Visualizzazione dei post in ordine di data per la query racconti brevi. Ordina per pertinenza Mostra tutti i post
Visualizzazione dei post in ordine di data per la query racconti brevi. Ordina per pertinenza Mostra tutti i post

mercoledì 10 novembre 2021

Recensione: "The body" di Stephen King

Titolo: The body
Autore: Stephen King
Editore: Sperling & Kupfer
Data di pubblicazione: 4 settembre 2018
Pagine: 216
Prezzo: 10,00 €
Trama:
Alla fine dell'estate, Gordie e i suoi tre migliori amici, spinti dalla voglia di avventura, vanno alla ricerca del cadavere di un loro coetaneo scomparso. 
Motivati dal desiderio - ognuno per una ragione diversa - di riscattarsi e diventare degli eroi, si mettono in cammino lungo i binari della ferrovia. 
Dovranno superare momenti di fatica, paura e mille ostacoli, e scopriranno che i mostri non si nascondono dentro gli armadi, ma nel cuore delle persone. 

Recensione:
Originariamente parte della raccolta "Stagioni diverse", questo racconto ha raggiunto una tale fama da meritarsi una pubblicazione tutta per sé. E non si fatica a capirne il perché. 
La storia dei ragazzi di Castle Rock, infatti, pur non essendo caratterizzata dai tipici toni agghiaccianti del maestro dell'horror, è una di quelle che, in poco più di duecento pagine, riesce a lasciare il segno, ritraendo la bellezza ma anche la crudeltà umana, la fragilità dei perdenti ed il coraggio di chi sa resistere.
A parlarci è Gordon Lachance, uno dei protagonisti, il quale, dopo essere diventato uno scrittore affermato, sceglie di ripercorrere con noi l'ultima avventura trascorsa con i suoi inseparabili amici, il suo personalissimo "autunno dell'innocenza".
 
Le cose più importanti sono le più difficili da dire. 
Sono quelle di cui ci si vergogna, perché le parole le immiseriscono, le parole rimpiccioliscono cose che finché erano nella vostra testa sembravano sconfinate, e le riducono a non più che a grandezza naturale, quando vengono portate fuori. 
Ma è più che questo, vero? 
Le cose più importanti giacciono troppo vicine al punto dov'è sepolto il vostro cuore segreto, come segnali lasciati per ritrovare un tesoro, che i vostri nemici sarebbero felicissimi di portar via. 
E potreste fare rivelazioni che vi costano, per poi scoprire che la gente vi guarda strano, senza capire affatto quello che avete detto, senza capire perché vi sembrava tanto importante da piangere quasi, mentre lo dicevate. 
Questa è la cosa peggiore, secondo me. Quando il segreto rimane chiuso dentro non per mancanza di uno che lo racconti, ma per mancanza di un orecchio che sappia ascoltare. 
Avevo dodici anni — quasi tredici — la prima volta che vidi un essere umano morto. Successe nel 1960, tanto tempo fa... anche se a volte non mi pare così lontano. 
Soprattutto la notte, quando mi sveglio da quei sogni, in cui la grandine cade nei suoi occhi aperti.

Tutto ha inizio quando Vern Tessio, uno dei fantastici quattro, irrompe nel piccolo rifugio della casa sull'olmo, il loro club segreto, per comunicare ai compagni di classe una sconvolgente rivelazione: lui sa dove si trova il cadavere di Ray Brower, il coetaneo scomparso pochi giorni prima, quello di cui tutti parlano.
Quale miglior occasione per diventare popolari? Smettere di essere gli sfigati del quartiere, i rifiuti della società, per essere ricordati invece come gli eroi che hanno risolto il mistero.
I nostri amici, senza pensarci due volte, decidono di partire, alla volta di South Harlow.
Niente bagagli, niente provviste, solo un piano improvvisato per far sì di essere di ritorno a casa la sera seguente, prima di destare sospetti. 
Il viaggio, come potrete immaginare, non filerà liscio come l'olio.
Tanti saranno gli ostacoli da affrontare, dalla notte da passare all'aperto - con tanto di presenze inquietanti, e sospette, nascoste nell'ombra - alla corsa contro il tempo e contro il treno, allo scontro con l'irascibile gestore della discarica, fino al bagno nel lago, che riserverà ai ragazzi un'amara e dolorosissima sorpresa.
I quattro amici si avviano con un solo obiettivo - ritrovare il corpo non ancora rivenuto - ma, come sempre accade quando si raggiunge una meta tanto agognata, troveranno, al loro arrivo molto più di quanto pensassero.
L'esplorazione nella campagna remota, attraversata solo da vecchi binari abbandonati, servirà a cementare le vere amicizie, a rivelare quelle meno salde, a perdonare i propri errori, ad affrontare i fantasmi del passato.
Sì, perché, nonostante la loro giovane età, Gordon Lachance, Chris Chambers, Teddy Duchamp e Vern Tessio portano sulle loro spalle un fardello non indifferente. 
Venuti su in famiglie problematiche, hanno dovuto imparare da soli a difendersi dal mondo, dalla crudeltà dei pregiudizi, dalla mancanza di punti di riferimento.
Partendo da Teddy che seguita a venerare un padre che l'ha ferito più di chiunque altro al mondo, per poi sparire nel nulla; a Gordon, rassegnato al ruolo di figlio invisibile; sino ad arrivare a Vern, bullizzato dal suo stesso fratello; e a Chris, vittima di abusi in famiglia, e di ingiusti preconcetti, da parte degli altri abitanti di Castle Rock.
Sotto la facciata da duri, i ragazzi nascondono tante fragilità, una gran voglia di riscatto, ed un inconfessabile bisogno d'affetto e di comprensione.
Tra una disavventura e l'altra, troveranno gli uni negli altri, chi più chi meno, una guida, un compagno di sventura, un alleato prezioso, un confidente fidato. 
E anche noi lettori, poco alla volta, finiremo per affezionarci a quei combinaguai un po' troppo sboccati, alle loro zuffe, alle dimostrazioni di coraggio, alle prese in giro, ma anche ai saggi consigli.

«Chris si volse a me. 
«Ti ha spaventato quel treno, Gordie?» 
«Noo», feci io, e presi un sorso di Coca. 
«Non molto, sbruffone.» 
Mi diede un pugno al braccio. 
«Veramente! Non ero per niente spaventato.» 
«Sì? Non eri spaventato?» 
Teddy mi scrutava attentamente. 
«No! Ero pietrificato.» 
Questo li stese tutti, compreso Vern, e ridemmo forte e a lungo. 
Poi rimanemmo sdraiati lì, senza dire altro, solo a bere in silenzio. 
Mi sentivo il corpo caldo, attivo, in pace con me stesso. Dentro filava tutto liscio come l'olio. Ero vivo e felice di esserlo. 
Mi pareva che ogni cosa spiccasse con una tenerezza speciale, e anche se non avrei mai potuto esprimerlo a parole, pensavo che non importasse - forse quel senso di tenerezza era qualcosa che volevo tenere per me.

Non a caso, uno dei maggiori pregi di questo libro, è il riuscire a coniugare un clima di spensieratezza, tipico dell'infanzia, alla maturità di chi fa già parte del mondo degli adulti.
Momenti di gioco e di vivace allegria, si alterneranno ad altri più malinconici e toccanti, quest'ultimi aventi per protagonisti, quasi sempre, Gordie e Chris. 
I due riescono a capirsi, ricevendo dall'interlocutore la comprensione ed il sostegno morale che, fin troppo spesso, erano venuti a mancare nell'animo dei grandi a loro vicini.
Il primo non fa che assistere inerme di fronte all'indifferenza della sua stessa famiglia, la quale, dopo essere stata devastata dalla tragica perdita del primogenito, dimentica di prestare le giuste attenzioni al secondo figlio, quello sopravvissuto. Il minore dei Chambers invece, oltre a combattere quotidianamente con l'alcolismo e la violenza del padre, ed i problemi con la giustizia dei fratelli, deve anche vedersela con quella nomea che gli impedisce di essere diverso da ciò che gli altri pensano di lui. E, come ben sappiamo, si finisce per diventare dei mostri, se ti fanno credere che non puoi essere nient'altro. 
Tramite la figura di Chris, nel libro, viene affrontata più di una tematica di fondamentale importanza, in particolare per i giovani, ma anche per gli adulti: il sistema scolastico che non garantisce davvero pari opportunità per tutti, la piaga del bullismo, gli abusi familiari e, cosa peggiore, la connivenza delle forze dell'ordine.
Ciononostante, l'adolescente riveste il ruolo di leader per il gruppo di amici, il tipo coraggioso che tutti ammirano e vogliono imitare, quello che prende le decisioni o a cui gli altri si rivolgono, quando si presenta un problema. Per quanto ognuno dei quattro sia indubbiamente un bravo ragazzo, piegato dal caso, dal destino o semplicemente dalla sfortuna, lui è la presenza più positiva, più responsabile e più adulta.
Basti pensare all'atteggiamento paternalistico con cui si rivolge a Gordie, incoraggiandolo a proseguire gli studi, per tentare davvero in futuro la carriera di scrittore. Quest'ultimo invece, oltre a regalarci delle profonde riflessioni sulla vita, la morte, sulle delusioni ed i rimpianti (non dimentichiamo che a parlare è il Gordon Lachance già adulto), nel corso della narrazione, non manca di raccontarci anche alcuni retroscena sulla difficile, ed affascinante, arte dello scrivere, includendo nella storia persino due racconti brevi.
In generale il romanzo, nonostante l'apparente clima goliardico, è uno di quelli che riesce a toccare le corde del cuore, facendo presa sui sentimenti di nostalgia o sui ricordi di gioventù che tutti, bene o male, serbiamo nella mente.
Questo anche grazie alla maestria di un autore come King, impeccabile sia nella descrizione degli ambienti e delle situazioni (mirabili, a tal proposito, i passi sul cielo in rapido cambiamento, nel suo continuo affascinante mutare dall'alba al tramonto, sino alla notte stellata), che dei sentimenti, dei pensieri reconditi o anche delle semplici sensazioni istantanee, che possono attivarsi in qualsivoglia momento in ognuno di noi.
 
