martedì 17 settembre 2019

Recensione: "Al di là del mare" di Lauren Wolk

Titolo: Al di là del mare
Titolo originale: Beyond The Bright Sea
Autore: Lauren Wolk
Editore: Salani
Data di pubblicazione: maggio 2019
Pagine: 314
Prezzo: 15,90 € (cartaceo) 8,99€ (ebook)

Trama:
Quando aveva poche ore di vita, Crow fu ritrovata in una vecchia barca che nella notte si era arenata sulla spiaggia: questa è la storia che le racconta Osh, il pittore, come una favola della buona notte.
Per dodici anni Crow ha vissuto con lui su un'isoletta circondata dal mare e dal cielo, come sotto un incantesimo selvaggio e felice, accudita dal ruvido affetto della signorina Maggie. Ma le mani di Osh e della signorina Maggie sono le uniche che l'abbiano mai toccata: sembra che gli altri abitanti stiano alla larga da lei, come se ne avessero paura.
Perché? Cosa si nasconde dietro le sue origini?
Una notte in cui vede divampare un misterioso fuoco nell'isola di fronte, Crow decide di scoprirlo, cominciando una ricerca che la porterà su sentieri assai più pericolosi del previsto, che sfideranno la sua identità e il suo senso di appartenenza, ma che le riveleranno cos'è davvero una famiglia.

Recensione:
Una storia che parla di mare, della ricerca della propria identità, di famiglia e di un passato misterioso, avvolto in un mare di nebbia, o meglio, sotto una coltre di terra e sabbia.
Quello che Lauren Wolk racconta in queste pagine, come lei stessa afferma, è un viaggio alla ricerca di se stessi e della felicità. E spesso le due cose si trovano lungo la stessa strada o, ancora più spesso, capita anche si ricerchino nonostante siano già ben presenti con noi, senza che ce ne accorgiamo.
È questo, più o meno, quello che succede alla dodicenne Crow. Nonostante la ragazzina sia perfettamente felice e soddisfatta della sua vita, fatta di poche cose e poche persone, sente che qualcosa le manca.
A prescindere dalla serenità che le dà la bellezza sconfinata del mare, della calma della sua isoletta, della particolarità della sua casetta sgangherata (che non sostituirebbe mai con nessuna reggia al mondo), dall'affetto incondizionato che Osh e la signorina Meggie provano per lei, a prescindere da tutto questo, qualcosa le manca terribilmente, le manca una parte di se stessa, della sua storia.
Crow non sa nulla del suo passato, chi è lei? Da dove viene? Chi l'ha messa su una vecchia scialuppa che imbarcava acqua in una sera d'estate? E perché lo ha fatto?
E perché tutti gli abitati di Cuttyhunk la tengono alla larga?
Sono tante le domande a cui la ragazzina desidera dare risposta e, una sera d'estate come le altre, un insolito fuoco acceso nella vicina isola di Penikese darà inizio ad una tumultuosa avventura che la porterà a molte risposte che cercava, e alla verità sulle sue origini.
I temi che la Wolk affronta sono tanti e profondi, unisce abilmente fatti reali e personaggi storici con avvenimenti e persone partorite dalla sua fantasia, dando vita ad una storia bellissima e toccante, gioiosa e allo stesso tempo triste, realistica e allo stesso tempo avventurosa.
La scrittrice affronta anche un argomento che mi ha sempre colpito molto, e che fa parte della realtà del passato delle isole Elizabeth, in particolare dell'isola di Penikese.
La piccola Crow, infatti, mentre è lì, che tempesta di domande e di "perché" Osh (l'uomo che l'ha trovata quando era ancora in fasce, piangente, in una barca mezza allagata) e la signorina Meggie (la donna dolce, materna e paziente, che ha aiutato Osh nel crescerla, sin da quando era stata ritrovata), scopre che il resto degli isolani della vicina Cuttyhunk la evita perché pensa che provenga proprio da Penikese, l'isola in cui, fino a pochi anni prima, erano confinati i malati di lebbra, nell'unico lebbrosario delle vicinanze.
Da qui, ovviamente, il desiderio della bambina di scoprire la verità sulle sue origini cresce a dismisura, inizialmente perché desidera solo mettere a tacere quelle dicerie e essere trattata e considerata alla stregua di tutti gli altri, ma poi perché sentirà quella strada così, prima così temuta, sempre più vicina a sé.
Con Crow, a poco a poco scopriamo pezzettini della sua storia, come un piccolo puzzle ricomponiamo i pezzi, e ci avviciniamo alla verità. La vediamo superare ostacoli di diverso genere: affrontare traversate da sola, mentire a chi ama, in un certo senso, anche egoisticamente, ferire i sentimenti di chi l'ha sempre cresciuta considerandola sua figlia, e affrontare nemici spietati e inaspettati.
Tutto pur di conoscere il suo passato, tutto pur di sapere da dove viene.
Una storia commovente, un nucleo familiare a cui non ci si può non affezionare e un'ambientazione meravigliosa che ci fa capire che la felicità è vivere dove desideriamo, essere chi vogliamo essere e, soprattutto, che la si trova se si vive con le persone a cui vogliamo bene.

