lunedì 2 settembre 2013

Estratto: "Il Giardino segreto" di F.H Burnett

Salve avventori.
Oggi voglio proporvi un breve estratto tratto da "Il Giardino segreto" F.H Burnett, un libro al quale sono molto legata.
Lo lessi quando ero una ragazzina, e attraverso le sue parole ho sognato, di avventurami con Mary Lennox in quella casa dalle cento stanze chiuse, oltre la brughiera nello Yorkshire, e di scoprire con lei quella chiave per aprire il giardino chiuso da dieci anni e i segreti racchiusi in esso.
Ho riletto il libro ultimamente e voglio rendervi partecipe di questa riflessione che la scrittrice ci offre nell'ultimo capitolo.
Parla della volontà di non lasciarsi trasportare dalla negatività che ogni tanto nella vita ci può colpire, di non lasciarsi abbattere dai brutti pensieri, non covarli dentro per poi ritrovarli più forti, più grandi e difficili da distruggere.
Credo che rileggere ogni tanto questo passo possa far bene, come il giardino segreto ha fatto bene ai giovani protagonisti di questo racconto.
Buona lettura!! ^__^

...Vi verrebbe mai in mente, sapendo che una persona ha una malattia molto grave e contagiosa, di andare a razzolare fra le sue cose, non per offrire aiuto, ma per curiosità o leggerezza, sapendo che correte il rischio di ammalarvi e forse morire per quel contagio? 
Penso di no, che non vi verrebbe mai in mente di farlo. Ebbene, spesso si corre un rischio ancora più subdolo, forse ancora più grave, quando si permette a un pensiero cattivo o anche semplicemente triste, di insinuarsi nella nostra mente e di restarci.
Come si può combattere il microbo della malattia se subito si provvede a disinfettarci, così si può fare con il germe del pensiero che può nuocerci molto di più. Si riesce a cacciarlo, se non ci si compiace di tenerlo e farlo crescere; in questo caso può rovinarci tutta la vita. 
Finché Mary rimase di proposito signorina Sempre-no, con pensieri di non considerazione e antipatia per gli altri, alimentati dalla sgradevole impressione di non essere amata e dalla stupida arroganza di non voler far niente per riuscire più simpatica o per capire i punti di vista altrui, rimase sempre una bimbetta giallognola, malaticcia, annoiata, insopportabile e sola. 
Ma per fortuna le circostanze della vita - seppure tragiche e dolorose - le vennero in aiuto. Dal suo posto di reginetta incontrastata in India, andò a finire nello Yorkshire. 
Da un mondo di persone che la trattavano con tanti riguardi spesso assurdi, passò alla convivenza con persone schiette, sincere e semplici come Marta, Dickon, la loro mamma, Ben. 
La sua mente annoiata e piena solo di superbia e orgoglio cominciò a poco a poco a osservare e vedere che nel mondo esistevano anche i pettirossi, casette piene di bambini che scorrazzavano nella brughiera allegramente anche se non erano ricchi (e forse ancora di più per questo), vecchi giardinieri brontoloni ma interessanti, e poi... la primavera, il giardino che ricominciava a vivere, Dickon e i suoi amici. A questo punto i pensieri negativi e tristi che l'avevano oppressa avvelenandole sangue, fegato e stomaco, se n'erano andati a poco a poco: non c'era più posto per loro! 
Dovevano entrare, ed entravano trionfalmente, i pensieri nuovi. 
Lo stesso era accaduto a Colin: finché era rimasto chiuso nella sua stanza, rimuginando le sue paure e i suoi mali e sfogandosi col coltivare odio e incomprensione verso gli altri, con timori assurdi di malattie immaginarie, di morte precoce, era stato veramente un povero ragazzo, malato di nervi, capriccioso, sgradevole a se stesso e agli altri. 
Colin non aveva neppure un'idea di cosa volesse dire una bella giornata di sole all'aria aperta, che cosa fosse la primavera; se qualcuno gli avesse detto che con uno sforzo di buona volontà avrebbe potuto camminare perché era un ragazzo come tutti gli altri, non ci avrebbe creduto, anzi! Ma quando i nuovi pensieri cominciarono ad entrare piano piano in lui, i vecchi vennero cacciati, il ragazzo migliorò subito, il sangue cominciò a circolare nelle sue vene con impeto nuovo e così le membra intorpidite ripresero le loro funzioni. 
Quelli che lui chiamava «esperimenti scientifici» erano semplici propositi ed esercizi di buona volontà, di impegno per migliorare, non avevano di soprannaturale o di magico. 
Fatti ben più sorprendenti di quelli che abbiamo visto finora possono accadere a chi, quando si senta scoraggiato o depresso, sia capace di reagire subito cacciando quel pensiero cattivo che lo opprime con uno buono, luminoso. Ci vuole uno sforzo di volontà per fare questo, a volte anche grande, ma si può farlo. 
Due cose opposte non possono stare nello stesso posto: «Sullo stelo dove coltivi una rosa, non potrà mai sbocciare un cardo».


mercoledì 28 agosto 2013

Recensione "La bambina senza cuore" di Emanuela Valentini

Titolo: La bambina senza cuore
Autore: Emanuela Valentini 
Editore: Speechless Books
Data di pubblicazione: 2013
Pagine: 273
Prezzo: 0,00 € (ebook gratuito)