Non parlammo di Ray Brower ora che il buio si faceva vicino, ma io pensavo a lui. 
C'è qualcosa di orribile e di affascinante nel modo in cui cala l'oscurità in un bosco, il suo arrivo non attutito dai fari o dai lampioni stradali o dalle luci delle case o dalle insegne al neon. Arriva senza le voci delle madri, che chiamano i figli dicendo basta adesso torna dentro, ad annunciarla.
Se siete abituati alla città, l'arrivo del buio nei boschi vi sembrerà più una catastrofe naturale che un fenomeno naturale; deborda, come il Castle deborda in primavera. 
E come pensavo al corpo di Ray Brower in questa luce o nella sua mancanza, quello che sentivo non era la tremarella o la paura che improvvisamente apparisse davanti a noi - verde spirito mormorante il cui scopo era rimandarci là dove eravamo venuti, prima di andare a disturbare la sua pace - ma un'improvvisa e imprevista ondata di pena per lui che se ne doveva stare così solo e indifeso nel buio, che ora stava coprendo la nostra parte di terra. 
Se qualcosa voleva mangiarlo, l'avrebbe fatto. Non c'era lì la mamma a impedirlo, né il padre, né Gesù Cristo in compagnia di tutti i santi. 
Era morto, ed era solo, sbattuto giù dalla ferrovia nel fossato, e mi resi conto che, se non avessi smesso di pensarci, mi sarei messo a piangere.

In conclusione non posso che consigliare questo racconto che, con estrema delicatezza e senza cadere in banalità, dipinge il difficile momento di passaggio dall'infanzia all'età adulta, fatto di tabù inconfessabili, piccoli e grandi timori, tanta spavalderia, ma anche di sincera amicizia.
Un libro che parla anche di paura, ma non nel modo in cui ci si aspetterebbe. La paura di crescere e diventare uomini senza valori, imbrigliati in una vita priva di significato o di speranza, la paura di vedere il nemico nascosto, non nel bosco o nell'armadio, ma nella persona della porta accanto che cerca puntualmente di buttarci a terra. 
La paura del tempo che scorre inesorabile e non lascia scampo, delle occasioni perse, delle persone sconfitte da un destino crudele che non conosce pietà. 

Considerazioni:
Quando ho intrapreso questa lettura mi aspettavo una storia molto diversa da quella poi effettivamente raccontata. Credevo di trovare un racconto horror per ragazzi, con i protagonisti che, partiti per un'avventura decisamente particolare e decisamente macabra - come può essere la ricerca di un cadavere - si trovavano ad avere a che fare con qualcosa di molto più spaventoso ed inquietante.
Inizialmente davanti a tutt'altro scenario, mi sono trovata un po' spaesata: il tutto mi pareva confusionario, ed i ragazzi di Castle Rock, di primo acchito, forse anche a causa del loro linguaggio abbastanza scurrile, mi ispiravano ben poca simpatia.
Per i primi capitoli non ho fatto che aspettare una svolta, un qualcosa che avrebbe rivoluzionato il viaggio intrapreso dai quattro, fino a quando, ho capito che non era la storia a dover cambiare, ma il mio atteggiamento verso di essa. Ed è così che, semplicemente, ho iniziato a godermi la lettura, il cammino accidentato, fatto non di urla e spaventi, ma di piccole difficoltà e di intime confessioni.
Ho cominciato ad affezionarmi a Gordie e i suoi amici, tutti così diversi per carattere, eppure così simili per retaggio. 
In particolare mi sono legata a Chris, ai suoi silenzi densi di significato, al suo istinto di protezione nei confronti dei più deboli, ai rimorsi per le cattive azioni commesse.
Un ragazzo perso, diviso tra il futuro che vorrebbe avere ma che crede di non meritare, e il destino che invece odia ma a cui pensa di non potersi sottrarre.
Certe riflessioni, sul terrore di diventare un alcolista o un delinquentello da quattro soldi, non ce le si immagina pronunciate da un dodicenne, e proprio per questo finiscono per fare più presa sui lettori.

«Amico, tuo padre ti farà nero quando lo scoprirà. Hai anche detto che era in vena cattiva.» 
I suoi occhi continuavano a danzare. 
«Questo è il bello, amico. Non scoprirà un bel niente. Lui e quelle altre tre spugne sono tutti stesi, giù a Harrison, con sei o otto bottiglie di vino. Non torneranno per una settimana. Ubriaconi fottuti.» 
Storse la bocca. Era l'unico della banda che non avrebbe mai bevuto, neppure per mostrare che aveva, sapete com'è, le palle. Diceva che non aveva intenzione di ritrovarsi, da grande, un fottuto alcolizzato come il suo vecchio. E una volta mi disse in privato - fu dopo che i gemelli DeSpain si erano presentati con una confezione da sei che avevano fregato al loro vecchio e tutti sfottettero Chris perché non volle prendere una birra e nemmeno un sorso - che era terrorizzato dall'idea di bere. 
Disse che suo padre non staccava più il naso dalla bottiglia, che suo fratello maggiore era pieno fino alle orecchie quando aveva violentato quella ragazza, e che Eyeball stava continuamente a scolarsi Purple Jesus con Ace Merril e Charlie Hogan e Billy Tessio. 
Che possibilità aveva secondo me, mi chiese, di lasciare la bottiglia una volta che avesse iniziato? Forse può sembrare ridicolo, un dodicenne che si preoccupa di poter essere un incipiente alcolizzato, ma in Chris non era ridicolo. Non lo era proprio per niente.

Anche Gordon, con la sua timidezza e l'umiltà che lo contraddistingue, riesce senza dubbio a fare breccia nel cuore di chi legge, in particolare per quanto riguarda la sua difficile situazione familiare. Inoltre, come dicevo prima, il signor Lachance, ormai maturo, si fa portavoce di molte riflessioni generali sulla vita e la morte, che non si può non condividere.
Per quanto riguarda gli altri due, sono quelli un po' più in ombra, quelli di cui ci vengono raccontati meno aneddoti. Di Teddy, ad esempio, sappiamo dell'orrendo trauma fisico e psicologico, subito da bambino, a causa di un attacco di violenza del padre (un veterano di guerra, sicuramente affetto da disturbo post traumatico), e della sua assurda venerazione proprio per quel padre che ha distrutto, già in partenza, la sua vita. Poi più di una volta ci viene fatta notare la sua indole spericolata, e lo sprezzo del pericolo, ma poco altro. Tuttavia, anche lui, sotto la patina da duro, nasconde un animo fragile e sofferente, che non può lasciarci indifferenti.
In generale però l'incosciente Teddy ed il pavido Vern rappresentano la parte più giocosa della storia, essendo loro quelli che, nonostante tutto, portano avanti un modo di fare infantile ed ingenuo. Si godono appieno l'esplorazione, buttandosi i problemi alle spalle.
Del rapporto tra Gordie e Chris vi ho parlato ampiamente, voglio solo aggiungere che ho amato la loro amicizia, ed il loro continuo incoraggiarsi e coprirsi le spalle. Credo che loro siano l'esemplificazione dei veri legami che resistono al tempo e alle avversità.
In conclusione questo romanzo, giustamente definito un racconto di formazione, non mi ha regalato brividi lungo la schiena come mi sarei aspettata (anche se, effettivamente, alcuni particolari inquietanti e macabri sono presenti), ma mi ha fatto provare più di un'emozione, riportandomi indietro nel tempo, ad un passato fatto di giochi e spensieratezza, di speranze per il futuro e sogni da realizzare, e di affetti così speciali, da doverli custodire come fossero tesori.

