiasi, succede
che si sciolgano i nodi - allora lui
mentre abbraccia, è come i sordomuti
quando imparano col metodo vocale:
fanno vibrare le corde e ci contano
di emettere quel suono, ma non è che lo sentono:
guardano l'altro e se l'altro ha capito
sono felici: ci sono riusciti,
con l'impegno e il puntiglio, a fare il suono.

Così l'analfabeta degli abbracci,
quando finalmente si decide,
non ha gesti spontanei, studia come
muovere il braccio, la spalla, come stringere
di più o di meno, è stupito e impaurito
- benché felice - del contatto del corpo
sul corpo. È felice, è più felice di altri
che hanno sempre abbracciato, fin da piccoli:
è felice, è una conquista: ma recita
l'abbraccio, è in ansia che gli venga bene,
in pratica lo mette in scena, e gli altri
se ne accorgono, a volte se ne accorgono
e credono che sia un abbraccio finto:
invece è il più felice degli abbracci:
lui ci è arrivato per strade difficili
e quasi piange mentre riesce a fare
ciò che per altri è una cosa normale.

Se incontri uno così, devi capire
che non è finto, è il più vero dei veri:
lui finge ciò che veramente fa
perché non lo sa fare senza fingere:
è un po' come il poeta di Pessoa,
ma è così vero che dopo l'abbraccio
riuscirebbe a volare per la gioia:
però nessuno se ne accorge mai
perché, come l'abbraccio, anche lo sguardo
e gli altri gesti sono troppo incerti,
sgrammaticati, come di straniero,
e si resta perplessi, diffidenti.

Sono persone che fanno fatica
nelle cose più semplici, che mai
ti aspetteresti. Poi da soli in casa
cantano, ridono, scrivono versi."