Trama:
Whisperwood, 1890. Una bambina di soli 12 anni, uccisa da un assassino misterioso, viene sepolta sotto la neve, mentre la cittadina intimorita si interroga su chi possa mai aver compiuto un tale delitto.
1990 -Whisperwood è una cittadina immersa nei boschi dai quali è isolata dal resto del mondo come un'oscura barriera. Qui il tempo sembra essersi fermato, non solo nell'aspetto della città, ma anche nell'animo dei suoi cittadini che sembrano temere ogni idea di progresso.
Questa non è certo l'unica stranezza di Whisperwood, qualcosa di arcano e misterioso agisce di notte rendendo i cittadini vittime e prigionieri di una misteriosa maledizione.
Una sola la regola: non uscire di notte, e Nathan, come tutti del resto, questa regola la conosce bene, perché con questa regola ci è cresciuto.
Una sera però, in seguito ad una furiosa lite con suo padre Nathan sembra dimenticarsene, infrangerà la regola e vivrà la sua prima notte fuori dalle mura di casa, una notte, quella, dalla quale più di un'esistenza cambierà per sempre...

Recensione: 
Mi piace definire questo libro come una "macabra danza tra passato e presente".
La scrittrice passa abilmente da un tempo all'altro, dando vita ad un intreccio di storie ben ordito, in cui la storia di ogni personaggio ha un senso se legata a quella degli altri.
Un modo di scrivere, questo, che crea curiosità e aumenta il mistero, spingendo il lettore a porsi domande sul legame esistente tra i vari personaggi e spronandolo a proseguire la lettura per scoprire la vera natura dei misteri in cui città e protagonisti sono avvolti.
Il linguaggio è ricercato, l'autrice descrive scene tetre e, in alcune occasioni, cruente con una delicatezza tale da farle apparire più naturali di quanto non siano in realtà.
La morte ad esempio, assieme alle maledizioni, è protagonista indiscussa del racconto, che inizia appunto dalla celebrazione di un funerale. 
C'è chi l'aspetta, chi la vive, chi tenta di fuggirgli, chi la brama e chi impudentemente le va incontro, quasi come fosse una presenza corporea e tangibile.
Non viene tuttavia trattata come un tema forte, ma come qualcosa che fa parte della vita di ogni essere vivente.
Emanuela Valentini ci porta così in un luogo incantato, tra presenze misteriose che vagano di notte uccidendo chiunque, fantasmi, statue di pietra che si muovono e parlano, tra chi fugge dalla verità e chi, come noi lettori e il giovane protagonista del racconto, vorrà venirne assolutamente a capo.

Considerazioni:
Quello che ho maggiormente apprezzato del modo di scrivere di Emanuela Valentini è la sua capacità di trasformare le parole in immagini, così capita che leggendo ci si dimentichi di osservare solo delle parole su una pagina bianca, si ha invece l'impressione di guardare delle fotografie o di avere la scena che si svolge nitida di fronte ai nostri occhi.
All'inizio del racconto, ad esempio, la scrittrice attraverso le sue parole ci porta in un passato suggestivo, dall'atmosfera invernale, tra personaggi pettegoli e bigotti che ben rendono l'idea di una timorosa cittadina chiusa in se stessa e dimenticata da tutti.
Mi è spiaciuto abbandonarla, mi è spiaciuto abbandonare l'idea che l'intero racconto fosse vissuto in quell'epoca, e soprattutto mi è spiaciuto abbandonare la piccola Rosie Maud, dalla cui manina bianca spuntavano per magia piccoli fiori colorati, sua madre e il loro dolce legame.
Venire poi, alla pagina successiva, catapultata in un'epoca molto lontana da quella, cent'anni dopo, mi ha un po' intristito, volevo conoscere ancora molto di quella magica bambina, volevo sapere la sua storia, non quella di qualcun altro.
Ho cominciato a leggere di quella nuova Whisperwood un po' delusa, ma la delusione non è durata molto. 
La scrittrice ci ha messo poco a ricatturare la mia attenzione e la mia curiosità.
Il tema trattato, quello delle maledizioni familiari, mi ha sempre interessato e affascinato. La dedica iniziale e l'epilogo dei ringraziamenti, presenti nel libro, hanno reso, ai miei occhi, tutto il racconto più affascinante, poiché la stessa autrice dichiara di essere stata a sua volta vittima di una maledizione.
Può una cosa del genere non destare curiosità? 
Ora, non so se questo faccia parte di una studiata azione di marketing, ma dato che a queste cose personalmente credo, e che voglio confidare nella buona fede dell'autrice, propendo per il crederci.
Come ho già scritto nella recensione ho apprezzato il modo in cui le varie storie presenti nel racconto sono ben intrecciate tra loro. 
Ognuna contribuisce ad aumentare il mistero delle altre e ognuna contribuisce a mettere ogni pezzo del puzzle al suo posto.
Ecco di cosa si tratta, questo racconto è un piccolo puzzle ben narrato, ricco di incanto, magia, tenebre, mistero, solitudine, morte e amore.