Curiosità:
Da questo racconto, nel 1986, è stato tratto il film "Stand by Me - Ricordo di un'estate", diretto da Rob Reiner, e con protagonisti dei giovanissimi Will Wheaton, River Phoenix, Jerry O'Connell e Corey Feldman. La pellicola, che ha ricevuto una candidatura agli Oscar come miglior sceneggiatura non originale, ritrae molto bene il clima del libro, avvicinandosi abbastanza alla storia raccontata da King.

il mio voto per questo libro

lunedì 13 settembre 2021

Recensione: “Un'estate con la Strega dell'Ovest” di Kaho Nashiki

Titolo: Un'estate con la Strega dell'Ovest
Autore: Kaho Nashiki
Editore: Feltrinelli
Data di pubblicazione: 27 giugno 2019
Pagine: 141
Prezzo: 12,00 €


Trama:
Mai ha tredici anni e non vuole più andare a scuola. La madre, preoccupata, decide di mandarla a stare dalla nonna per un po’, in una bella casetta nella campagna giapponese sul limitare dei monti. La nonna è una signora inglese ormai vedova, arrivata in Giappone molti anni prima e rimasta lì per amore. Sia Mai che la madre si riferiscono a lei come la “Strega dell’Ovest”, ma nel momento in cui la nonna le rivela di possedere realmente dei poteri magici, Mai rimane incredula e diffidente.
Quando però le propone di affrontare il duro addestramento da strega, accetta senza esitazioni. Immerse nella natura incontaminata del Giappone più remoto, nonna e nipote passano insieme settimane meravigliose in raccoglimento, lontane dalla frenesia della vita di città, a lavorare nell’orto, raccogliere erbe selvatiche e cucinare, oltre a dedicarsi, naturalmente, a quelli che sono, secondo la nonna, i rudimenti di base per una giovane strega.

Recensione:
Non posso descrivere altrimenti questo libro se non come una carezza per il cuore e l’animo.
L’ho letto per la prima volta la scorsa estate e, come Mai, la piccola protagonista di questo libro, avevo da poco attraversato un periodo difficile. Leggerlo, la prima volta, è stato come se queste pagine fossero state scritte proprio per me, come se la Strega dell’Ovest, con i suoi insegnamenti e le sue perle di infinita saggezza si rivolgesse direttamente a me, dicendomi quello che avevo bisogno di sentire, nel momento esatto in cui avevo bisogno di sentirlo.
Questa rilettura - ora che ho lasciato la mia personale “nostalgia” (come la definisce Mai) alle spalle - è stata più leggera, ma non meno emozionante, e ancora una volta ho chiuso il libro, tra lacrime e singhiozzi.
Perché ci sono libri che non hanno bisogno di grandi trame, ambientazioni e centinaia di pagine e personaggi per entrarti dentro.

Qui ci sono solo una nonna e una nipote, la campagna giapponese, e tanta, infinita cura, amore e dedizione, per la vita, per la natura e per le persone a cui si vuole bene.
Ma soprattutto questo è il primo libro in cui mi imbatto che affronta il tema dei disturbi mentali - perché alla fine, anche se non viene mai detto apertamente è di questo che si tratta, e da cui Mai è affetta - con grande delicatezza e profondità.
In uno stile tutto giapponese, che dice senza dire, fatto di metafore, magia e spiritualismo, vengono affrontati i temi dell’ansia, degli attacchi di panico, della depressione e del bullismo.

Mai è troppo piccola per sapere cosa le stia succedendo e cosa siano quel mare tumultuoso di sensazioni agitate che le vorticano dentro e che non riesce a gestire.
I genitori non sembrano curarsene, prendono la situazione sottogamba, parlano di ipersensibilità, di carattere difficile, ma in poche parole non fanno altro che ignorare il problema.

“A Mai ogni tanto capitava di essere afflitta da una nostalgia struggente. 
Visto che lei veniva anche quando era a casa sua, forse era strano chiamarla “nostalgia”, ma per Mai non poteva essere altro. 
Si sentiva così triste che lei si stringeva il cuore. 
Non sapeva perché, da dove venisse, se le sarebbe venuta anche a casa della nonna, ma era comunque necessario fare i dovuti preparativi.”

“Quando riaprì gli occhi, la mamma in effetti, non c’era, e tutt’a un tratto si fece prendere dalla nostalgia. 
Dato che questa volta sapeva cosa l’avesse scatenata, era meglio rispetto a quando le capitava senza motivo preciso. Però aveva la medesima forza primordiale e dirompente, e provò un senso di solitudine e di dolore, come una stretta al cuore, come se stesse precipitando all'infinito dentro un ascensore.
Quando succedeva poteva solo aspettare che passasse.”

Così Mai arriva dalla nonna, per prendersi una pausa da tutto ciò che la fa stare male, dalle pressioni, dalle aspettative, dalle paure e dalla sua vecchie vita, per concedersi una vacanza in campagna.
In lei troverà finalmente qualcuno che si prenderà cura del suo stato emotivo, la sua personale psicoterapeuta, una confidente che la indirizzerà, non sulla giusta strada, ma sul giusto peso da dare alle cose e alle emozioni.

I racconti delle loro giornate, così libere, frizzanti e spensierate - troppo brevi ecco, forse questo è l’unico difetto che vi ho trovato - mi hanno fatto desiderare di essere con loro, ma in un certo senso con loro c’ero davvero, perché, come vi dicevo, ho sentito che i loro discorsi erano rivolti anche a me, e quindi erano anche per me.

Ho amato il rapporto che Mai e sua nonna creano giorno per giorno, e ogni insegnamento, ogni azione e parola mai lasciata al caso.
La Strega dell’Ovest sembra sapere sempre di cosa sua nipote abbia bisogno, che sia una parola al momento giusto, una passeggiata fra i boschi o un lavoro da sbrigare per tenere lontani i cattivi pensieri... del resto è una strega.

A dare poi fascino alla storia la natura e il suo grande potere ristorativo e curativo, fonte inesauribile di stupore e bellezza, che regala piccoli miracoli e magie.

Io al contrario di Mai non ho avuto la fortuna di avere una casetta in campagna dove rifugiarmi, sono sicura che mi avrebbe giovato e ne avrei tratto grande beneficio, la natura in questi casi sa sempre come aiutare, però ho avuto la grande fortuna di avere una mia Strega.
Little Pigo grazie per essere stata la mia personale strega dell’Ovest.
Il mio addestramento l’ho portato avanti solo grazie a te ❤️

Curiosità:
L’autrice ha pubblicato per la prima volta questo libro nel 1994 e, a distanza di circa venticinque anni, ha voluto ripubblicare il suo lavoro, con l’aggiunta di tre brevi racconti che definiscono i contorni e aggiungono sfumature ai caratteri dei personaggi, aiutandoci a comprenderne meglio l’emotività, e la sensibilità.

Nel primo racconto “La storia di Blackie”, è la mamma di Mai la narratrice. In una sera come tante condivide con sua figlia, e con noi, una storia che ha come protagonista Blackie, l’amato cagnolone che è cresciuto con lei, e a cui ha dovuto dire addio quando Mai era ancora piccolina.
Una storia molto commovente e dolce, che riempie il cuore di tenerezza e speranza.

Nel secondo racconto “Un pomeriggio d’inverno” la narratrice è una Mai adulta che torna con la memoria ad un inverno che ha trascorso a casa della nonna.
Un racconto che ci fa entrare nella loro intimità e ci regala un altro prezioso dialogo tra nonna e nipote, un altro grande insegnamento, e ci fa comprendere meglio quali siano le fragilità che hanno caratterizzato la Mai bambina e che accompagneranno la Mai adulta.
E di queste pagine, di questi momenti di confidenza tra le due, non mi stancherei mai.

Infine nel racconto “I rametti nel fornello” è la Strega dell’Ovest che ci parla. 
Siamo con lei, in una giornata d’inizio inverno. Seguiamo i suoi piccoli gesti, la sua routine quotidiana. L’estate in cui Mai è stata con lei è passata, e la bambina andando via ha lasciato un grande vuoto che si fa sentire.
Un monologo in cui si sente tutta la malinconia dei tempi felici, la pesantezza della solitudine, il bagaglio delle gioie e delle sofferenze di una vita.

