mercoledì 30 aprile 2014

Recensione: "Sai tenere un segreto?" di Sophie Kinsella

Titolo: Sai tenere un segreto?
Autore: Sophie Kinsella 
Editore: Oscar Mondadori
Data di pubblicazione: 2010
Pagine: 322
Prezzo: 5,90 € 

Trama:
Emma Corrigan è una ragazza normale, lavora in una multinazionale ed ha un fidanzato simpatico. E come tutte le ragazze normali coltiva i suoi sogni, i suoi segreti e le sue paure. E proprio cercando di fronteggiare una delle sue più grandi paure, quella di volare, si trova a raccontare tutti i suoi più intimi segreti al suo compagno di viaggio, un simpatico americano. Che altri non è che...

Recensione:
Quello che più risalta in questo libro sono le mancanze.
La mancanza di qualsiasi descrizione, sia ambientale, che dei personaggi.
Fino alla fine del racconto non abbiamo nessuna idea né di come siano i protagonisti dal punto di vista estetico, né di come sia la realtà in cui essi si muovono.
Stesso trattamento è riservato all'aspetto emotivo.
Le emozioni, come tutto il resto, non vengono indagate se non in maniera estremamente banale e superficiale.
La trama e le vicissitudini sono assolutamente prevedibili e anche il grande mistero finale è scontato e sciocco.
Una ragazza, Emma, che nel terrore di morire in un incidente aereo, invece che rimpiangere le cose non dette, non fatte e le occasioni perdute, ha la necessità di rivelare (Dio solo sa per quale motivo) degli stupidi segreti (che nemmeno possono essere definiti tali) ad uno sconosciuto, che poi si rivelerà essere il suo capo.
I due si concederanno dopo due appuntamenti orribili, e si diranno perdutamente innamorati.
Tanti saluti e grazie, potevano benissimo risparmiarci l'ennesima storiella da quattro soldi per far sognare le adolescenti, che sperano di sistemarsi a vita non lavorando ma, come in questo caso, accalappiando un ricco imprenditore.
I personaggi sono imbarazzanti e stereotipati.
Emma, la protagonista, è antipatica, egoista e indolente.
Cattiva con chi non merita la sua cattiveria e senza spina dorsale con chi invece meriterebbe la sua indifferenza.
Sente dentro di sé che non è una persona come le altre, e che succederà qualcosa prima o poi che le cambierà la vita, ma lei non fa nulla per meritare questo cambiamento.
Non si impegna sul lavoro, non chiarisce i rapporti con i genitori, non mette al posto suo la cugina, non si impegna nella sua situazione sentimentale.
Semplicemente lascia che tutto le scivoli addosso.
Un personaggio così non lo si può apprezzare, si può solo pensare di lei che tutto quello che ha, o che non ha, se lo merita.
Jack Harper, l'americano a cui la protagonista confida tutti i suoi segreti in aereo, è un personaggio insignificante, non ispira alcuna simpatia o attrattiva.
Connor, il fidanzato ufficiale di Emma, è lo stereotipo del buono messo da parte per il mascalzone di turno.
I rapporti familiari sono descritti con il solito cliché tipico di questo genere di romanzetti.
Assistiamo ovvero a conflitti decennali, basati sulla mancanza di dialogo, risolti poi alla "tarallucci e vino".
Perché ovviamente nessun sentimento deve essere approfondito troppo a lungo, perché in queste pagine si è voluto solo dare risalto alla grande, e romanticissima storia d'amore costruita su due appuntamenti orrendi e una valanga di rivelazioni private esternate al mondo in diretta TV. 
Questo si che è amore!!! (sarcasmo).
Un libro leggero, anzi leggerissimo.
Da prendere per quello che è, senza troppe pretese, il classico libro da ombrellone.

Considerazioni:
Ho voluto provare a leggere qualcosa della Kinsella perché avevo sentito dire da molti di quanto il suo stile fosse divertente e appassionante, ora, forse ho scelto il suo lavoro peggiore, il che è possibile, ma se dovessi giudicare la sua scrittura unicamente da questo lavoro, direi che quanto avevo sentito di lei non può essere più lontano dalla realtà.
Una storia sciocca che più sciocca non si può, banale a livelli inverosimili.
Vi dico solo che già del principio avevo capito tutto l'andazzo del libro e non ho sbagliato in nessuna supposizione!
Sophie Kinsella, con questo romanzo, aveva probabilmente l'idea di scrivere il copione di uno di quei sciocchi filmetti da vedere quando non c'è niente di meglio in TV, uno di quelli che hanno come protagonisti attori come Kate Hudson e Matthew McConaughey.
E credo ci sperasse davvero che ne traessero un film, infatti sembra essersi detta: 
"inutile dilungarsi nel descrivere i personaggi e le ambientazioni, tanto ci penserà la pellicola a questo" -__-
Dico ciò perché leggendolo, ho avuto proprio l'impressione che lei si stesse immaginando le scene di un film, in quanto non fornisce descrizioni su nulla e su nessuno.
Fino alla fine del libro non sappiamo nemmeno che aspetto abbia Emma!
Tutto è dato per scontato.
Così il libro risulta essere un collage frettoloso di avvenimenti, descritti senza nessuna emozione.
Gli unici passi un po' coinvolgenti (dove almeno viene fuori qualche spiraglio di emozione) sono quelli che descrivono il rapporto tra Emma, i suoi genitori, sua cugina e il marito di lei.
Anche in questo caso però la storia regge su fondamenta traballanti.
Due genitori che esaltano la nipote, adorandone anche la camminata, non rendendosi mai conto di essere indelicati nei confronti della loro figlia, ogni qual volta la mettono a paragone con l'altra.
Improvvisamente capiscono lo sbaglio, e l'ingiustizia delle loro considerazioni, quando vengono al corrente che la loro adorata nipotina ha rifiutato di dare lavoro ad Emma.
Ma a loro non era mai venuto in mente che Kerry, essendo proprietaria di un'impresa, avrebbe potuto fare qualcosa per lei? C'era davvero bisogno che uno sconosciuto facesse loro il disegnino?
E Emma? Perché non ne ha mai parlato con i suoi genitori, quando sua cugina non ha perso mai un'occasione per sminuirla ai loro occhi?
Nel comportamento con Connor poi, ho trovato Emma davvero pessima.
Priva di qualsiasi sensibilità e affetto per l'uomo che, pur non amando più, un tempo aveva amato, e che le era stato vicino per anni.
Lei si mostra quasi seccata ogni qual volta se lo trova davanti, lo caccia, lo allontana più volte senza preoccuparsi minimamente di ferirlo.
Tutto per non tardare all'appuntamento con Harper, tutto per non farlo attendere troppo. 
Per la serie: "cosa non si fa per una notte focosa sotto le lenzuola" 
Frivolo, leggero, sciocco e demenziale, come quei filmetti che vedi giusto perché in TV non c'è niente di meglio, ma mai leggeresti un libro da cui sono tratti.
Un libro che a qualcuno potrà anche piacere (anche se non ne comprendo il motivo), ma io nelle mie letture cerco ben altro.
il mio voto per questo libro

lunedì 28 aprile 2014

Speciale: I giochi nei libri

Salve avventori!
Questo speciale è dedicato, come dice il titolo, ai giochi presenti nei libri, ovvero ai passatempi e alle più o meno bizzarre abitudini alle quali si dedicano i protagonisti dei nostri libri.
Ecco qui una piccola lista dei "giochi" trovati da me e Little Pigo.