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Il mio voto per questo libro

lunedì 5 agosto 2013

Recensione: "Mansfield Park" di Jane Austen

Titolo: Mansfield Park
Autore: Jane Austen
Editore: Einaudi 
Data di pubblicazione: Aprile 2013
Pagine: 503
Prezzo: 9,00 €

Trama:
Mr. Price è tra le tre sorelle Ward quella che ha contratto il matrimonio meno favorevole, ha infatti sposato Mr. Price un uomo rozzo, senza cultura o capacità particolari e con mezzi molto limitati.
I due hanno avuto numerosi figli, che a stento riescono ad educare e mantenere con le loro modeste entrate.
Sua sorella maggiore Lady Bertram, a cui era anni prima, spettato un destino matrimoniale più vantaggioso, avendo sposato il baronetto Mr. Bertram, prende la decisione assieme al consorte di togliere a Mr. e Mrs. Price, già molto in difficoltà, il peso di occuparsi di uno dei  figli, prendendolo loro stessi in affidamento.
Scelgono la secondogenita Fanny, che data l'età, 9 anni, simile a quella delle loro stesse figlie, avrebbe potuto godere al meglio della loro compagnia, al fine di migliorare i propri modi e la propria educazione.
Fanny così si reca, seppur controvoglia, a Mansfield Park.
Il suo carattere umile, fin troppo sensibile e suscettibile alle critiche, non le rendono facile ambientassi in fretta.
Le cugine, Maria e Julia, non perdono occasione, seppur non facendolo con cattiveria, di notare ed evidenziare le numerose lacune della nuova arrivata.
Nell'aspetto, nell'eleganza, nei modi, nella conoscenza, nella preparazione, in tutto lei appare carente.
La stessa Fanny, non essendo capace di controbattere a qualcosa che lei stessa ritiene vero, si limita a sentirsi umiliata e a chiudersi maggiormente in se stessa.
Solo il cugino Edumnd, comprendendone lo stato d'animo e la bontà dei sentimenti, le è di conforto.
Lui diventa per lei suo confidente e consigliere, il metro morale in base al quale giudicare i comportamenti propri e degli altri.
Gli anni passano e l'affetto che Fanny nutre nei confronti di quello che è suo cugino e unico punto di riferimento aumenta, fino a trasformarsi in amore, che la ragazza terrà segreto, inizialmente anche a se stessa.
L’arrivo dei fratelli Crawford, Henry e Mary, due sofisticati londinesi, rompe la monotonia della sonnolenta Mansfield, creando in breve tempo non pochi sussulti nei cuori dei giovani Bertram...

Recensione:
Fra quelli che ho letto sin ora ("Ragione e Sentimento e "Orgoglio e Pregiudizio") "Mansfid Park" è quello che maggiormente si distacca dagli altri, soprattutto all'inizio del romanzo, quando la Austen, per la prima volta, ci raccolta di una bambina timida, insicura e impaurita, che fatica ad ambientarsi in un posto in cui non si sente all'altezza di nulla e di nessuno.
Di tutte le protagoniste che Jane ci racconta nei suoi romanzi, Fanny è senza dubbio quella più passiva.
Raramente esprime opinioni o partecipa ai dialoghi, e spesso, anche se è presente in una scena. ci si dimentica di lei, tanto è silenziosa e taciturna.
Fanny è in realtà un personaggio riflessivo, nel romanzo dà vita ai suoi pensieri solo quando è sola, rinchiusa nella stanza a est.
Spesso tende a censurare i suoi stessi pensieri, poiché anche solo il pensar male, di chi le è accanto le procura sensi di colpa.
La scrittura in questo romanzo mi è parsa, in alcuni paragrafi più che in altri, confusa.
Spesso nei dialoghi ho fatto fatica a comprendere, chi, dicesse cosa.
Inoltre ho trovato la scrittrice prolissa in alcuni discorsi.
Se in "Ragione e Sentimento" ho lamentato che non ci fossero dialoghi tra le coppie d'innamorati (Marianne e  Willoughby;  Elinor e Edward) che ne accertassero i sentimenti, qui ce ne sono fin troppi, e non sono nemmeno di natura propriamente sentimentale.
Edmund e Mrs. Crawford spesso si confrontano sulle proprie idee e convinzioni in merito alla figura dell'ecclesiastico, dell'abito, del prendere o meno i voti, della lunghezza più o meno eccessiva della messa ecc.
Tutti argomenti che vengono dilungati eccessivamente, e credo che questo sia attribuibile alla volontà della stessa scrittrice di farci sapere il suo parere in merito a tali questioni.
Per queste ragioni ho trovato questo romanzo più "pesante" e meno appassionante di quelli letti in precedenza della medesima autrice.