Tre frammenti di vita.
Tre piccoli doni che Kaho Nashiki ci ha fatto, rendendoci partecipi di questi momenti. Come se ci avesse permesso, ancora una volta e per pochi istanti, di guardare nel buco della serratura e scoprire eventi inediti, importanti, ma allo stesso tempo trascurabili. Eppure li considero tesori di cui non ne avrei mai abbastanza ❤️

Ringrazio Feltrinelli editore per avermi omaggiato di una copia cartacea di questo libro

il mio voto per questo libro


lunedì 30 novembre 2020

Review Party "Alice, Dorothy & Wendy" - Recensione: "Peter Pan nei giardini di Kensington" e "Peter e "Wendy" di James M. Barrie


Salve avventori!
Come vi avevo già annunciato con il precedente post dedicato a questo volume (lo trovate QUI) , in cui mi sono divertita ad analizzare la crescita delle tre eroine Alice, Dorothy e Wendy durante i loro magnifici viaggi così pazzeschi e surreali, oggi, per il Review Party recensirò la sezione del libro dedicata a Wendy, la diligente ragazzina londinese che ha ceduto alle promesse di divertimento e avventure del ragazzino che non voleva mai crescere.
La sezione dedicata a Wendy comprende le seguenti storie:
♥ Peter Pan nei giardini di Kensington
♥ Peter e Wendy
Di seguito la mia recensione :)

Titolo: Alice, Dorothy & Wendy
Autore: Lewis Carroll, J.M Barrie, L. Frank Baum 
Editore: Oscar Mondadori
Data di pubblicazione: 17 novembre 2020
Pagine: 540
Prezzo: 25,00€ 

Trama:
Alice e le sue avventure nel favoloso Paese delle Meraviglie, di là e di qua dallo specchio. Wendy, l’amica di Peter Pan che per molti lettori è la vera eroina dei romanzi con il bambino che non vuole crescere. Infine Dorothy, la piccola protagonista portata da un tornado nel fantastico mondo di Oz. 
Tre ragazzine curiose e audaci, al centro di tre grandi classici che, ciascuno a suo modo, hanno saputo celare sotto le spoglie del racconto di fantasia messaggi e metafore della vita. 

"Peter Pan nei giardini di Kensington" e "Peter e "Wendy":
L’indimenticabile figura dell’orfano Peter, il bambino che non vuole crescere e che sa volare, nasce dalla fantasia di James Matthew Barrie che nel 1906 pubblica le storie di Peter Pan nei Giardini di Kensington. 
Ma è nel famosissimo Peter e Wendy del 1911 che fa la sua comparsa il ragazzino che tutti conosciamo: è in questo romanzo che si raccontano le straordinarie avventure di Peter e dei Bimbi Sperduti sull’Isolachenoncè, in un mondo popolato di pirati, sirene, fate, indiani. Eroe di avventure ricche di colpi di scena, tra epici combattimenti e atmosfere sognanti, Peter Pan è diventato il simbolo dell’infanzia come momento di infinita libertà creativa della fantasia e di ribaldo rifiuto degli adulti e delle loro bizzarre convenzioni.

Recensione:
Come già detto, questa meravigliosa raccolta contiene, al suo interno, i grandi classici per ragazzi scritti dalle penne di Lewis Carroll, J.M Barrie e L. Frank Baum.
La sezione dedicata a Wendy racchiude sia il libro "Peter Pan nei Giardini di Kensington", che lo scritto successivo "Peter e Wendy".
Ma andiamo con ordine.
Il personaggio di Peter Pan appare per la prima volta nel 1902, nella raccolta di racconti intitolata "L'uccellino bianco".
Le storie narrate in quel volume sono ambientate nei Giardini di Kensington, e in queste Peter, non è che un personaggio minore tra i vari narrati.
Il libro non ebbe un vasto seguito, ma successivamente andò in scena l'opera teatrale che metteva in scena il Peter Pan che tutti noi conosciamo, l'eterno ragazzino indisponente che non vuole proprio saperne di crescere. Ed è da quest'opera teatrale che, successivamente, Barrie ha tratto il romanzo "Peter e Wendy", il suo più grande successo.
Ed è proprio in seguito a questo gran successo, che l‘autore, raccolse i capitoli che interessavano la storia del neonato Peter Pan, presenti nel già pubblicato "L'uccellino bianco" (dal cap. 13 al 18) e li ripubblicò in un'opera autonoma e indipendente, dal titolo "Peter Pan nei giardini di Kensington".

Il libro in questione è antecedente a quello che narra del più noto Peter Pan, il bambino che viveva nell’Isolachenoncè, e nonostante le somiglianze fra i due personaggi, non si tratta di un prequel.
Pur presentando un personaggio con lo stesso nome e con molte caratteristiche simili (tra cui il desiderio di non voler crescere), e riprendendo parecchi spunti dai quei racconti ambientati nei Giardini, le due storie sono separate e indipendenti.

"Peter Pan nei Giardini di Kensington" è una storia suddivisa in sei capitoli, in cui protagonisti sono soprattutto i Giardini stessi, che non ne costituiscono solo l'ambientazione, ma hanno una parte fondamentale all'interno delle storie.
Parlo di storie perché, effettivamente, ogni capitolo si potrebbe considerare una piccola storia a sé, ognuna focalizzata su un aspetto diverso, ognuna che aggiunge un piccolo pezzo al puzzle, che si ricompone, via via, sotto ai nostro occhi.
Il racconto si apre con una passeggiata nei Giardini che vengono presentati e descritti al lettore in tutta la loro straordinaria bellezza e a cui, capitolo dopo capitolo, vengono aggiunti dettagli e/o personaggi, che abitano il parco o che lo hanno abitato in passato.
Ed ecco che facciamo la conoscenza di Peter, un bimbo che, quando aveva appena una settimana di vita, ha preferito la libertà e l'incertezza di una finestra aperta a mille possibilità, alla confortevole - ma forse troppo noiosa - nursery da poppante.
Così, senza pensare troppo alle conseguenze, e con non poco egoismo (caratteristiche che troveremo anche nel Peter descritto in "Peter e Wendy"), il piccolo vola via dall'abbraccio materno, per fluttuare sui tetti di Londra e trovare rifugio nei tanto agognati Giardini.
Qui Peter farà amicizia con gli uccelli che vivono sull'isola al di là della Serpentina, e con le fate che, solitamente molto dispettose, avranno una particolare e speciale predilezione per lui.
E dopo mesi e mesi passati a girovagare tra le aiuole, a navigare la Serpentina, a giocare con i vari oggetti lasciati in giro dai visitatori diurni, Peter esprimerà il desiderio di tornare dalla sua mamma.
Peter, pur non dicendolo apertamente, si rende conto di non aver dato vera importanza alla sua scelta, e di aver preso una decisione molto importante, troppo alla leggera. 
Ed ecco che il rimpianto inizia a farsi strada in lui e nel suo cuoricino di bambino egoista.
Così, in una sera come un'altra, vola alla finestra della sua cameretta e, trovandola aperta, si siede accanto alla sua mamma che dorme con il viso bagnato dal pianto, perché ancora soffre il suo piccolino sparito nel nulla, e suona un po' il flauto per lei.
Ed ecco che torna il momento di fare una scelta: andare o restare?
Ma, ancora una volta, il richiamo della finestra e la libertà che essa promette è troppo forte.
Peter dice a se stesso che tornerà, il tempo di salutare gli amici, navigare ancora un po’ il fiume, sorvolare ancora i giardini un paio di volte... tornerà, tanto per lui la finestra sarà sempre aperta.
Ma i mesi passano, e Peter, come spesso fanno i bambini, continua a temporeggiare prestando poca importanza alle sofferenze e ai desideri altrui, e quando finalmente si decide a tornare a casa riceverà l'amara sorpresa...
E seppur Peter sia stato egoista e superficiale, in quel momento è impossibile non empatizzare con lui, impossibile non desiderare di stringerlo forte fra le braccia.

Alla fine partì in gran fretta, perché aveva sognato che la mamma stava piangendo. 
Lui conosceva la causa di quelle lacrime e sapeva che un abbraccio del suo meraviglioso Peter avrebbe riportato subito il sorriso sulle labbra della mamma. 
Oh, ne era così certo, e desiderava così tanto rannicchiarsi fra le sue braccia, che questa volta volò subito alla finestra che sarebbe dovuta restare sempre aperta per lui. 
Ma la finestra era chiusa, e avevano montato anche un’inferriata. Guardando all'interno, Peter vide la madre che dormiva tranquillamente con un altro bambino fra le braccia. 
Peter la chiamò: «Mamma! Mamma!» ma lei non lo udì. 
Invano batté le manine sulle sbarre di ferro. 
Dovette tornare ai Giardini, singhiozzando, e non rivide mai più la sua cara mamma. 
Che ragazzo straordinario avrebbe voluto essere per lei! Oh, Peter! 
Noi che abbiamo commesso il grande errore, ci comporteremmo in tutt'altro modo alla seconda occasione. Ma Salomone aveva ragione: non ci sono seconde occasioni, almeno per la maggior parte di noi. Quando arriviamo alla finestra è Ora di Chiusura. Le sbarre di ferro si sono alzate per sempre.