Sii sempre contento!!!

Questo è il gioco che ci viene insegnato da Pollyanna, la dolce ragazzina, partorita dall'immaginazione di Eleanor H. Porter, che riesce a trovare il bello in tutte le cose. 
Il gioco consiste nel cercare di trovare il lato positivo in qualsiasi situazione. 
Ti sei rotto una gamba? Sii contento perché non le hai rotte entrambe, o ancora meglio sii contento perché non sei un millepiedi, altrimenti avresti potuto rompertene molte di più XD


La collezione di farfalle 

Questa è una delle bizzarre abitudini di Aurélie, la protagonista de "Gli ingredienti segreti dell'amore" di Nicolas Barreau. Lei stessa la definisce una mania, una di quelle cose "stravaganti, solo nostre, che non confesseremmo mai agli altri". 
Il gioco in questione è la sua cosiddetta "collezione di farfalle", che consiste in realtà in un insieme di foglietti colorati, appuntati alla parete della propria stanza, in modo che possano vibrare nel vento, come tante piccole ali. 
Ognuno di essi contiene un pensiero, una frase di canzone, una poesia, anche un frammento di conversazione captato per caso. Attimi rubati che non si perdono nel tempo, che Aurélie ama tenere vicino, che custodisce come antiche fotografie.

To-do list

Questo non lo definirei proprio un gioco, almeno non lo è per Lucio, il protagonista di "Cento giorni di felicità" di Fausto Brizzi. La malattia che lo colpisce all'improvviso diviene l'occasione per ripianificare la propria vita, per cambiare e rimediare agli errori, per fare ciò che non aveva mai osato fare, per essere felice. 
Fissa quindi una scadenza, cento giorni, e inizia ad annotare su un vecchio quaderno tutto ciò che vuole portare a termine prima di morire. 
Consiste quindi in questo il gioco, nel fare un personale conto alla rovescia, segnare i propri ultimi desideri e ovviamente realizzarli.



Dieci minuti per... 

Questo è il gioco, o per meglio dire l'esperimento, che accompagnerà Chiara, la protagonista del libro "Per dieci minuti" di Chiara Gamberale, per un intero mese. 
Dieci minuti al giorno che la protagonista di questo libro impiegherà per fare qualcosa di nuovo, di mai fatto prima. 
Un modo per reinventarsi, riscoprirsi e crescere.


Il murales di Nino 

Anche questa è un'iniziativa ideata da uno dei personaggi descritti in "Cento giorni di felicità"
Il barista Nino ha avuto la bella idea di creare sulla parete esterna del proprio locale una sorta di diario collettivo in cui chiunque può annotare ciò che gli piace e cosa no. 
Il murales è diviso in due sezioni: Odio e Amo. 
Si può scrivere qualsiasi cosa, eccetto offese, opinioni politiche o preferenze calcistiche. 
Il murales non è altro che un campionario di opinioni, un modo alternativo per raccontare l'Italia in un determinato periodo, per vedere cosa cambia nel tempo e cosa invece resta sempre così com'è.

Anche a voi è capitato di trovare dei giochi nelle vostre letture?
Se è si, quali?

venerdì 25 aprile 2014

Recensione: "Pollyanna" di Eleanor H. Porter

Titolo: Pollyanna
Autore: Eleanor H. Porter 
Editore: De Agostini
Data di pubblicazione: 2010
Pagine: 213
Prezzo: 5,86 € 

Trama:
La vita di Miss Polly Harrington, una donna ancora giovane e bella, ma con il cuore indurito dalla solitudine, viene stravolta quando le piomba in casa la nipote Pollyanna, una ragazzina allegra e esuberante rimasta orfana da poche settimane. 
L'ottimismo e la gioia di vivere della piccola contagiano tutto il paese, ma quando perfino la zia comincia ad addolcirsi, un crudele scherzo del destino sembra sopraffare Pollyanna, che rischia di non riuscire più a giocare al suo amato "gioco della contentezza".

Recensione:
È il libro che chiunque dovrebbe leggere, chi non lo ha fatto da bambino dovrebbe farlo in età adulta, e chi invece lo ha letto nell'infanzia dovrebbe tenerlo sempre a portata di mano per rileggerlo di tanto in tanto.
Pollyanna è un personaggio ottimista, riesce a vedere il bello delle cose anche nelle situazioni più negative.
Ciò che più colpisce di questa storia è l'assenza di cattiveria. 
Non ci sono personaggi crudeli, non c'è un cattivo, l'unico antagonista è la tristezza, l'incapacità di alcuni personaggi, come è il caso di zia Polly, di reagire alla solitudine a all'indifferenza nei confronti della vita.
Un libro a misura di bambino come lo sono in pochi.
Leggero, ma istruttivo.
Semplice, ma profondo.
Tremendamente dolce e allegro.
Terminato lascia il lettore con il cuore leggero e sereno, proprio come Polyanna avrebbe voluto che ci sentissimo: contenti.
Un libro da leggere a tutte le età, perché non c'è età per essere felici :)

Considerazioni:
Non so perché ho aspettato tanto per leggere la storia della piccola Pollyanna, ma sono contenta di averlo fatto adesso.
Dopo tanto tempo, finalmente, un libro che terminato lascia una piacevole sensazione di serenità. E ogni tanto ci vuole!
È la storia che andrebbe letta ad ogni bambino, e sinceramente è anche una delle poche che ad un bambino leggerei.
Se ci pensiamo un po' su, nelle classiche storie che vengono raccontate nell'infanzia, il bambino è sempre messo di fronte al dualismo bene/male, dandogli così modo, sin dall'età più innocente, di conoscere entrambe le realtà e anche di lasciarsi turbare o in alcuni casi affascinare dalla seconda.
In Biancaneve c'è la strega cattiva, che arriva addirittura ad avvelenare la sua figlioccia solo perché più giovane e bella, in Hansel e Gretel c'è un'orrida vecchia che divora bambini attirandoli in una casa di marzapane, in pinocchio ci sono il gatto e la volpe che ne combinano di ogni.
È giusto far conoscere tanto male e tanta cattiveria a dei bambini?
Alcuni dicono che le favole sono un modo come un altro per mettere i bambini in guardia dal male, ma se il male lo ignorassero del tutto non sarebbe meglio?
Ignorare del tutto la cattiveria non eviterebbe loro di metterla in pratica?
Perché infondo non si può fare qualcosa che non si conosce, sarebbe come chiedere a qualcuno di parlare una lingua che ignora.
In Pollyanna non c'è un accenno di crudeltà, ma solo persone sole e tristi a cui una bimba altruista e allegra insegna l'arte di imparare ad essere felici. 
E come lo fa? Semplicemente attraverso un gioco che permette loro di apprezzare ciò che hanno anziché rimpiangere ciò che hanno perso.
Semplice e bellissimo.