Considerazioni:
Se non hai letto il romanzo, e hai intenzione di farlo fermati qui!
Fanny è un personaggio che ha da subito catturato la mia simpatia. 
Una bimba di nove anni, costretta suo malgrado a lasciare la  famiglia, catapultata in un'altra dove tutti le sono estranei e nessuno sembra sforzarsi di darle affetto, o farla sentire meno sola, a chi non farebbe tenerezza?
Il suo carattere umile, taciturno, non capace di rispondere alle offese e serbare rancore, non fa altro che accrescere nel lettore l'affetto nei suoi riguardi.
Questo è successo a me, almeno fino ad un certo punto!
Crescendo Fanny ha maturato dei sentimenti nei confronti del cugino Edmund, e questo le ha fatto conoscere anche un'altro sentimento fino ad allora mai provato... la gelosia.
Fanny non è mai stata gelosa delle cugine, e a loro, come alla terribile zia Norris, ha sempre perdonato e giustificato ogni offesa o cattiveria a suo danno e ogni vanità e presunzione.
A Mrs. Crawford però non perdona nulla, e sebbene questa si dimostri in più occasioni sempre gentile e piena di riguardi nei suoi confronti, Fanny non smette di vedere del marcio in ogni suo gesto e parola.
Questo mi ha reso via, via il suo personaggio sempre più antipatico.
Ora io ammetto di essere portata a giudicare quello che leggo influenzata da quella che è la mia mentalità, sicuramente più aperta rispetto a quelli che sono i tempi in cui è stato scritto il romanzo, ma no ho trovato comportamenti o affermazioni eccessivamente oltraggiose in Mrs. Crawford, anzi, mi sono ritrovata spesso in accordo con molte delle sue convinzioni.
Il suo essere screanzato e scherzoso, il suo spirito sarcastico e malizioso mi hanno divertito e mi hanno ricordato sia Marianne (di "Ragione e Sentimento", che resta fra tutti i personaggi della Austen quello che ho maggiormente amato) ed Elizabeth (di "Orgoglio e Pregiudizio")
I giudizi di Fanny, influenzati inconsapevolmente dalle convinzioni dell'uomo di cui è innamorata, li ho trovati spesso ingiusti e presuntuosi.
Come può una ragazza che ci viene presentata in maniera tanto umile avere la presunzione di ritenere sciocca un'altra persona, solo perché ha idee diverse dalle sue? E diciamocelo, più moderne!
Così il racconto, che inizialmente mi stava coinvolgendo perché diverso dagli altri (e io non avrei proprio voluto ritrovarmi a leggere la seconda ristesura di "Ragione e Sentimento") ha finito per annoiarmi.
Andando avanti ho percepito la svolta, e la storia ha ricominciato ad appassionarmi, il corteggiamento di Hanry l'ho trovato un bel cambiamento, dava freschezza e brio ad un romanzo dai toni un po' smorti, dove la tristezza e il senso di colpa avevano fatto, sino ad allora, da padroni.
Avevo sperato di vedere Fanny coinvolta, man mano, in questo sentimento, di vederla allegra e spensierata lasciarsi andare ad un amore fatto di passione, e non di solo affetto fraterno e stima morale, come quello che la lega al cugino.
E invece no! La Austen (a parer mio) rovina tutto, facendo tornare Hanry a vestire i panni di un mascalzone. 
Anche questa volta com'era già successo in "Ragione e Sentimento" ci regala un finale affrettato (anche se in questo caso, l'ammetto, non vedevo l'ora che il libro finisse) in cui, in poche righe veniamo a conoscenza dell'amore nato tra Edmund e Fanny.
E troviamo il povero Edmund rilegato in un amore che non aveva mai desiderato, il che ancora una volta mi ha ricordato Marianne e il suo matrimonio improvviso con il colonnello Brandon (scelta che anche in quel caso ho disprezzato U_U)
In conclusione sono giunta a ritenere che alla cara Jene, l'amore passionale non vada tanto a genio. 
La scrittrice appare sempre pronta a sgretolare ogni sogno di futura felicità, in favore di affetti meno sentiti e forse a suo parere più duraturi.


Il mio voto per questo libro

venerdì 2 agosto 2013

Recensione: "Bari Noir" di Roberto Recchimurzo

Titolo: Bari Noir
Autore: Roberto Recchimurzo
Editore: Wip Edizioni
Data di Pubblicazione: Febbraio 2009
Pagine: 106
Prezzo: 9,00€

Trama:
Robert Remur nasce nella Bari vecchia in un ambiente non propriamente adatto ad un bambino, sua madre è un'insegnante francese e suo padre un malavitoso molto conosciuto in città. Robert cresce così, fra la rettitudine materna e la delinquenza. Quando ha 19 anni i genitori muoiono prematuramente a causa di un brutto incidente stradale. E' allora che Robert decide di diventare un detective ed eliminare, per quello che gli è possibile, la corruzione dalla sua amata città.
Un freddo giorno di gennaio scopre che una sua vecchia conoscenza è tornata in città, una notizia che potrebbe cambiare non solo la sua giornata, ma tutta la sua vita...

Recensione:
Il racconto si svolge in tre giornate, durante le quali l'autore cerca di farci vivere diverse situazioni "d'azione" tra comicità e ambientazioni noir.
La scrittura è semplice, non mancano nel testo modi di dire ed espressioni dialettali tipiche del posto.
Il racconto è scorrevole e non impegnativo.