Infine ai giardini conosciamo la piccola Maimie che, con suo fratello maggiore Tony, ne è una frequentatrice abituale.
La sua storia, come quella di Peter, è ormai nota a tutti, ogni bambino sa chi è! Perché Maimie Mannering è stata la prima bambina a restare un'intera notte nei giardini! La prima bimba per cui le fate hanno costruito la loro famosa Casetta.
Maimie in quella notte nei giardini fa la conoscenza di Peter, tra i due nasce subito un’immediata simpatia, e Peter le propone di restare per sempre con lui... ma ecco che Maimie non fa il suo stesso errore, ci pensa solo per qualche istante... e poi il timore... e se anche la sua mamma chiudesse la finestra?
Ed è da lei che sceglie di tornare, lasciano il povero Peter da solo, con il suo sogno di non crescere mai e restare speciale per sempre.

Seppur, come vi dicevo, “Peter e Wendy” non sia il seguito di questa storia, ne riprende moltissimi aspetti, caratteristiche e anche qualche aneddoto.
Qui Peter è un ragazzino con i denti da latte (non un neonato di una settimana), ma anche lui, ad un certo punto, racconta una storia molto simile a quella narrata dal Peter dei Giardini: anche la sua mamma ha chiuso la finestra, anche sua mamma lo ha sostituito con un altro bambino, e da qui nasce il suo odio per le mamme e il desidero di averne una tutta per lui.

Così, una sera, Peter entra nella cameretta dei Darling, dove Wendy, John e Michael dormono sereni, e propone alla ragazzina, e ai suoi fratelli di seguirlo sull’Isolachenoncè, dove li attenderanno fate, sirene, pirati, una tribù di pellerossa e tantissime avventure, e... ci potranno arrivare volando!
Come resistere ad un ritratto così allettante?
I ragazzi non se lo fanno ripetere due volte e, senza volgere nemmeno un pensiero a ciò che lasciano alle loro spalle (due genitori affettuosi e premurosi, Mr e Mrs Darling. e la loro tata Nana, un cagnolone molto materno), volano via, lasciando dietro di sé solo tre lettini vuoti e una finestra spalancata su una notte piena di stelle.

Seconda a destra e poi dritto fino al mattino... ed eccoli sull'Isola dove li attenderanno davvero tutte le avventure che Peter ha loro promesso.
Battaglie all'ultimo sangue, guerre sanguinolente, coccodrilli in cerca di prede succulente, sirene suscettibili, fatine gelose e vendicative e un gruppetto di Bambini Sperduti desiderosi di una mamma che badi a loro.

E Wendy sarà per un po’ la mamma che tutti loro cercano, si occuperà del cibo, del bucato, e intratterrà i bambini raccontando loro mille storie.

E poi c’è Peter, ovviamente, e il suo conflitto, mai sopito, con Capitan Uncino, un capitano gentiluomo, il cui essere pare in eterno conflitto tra crudeltà e osservanza delle buone maniere.

Ma “Peter e Wendy” è molto più che uno storia d’avventura per bambini, come in “Peter nei Giardini di Kensington”, anche qui c’è una forte componente malinconica e nostalgica.
Peter, pur sembrando, ad una prima occhiata superficiale, un bambino felice, che non potrebbe desiderare null'altro in più di ciò che ha (quale bambino non vorrebbe essere lui, anche solo per un istante?), rivela, in realtà, tutta l'infelicità dell’essere umano che sacrifica la vera felicità per seguirne una effimera e di poco valore.

Tutti i personaggi di questa storia, del resto, si rivelano estremamente egoisti.
Dopotutto come dice lo stesso Barrie, i bambini sono “spensierati, innocenti e senza cuore”.
Ed egoisti lo sono Wendy, John e Michael quando vanno via di casa senza farsi troppi scrupoli.
Lo è Campanellino, che più di una volta attenta alla vita di Wendy, per la gelosia che prova nei suoi confronti.
Lo sono i Bambini Sperduti nei confronti di Peter, quando lo abbandonano senza il minimo senso di colpa.
Lo è Peter che fino all'ultimo cerca di ingannare Wendy, pur di tenerla con sé.

Ma è lo stesso Peter - quello che nell'immaginario collettivo è un bambino felice e spensierato - a farne le spese.
Resta solo, destinato ad una vita di solitudine, e di ricordi perduti, perché egli stesso sceglie quella strada, e la sceglie per sfuggire alle responsabilità e ai doveri che la vita da adulto comporterà. 
Sceglie di non crescere, di restare bambino per sempre, rinnega le responsabilità e allo stesso tempo si nega una vita di amore e affetto.

«Mamma!» gridò Wendy.
«È Wendy!» mormorò lei, credendo ancora si trattasse di un sogno.
«Mamma!» 
«E questo è John!» «Mamma!» gridò Michael, che adesso la riconosceva. 
«Questo è Michael!» esclamò lei, e tese ai tre piccoli egoisti le sue braccia che non avrebbero dovuto abbracciarli mai più. Invece li abbracciarono, si strinsero intorno a Wendy, a John, a Michael che erano sgusciati dai lettini ed erano corsi a lei. 
«George! George!» gridò la signora non appena poté parlare.» 
Il signor Darling si svegliò e prese parte alla sua felicità. Quanto a Nana, giunse di corsa. Non poteva esserci più dolce spettacolo, ma non c’era nessuno a vederlo, all'infuori di uno strano ragazzo che spiava da dietro i vetri della finestra. 
Quel ragazzo conosceva estasi meravigliose che gli altri ragazzi non potevano nemmeno immaginare. Ora stava osservando, attraverso i vetri di una finestra, la sola gioia dalla quale sarebbe stato escluso per sempre.»

Non ho provato simpatia per quasi nessun protagonista di questa storia, fatta eccezione solo per Capitan Uncino (e questo la dice lunga XD), in particolare modo non ho provato simpatia per Peter Pan, che rappresenta in sé molti dei maggiori difetti dell’essere umano: è egoista, vanesio, superficiale, egocentrico, anafettivo, antipatico, arrogante, prepotente e presuntuoso.
Quel Peter non mi è piaciuto, ed è lui quello che, immagino, dovrebbe far sognare stuoli di bambini e far loro desiderare di essere come lui...

Invece ho provato molta tenerezza per Peter in quei brevi spiragli in cui si può percepire tutta la sua umanità e debolezza. Quando resta fuori dalla finestra a osservare ciò che ha scelto di perdere, quando dimentica tutto ciò che gli succede, sia le avventure più straordinarie, sia le amiche di una vita... comprese le fatine che sono quasi morte per lui. Quando scoppia in lacrime scoprendo che Wendy è cresciuta, come se, crescendo, lo avesse tradito.
E probabilmente Peter dimentica tutto, compreso chi ha amato e ama per evitare di soffrire, un ennesimo (ma comprensibile) gesto di codardia, per salvaguardare se stesso.
Non mi aspettavo di leggere una storia tanto triste, e non mi aspettavo di leggere una storia tanto profonda... d'altronde Peter Pan è per tutti il simbolo della gaiezza, spensieratezza e felicità, e non avrei mai pensato che la sua storia celasse così tanta solitudine, sofferenza e abbandono.
Una storia che può piacere o no, ma che sicuramente non lascia indifferenti, un libro che si chiude lasciando un piccolo peso nel cuore.

Sicuramente tra le storie presenti in questo volume sono proprio i libri di Barrie quelli che mi hanno toccato e coinvolto maggiormente, come già detto non ho amato i protagonisti, anzi li ho mal sopportati per la maggior parte del tempo XD, ma ho sofferto con loro, ho sofferto per Peter per ciò che ha perso e per cui non ha mai voluto lottare.

Ringrazio Mondadori per avermi omaggiato di una copia di questo libro

il mio voto per questo libro:

lunedì 9 novembre 2020

Review Party - Recensione “Il grande libro dei racconti di Sherlock Holmes” di A.A.V.V

Salve avventori!
Oggi per il Review Party dedicato a questo splendido volume curato da Otto Penzler, recensirò per voi alcuni dei racconti che sono racchiusi al suo interno.
Per conoscerli tutti, passate oggi, e nei prossimi giorni, sui blog delle mie colleghe, che trovate nel banner qui sotto.