il mio voto per questo libro

giovedì 24 aprile 2014

Chi ben comincia... #11

Salve avventori!
Rieccoci con la rubrica "Chi ben comincia"
Quello che vi propongo oggi è l'incipit di un libro di cui avevo sentito parlare un paio di anni fa, si tratta di "Momenti di trascurabile felicità" di Francesco Piccolo.
Un libro che ci fa notare che la felicità è fugace e, in quanto tale, si riduce a piccoli momenti, attimi che possono apparire trascurabili, ma che per qualche strano caso ci rendono felici.
Può trattarsi di qualsiasi cosa...
Salire sul treno e sperare di non trovare qualcuno al proprio posto. 
Il sollievo di poter stare seduti mentre gli altri si avventano su un buffet, perché un amico si è offerto di andarci a prendere qualcosa. 
Accompagnare al bancomat qualcuno che si conosce da una vita e non sentirsi obbligati a fare un passo indietro.
Debolezze, segreti inconfessabili, lampi di gioia, piaceri intensi, e volatili.
Non ho ancora letto questo libro, ma l'incipit mi ha colpito moltissimo perché, da eterna indecisa quale sono, mi sono rivista tantissimo nel personaggio che ci viene presentato.
Anch'io sono solita (purtroppo) a rimandare le cose che desidero fare, sino a quando spesso succede che perdo l'opportunità.
Perché lo faccio è un mistero anche per me XD
Forse per la paura di restare delusa, di rischiare... 
Non lo so, forse lo scoprirò leggendo questo libro.

Poche e semplici le regole:
 Prendete un libro qualsiasi contenuto nella vostra libreria
 Copiate le prime righe del libro (possono essere 10, 15, 20 righe)
 Scrivete titolo e autore per chi fosse interessato
 Aspettate i commenti


"Momenti di trascurabile felicità" di Francesco Piccolo

Nelle pagine romane del quotidiano, il mercoledì o a volte anche prima, vedo l'annuncio di un film che aspettavo. C'è scritto: «da venerdì». Chiudo il giornale sapendo che da venerdì comincerà un segmento di tempo dentro cui una sera, presto, andrò a vederlo. Non so ancora dove, quando. Ma ci andrò. 
Poi arriva il venerdì, e passa. Il primo fine settimana non se ne parla. Altrimenti anche il sapore dell'attesa durerebbe poco; e poi il primo fine settimana ci vanno tutti. 
Aspetto. 
Dalla settimana successiva, ogni giorno studio le sale e gli orari, il cinema più vicino o quello che mi piace di più, valuto la sala ma anche la strada, e se devo dirla tutta anche il marciapiede dove all'uscita chiederò a qualcuno una sigaretta e la fumerò con un piacere lento, ripensando ad alcuni dialoghi del film. Finirò per scegliere anche il marciapiede dove lascerò il mozzicone della mia sigaretta dopo il film. Penso di andarci da solo al primo spettacolo, oppure con qualcuno alle otto e mezza di sera, anzi - meglio - penso di uscire di casa dopo cena e chiedere a un amico di arrivare un po' prima e passeggiare intorno all'isolato e poi entrare all'ultimo spettacolo. 
E aspetto. Aspetto. Dico: ci vado la prossima settimana. 
Settimana dopo settimana vedo le sale che cambiano, che si riducono; e so che il prossimo giovedì tremerò perché da domani forse non c'è più, il film. E poi c'è, per fortuna, ma spostato in una sala piccola o periferica, come in un'agonia lenta, che non termina perché sta aspettando me. E più difficile, adesso, più lontano, più complesso; più arduo trovare qualcuno che non l'abbia ancora visto. Solo a questo punto comincia a sedurmi un'idea nuova, maliziosa, e nell'attimo in cui la penso, decido, con coscienza, di metterla senz'altro in pratica - una cosa insensata ma alla quale non so resistere. 
Non ci andrò. 
Scalpiterò l'ultimo giorno, un giovedì, sapendo che da domani scomparirà, telefonerò a tutti quelli che conosco dicendo che forse bisognerebbe proprio andarci perché è l'ultimo giorno; ma avendo una buona scusa per dire che non ce la faccio in tempo, se qualcuno dovesse poi essere realmente disponibile. 
E poi lo lascio andare via, quel film che volevo assolutamente vedere; non potevo perdermelo e me lo perdo, e da domani dirò che me lo sono perso, che mi dispiace. Il venerdì apro il giornale, scorro tutte le sale, e davvero non c'è più, è scomparso. 
E io mi sento, in qualche modo incomprensibile, sollevato.

martedì 22 aprile 2014

Recensione: "Cento giorni di felicità" di Fausto Brizzi

Titolo: Cento giorni di felicità
Autore: Fausto Brizzi 
Editore: Einaudi
Data di pubblicazione: novembre 2013
Pagine: 400
Prezzo: 18,50 € 
Trama:
Lucio Battistini, quarantenne, personal trainer di professione e allenatore di pallanuoto per passione.
Padre di due figli, ha come unico traguardo riconquistare il cuore di sua moglie, l'insegnante Paola, la quale, dopo essere venuta a conoscenza di un suo tradimento, l'ha prontamente allontanato da casa.
Tutto questo accade prima dell'arrivo dell'amico Fritz, che un giorno come un altro si presenta alla sua porta. 
Un ospite inatteso e indesiderato, noto ai più con il nome di cancro al fegato. 
La malattia sarà per Lucio l'occasione per riconsiderare la sua vita, per cambiarla, per darle un nuovo senso.
Una scadenza da lui fissata: cento giorni per essere felice, per lasciare il segno.

Recensione:
"Cento giorni di felicità" racconta la storia di un uomo comune, che trascorre le sue giornate in un modo altrettanto comune.
I suoi problemi e le sue preoccupazioni sono quelle di tutti. Non ha grandi aspirazioni, se non quella di portare ai playoff la sua piccola squadra. Non ha grandi sogni, se non quello di ricomporre la sua famiglia, riconquistando la fiducia della moglie Paola. 
La scoperta della malattia, da lui soprannominata in maniera ironica l'amico Fritz, cambia la sua vita per sempre.
Lucio che ha sempre dato per scontato tutto, si ritroverà ad affrontare qualcosa che non aveva previsto.

