martedì 4 febbraio 2020

Recensione: "Vicky. Un'altra gemella. Trilogia dei mondi paralleli - libro 2" di Dagmar Bach

Titolo: Vicky. Un'altra gemella
Autore: Dagmar Bach
Editore: Gallucci
Data di pubblicazione: 28 novembre 2019
Pagine: 304
Prezzo: 14,90 €

Trama:
Da quando ha cominciato a saltare nei mondi paralleli, Vicky ha incontrato ben due versioni differenti di se stessa. Una bella confusione, che però le ha insegnato a conoscersi meglio. Perciò perché non sfruttare la stessa opportunità per imparare anche come ci si comporta con il proprio ragazzo? 
Ma nella vita, quasi mai le cose filano lisce, e quindi oltre a capire finalmente come funziona un primo appuntamento, Vicky scoprirà anche come l’amore a prima vista a volte abbia bisogno di un’occhiata in più, che la migliore amica più tosta del mondo può aver paura di innamorarsi… e che è meglio stare alla larga dai merli indiani se si vuole passare un bel pomeriggio romantico.

Recensione:
Avevamo già incontrato Vicky nel primo capitolo della "Trilogia dei mondi paralleli", libro in cui la nostra protagonista aveva iniziato a sperimentare i viaggi in altre realtà, che le avevano permesso di fare la conoscenza di un'altra versione di se stessa, l'esuberante Tory. 
Le due ragazze, apparentemente così simili, avevano finito per combinare un bel po' di equivoci in entrambi i mondi ma, per la serie "non tutto il male viene per nuocere", anche quelle disavventure erano servite a rendere Vicky e Tory più consapevoli dei loro pregi e, soprattutto, dei loro sentimenti.
Ora, con questo secondo libro, Vicky si ritrova a viaggiare in una realtà parallela diversa da quella cui era abituata, in cui veste i panni, non più della popolare Tory, ma della timida e scrupolosa Victoria.
Doppio mondo, doppi pasticci, doppio divertimento, quindi? Non proprio. 
Perché se la carta vincente del romanzo precedente erano appunto i viaggi al di fuori dell'ordinario, in quest'ultimo gli spostamenti non hanno un ruolo preponderante, come si potrebbe pensare, anzi paiono quasi un escamotage per focalizzare ancora di più l'attenzione su quello che, a tutti gli effetti, rappresenta il fulcro della storia, ovvero l'amore folle di Vicky per Kostantin.
Se ben ricordate, in "Vicky. Profumo di cannella", la protagonista credeva di essersi presa una bella cotta per il distaccato David, per poi scoprire, anche grazie all'aiuto di Tory, che il suo cuore batteva in realtà per qualcun altro, l'aitante giovane, diventato poi effettivamente il suo fidanzato.
E che succede ora in "Vicky. Un'altra gemella"
Non molto in realtà, o meglio, niente di così determinante per la storia. La piccola di casa King trascorre la maggior parte del tempo ad interrogarsi sulle emozioni che prova ogni qualvolta entra in gioco l'amore, e sull'insicurezza che non le permette di sentirsi pienamente a suo agio quando è con il suo lui.
Ed è vero, anche nello scorso romanzo, le questioni di cuore trovavano un loro spazio, ma nel mezzo di tante altre non meno importanti, ad esempio il rapporto con i genitori; la routine quotidiana divisa tra scuola, nuoto, e amici; le stranezze di Zia Polly e dei nonni; il lavoro part-time nel bed and breakfast della mamma; la competizione con la compagna di scuola Claire.
Qui invece tutto ruota attorno a questa fanciullesca storia d'amore, mentre il resto pare uno sfondo sfocato, privo di una reale importanza. La stessa "gemella" fa solo un paio di rapide apparizioni, sotto forma di lettere ed appunti sul telefono, quanto basta per permettere a Vicky di testare il Kostantin della realtà parallela.
Il finale poi è davvero molto affrettato: da una parte abbiamo il lieto fine per i due piccioncini, e dall'altra la risoluzione, nel corso di un paio di pagine, dei problemi che affliggevano gli altri personaggi da anni.
Inoltre, cosa ben peggiore, se nel primo libro, la protagonista pareva una comune adolescente alle prese con le difficoltà della sua età, consapevole dei propri limiti ed attenta ai bisogni degli altri, qui dimostra una saccenteria e un ego smisurato, oltre che poca sensibilità verso il prossimo.
E diciamoci la verità, quanto può essere entusiasmante una lettura il cui personaggio principale attira costantemente tutte le tue antipatie? Poco, esatto.
Mi sarei consolata leggendo delle stramberie di zia Polly, descritta come una versione buffa di Bellatrix Lestrange, se solo ci fossero state raccontate, e non vagamente accennate.
Purtroppo, devo dirlo, in questo romanzo ho notato un difetto già riscontrato in altre trilogie. Il secondo tomo, quello che in realtà dovrebbe avere il succo della vicenda, gli sviluppi più importanti, gli snodi e i punti di svolta, talvolta pare un mero riempitivo, privo di azione e di significato. Quasi un modo per prolungare l'attesa e la suspense, in visione del capitolo finale, che dovrebbe contenere le effettive rivelazioni.
Non a caso al termine di questo libro, l'autrice ci rassicura che nel prossimo avremo tutte le risposte che aspettiamo, sui genitori di Vicky, e soprattutto sul funzionamento delle realtà parallele. Un modo per dire "sì lo so che vi ho annoiato, ma mi farò perdonare". Non ci resta che aspettare, e sperare sia vero.