Considerazioni:
Questo è il primo libro che leggo di Lauren Wolk, ma possiedo anche il suo primo romanzo "L'anno in cui ho imparai a raccontare le storie", di cui tempo fa avevo letto l'anteprima e mi aveva colpito e incuriosito sin dalle prime pagine. Successivamente quel libro mi è stato regalato, ma non l'ho ancora letto, posso solo dirvi che già dalle prime pagine avevo desiderato di proseguirlo e che anche quello ha come protagonista una ragazzina. E credo proprio che lo leggerò presto perché mi piace davvero tanto il modo di scrivere della Wolk, mi piacciono le ambientazioni che ricrea, i personaggi a cui dà vita, il modo delicato in cui descrive loro e i loro sentimenti.
Ecco, questa è probabilmente una delle cose che più ho apprezzato in questa storia.
L'amore che Osh dimostra alla sua bambina, perché sì, la considera sua, senza mai dirglielo apertamente, ma dimostrandoglielo in tutti i modi possibili. La libertà con cui le permette di ricercare il suo passato senza mai tarparle le ali, ma che non gli impedisce di mostrasi, di tanto in tanto, ferito dalla mancanza di delicatezza che la bambina dimostra per i suoi sentimenti.
Sia chiaro, non faccio una colpa a Crow, credo (non posso saperlo con certezza poiché non mi sono trovata nella sua situazione) che la voglia di scoprire le sue origini sia legittima (anche se, sinceramente, me l'aspetterei di più da una persona più adulta, forse una bambina di dodici anni - che vive in piena libertà vicino al mare - penserebbe ancora a giocare e a divertirsi, e non alle domande esistenziali ma, ripeto, non lo posso sapere, non avendo vissuto la sua situazione), ma da lei mi sarei aspettata un po' più di tatto, quando davanti ad Osh ripeteva , senza pensarci due volte, frasi come "non so chi è mio padre", "non ho una famiglia" ecc.
Però questo la rende semplicemente umana, una bambina che egoisticamente, ma in modo comprensibile, vuole tutto, tutto ciò che sente le sia stato tolto.
Ho adorato, nonostante i piccoli litigi e i musi lunghi, il rapporto tra i due, come ho adorato anche il personaggio della signorina Meggie.
I tre, insieme alla gattina Mouse, formano un delizioso quadretto familiare, che è impossibile non amare. Quattro esseri viventi che vivono di poco, di ciò che dà loro il mare e la terra e non vogliono nulla più, per essere appagati, che il bene l'uno dell'altro.
Come si potrebbe non essere felici così?
Chi sentirebbe il bisogno di qualcos'altro?
Poi la Wolk mi ha nuovamente conquistato con la triste storia del sanatorio e dei suoi degenti.
Il lebbrosario di Penikese, un pezzo di storia inserito in un racconto di fantasia, un modo per immaginare la vita di coloro che a Penikese, o in chiunque altro posto del mondo, hanno vissuto isolati perché colpiti da questa malattia.
Ricordo, e ve ne ho già parlato nella recensione di "Svegliami quando tutto sarà finito" di Robyn Schneider, che posti come quello, sanatori quindi, esistevano fino a pochi anni fa. L'ultimo Lebbrosario esistente in Italia, a Gioia del Colle, è stato chiuso giusto un po' di anni fa, e mi colpì tantissimo vederlo sulla mia strada durante un viaggio in macchina, qualche anno fa.
La visione di quel grande edificio, circondato da un enorme giardino e nascosto da alti alberi, mi portò proprio a pensare alla vita che doveva condurre chi era costretto a viverci. 
L'isola di Penikese, come dice la stessa autrice, era una prigionia necessaria per i malati che non potevano sfuggirgli, che non avrebbero potuto mai abbandonarla e per quelli che erano consapevoli avrebbero finito lì i propri giorni, ma era un posto totalmente diverso per quei turisti che vi si recarono successivamente negli anni, per brevi campeggi o gite estive.
Buffo e anche triste come il senso di un luogo possa cambiare così tanto a seconda del punto di vista di chi vi ha vissuto.
Se volete approfondire ulteriormente il tema dei sanatori vi invito a leggere anche il libro della Schneider, che lo ha affrontato con molta delicatezza e verità.
Per quanto riguarda, invece "Al di là del mare", penso sia il libro perfetto per concludere l'estate. 
Una bella storia, in cui si sente l'importanza imprescindibile dei legami e dei luoghi, malinconica e dolce come lo sono i tramonti di fine estate.

Ringrazio Salani per avermi inviato una copia cartacea di questo libro

il mio voto per questo libro

6 commenti:

  1. Veramente alta la votazione di questo libro.
    In effetti leggendo il tuo post mi hai incuriosito, sembra proprio una bella storia ricca oltre che commovente.

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    1. lo è, mi è piaciuto davvero tanto, e poi sa proprio di estate *-*

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  2. Ciao :-) Non ho mai letto nulla di questa autrice, è sempre un piacere scoprire nuovi autori. Mi ha incuriosito la storia del lebbrosario e anche il primo romanzo dell'autrice, magari partirò da lì!

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    1. L'anteprima di quello mi incuriosì sin dalle prime pagine, penso che anch'io lo leggerò presto :)

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  3. Cavolo! Li ho sul Kobo, eppure lo avevo snobbati impunemente.... A questo punto si deve rimediare 🤗🤗

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