Ho una moglie e due figli che amo, degli amici meravigliosi, una squadra di ragazzini che darebbero la vita per me. 
Ho fatto degli errori, altri ancora ne farò, ma ho partecipato anch'io alla festa. 
C'ero anch'io. In un angolo magari, non ero il festeggiato ma c'ero. 
L'unico rimpianto è aver dovuto scoprire di morire per cominciare a vivere.

Ed è così che quella che era la storia dell'uomo comune, diventa la storia, purtroppo ormai altrettanto comune, di un malato di cancro. Tuttavia, e aggiungerei per fortuna, non sarà la malattia la protagonista della storia. 
Essa rappresenta il punto di svolta, l'input che spinge il protagonista a migliorarsi, a fare ciò che non aveva mai osato fare, o ciò che, oberato da i mille impegni, non faceva da tempo.
Il tanto temuto amico Fritz è presente, ma non costante. 
Per scelta dell'autore (che condivido appieno), non assistiamo al lento aggravarsi dello stato di salute dell'uomo, con tutto ciò che potrebbe comportare. 
Ciò che Fausto Brizzi ci regala non è il ritratto di un uomo morente ma di un uomo che vive.
Il suo è un insieme di pensieri: riflessioni sulla vita, ma anche ricordi, speranze e paure. Momenti tristi che si mischiano ad aneddoti divertenti, frammenti di vita. 
Emozioni, di queste ce ne sono tante.
Si potrebbero infatti muovere molte critiche a questo libro, ma non quella di non saper coinvolgere.
Anzi, da un certo punto di vista, il lettore è così dentro il racconto che ne diventa parte.
A questo contribuisce anche la struttura del libro, scritto in forma diaristica, e immaginato come un racconto che lo stesso Lucio fa a chi in quel momento lo sta ascoltando. Ebbene sì, è il protagonista che parla, come se fosse un amico che parla ad un altro amico.

Erano anni che non sognavo i miei genitori. Mi mancano molto. E li odio profondamente. 
Vi ho anticipato che vi avrei parlato di loro solo quando mi andava. Oggi mi va. Cosí poi li odierete anche voi.

Ed è proprio questo senso di familiarità che si ha leggendo il libro. 
Il conoscere pian piano Lucio, la sua storia, la sua famiglia. Affezionarsi a lui, e compiere con lui il suo viaggio. 
Iniziare il countdown e accompagnarlo fino al numero zero. Fino alla fine.
Ecco, se dovessi riassumere la sua storia in due righe sarebbe questa.
Invece l'autore è riuscito sapientemente a rendere questa vicenda in quattrocento pagine, tra l'altro non risultando affatto ripetitivo, ma offrendo al lettore particolari sempre nuovi, introducendo altri personaggi e facendoci vedere anche quelli già noti da altre prospettive.
E proprio i personaggi sono uno dei punti forti della narrazione. 
Se alcuni possono incarnare degli stereotipi (lo stesso Lucio che ribadisce che tradire è nel dna maschile, il suocero Oscar che elargisce consigli/comizi elettorali, l'amico Corrado descritto come il solito pilota d'aerei che fa strage di cuori tra le hostess), molti altri si presentano in maniera del tutto originale. A cominciare dai figli di Lucio, con Lorenzo che viviseziona elettrodomestici per capirne i meccanismi, e la piccola Eva, ecologista, amica della natura e degli animali, che crede di essere stata un gatto in una vita passata. 
Poi c'è Paola, che per invogliare i suoi studenti e stimolarne l'attenzione, finge ogni anno di essere una professoressa diversa. Ed ancora Massimiliano, con il suo negozio di Chiacchiere (idea geniale), e Roberto, il librario che scrive racconti solo per il piacere di scriverli.
Altra cosa particolare, come accennavo prima, è il modo con cui la narrazione è stata organizzata. Possiamo dividerla in due parti (ovviamente suddivise in capitoli): prima e dopo l'amico Fritz. 
Nella prima Lucio ci rivela innanzitutto il finale (che non vi dirò U_U), e poi ci introduce nella sua vita, ci parla dei personaggi, della sua routine quotidiana e della scoperta della malattia. Vediamo ciò che gli succede, giorno per giorno, non tralasciando nulla. Dalla colazione al mattino, alle passeggiate, alle visite dall'oncologo, alle giornate trascorse davanti al pc alla ricerca di ogni possibile informazione che possa salvargli la vita. 
Con la seconda iniziano i famosi cento giorni, i tre mesi per essere felici, per rimediare agli errori passati, per chiedere e ricevere perdono, per annotare le cose da fare prima che sia troppo tardi. 

Cento giorni. 
Sono tanti se sei in vacanza. 
Solo pochi privilegiati hanno fatto una vacanza di cento giorni. 
Peccato che la mia non sia una vacanza. 
Cento giorni. 
Non ci ho pensato. 
Nessuno ci ha mai pensato. 
Cosa fareste voi se mancassero un centinaio di giorni alla vostra morte? 
Pausa. 
Ripeto la domanda. 
Cosa fareste voi se mancassero un centinaio di giorni alla vostra morte? 
Vi do dei suggerimenti. 
Andreste in ufficio o a scuola domani mattina? 
Fareste l’amore ogni ora con la persona che amate? 
Vendereste tutto per traslocare ai tropici? 
Preghereste il Dio in cui credete? 
Preghereste un Dio nel quale non avete mai creduto? 
Urlereste fino a che avete fiato? 
Fissereste all’infinito il soffitto sperando che crolli e vi uccida? 

Vi lascio un paio di pagine bianche per segnare i vostri appunti prima di cominciare il mio personale conto alla rovescia. Non abbiate paura di rovinare il libro scrivendoci sopra. È solo un oggetto. Scarabocchiatelo pure, non mi offendo.

E Lucio offre anche a noi l'opportunità di farlo, lasciandoci nel libro alcuni spazi, per scrivere i nostri pensieri, per rendere il libro anche un po' nostro. Per poterlo sfogliare nel tempo e vedere se siamo o meno cambiati, per fare una sorta di bilancio o semplicemente solo un tuffo nel passato. 
Un'idea che ho apprezzato molto, come del resto tutti i tentativi di interazione (tra questi anche gli sforzi di intuire le possibili reazioni del lettore, che nel mio caso ha sempre centrato in pieno XD), disseminati qua e là nel libro, siano esse battute scherzose che pensieri profondi. 
Nonostante lo stile di scrittura ironico e divertente, "Cento giorni di felicità" è soprattutto un romanzo che fa pensare, che ti pone delle domande, dandoti talvolta delle risposte (come nel caso delle numerose curiosità a tema Leonardo da Vinci), ma soprattutto lasciando ad ognuno di noi il tempo per trovarle.