Considerazioni:
Posso sicuramente dire che non consiglierei questo libro a chi non ama il genere, e ancor più mi sentirei di sconsigliarlo a chi lo ama particolarmente, perché troverebbe questo libro eccessivamente sbrigativo, non capace di creare suspense o anche il minimo sospetto, molto prevedibile, e ricco di luoghi comuni.
Solo il pensare che un libro d'investigazione, quasi un thriller, si possa svolgere in tre giorni di racconto dice tutto.
Il ricercato per eccellenza, che si fa catturare dopo soli 3 giorni dal suo arrivo in città? Poco credibile a mio parere.
Tutto si svolge rapidamente, come se lo scrittore avesse  fretta di concludere il racconto.
E questa è una pecca che ho trovato in molti scrittori giovani o esordienti.
Inoltre, in un libro così intento ad esaltare la città in cui è ambientato (Bari in questo caso), non capisco la scelta di dare a tutti i personaggi nomi americani, cosa che succede anche con le strade e i luoghi... ed ecco che via Santo Spirito diventa "Saint Spirit street"  Via Dante si trasforma in una "Dante Street" e così via in un fiorire di street, way, road. Anche "la Bari  Vecchia", come tutti i baresi la conoscono, non viene risparmiata e diventa "Old Bari".
Il contrasto tra le parole dialettali e questo genere di americanate mi ha fatto spesso sorridere.
In definitiva posso consigliare questo libro a chi desidera una lettura svelta e leggera, la tipica lettura "da sotto l'ombrellone", o a chi, non troppo amante della lettura impegnativa, alla domanda "hai letto qualche libro quest'estate?" voglia  rispondere di sì.


Il mio voto per questo libro 

martedì 2 luglio 2013

Recensione: "Orgoglio e Pregiudizio" di Jane Austen

Titolo: Orgoglio e Pregiudizio
Titolo originale: Pride and Prejudice
Autore: Jane Austen
Editore: Mondadori
Data di Pubblicazione: Febbraio 2002
Pagine: 464
Prezzo: 9,50€

Trama:
Il romanzo ha come tema principale la contrapposizione tra due sentimenti: l'orgoglio e il pregiudizio, da qui il titolo dell'opera. 
La trama ruota attorno alle vicende della famiglia Bennet, composta dai coniugi Mr e Mrs Bennet e dalle loro cinque figlie.
Obiettivo primario della signora Bennet è quello di maritare, nel miglior modo possibile, la maggior parte delle figlie, prima di un' eventuale dipartita del marito. I due coniugi infatti, non avendo figli maschi a cui poter lasciare in eredità la loro tenuta nell'Hertfordshire, ed essendo questa vincolata ad un cugino lontano, in caso della loro scomparsa, lasceranno le loro figlie, se ancora nubili, senza casa e certezze.
Quando nelle vicinanze si trasferisce il ricco e scapolo signor Bingley, la signora Bennet non ha altri pensieri che presentargli le sue figlie, in particolare la maggiore e bella Jane.
Bingley non viaggia solo, assieme a lui le due sorelle e un suo caro amico, il signor Darcy.
Mentre il primo si mostra affabile e amabile con tutti i vicini, il secondo appare invece restio a parlare con altri, se non con la sua stretta cerchia di conoscenti, suscitando l'antipatia di tutti, compresa quella della secondogenita Bennet, Elizabeth.
Durante un ballo Elizabeth si sente definire da Darcy, mentre questi parla con Bingley "Appena passabile, ma non abbastanza bella da tentarmi", questo accresce in lei l'antipatia e il pregiudizio nei suoi confronti, che aumenterà poi ad ogni successivo incontro.
I sentimenti di Darcy invece, mutano quasi subito, viene affascinato da una ragazza così schietta e capace di dire quello che pensa con ironia, e se ne innamora.
Il loro sentimento, per poter essere sentito e vissuto da entrambi, dovrà superare il pregiudizio di lei nei confronti di lui, e l'orgoglio di lui (qui inteso come fierezza) nei confronti delle condizioni sociali, e delle esuberanze caratteriali e comportamentali della famiglia di lei.

Recensione:
Jane Austen, come aveva già fatto con il romanzo "Ragione e Sentimento", ci mette di fronte ad un confronto caratteriale, che vede da una parte i pregiudizi di una giovane donna, fondati su una cattiva impressione iniziale, e fomentati successivamente da una serie di pettegolezzi e dicerie, e dall'altra l'orgoglio e la fierezza di un uomo distinto che non vuole rapportarsi e imparentarsi con persone dai comportamenti imbarazzanti e non  all'altezza del suo livello sociale.
Il romanzo si svolge in un periodo in cui le famiglie, per assicurarsi la discendenza della proprietà, dovevano sperare di avere figli maschi, e alle donne di casa restava il compito di trovarsi un buon partito per assicurarsi una vita il più possibile agiata.
I temi del romanzo vertono quindi attorno alle differenze sociali, all'ansia delle madri, in specie della frivola, ansiosa e nevrotica signora Bennet, di accasare le proprie figlie, e all'opposta preoccupazione delle ricche signore di vedere i propri figli e nipoti maschi sposarsi con compagne adeguate al loro stato. Non mancano le invidie, i pettegolezzi, i balli di società.
Il personaggio che più mi ha divertito in quest'opera è stato Mr Bennet e il sarcasmo e la fredda ironia con cui disprezza le sue stesse figlie e soprattutto la stupidità insulsa della moglie.
La lettura è scorrevole, e nella seconda parte è particolarmente appassionante, da venir letto tutto d'un fiato.