Titolo: Il grande libro dei racconti di Sherlock Holmes
A cura: Otto Penzler
Editore: Oscar Mondadori
Data di pubblicazione: 27 ottobre 2020
Pagine: 1008
Prezzo: 28,00 € 


Sherlock Holmes, come scrive Otto Penzler, che firma l’introduzione di questo meraviglioso volume, è considerato una delle tre persone più famose mai vissute, assieme a Gesù Cristo e al più grande escapologo della storia, Harry Houdini.
Ed è davvero difficile negare la veridicità della sua esistenza quando quasi chiunque al mondo conosce il suo aspetto, le sue manie e le sue avventure.

Quella che vi presento in questo post è la più voluminosa selezione di parodie e di pastiche su Sherlock Holmes mai raccolta in un’antologia.
Per facilitare il lettore nel destreggiarsi in questo volume, così corposo, i racconti sono stati suddivisi in varie categorie, in cui si possono trovare storie di tutto rispetto, scritte da grandi firme della letteratura, ma, allo stesso tempo, anche piccole e assurde parodie.

Per questo Review Party, io mi occuperò della recensione dei racconti contenuti nelle seguenti categorie:
Fin dall’inizio
Holmesless
Non di questo mondo

Ognuna di esse contiene in sé racconti che hanno un fattore comune.
"Fin dall'inizio" racchiude le prime parodie e racconti scritti da altri autori, in cui viene ripresa la figura di Holmes, che diventa perciò protagonista di casi assolutamente inediti.
"Holmesless" raccoglie i racconti in cui Holmes è presente solo per la sua fama, ma non appare mai personalmente e attivamente nella storia.
"Non di questo mondo" conta quei racconti in cui non è Londra lo sfondo delle avventure di Sherlock Holmes.




Nel giro di pochi anni dalla sua prima apparizione, Holmes divenne una figura di tale rilevanza sulla scena letteraria che, ben presto, su quotidiani e riviste cominciarono a essere pubblicate, a un ritmo impressionante, sue parodie. In gran parte erano davvero orribili, niente di più che storielle caricaturali basate su un’unica battuta che spesso non faceva neanche ridere. 
Qui sono raccolte alcune delle prime e delle migliori, tutte risalenti al diciannovesimo secolo, in ordine cronologico, un modo come un altro per presentarle.

"Una serata con Sherlock Holmes" di James Matthew Barrie
"Gialli finiti male: le avventure di Sherlaw Kombs" di Robert Barr
"Sherlock Holmes contro Conan Doyle" Autore Anonimo
"La piuma del duca" di R.C. Lehmann
"Il segno dei 400" di Roy L. McCardell


“Una serata con Sherlock Holmes” di James Matthew Barrie, è stato il primo racconto parodia di Holmes, e inizialmente fu pubblicato in forma anonima.
Qui l’autore si diverte a creare, per il suo racconto breve, un personaggio che sia all'altezza del grande Sherlock Holmes. 
Un protagonista che ha capacità deduttive anche superiori rispetto a quelle dell’investigatore londinese, e che non si risparmia di mostrargliele in un confronto che vedrà proprio Holmes uscire sconfitto e amareggiato.


Nella sua parodia “Gialli finiti male: le avventure di Sherlaw Kombs”, invece, Robert Barr mette su un vero e proprio caso in cui il suo Sherlaw Kombs, con abili deduzioni, risolve sotto gli occhi attoniti di un meravigliato Watson un caso molto misterioso, che ha a che vedere con un omicidio... o forse no?
Qui l’autore mette in evidenza l’acredine tra l’investigatore e Scotland Yard che, pur di aggiudicarsi la soluzione del caso, arriva a scombinare le carte in tavola.


Nel racconto “Sherlock Holmes contro Conan Doyle”, ad opera di uno sconosciuto umorista, una delle prime parodie di Sherlock Holmes di cui si abbia notizia, l’investigatore dice chiaro e tondo cosa ne pensa dell’uomo che, nel riportare le sue avventure, a quanto pare fraintende ogni cosa: Arthur Conan Doyle.


“La piuma del duca” fa parte de “I racconti di Picklock Holes”, ovvero la prima vera e propria serie di parodie con protagonista Sherlock Holmes.
Qui la figura dell’investigatore Picklock Holes e del suo fedele assistente Watson assumono contorni assolutamente surreali con un Holes che imbastisce dal nulla un’accusa di rissa tra cacciatori di frodo e un Watson che guarda alle gesta del suo mito con occhi colmi di ammirazione.


“Il segno dei “400”: il seguito delle avventure di Sherlock Holmes” fu pubblicato per la prima volta sul numero del 24 ottobre 1894 della rivista «Puck» e rappresenta l’unica incursione di McCardell nell'universo letterario di Holmes e Conan Doyle, e costituisce anche la prima parodia holmesiana scritta da un americano.
Qui Holmes viene chiamato per risolvere il caso della scomparsa dei diamanti Coldslaw dal boudoir di lady Coldslaw.
Anche qui Holmes arriverà immediatamente alla soluzione del caso e anche qui, ancora una volta, viene messo in evidenza il forte contrasto tra l’investigatore e Scotland Yard, che fa di tutto pur di prendersi i meriti dell’arresto, finanche inquinare le prove.



Anche quando lui non è fisicamente presente, non si possono ignorare la personalità e l’aura di Holmes, che si impone con lo spirito...

"Codeina (7 per cento)" di Christopher Morley
"Il caso della signora Hudson" di Laurie R. King
"Il problema finale" di Bliss Austin


In “Codeina (7 per cento)”, Christopher Morley ci racconta di Dove Dulcet, ex agente letterario e investigatore dilettante, che mentre si trova ospite alla cena annuale degli Irregolari di Baker Street - il noto club di appassionati di Sherlock Holmes - tiene, su insistenza degli altri invitati, un breve discorso in cui afferma della clamorosa esistenza di una sorella Holmes, a suo avviso, più giovane sia di Mycroft che di Sherlock.
Sia Marley che il suo protagonista sostengono questa teoria avvalendosi dell’osservazione che lo stesso Sherlock, in una delle sue avventure, fa alla signorina Hunter quando, quest’ultima, riceve l’offerta di fare la governante ai Faggi Rossi. «Non è un impiego che mi piacerebbe per mia sorella» afferma il detective.
Dulcet, ovviamente, ritiene che nessuno avrebbe detto una cosa del genere se non avesse avuto davvero una sorella, e quindi si appresta a riferire al suo interlocutore perché, a dir suo, Watson, nei resoconti delle avventure di Sherlock Holmes, non avesse mai fatto riferimento a lei.
Dulcet qui ci racconta non solo di una sorella, ma anche di una nipote intelligente e arguta come suo zio, e abilissima nell'arte di mandare messaggi cifrati che, molto spesso, fanno proprio riferimento ai casi del suo famoso zio detective.

Che si sia ispirata proprio a questo racconto Nancy Springer, per la sua serie di romanzi sulla piccola di casa Holmes?



Gli autori di parodie di Sherlock Holmes si sono presi diverse libertà con il personaggio, ma poche controverse come la decisione di Laurie R. King di farlo addirittura sposare, una condizione in cui pochi lettori si aspettavano di trovarlo.
Ve lo immaginate? L’eccentrico Sherlock Holmes sposato?
Nasce così una vera e propria serie di romanzi con protagonisti i coniugi Mary Russell e Holmes, che ha ottenuto un così grande favore e apprezzamento da figurare regolarmente nelle classifiche nazionali dei libri più venduti.

Come nasce la versione di Laurie R. King e l’incontro tra i due?
Quando Mary Russell aveva quindici anni, incontrò Sherlock Holmes, un gentiluomo ormai anziano, ritiratosi nel Sussex ad allevare api.
Lui le fece da mentore nei primi anni seguendola nella risoluzione di crimini, e tra loro nacque un’amicizia molto stretta che, sette anni dopo il primo incontro, sfociò nel matrimonio.
Mary Russell fa il suo esordio in “L’allieva e l’apicultore” la prima di una serie di avventure.

Ne “Il caso della signora Hudson” la voce narrante è proprio Mary Russell.
Qui ha diciott'anni e sta svolgendo il suo apprendistato presso Sherlock Holmes che vive nel Sussex, assieme alla premurosa signora Hudson che lo ha ben presto raggiunto per prendersi cura di lui.
Ed è proprio la signora Hudson, questa volta, a rivolgersi al detective per risolvere il mistero della nebulosa sparizione di alcuni oggetti, di ben poco conto, all'interno della casa.
Sherlock, ovviamente, ha ben altri problemi e casi per la testa per prestare attenzione a quelle che reputa siano solo delle sciocchezze della sua governante, così la liquida attribuendo quelle sparizioni all'opera di qualche ratto.
Ed è qui che interviene Mary, che promette alla signora Russell di aiutarla nella soluzione dell’enigma.
Non sto qui a raccontarvi i risvolti della vicenda, vi dico solo che anche questa volta il grande Sherlock disattenderà le aspettative della sua fama non intuendo assolutamente nulla di ciò che le due donne escogiteranno alle sue spalle.