Considerazioni:
Ricordo di essermi imbattuta in questo libro per caso, averne letta la trama, e aver subito deciso che dovevo assolutamente leggerlo. 
Ciò che mi aveva colpito allora, e che ho amato dopo averlo effettivamente letto, era quella sensazione di leggerezza, su cui sembrava essere incentrato il libro. 
Già il titolo dice tutto: non cento giorni di dolore e di malattia, non cento giorni per dire addio, ma semplicemente "cento giorni di felicità". 
Mi aspettavo quindi la serie di tutte le cose che tutti noi vorremmo fare e che non abbiamo il coraggio o le possibilità di mettere in pratica: viaggiare per il mondo, agire d'istinto, dire sempre ciò che si pensa, tenersi stretto fino all'ultimo chi si ama.
Pur avendo queste grandi aspettative non sono subito corsa ad acquistarlo, per due ragioni. 
Prima: perché temevo di rimanerne delusa, come mi era già capitato con altri libri che avevo idealizzato.
Seconda: l'autore. 
Ebbene sì, avevo letto che Fausto Brizzi era meglio noto come regista e sceneggiatore di film come "Notte prima degli esami", "Ex" e "Maschi contro femmine", che non definirei proprio dei capolavori, e ciò mi aveva spinto ulteriormente a desistere. 
Devo ringraziare perciò un'amica che ha scelto di regalarmelo, ponendo fine al mio dubbio.
Grazie a lei ho potuto confermare le mie aspettative e ricredermi su un autore, che altrimenti non avrei mai considerato.
Nonostante l'argomento particolarmente delicato, Fausto Brizzi ha avuto, dal mio punto di vista, la capacità di non cadere nello scontato, regalandoci la solita storia strappalacrime. Ha saputo invece dosare, alternando ironia e tristezza, momenti di sconforto a passi pieni di brio, anneddoti divertenti e altri più malinconici.

Ho capito ormai che il tumore ha qualcosa in comune con i funerali. Tutti vengono a porgere le condoglianze. Solo che, non essendo l’interessato ancora deceduto, invece di porgerle alla vedova o ai parenti, le porgono direttamente al futuro caro estinto. Se mi ricapita di avere un cancro, giuro che dico a tutti di avere la tonsillite.

Molti in ogni caso i momenti di tenerezza: dai racconti dell'infanzia di Lucio e il suo rapporto con i nonni, a quelli con protagonisti amici e famiglia. Presenti durante tutta la narrazione, sembrano spesso riaffiorare all'improvviso, regalandoci la possibilità di conoscere i personaggi sempre da nuovi punti di vista, di capirli un po' meglio, di sentirli più vicini a noi.
In questo modo Lucio non è più e non solo il solare ex pallanuotista, ma anche il bambino cresciuto senza i genitori, il nipote amato, il padre amorevole, l'amico leale che tutti vorrebbero avere.
Tuttavia voglio mettervi in guardia: se vi aspettate una lettura che vi faccia piangere come non ci fosse un domani, non fa per voi, ma se volete assicurarvi qualche sorriso susseguito da occhi lucidi e pensieri cupi (perché vi sono anche questi), allora non rimarrete delusi.
Altra cosa che non manca di certo è il gusto della curiosità: Brizzi, nella figura del caro Lucio, non perde occasione per raccontarci la storia della ciambella fritta, della penna a sfera o degli innumerevoli meriti di Leonardo da Vinci. Alcuni potrebbero trovare queste parti noiose, io invece non solo posso dire di averle apprezzate (soprattutto la storia alternativa di Pinocchio), ma grazie ad esse, mi sono anche resa conto di quante cose usiamo quotidianamente senza porci minimamente il problema di come siano giunte fino a noi.
Altra cosa che mi ha piacevolmente stupito sono i dialoghi immaginari tra il protagonista e gli animali.
Mi rendo conto che detta così sembra una cosa tremendamente stupida, tuttavia posso assicurarvi che sulla carta non fa lo stesso effetto.
I passi con il cane Lupo, che a detta di Lucio, crede di essere il padrone di casa; i pensieri delle aragoste che hanno già intuito quale sarà la loro terribile fine; e ancora di più le colazioni del e con il passerotto sono delle pagine di straordinaria delicatezza.
Altro argomento toccato in maniera molto tenue, come dicevo prima, è il cancro. 
Essendo una situazione abbastanza difficile da descrivere, soprattutto per chi non l'ha vissuta, credo sia stato saggio da parte dell'autore, tralasciare l'analisi passo dopo passo degli effetti della malattia, almeno dal punto di vista fisico, concentrandosi invece su quelli mentali.

Attendo gli effetti collaterali della chemioterapia come un ospite in ritardo. Un ospite poco gradito. 
La tavola è imbandita, il risotto sul fuoco, le candele accese, ma l’invitato che aspetti non arriva, non risponde nemmeno al telefonino. Cominci a pensare che non verrà mai. 
E invece, quando il risotto è bruciato, le candele consumate, ti sei schizzato del vino sulla camicia bianca e hai scoperto che il latte che hai usato per cucinare è scaduto da una settimana, ecco che arriva la scampanellata assassina.

Il poter seguire i suoi pensieri durante tutto il corso della malattia, il sentire le sue paure, dover assistere, anche se in minima parte, ai suoi malori e agli effetti collaterali delle cure, non può lasciare il lettore indifferente. 
E' praticamente impossibile non chiedersi "cosa farei al posto suo?"
Credo sia questo uno dei fattori che rende il libro particolarmente coinvolgente: il sapere che quello che stiamo leggendo non è fantascienza, che ciò che accade al protagonista può succedere in realtà a chiunque, e che succede quotidianamente a chiunque.
Devo ammettere però che, almeno su di me, il libro ha avuto un effetto catartico. Osservare il lento distacco di Lucio dalle cose del mondo, dai cd che amava tanto, dai fumetti che aveva sempre collezionato, e dai suoi familiari ovviamente, mi ha ricordato quanto questo sarà prima o poi inevitabile, e quanto sarebbe preferibile affrontare tutto con la maggior serenità possibile.

L’elenco può essere infinito, ognuno di noi ha già vissuto migliaia di ultime volte senza saperlo. Nella maggior parte dei casi infatti non immagini nemmeno che quella che stai vivendo sia l’ultima volta. Anzi il bello del gioco è proprio questo. 
Non sapere. 
Se invece, come nel mio caso, sai benissimo quali sono le ultime volte, le regole cambiano di colpo. Tutto guadagna un peso e un’importanza diversi. Anche bere un chinotto acquista qualcosa di poetico e malinconico.