Considerazioni:
Lo scorso anno, recensendo "Vicky. Profumo di cannella", avevo sottolineato come quest'ultimo, pur avendo un taglio prettamente adolescenziale, era riuscito a coinvolgermi e che, una volta iniziato, era impossibile non aver voglia di finirlo.
Quando ho saputo dell'uscita del secondo volume, ero curiosa di conoscere il prosieguo degli eventi, eppure, come avete visto, la curiosità è andata a scemare progressivamente.
Fondamentalmente per un semplice motivo: l'assenza di trama.
Circa trecento pagine in cui la protagonista non fa che declamare, in ogni modo possibile, quanto ami il suo ragazzo, quanto sia bello, gentile, affascinante e così via. 
Ci parla dei suoi appuntamenti, dei baci, delle mani sudate, degli scambi di sms, tutto.
Anche quelle rare volte in cui si catapulta nella vita della gentile Victoria, la sua gemella, invece di sperimentare qualcosa di diverso, o di fare nuove esperienze, non fa che rincorrere l'altra versione del suo fidanzato (o addirittura i genitori di lui) per vile egoismo, causando un bel po' di problemi all'altra sé, che neppure lo conosce.
A questo punto sarebbe stato più utile soprannominare direttamente il libro "Vicky. La sua ossessione per Kostantin". Non vedo proprio il senso di dare fittiziamente un ruolo da protagonista alla gemella che, alla fin fine non appare quasi mai.
Inoltre non capisco la necessità di inserire una nuova versione di Vicky nella storia, per dimenticarsi di quella vecchia, che viene semplicemente accantonata e citata come un lontano ricordo. Avrei anche compreso se la new entry avesse avuto il ruolo di scombinare le carte in tavola e generare confusione, ma dato che la sua presenza è quasi nulla, sarebbe stato preferibile tenerci Tory, e lasciare Victoria lì dov'era.
Anche perché, una cosa è balzare da un mondo all'altro, senza sapere bene dove ci si trova (come sarebbe potuto accadere se ci fosse stata contemporaneamente la compresenza delle tre versioni), un'altra è riproporre all'incirca lo stesso scenario del primo libro, anche se in modo più raffazzonato. 
Un altro aspetto che ha certamente contribuito a non rendere questa lettura appassionante è, ahimè, come vi accennavo prima, la personalità della protagonista, boriosa come poche. Si vanta di ogni cosa, persino di come riesce a farcire i panini, giusto per farvi capire, e la cosa assurda è che, mentre si loda e si imbroda, la cara Vicky se ne esce con frasi tipo "sono sempre insicura in ogni cosa che faccio, penso sempre di non essere all'altezza"...ma quando mai! Una finta umiltà che viene smentita un secondo dopo con affermazioni quali "devo ammettere che sono stata proprio brava in questo, sono stata migliore di lei in quello, mi hanno fatto tutti i complimenti per quest'altro". Che fastidio!