Bliss Austin scrisse “Il problema finale” per un concorso di gialli bandito dall’«Ellery Queen’s Mystery Magazine». Arrivarono più di ottocento manoscritti, e i primi quindici furono pubblicati in un volume intitolato The Queens Awards.

Per burla, Austin scrisse una storia che aveva come protagonisti proprio i giudici del concorso: Christopher Morley, Howard Haycraft, e Ellery Queen.
I giudici ne furono così divertiti da premiare Austin con una menzione speciale.

Il racconto ha come protagonista Hugh Ashton, giovane studente e scrittore in erba che sceglie, per l’appunto, di partecipare al concorso promosso da Ellery Queen, con il suo giallo avvincente.
Ma mentre Ellery Queen è intento a decantare ai suoi colleghi la bellezza di quello scritto, muore improvvisamente.
Un nome rimbomba però tra loro, quello di James Moriarty...
In questa indagine non è presente personalmente Sherlock Holmes, ma solo la sua fama, quella che spinge i suoi ammiratori a investigare seguendo le sue orme, e/o a uccidere ispirandosi ai suoi casi...
E porta, invece, i suoi detrattori a non voler assolutamente prendere in considerazione strade, teorie, supposizioni che abbiano qualcosa a che fare con l’investigatore inglese.



Siamo abituati ad associare Holmes a un luogo e un tempo ben definiti, in prevalenza a Londra, “dove è sempre il 1895”, come ha scritto Vincent Starrett in modo così semplice ed eloquente. Ma esiste un’ampia varietà di racconti nei quali Holmes appare in diverse sembianze ed epoche, e persino in diversi livelli spirituali. 
Inoltre, mentre l’essenza del genio di Holmes si trova nelle sue osservazioni e deduzioni, basate su una logica molto acuta, ci sono cose che non si possono spiegare razionalmente.

"Lo spirito maligno del lupo" di Anthony Boucher
"I gioielli marziani della corona" di Poul Anderson
"Sherlock fra gli spiriti" Autore Anonimo
"I patriarchi scomparsi" di Logan Clendening
"Il diavolo e Sherlock Holmes" di Loren D. Estleman


“Lo spirito maligno del lupo” di Anthony Boucher è un racconto davvero carino e inaspettatamente tenero, sì tenero, avete letto bene, so che è una parola che non accomunereste mai alle storie di Sherlock Holmes, eppure è così.
La voce narrante è quella del fedele Watson, che accoglie in casa sua un annoiato e impaziente Holmes, smanioso di trovare un nuovo caso a cui dedicarsi.
John è sposato con Mary Morstan, ma per quella sera la donna ha scelto di prendersi una serata libera con l’amica lasciando il di lei pargoletto alle cure di Watson... una serata da baby sitter interrotta sul più bello... XD
Ed è proprio il piccolo Elias Whitney a fornire al burbero Holmes uno svago chiedendo una storia, e mentre Watson intrattiene il bambino con la favola di Cappuccetto Rosso, Holmes giunge a una straordinaria ed epocale rivelazione.


Poul William Anderson fu un autore di fantascienza, mitologia nordica e realismo magico molto popolare e acclamato dalla critica.
Il suo interesse per Sherlock Holmes nacque dall'incontro con Karen Kruse, fondatrice di un’associazione di fan di Sherlock Holmes.
Anderson la conobbe a una convention internazionale di fantascienza a Chicago, nel 1952. Si sposarono e restarono insieme fino alla morte dello scrittore.


Anderson in “I gioielli marziani della corona” sembra chiedersi: cosa succederebbe se il noto investigatore inglese fosse un marziano?
Così Sherlock diventa Syaloch, il caso è ambientato nello spazio, tra astronavi in avaria e pianeti inospitali.
Ambientazione e aspetto fisico a parte, il detective non è molto diverso da quello che conosciamo, se non per il fatto che fumi tabacco miscelato al permanganato di potassio, la sua alterigia e il suo infallibile intuito restano immutati.

“Syaloch era un bipede di oltre due metri dal vago aspetto di una cicogna. Ma la testa magra, crestata, con il becco rosso all'estremità del collo sinuoso era troppo grande, gli occhi gialli troppo profondi: le piume bianche assomigliavano più a quelle di un pinguino che a quelle di un uccello volante, salvo la coda piumata blu. Al posto delle ali c’erano sottili braccia rosse che terminavano con mani a quattro dita. E la postura generale era troppo eretta per un uccello.”

Syaloch, in questa avventura, dovrà indagare sulla misteriosa scomparsa dei famosi gioielli marziani della corona, un furto che assolutamente non può essere reso noto al pubblico, a rischio la pace e il sodalizio tra i pianeti interessati.


È noto che Gilbert Keith Chesterton fosse un grande ammiratore di Sherlock Holmes e di Arthur Conan Doyle ed è proprio a lui che viene attribuito il racconto ”Sherlock fra gli spiriti”.
Anche Chesterton, come Doyle, si occupò dello studio dello spiritismo e si suppone perciò che abbia pubblicato, in forma anonima, questa breve parodia in cui si narra dell’incontro fra Holmes e un medium.
Questo è un racconto brevissimo ma molto divertente. 
All'inizio non si capisce chi sia il narratore, se Sherlock o Watson, ma sappiamo che uno dei due sta partecipando alla seduta spiritica del medium, il dottor Magog, e il suo atteggiamento da scettico, che era all'inizio, diventa sempre più incredulo e ammirato.
Strano per uno uomo dalla formazione scientifica e razionale, credere a queste cose... ma ecco il colpo di scena.
No, che non ve lo svelo!


Malgrado sia stato un grande studioso e collezionista di Sherlock Holmes, Logan Clendening oggi viene ricordato quasi soltanto per il suo unico racconto, definito da Ellery Queen “uno dei più brevi e brillanti pastiche di Sherlock Holmes mai concepiti”.
Ne “I patriarchi scomparsi”, un racconto davvero brevissimo, Sherlock Holmes si è appena spento nel suo letto all'età di ottant'anni ed è giunto in Paradiso. Ma anche qui qualcuno ha bisogno dei suoi servigi, Geova in persona ha un caso da proporgli... il ritrovamento di nientepopodimeno che Adamo ed Eva!


Ne “Il diavolo e Sherlock Holmes” di Loren D. Estleman è Watson a rivolgersi per la prima volta all'amico per risolvere un caso a suo dire inspiegabile.
Ed infatti Watson qui ci racconta il primo caso senza soluzione che ha deciso di sottoporre all'attenzione di noi lettori.
Un paziente dell’ospedale St Porphyry’s, istituto dove lo stesso Watson presta servizio, è convinto di essere il diavolo, ma non è il solo ad esserne convinto, perché anche i dottori e gli infermieri sembrano essere sempre più sicuri che i suoi non siano solo i vaneggiamenti di una mente folle, ma che egli dica il vero.
Un racconto misterioso che Estelman preferisce lasciare avvolto nella sua nube di dubbio sovrannaturale, senza fornire alcuna spiegazione.


Considerazioni finali: 
Ho trovato questa raccolta molto variegata, e interessate.
Purtroppo la tipologia del racconto non è ottimale per la narrazione dei gialli, perciò spesso risulta che i racconti più carini siano troppo brevi e si concludano troppo in fretta.
È giusto il caso dei racconti che ho preferito “I patriarchi scomparsi”, “Sherlock fra gli spiriti” e “Lo spirito maligno del lupo”.
Di contro non sono riuscita ad appassionarmi più di tanto a “I gioielli marziani della corona”, sarà che la fantascienza non è proprio il genere che mi è più congeniale.

Avete letto qualcuno di questi racconti?
Cosa ne pensate di questa antologia? Vi interessa?

Ringrazio Mondadori per avermi omaggiato di una copia di questo libro

il mio voto per questo libro

giovedì 9 gennaio 2020

Recensione: “L’uccellino rosso” di Astrid Lindgren

Titolo: L’uccellino rosso
Autori: Astrid Lindgren
Illustrazioni: Anna Pirolli
Editore: Iperborea
Data di pubblicazione:ottobre 2019 
Pagine: 128
Prezzo: 12,00 € 

Trama:
Dalla penna della grande scrittrice svedese una raccolta - inedita in Italia - di quattro racconti dolci e commoventi, in cui realtà e fiaba si fondono.
Quattro storie con protagonisti, ancora una volta, i bambini e il loro modo di fuggire dalla triste realtà che li circonda.