Il libro da questo punto di vista non è altro che una guida, un viaggio alla riscoperta di se stessi. E' un modo per farsi delle domande, rendersi conto del percorso che stiamo facendo, e avere, se ne è il caso, il coraggio di tornare indietro.


il mio voto per questo libro

venerdì 18 aprile 2014

WishList #2


Rieccoci qui con questa bella rubrica, una sorta di appunto dove io e Little Pigo segniamo i libri che vorremmo aggiungere agli scaffali della nostra libreria.
Di seguito troverete alcuni libri già presenti nella scorsa WishList, che ahimè non abbiamo ancora acquistato, più le nuove aggiunte. 
Naturalmente la nostra lista è molto più lunga, ma abbiamo scelto di suddividerla in comode rate XD

 "Dopo" di Koethi Zan 
 "La confessione" di Kanae Minato
♥ "Non ti addormentare" di S.J. Watson 
♥ "L'amore in un giorno di pioggia" di Gwen Cooper
♥ "Il piccolo lord Fauntleroy" di Frances Hodgson Burnett
♥ "La ragazza che hai lasciato" di Jojo Moyes
♥ "Lettere a una sconosciuta" di Antoine de Saint-Exupéry
♥ "Pollyanna cresce" di  Eleanor H. Porter


Qui invece abbiamo segnato, contrassegnandoli con la spunta, quelli che possiamo finalmente rimuovere da questa lista ^__^

 "Le ho mai raccontato del vento del nord" di Daniel Glattauer 
 "Pomodori verdi fritti al caffè di Whistle Stop" di Fannie Flagg 
 "L'atlante delle nuvole" (Cloud Atlas) di David Mitchell 
 "Il bizzarro incidente del tempo rubato" di Rachel Joyce 

Quali sono invece i libri della vostra WishList?

giovedì 17 aprile 2014

Recensione: "Per dieci minuti" di Chiara Gamberale

Titolo: Per dieci minuti
Autore: Chiara Gamberale
Editore: Feltrinelli
Data di pubblicazione: Novembre 2013
Pagine: 192
Prezzo: 13,60 €

Trama:
Tutto quello con cui Chiara era abituata a identificare la sua vita non esiste più. Perché, a volte, capita. Capita che il tuo compagno di sempre ti abbandoni. Che tu debba lasciare la casa in cui sei cresciuto. 
Che il tuo lavoro venga affidato a un altro. 
Che cosa si fa, allora? Si gioca. 
Chiara non ha niente da perdere, e ci prova. 
Per un mese intero, ogni giorno, per almeno dieci minuti, decide di fare una cosa nuova, mai fatta prima. 
Di dieci minuti in dieci minuti, arriva così ad accogliere realtà che non avrebbe mai immaginato e che la porteranno a scelte sorprendenti. Da cui ricominciare.

Recensione:
Dieci minuti al giorno per fare qualcosa di nuovo.
Dieci minuti per provare ad andare oltre i propri limiti.
Questo è il consiglio che Chiara, la protagonista di questa storia, riceve dalla sua psicologa, ed è questo il percorso attraverso cui la Gamberale ci guida.
Un diario in cui ci vengono raccontati i trenta giorni di questo esperimento, che porteranno la protagonista a rapportarsi con persone e situazioni del tutto nuove ed estranee.
Cucinare pancake alla nutella, fare giardinaggio, imparare a guidare, leggere Harry Potter, sono queste alcune delle attività con cui Chiara occuperà i suoi dieci minuti.
Un romanzo esistenziale che, seppur in toni leggeri, affronta gli interrogativi sul senso della vita, sull'esistenza dell'amore, sulla fiducia da riporre negli altri e in se stessi.
I personaggi che incontriamo, con lo scorrere delle pagine, sono vari, ma non sono approfonditi abbastanza da affezionarcisi.
Chiara è una donna insicura, soggetta ad un marito che si è sempre servito della sua fragilità per alimentare il proprio ego.
Lui la vuole così, eternamente bambina, eternamente spaurita e debole, perché tanto più lei appare fragile tanto più lui è autorizzato a sentirsi l'uomo della situazione.
Il principe che corre in aiuto della principessa in pericolo.

“Sono confuso, Magoo. Una parte di me vorrebbe tornare con te, e stare insieme per tutta la vita. L’altra sa che ci sarebbero altre incomprensioni, altre Siobhan, altre telefonate da Dublino. E vuole vivere alla giornata. Proprio come sto vivendo ora. 
Non fanno per me, certe regole del matrimonio: ormai ne sono sicuro. Non faranno mai per me. Questo non toglie che tu sia l’unica persona che conta, la più importante. Insomma, io non riesco a separarmi da te... 
Tu però devi davvero imparare ad accettarmi così, come sono. Vivo in una stanza che ho preso in affitto da un collega, mi sono scoperto piuttosto sensibile a tutte le Siobhan che ci sono nel mondo: va bene, lo ammetto. E allora perché insisti a volermi diverso? 
Puoi darla a bere a tutti, Magoo, ma a me no: agli altri puoi sembrare una donna, tu puoi illuderti di esserlo. Io però ti conosco. Lo so chi sei. 
Sei e sempre sarai una ragazzina spaventa con le trecce lunghe. 
Una stupenda, ragazzina spaventata con le trecce lunghe. Che non sa guidare, non sa prendersi cura di sé, non sa mangiare come si deve e che inciampa, dentro alle sue paure e per il mondo. 
Ha bisogno di un uomo che, seppure a modo suo, sappia proteggerla, quella ragazzina. 
Un uomo che intuisca quello che di lei perfino a lei stessa sfugge. 
Hai bisogno di me, Magoo. 
Altrimenti perché sei crollata, quando sono andato a Dublino e a New York? 
Perché ancora non ti rialzi? 
Perché hai bisogno di me. Ecco perché. 
Fai pace con l’evidenza di questa verità e smettiamola di sforzarci per avere un matrimonio felice. Nessuno ce l’ha. Tutti si arrabattano come possono, si tradiscono, si deludono, si accontentano. 
La vita è troppo breve per impegnarsi a migliorare... No?”

Nonostante il marito ribadisca più volte questo concetto, lei resta quasi impassibile.
Non ne appare offesa, lascia correre, non lo affronta, non condanna il suo maschilismo e la sua pochezza.
Suo marito, è il classico uomo colpito dalla crisi di mezza età, che ad un tratto non sa più cosa volere dalla vita, quindi cambia compagna e cambia lavoro, e da essere un avvocato di successo si ritrova in spiaggia a servire mojito.
Gli altri personaggi raccontati, o meglio dire accennati, avrebbero anche potuto avere delle storie interessanti, ma purtroppo queste non vengono approfondite e risultano, infine, essere solo delle comparse di cui ci si dimentica troppo in fretta.
La scrittura alterna momenti bui a momenti più divertenti, ma nonostante questo non prende mai il decollo né in un verso, né nell'altro.
Manca di disperazione vera nei momenti tristi e di vero brio in quelli più allegri.
Per questo non riesce ad emozionare e non lascia il segno.