Confronto con "Ragione e Sentimento":
Se non hai letto i due libri, e hai intenzione di farlo, fermati qui!
Ho letto alcune recensioni che parlano di questo romanzo facendo il paragone con "Ragione e Sentimento" e il paragone in effetti sorge spontaneo.
Molti, leggendo prima questo, lo hanno definito la bella copia dell'altro.
Io, come forse sapete, ho letto prima "Ragione e Sentimento" (trovate la recensione qui) in quanto antecedente a questo.
Leggendo i romanzi in ordine di uscita, e avendo letto questo non appena ho terminato  il primo, mi è parso sinceramente il contrario.
Le cose che succedono all'inizio, i fatti narrati, i comportamenti, sono più o meno gli stessi, e per gran parte del romanzo mi è parso di leggere la stessa storia, solo con nomi diversi. 
Quindi, per buona parte del primo volume, tutto mi è parso abbastanza scontato.
Avevo persino previsto i risvolti caratteriali di alcuni personaggi, chi quindi, da sembrare onesto si sarebbe rivelato poi, nello scorrere delle pagine, disonesto e viceversa.
Per gran parte del romanzo, facendo sempre un confronto inevitabile, ho preferito "Ragione e sentimento" sia per l'ambientazione che per i personaggi.
Le cose sono cambiate a metà libro.
I caratteri in "Orgoglio e Pregiudizio" sono maggiormente descritti, e quello che ho maggiormente apprezzato è stata la presenza del dialogo diretto tra i personaggi.
In "Ragione e Sentimento" ad esempio, non abbiamo mai l'opportunità di leggere i dialoghi fra Mariane e Willoughby, o fra Elinor ed Edward, con il risultato di avere, sino alla fine, una totale incertezza su ciò che di effettivo c'era o non c'era stato fra di loro.
Non sapevamo quindi se tra le coppie c'erano dei sentimenti effettivi o se erano tutte illusioni e fantasie nate nella mente delle due sorelle.
In "Orgoglio e Pregiudizio" il dialogo diretto è sempre presente, sia fra i personaggi principali che fra quelli secondari, siamo perciò sempre a conoscenza di tutto quello che Elizabeth e Darcy si dicono, e di tutto quello che tacciono.
Inoltre ho apprezzato maggiormente in questo libro la caratterizzazione dei personaggi e l'ironia con cui vengono descritti, in particolar modo, come ho detto sopra, ho amato Mr Bennet.
Ho sicuramente preferito questa conclusione a quella del precedente romanzo, non solo come epilogo della storia che, in "Ragione e Sentimento", non avevo affatto apprezzato, ma proprio per come questo è stato raccontato.
Qui la Austen dà ampio spazio a chiarimenti e spiegazioni, creando un finale decisamente più giusto e che soddisfa maggiormente il lettore, a differenza di quello frettoloso che aveva scritto per  "Ragione e Sentimento".
Nonostante tutto, il personaggio di Marianne resta, almeno fin ora, il mio preferito.


Il mio voto per questo libro

domenica 16 giugno 2013

Recensione: "Peter Pan nei giardini di Kensington" di James M. Barrie

Titolo: Peter Pan nei giardini di Kensington
Autore: James M. Barrie
Editore: Fabbri Editori
Data di pubblicazione: 2004
Pagine: 112
Prezzo: 13,50€ 

Trama: 
Il libro racconta alcune vicende avvenute nei giardini di Kensington.
Protagonista di molte di queste storie è il piccolo Peter.
Peter è un neonato di appena una settimana, quando abbandona la sua culla e vola via dalla finestra, che la sua mamma aveva lasciato inavvertitamente aperta.
Peter vola, perché tutti i bambini, prima di esser tali, sono uccelli, e riescono a volare fino a che non si rendono conto di non esserlo più.
Da qui hanno inizio le avventure del piccolo Peter, il suo amore per i bellissimi giardini, di giorno pullulanti di piccini e dei loro giochi e di notte popolati dalle fate.
Peter in questi giardini stringe varie amicizie, tra queste, quella con le fate, che se prima gli saranno avverse, successivamente gli saranno fedeli amiche.
Peter è felice nei giardini, ma qualcosa lo turba.
Il desiderio di tornare dalla sua mamma, di risentire il calore dei suoi baci lo porterà a dire addio ai giardini e alle fate e a far ritorno a quella stanza, da dove anni prima era scappato...

Recensione: 
Il racconto è suddiviso in sei capitoli, ognuno dei quali ci narra una parte precisa della storia.
Elementi conduttori di ogni storia sono i giardini e la figura di Peter.
Nel primo capitolo, vengono descritti ampiamente i giardini e le loro bellezze.
Nel secondo capitolo, si parla di Peter che abbandona la culla, sorvola i giardini e giunge all'isola degli uccelli, dove avviene l'incontro con il tordo Salomone.
Nel Terzo capitolo, Peter trova un modo per navigare la serpentina, in modo da poter andare e venire dall'isola.
Nel quarto capitolo, è narrata l'amicizia di Peter con le fate, e il desiderio di Peter di tornare dalla sua mamma.
Nel quinto, è narrata la storia della piccola Maimie e di come, in una sera d'inverno, si ritroverà chiusa all'interno dei giardini.
E nel sesto, l'incontro tra Maimie e Peter e la nascita del loro affetto.
Questi racconti ci vengono narrati da una figura esterna, di cui non ci viene mai rivelata l'identità, almeno non in questo libro (leggi curiosità) e dal suo amico David, che, come dice lo stesso narratore, "aggiunge particolari alla storia".
Non sappiamo se i due ragazzi stiano raccontando storie vere, storie inventate da loro in quel momento, o leggende tramandate negli anni.
Da quanto ci dicono però, Peter Pan è conosciuto da tutti, e le storie da loro narrate, anche.
Il racconto è fluido e appassionante.
Ogni capitolo aggiunge particolari alla storia - che si compone man mano come un puzzle - e curiosità nel lettore.
È una fiaba, e come tutte le fiabe ha un duplice compito, quello di ammonire i bambini dal compiere determinati errori, e quello di avere una morale.
Nonostante sia una fiaba, il racconto non è narrato in modo tale da ricevere consensi esclusivamente da parte dei bambini, risulta anzi, una lettura piacevole anche per gli adulti.