Recensione:
In questa raccolta Iperborea pubblica, per la prima volta in Italia, quattro brevi racconti in cui, ancora una volta, Astrid Lindgren torna a dare voce ai bambini, i suoi soggetti preferiti. 
Solo tramite loro, le loro voci, le loro speranze e i sogni, l’autrice riesce a costruire piccoli mondi in cui le disgrazie e le amarezze della vita vengono cacciate via attraverso l’immaginazione, la fantasia o la magia.
Basta un uccellino rosso insolitamente sgargiante dal canto particolarmente melodioso; pochi versi di una dolce poesia; una vecchia leggenda narrata da secoli; il dipinto di un misterioso castello lontano, per allontanare la realtà e aprire scenari nuovi.

La raccolta comprende i seguenti titoli:

♥ L’uccellino rosso
♥ Suona il mio tiglio, canta il mio usignolo?
♥ Tum Tum Tum!
♥ Messer Nils di Eka

I racconti sono tutti ambientati in quelli che la scrittrice definisce “I giorni della miseria”, giorni tristi, in cui la povertà sembra davvero regnare ovunque, e non lasciare scampo.
Il grigiore e la tristezza paiono aver contaminato tutto, ed è proprio questo clima che fa da sfondo anche al racconto che dà il titolo alla raccolta.

In “L’uccellino rosso” due fratellini rimasti orfani vengono affidati ad un rude contadino che non li ha affatto a cuore.
Per lui i piccoli Anna e Mattias non sono altro che quattro mani in più per il lavoro, e non li avrebbe mai presi con sé, se non per quello.
I due ragazzini sono così costretti a passare le loro tetre giornate tra un lavoro e l’altro.
Mungere le mucche e tenere pulite le stalle, questi i loro compiti e nessuno spazio per i giochi, nessuno svago da bambini.
La loro infanzia pare essere davvero finita.
L’inizio dell’inverno e l’apertura della scuola dà ai due una piccola speranza di cambiamento, ma anche quella situazione si rivela triste e sconsolata.
Il confronto con gli altri bambini, con i loro vestiti, i loro giochi, e il loro pranzo è impietoso.
Lo sconforto aumenta e ormai anche la speranza di un cambiamento è lontana.
Un giorno gelido come tanti, di ritorno da scuola, Anna e Mattias trovano un uccellino rosso, che con il suo canto melodioso li guida alle porte di Pratofiorito, un luogo incantato, dove sembra essere sempre primavera, e dove decine di bambini giocano felici.

In “Suona il mio tiglio, canta il mio usignolo?” la protagonista è la piccola Malin, una ragazzina di otto anni rimasta orfana e costretta per questo ad andare a vivere in un ospizio per poveri. La bimba è triste, in quel luogo cosi grigio e desolato non riesce proprio a trovare nulla di bello, niente per cui rallegrarsi.
Se almeno avesse qualcosa di piacevole da guardare! Ma anche fuori dalla finestra non ci sono fiori, né alberi, ad allietare le sue giornate.
Un giorno, mentre è a fare delle commissioni, sente per caso gli incantevoli versi di una poesia che recitano “Suona il mio tiglio, canta il mio usignolo”... e da qui la bimba inizia a sognare e sperare. 
Se anche lei avesse un tiglio suonatore da guardare e un usignolo canterino da ascoltatore la sua tristezza finirebbe e tutto sarebbe allegro.

Anche “Tum Tum Tum!” è ambientato nei giorni della miseria, in un piccolo villaggio che vive solo grazie all'allevamento delle pecore. Un disgraziato giorno gli abitanti di Kapela scoprono che tutto il loro gregge è stato divorato dai lupi.
La piccola Stina Maria, una notte, mentre è alla ricerca del bastone di suo nonno, e teme di finire nelle grinfie dei lupi o di qualche altra creatura, finisce prigioniera dei "sottoterrestri", il popolo magico di cui il nonno le ha tanto raccontato.

“Messer Nils di Eka” racconta del piccolo Nils, costretto da giorni a letto dalla malattia.
Mentre fuori è estate e i fratellini giocano all'aria aperta, Nils combatte contro la febbre sempre più alta. Unica consolazione il bellissimo dipinto di un grandioso castello, quella visione risveglia la sua fantasia portandolo in un sogno in cui può finalmente dire addio ai suoi malanni e diventare l’eroe di una straordinaria avventura.

Quattro storie originali e tenere, in cui la desolazione lascia spazio alla speranza, la realtà lascia spazio al sogno e alla magia.
Dolce rifugio o provvidenziale risorsa, la fantasia diventa un grande alleato per questi piccoli eroi, trasformando anche la sorte più cupa e avversa nella più straordinaria delle avventure.

Un libro carino, che racconta piccole favole che non sono le classiche favole a cui siamo abituati. Alcune vanno interpretate, e vi dirò non sono neanche sicura di aver colto il vero senso di tutte. Però è stata sicuramente una lettura piacevole in un’edizione deliziosa, resa ancora più particolare dalle caratteristiche illustrazioni, tutte sui toni del grigio, nero e rosso, di Anna Pirolli.

Considerazioni:
Questa è stata davvero una raccolta curiosa e... strana.
I racconti qui narrati mi hanno ricordato le favole svedesi e islandesi (che ho avuto modo di leggere sempre nelle meravigliose edizioni edite da Iperborea), dove non tutto è chiaro, non sempre tutto torna e spesso quello che dovrebbe essere il lieto fine ha, difatti, ben poco di lieto.
È il caso, ad esempio, del racconto “Suona il mio tiglio, canta il mio usignolo?”, in cui la piccola protagonista spera ardentemente di avere finalmente qualcosa di bello a rallegrare la sua vita e il racconto termina in modo che lei non abbia più... una vita.
Ma cosa c’è di bello in questo? Qual è la morale?
Mi ha fatto pensare un po’ alla storia della piccola fiammiferaia, di Andersen, dove il lieto fine anche lì si risolve con la morte della bambina, che finalmente si ricongiunge con sua nonna morta tempo prima.
Ma era un lieto fine per voi quello?
Cosa c’è di lieto in una bimba che muore congelata?
Ecco, la storia di Malin è più o meno simile.

Più positiva è invece la storia che dà il nome alla raccolta “L’uccellino rosso”.
Anche se qualcosa di poco chiaro c’è anche qui. Perché, una volta trovato quella sorta di paradiso terrestre che è “Pratofiorito”, Anna e Mattias non vi restano definitivamente? 
Perché tornano ogni giorno dal contadino per poi fare ritorno, ogni giorno, a Pratofiorito dopo la scuola?
E perché alla fine del raccontano non scelgono semplicemente di restare anziché chiudere la magica porta alle loro spalle?
Sanno bene che, una volta chiusa, quella porta non potrà più essere aperta. E se qualche altro povero bambino, come è successo a loro, avesse bisogno di quel rifugio? Perché essere così egoisti e togliere la possibilità agli altri?
Anche qui non ho ben chiaro quale sia il messaggio, se ce n’è effettivamente uno.

Il racconto che ho preferito, in un certo senso, è stato “Messer Nils di Eka”.
Questo è l’unico in cui un bambino trova rifugio in qualcosa che non ha del magico e del soprannaturale, l’unico in cui ci si può riconoscere.
Quando un bambino è malato, e costretto a letto, può trovare facilmente rifugio nei sogni, nelle speranze. Certo può anche credere nell'esistenza di un luogo magico e incantato dove è sempre primavera, ma difficilmente lo troverà nella realtà.
Quindi sì, per il messaggio di fondo ho preferito questa storia alle altre. Questa in cui il piccolo Nils sogna di essere un eroe e, al risveglio, si ritrova più forte e combattivo più forte e combattivo anche nella sua realtà.
Mi piace l’idea che Astrid Lindgren, attraverso questi racconti, voglia trasformare anche le sorti più meste in avventure magiche e straordinarie, che voglia far diventare la fantasia il più grande alleato per sfuggire alla tristezza.
Non sono certa però della resa, difatti solo un bambino su cinque supera il suo dolore grazie alla propria fantasia. Tutti gli altri sono salvati da forze magiche esterne, forze che vengono in loro soccorso.
Quindi, per questo, non so dirvi se l’intento sia perfettamente raggiunto, però l’ho comunque trovata una raccolta carina e originale.

Ringrazio Iperborea per avermi omaggiato di una copia cartacea di questo libro

il mio voto per questo libro