Considerazioni:
Ho trovato l'idea di questo libro davvero carina, una di quelle cose che leggi e dici "perché no, voglio provarci anch'io", e perché no, magari prima o poi ci proverò davvero, infondo cosa sono dieci minuti?
La lettura di questo libro è stata poco impegnativa, non è un libro che regala grandi emozioni sia in positivo che in negativo.
Chiara, la protagonista, non mi ha fatto affezionare a lei.
L'ho compresa, mi sono ritrovata in molte sue insicurezze, ma non l'ho capita fino in fondo.
Diceva di amare profondamente suo marito, ma se ami una persona non puoi rimanere impassibile quando questa ti dice, senza nemmeno un minimo di tatto, di preferirti insicura e piena di problemi solo perché così lui può sentirsi indispensabile!!! 
Non resti impassibile quando tuo marito ti domanda "perché non puoi essere come la mia amante?". O__o 
Puoi tirargli una pizza semmai, ma restare impassibile... no! Questo mai!
Ok, essere insicura, ma ogni tanto il carattere tiralo fuori!
Lui incommentabile, davvero pessimo ed odioso.
Non ha il minimo rispetto e considerazione né per il suo matrimonio, né per la donna che ha amato e che gli è stata vicino per tanti anni. 
In definitiva quello che la Gamberale ci racconta è il disfacimento di un rapporto. 
Due persone che si sono amate, che sono cresciute insieme, ma che ad un certo punto, si sono perse. Qualcuno è andato avanti, è cresciuto più in fretta, qualcun altro è rimasto indietro.
Due persone che non si sono venute incontro, non si sono fermate ad attendersi, e alla fine si sono ritrovate estranee, con la speranza di ritrovarsi, ma con desideri incompatibili.
Certo, avrebbero dovuto crederci di più, avrebbero potuto provarci... sarebbero bastati dieci minuti.

il mio voto per questo libro

martedì 15 aprile 2014

Estratto: "Gli ingredienti segreti dell'amore" di Nicolas Barreau

Salve avventori!
Quello che oggi vi propongo è un estratto da "Gli ingredienti segreti dell'amore" di Nicolas Barreau, che ho recensito qui.
In questo passo Aurelie, cuoca e proprietaria del ristorante parigino "Le Temps des cerises", entra per la prima volta nella piccola libreria "Capricorne" e fa la conoscenza del gentile e anziano proprietario Pascal Fermier.
Non immagina ancora che, proprio tra gli scaffali di quel negozietto deserto, troverà il libro che le cambierà la vita...

“Ah... bonsoir, Mademoiselle, non l’ho sentita entrare,” disse con gentilezza, e il suo viso buono, con gli occhi intelligenti e il lieve sorriso, mi ricordò una foto di Marc Chagall nel suo atelier. 
“Bonsoir, Monsieur,” risposi con un certo disagio. “Mi scusi, non volevo spaventarla.” 
“No, no,” mi rassicurò alzando le mani. “Ero convinto di aver già chiuso.” 
Indicò la porta, con un mazzo di chiavi appeso alla serratura. 
“Comincio a dimenticare le cose.” 
“Allora è chiuso?” domandai avanzando di un passo, e sperai che l’importuno angelo custode davanti alla vetrina si decidesse a proseguire per la sua strada. 
“Dia pure un’occhiata con calma, Mademoiselle. Non ho fretta.” Sorrise. “Cerca qualcosa in particolare?” 
Un uomo che mi ami davvero, risposi tra me. Sto tentando di seminare un poliziotto convinto che io voglia buttarmi giù da un ponte e fingo di voler comprare un libro. Ho trentadue anni e ho perso l’ombrello. Vorrei tanto che finalmente mi capitasse una cosa bella. 
Il mio stomaco brontolò. “No, no, nulla in particolare,” dissi in fretta. “Qualcosa... di carino.” Arrossii. Ora mi avrebbe preso per un’ignorante, la cui capacità espressiva non sapeva andare oltre un aggettivo insulso come “carino”. Mi augurai che quelle parole avessero almeno camuffato il borbottio del mio stomaco. 
“Gradisce un biscotto?” domandò Monsieur Chagall. Mi mise sotto il naso un vassoio d’argento di petit beurre, e dopo una breve esitazione ne presi uno, riconoscente. 
Il biscotto mi consolò e zittì il mio stomaco all’istante. 
“Sa, oggi non sono riuscita a mangiare,” spiegai masticando. Disgraziatamente, appartengo a quella categoria di persone poco sicure di sé che si sentono in dovere di dare sempre spiegazioni. “Succede,” si limitò a dire lui evitando ulteriori commenti sul mio imbarazzo. 
“Forse là,” disse indicando dei romanzi su un tavolo, “troverà quello che cerca.” 
E così fu. Un quarto d’ora dopo uscivo dalla Librairie Capricorne con un sacchetto di carta arancione su cui era stampato un piccolo unicorno bianco. 
“Buona scelta,” aveva approvato Monsieur Chagall mentre impacchettava il libro, scritto da un giovane autore inglese e intitolato Il sorriso delle donne. Un bel titolo. “Le piacerà.” 
Io avevo annuito e cercato i soldi, paonazza, nascondendo a stento la sorpresa che, forse, Monsieur Chagall, mentre chiudeva la porta alle mie spalle, aveva scambiato per gioia incontenibile alla prospettiva della lettura imminente. 
Respirai profondamente e guardai la strada deserta. Il mio nuovo amico poliziotto aveva rinunciato a pedinarmi. A quanto pareva, da un punto di vista statistico, la probabilità che qualcuno comprasse un libro per poi gettarsi nella Senna doveva essere piuttosto bassa. 
Ma la ragione della mia sorpresa – che presto si trasformò in eccitazione, mi fece accelerare il passo e salire con il cuore in gola su un taxi – era un’altra. 
Sulla prima pagina del libro dentro la busta arancione che stringevo al petto come un tesoro c’era una frase che mi sconcertava, mi incuriosiva, anzi, mi elettrizzava: 


 "La storia che sto per raccontare inizia con un sorriso e finisce in un piccolo ristorante dal nome promettente: Le Temps des cerises. Si trova a Saint-Germain-des-Prés, là dove pulsa il cuore di Parigi."

lunedì 14 aprile 2014

Recensione: "La piccola mercante di sogni" di Maxence Fermine

Titolo: La piccola mercante di sogni
Titolo originale: La petite marchande de rêves
Autore: Maxence Fermine
Copertina: Louise Robinson
Editore: Bompiani
Data di pubblicazione: Novembre 2013
Pagine: 208
Prezzo: 12,00 €

Trama:
Il giorno del suo undicesimo compleanno, Malo cade nella Senna. Aspirato in una conduttura, quando riapre gli occhi si trova in un mondo in bianco e nero, illuminato dalla luce di una luna di diamanti.
È entrato nel Regno delle Ombre, un luogo magico popolato di personaggi meravigliosi e fuori del comune: Arthur, un albero che non smette mai di starnutire; Mercator, un gatto di duecentotredici anni; Lili, la piccola mercante di sogni dagli occhi dorati che va a caccia di sogni. Senza contare poi gli spettri inquietanti e il pericoloso alchimista che gli getta contro un terribile incantesimo.
Per rompere il maleficio, Malo dovrà affrontare una sfida davvero ardua.