Considerazioni: 
Se non hai letto il libro e hai intenzione di farlo fermati qui!
Come in ogni fiaba, anche in questa non mancano elementi contraddittori e che creano confusione a rigor di logica.
Ma, fiaba e logica sono due parole che non possono stare nella stessa frase. 
Immaginare un bambino di una sola settimana, parlare, suonare, ballare, fare ragionamenti anche complessi, mi ha fatto pensare che sarebbe stato tutto più plausibile se il protagonista fosse stato un ragazzino più cresciuto.
Inoltre nelle fiabe non ho mai apprezzato i particolari macabri inseriti con l'intento di spaventare i bimbi per renderli ubbidienti o per insegnar loro lezioni di vita. 
Non occorre traumatizzare per educare.
Dunque, avrei evitato di descrivere le fate come furiose assassine dei bambini che si avventurano nei giardini di notte.
Tutto questo per dire cosa? Non scappate di casa, altrimenti le fate vi ammazzeranno?
Il libro comunque mi è piaciuto molto, fatta eccezione per questi particolari e per alcune cose lette nell'ultimo capitolo.
Ad esempio, l'amore sbocciato tra una bimba di quattro anni e un bambino di una sola settimana risulta troppo inverosimile.
Anche in questo caso avrei preferito leggere di un affetto sbocciato fra due coetanei.
La conclusione poi, con un Peter "becchino" e l'immagine delle due tombe dei bambini, si sarebbe, a parer mio, potuta evitare.
Di contro, ho trovato molto belli i paragoni creati tra il comportamento, e il carattere degli uccelli e quello degli uomini che poi questi sono diventati.
Molto importante e toccante la lezione di vita che il tordo Salomone dà a conclusione del capitolo quattro.

Curiosità:
Il testo del romanzo appare per la prima volta all'interno del libro "L'uccellino bianco" pubblicato da Barrie nel 1902 e ne costituiva i capitoli 13-18.
"L'uccellino bianco" è una raccolta di racconti ambientati nei giardini di Kensington, e in quest'opera Peter, non è altro che un personaggio minore tra i vari narrati.
Il libro non ebbe un vasto seguito, successivamente andò in scena l'opera teatrale più nota, ovvero il Peter Pan che tutti conosciamo, da cui poi sarebbe stato tratto il romanzo "Peter Pan e Wendy" il più grande successo dell'autore.
Proprio in seguito a questo gran successo, Barrie, raccolse i capitoli che interessavano la storia del neonato Peter Pan, presenti nel già pubblicato "L'uccellino bianco" (dal cap. 13 al 18) e li ripubblicò in un'opera autonoma e indipendente, dal titolo "Peter Pan nei giardini di Kensington".
Il libro in questione è antecedente a quello che narra del più noto Peter Pan, il bambino che viveva nell'isola che non c'è, e nonostante le somiglianze fra i due personaggi non si tratta di un prequel.
Pur presentando un personaggio con lo stesso nome e con la caratteristica di non voler crescere, i temi e il tono adoperati nelle due opere sono decisamente differenti.


Il mio voto per questo libro

mercoledì 5 giugno 2013

Estratto: "Peter Pan nei giardini di Kensington" di James M. Barrie

Un mese fa circa, ho letto il libro di  James M. Barrie "Peter Pan nei giardini di Kensington".
Il libro in questione è antecedente a quello che narra del più noto Peter Pan, il bambino che viveva nell'isola che non c'è, e nonostante le somiglianze fra i due personaggi non si tratta di un prequel.
Pur presentando un personaggio con lo stesso nome e con la caratteristica di non voler crescere, i temi e il tono adoperati nelle due opere sono decisamente differenti.
Il Peter Pan qui narrato è un neonato di appena una settimana, quello dell'isola invece è un ragazzino già cresciuto.
Anche qui Peter, almeno inizialmente sa volare, sa volare perché tutti i bambini, prima di essere tali, sono degli uccelli, quindi finché Peter non si rende conto di non esserelo più riesce ancora a farlo.
Il testo del romanzo appare per la prima volta all'interno del libro "L'uccellino bianco" pubblicato da Barrie nel 1902 e ne costituiva i capitoli 13-18.
"L'uccellino bianco" è una raccolta di racconti ambientati nei giardini di Kensington, e in quest'opera Peter, non è altro che un personaggio minore tra i vari narrati.
Il libro non ebbe un vasto seguito, successivamente andò in scena l'opera teatrale più nota, ovvero il Peter Pan che tutti conosciamo, da cui poi sarebbe stato tratto il romanzo "Peter Pan e Wendy" il più grande successo dell'autore.
Proprio in seguito a questo gran successo, Barrie, raccolse i capitoli che interessavano la storia del neonato Peter Pan, presenti nel già pubblicato "L'uccellino bianco" (dal cap. 13 al 18) e li ripubblicò in un'opera autonoma e indipendente, dal titolo "Peter Pan nei giardini di Kensington" che è quello che ho letto io e di cui oggi vi presento quello che  a mio parere è il passo più bello.
Presto scriverò anche la recensione.

Il passo che vi presento racconta di quando il piccolo Peter, che anni  prima era volato via dalla sua culla per sorvolare i bellissimi giardini, torna a far visita alla sua mamma con l'intento di restarvici per sempre.
Egli questa volta ha deciso, ha detto addio alle fate, agli uccelli, ai giardini, non vuole altro che tornare fra le braccia della mamma, sentirsi stretto e coccolato fra le sue braccia ed essere baciato dalle sue labbra.
Giunto alla finestra però, avrà l'amara sorpresa, la troverà chiusa, e la scoperta di trovare un altro bambino fra le braccia della sua mamma lo farà fuggire tra le lacrime.
Qui, un'altra somiglianza con la storia del Peter Pan più famoso, anche lui infatti racconta di una visita a sua madre in cui egli osserva da una finestra sua madre e si accorge che questa ha avuto un altro figlio che l'ha rimpiazzato.

E ora vi lascio al dolcissimo passo, che ho trovato davvero commovente e straziante. Buona lettura!!



...Molte notti e anche settimane e anche mesi passarono prima che egli esprimesse alle fate il suo secondo desiderio; e ciò per non poche ragioni. 
Una fu che aveva tanti addii da fare, dovendo salutare non solo i suoi particolari amici, ma anche tutti i suoi luoghi preferiti. Dopo, aveva da compiere la sua ultima traversata, e poi l’ultima davvero, e poi l’ultima di tutte, e così via dicendo. 
Inoltre, vennero date in suo onore un’infinità di feste d’addio; ed infine un’altra ottima ragione fu questa che, dopo tutto, non c’era furia, perché la mamma non si sarebbe stancata mai d’aspettarlo. Veramente, quest’ultima ragione non garbava troppo al vecchio Salomone, perché era un incoraggiamento a procrastinare. Salomone aveva alcune eccellenti sentenze per spronare gli uccelli a compiere senza indugio ciò che dovevano fare, come, per esempio: 
“Non rimettete a domani quel che potete far oggi”; “oggi possiamo e domani chi lo sa?”; “l’occasione non si presenta due volte”; e ora Peter dava allegramente il cattivo esempio col suo spensierato temporeggiare, e non c’è nulla di più pericoloso del cattivo esempio. 
Gli uccelli lo facevano notare gli uni agli altri, e a poco a poco prendevano l’abitudine dell’ozio. Tuttavia, nonostante che si mostrasse così pigro a ritornare dalla mamma, Peter era decisissimo a tornarci. La miglior prova di ciò era la sua prudenza di fronte alle fate. 
Queste avrebbero veduto assai volentieri che egli restasse, per l’egoistico motivo di non perdere in lui un così buon musicista, e a tale scopo cercavano sempre di spingerlo a fare qualche osservazione sul genere di questa: 
“Vorrei che l’erba fosse meno umida”, oppure ballavano fuori di tempo nella speranza che egli le riprendesse dicendo: “Desidererei che andaste più a tempo”. 
Allora esse avrebbero detto che egli aveva ormai espresso il suo secondo desiderio. Ma Peter frustrava le loro insidie, e benché qualche volta gli accadesse di cominciare: “Vorrei...”, pure, fortunatamente, si fermava sempre in tempo. 
Cosicché, quando alla fine disse loro risolutamente: “Adesso desidero di ritornare dalla mamma, e per sempre”, esse dovettero solleticargli le spalle e lasciarlo andare. 
Egli venne in tutta fretta a questa decisione una notte, perché aveva sognato che sua madre stava piangendo e sapeva quale ne fosse il motivo ed era convinto che una carezza del suo diletto Peter le avrebbe subito ricondotto sulle labbra il sorriso. 
Oh!, egli non nutriva il minimo dubbio a tale riguardo, e questa volta gli tardava tanto di essere a nido fra le braccia di lei, che volò dirittamente alla finestra la quale doveva restar sempre aperta per lui. Ma la finestra era chiusa, e v’erano ad essa delle sbarre di ferro, e, gettando dentro lo sguardo, egli scorse la mamma che pacificamente dormiva col braccio avvolto intorno a un altro piccino. 
Peter chiamò: “Mamma! Mamma!..." ma essa non lo udì; e invano egli scosse con le sue piccole mani le sbarre di ferro. 
Dové far ritorno, singhiozzando, ai giardini, e mai più non ha poi riveduto la sua cara mammina. 
Che bravo bambino si era proposto di esser per lei! 
Ah, Peter, Peter! 
Tutti, quando abbiamo commesso qualche grosso sbaglio, come diversamente vorremmo agire alla seconda occasione! 
Ma dice bene Salomone: non si presenta una seconda occasione, almeno per la maggior parte di noi. Quando raggiungiamo la finestra, vi troviamo scritto sopra: Chiusura. 
E le sbarre di ferro sono lì per la vita.