Recensione:
Un misto tra "Alice nel parse delle meraviglie" e "Il mago di Oz", solo che in questo caso il protagonista è un bambino.
Malo è un ragazzino poco considerato dai genitori, sempre troppo presi dalle proprie occupazioni. 
Il giorno del suo compleanno viene coinvolto in un incidente, che porta la macchina su cui è a bordo a sprofondare nelle acque della Senna.
È così che Malo scompare, ed è così che ha inizio il suo viaggio in un mondo immaginario: Il Regno delle Ombre.
Nel suo vagare fra le strade di quel mondo sconosciuto, Malo fa la conoscenza dei vari personaggi che lo abitano.
E' così che ha inizio una staffetta di presentazioni, che se da principio può apparire curiosa e bizzarra, finisce poi per venire a noia.
Tra gli altri personaggi Malo incontra Lili, la mercante di sogni, che per tre bruzoni (la moneta corrente del Regno delle Ombre), vende scatolette colorate che promettono sogni differenti in base al loro colore.
Malo non ha tutto il denaro necessario, nonostante questo Lili, gliene vende una.
Dopodiché la ragazzina chiede a Malo di accompagnarla in un luogo misterioso, che si rivelerà in seguito essere la bottega dei sogni, dove Malo fa la conoscenza del terribile alchimista Dom Perlet, per il quale Lili lavora e a cui ogni notte consegna i bruzoni ricavati dalla vendita delle scatolette.
Questi non accetta lo sconto che Lili ha fatto a Malo e pretende il pagamento imminente del debito.
Malo non possiede il denaro, perciò Dom Perlet scaglia su di lui una tremendo sortilegio.

Se entro l'alba non lo pagherà con gli interessi, Malo diverrà uno spettro e come tale non potrà più abbandonare il Regno delle Ombre.
E qui c'è un'enorme falla nella trama, c'è infatti da chiedersi come mai Lili, ovvero la mercante di sogni, ha fatto uno sconto a Malo sulla sua scatoletta, pur conoscendo il pessimo carattere di Dom Perlet?
Sa che è uno spettro, sa che probabilmente è anche uno dei peggiori e più perfidi che il Regno delle Ombre conosca, allora perché ci tiene tanto a portare Malo con sé alla bottega e a farglielo conoscere?
Lo fa per il piacere di passare una notte assieme al ragazzino andando a caccia di sogni?
Lo fa per metterlo alla prova? O è semplicemente tanto sciocca da non pensarci?
Il bisogno di procurarsi dodici bruzoni  prima dell'alba, spinge i due ragazzini a bussare a varie porte, e a fare la conoscenza degli strambi personaggi che abitano il Regno delle Ombre.
Ogni incontro ci descrive un soggetto curioso, ma nessuno è approfondito particolarmente, e nessuno suscita particolare simpatia.
Ogni visita finisce nello stesso modo, in una monotona ripetizione di avvenimenti.
Anche la conclusione non rivela particolari colpi di scena, un finale prevedibile e scontato che, date le premesse della bella frase d'apertura, aveva lasciato presupporre un epilogo ben diverso e ben più profondo.

“Quando si scompare per la prima volta, lo si fa in sogno. 
La seconda volta, non si sogna più. 
La terza volta, non si vive più che nei sogni delle persone che si sono conosciute.”

La stessa delusione nello scritto vale per le illustrazioni. 
Questo è un libro illustrato di poche pagine, e guardando la bellissima immagine di copertina (un'illustrazione dell'artista Louise Robinson, dalla quale non si può non restare ammaliati) si presuppone che all'interno ci siano illustrazioni, se non nello stesso stile, almeno all'altezza di quella.
Invece, seppur selezionate tramite un concorso, queste sono infantili e poco coerenti con le immagini descritte nel racconto.

Considerazioni:
Di questo autore avevo già letto e recensito "Neve", che non mi era piaciuto, anzi, a dirla tutta ammetto che date le premesse illusorie (bel titolo, bella copertina, trama originale e bellissima frase in copertina) mi ha completamente deluso.
Be' lasciandomi, ancora una volta, trasportare dalle stesse premesse ho voluto leggere questo libro.
E ancora una volta Fermine ha fatto "centro", ovvero è riuscito ancora una volta nell'impresa di illudermi e deludermi XD
Le sue opere (con questa ne ho lette solo due, quindi posso dire: due su due) si confermano sempre più come degli specchietti per allodole.
Questo mi è piaciuto certamente un po' di più, mi aspettavo però sicuramente qualcosa di diverso.

La frase iniziale, che ho citato sopra, mi aveva fatto pensare e sperare in un racconto che narrasse, a mo' di favola, la dimensione esistente tra la vita e la morte, e che il regno delle ombre fosse una sorta di limbo tra le due realtà, un posto dove le anime restano in attesa.
Invece no,  il Regno delle Ombre era solo un sogno...
Invece no, il Regno delle Ombre era realtà, perché Malo, al suo risveglio, ritrova nelle tasche gli oggetti che aveva ricevuto in regalo dai suoi abitanti (un po' come Dorothy de "Il mago di Oz" con le  scarpette rosse).
Invece no... 
Cos'era quindi questo Regno delle Ombre?
Malo è stato fisicamente in questo luogo? O solo mentalmente?
Eh no, fisicamente non ci può essere stato perché era in ospedale.
Allora ci è stato solo mentalmente? Mah, non lo so...
Comunque è una favola e quindi non serve porsi tante domande.
E la morale di questa qual è?
Probabilmente ci vuole dire che i sogni possono realizzarsi e che è sempre bene credere in se stessi.
Probabilmente con il personaggio di Barnabé il "Barone Celeste" (uno dei migliori in questo libro, assieme all'albero Arthur affetto da un terribile raffreddore) vuole dirci che la vera ricchezza non si trova nel denaro, ma nei sogni e nel modo di vivere e di credere nelle cose.

“Sei sicuro di non aver bisogno di questo denaro?” 
“No, d’altronde non sapevo come liberarmene. Ho già tutto ciò che mi occorre. Una casa, un mestiere, degli amici. Mi mancava giusto un sogno…”

Un racconto non brutto, ma nemmeno memorabile, a fine lettura non mi ha lasciato nessuna emozione né malinconia legata ai suoi personaggi :/

Curiosità:
Il libro, pur essendo autoconclusivo, è il primo libro di una serie. 
Gli altri due titoli, ancora non usciti in Italia, sono:
"La poupée de porcelaine" e "La fée des glaces".


il mio voto per questo libro