Per di più, nel primo libro, noi avevamo potuto assistere al comportamento scorretto della compagna di scuola Clare, che tuttavia, grazie al mondo di Tory, avevamo se non giustificato, quantomeno compreso.
In questo secondo libro, invece, la situazione sembra essersi ribaltata, in quanto non solo la protagonista pare essersi dimenticata delle pressioni cui la sua rivale è costantemente sottoposta, ma per di più la attacca in modo gratuito, senza che lei sferri alcun attacco. Ovviamente rimarcando sempre che Kostantin ha preferito lei, che lei è più bella, brava, in gamba, perfetta... e umile, non dimentichiamolo U_U
Mi spiace dirlo ma, in più di un punto mi è sembrato di rileggere dell'odiosa Holly Brown di "12 giorni a Natale", di cui vi ho raccontato ampiamente e negativamente in passato.
Parlando poi del finale, tutto termina alla tarallucci e vino, sia per Zia Polly che, dopo anni e anni di solitudine, si innamora, ricambiata, e nel giro di due secondi per giunta; che per la Victoria King parallela la quale, nel tempo di un gelato, capisce di essere destinata a stare anche lei con l'ambito Konstantin che, fino ad un paio di giorni prima nemmeno conosceva.
Ma io dico, centinaia di pagine per parlare di una normalissima cotta, e poi releghiamo all'ultima battuta altre questioni senza dubbio più interessanti? Ma veramente? ╯°□°)╯︵ ┻━┻
E poi che banalità, entrambe le Victoria non possono che perdere la testa per Kostantin, non c'è altra via d'uscita.
E proprio a proposito di Zia Polly, lei è indubbiamente la nota positiva di tutto il libro, il personaggio con più personalità. Bizzarro e strampalato quanto basta, ma dotato anche di una inaspettata saggezza. Lo confesso, ciò che, più di tutto, mi ha incentivato ad andare avanti nella lettura, è stato la ricerca dell'uomo dei sogni della cara zietta. Se il romanzo fosse stato più incentrato su di lei, e meno sulla nipotina, sarebbe stato molto meglio per tutti, o perlomeno per me.
Mi rendo conto di avervi tediato troppo, voglio solo aggiungere che, anche se dal mio punto di vista, questo libro ha un taglio fin troppo adolescenziale, non escludo che per il pubblico cui la storia è espressamente rivolta, il risultato finale non possa essere così male.
Nel senso che immagino che un'ipotetica ragazzina alle prese con i primi appuntamenti, possa in qualche modo riconoscersi nell'imbarazzo di Vicky, nelle sue emozioni e nei suoi dubbi sull'amore (anche se non nella sua boria). Almeno in questo, posso dire che il lavoro di Dagmar Bach sembra avere una sua valenza. Per tutto il resto c'è ancora molto da lavorare.

Ringrazio la casa editrice Gallucci per avermi fornito una copia cartacea di questo romanzo

il mio voto per questo libro

giovedì 30 gennaio 2020

Recensione: "Harry Potter e la pietra filosofale" di J.K. Rowling

Titolo: Harry Potter e la pietra filosofale
Autore: J.K. Rowling
Illustrazioni: Serena Riglietti
Editore: Salani 
Data di pubblicazione: giugno 2009
Pagine: 293
Prezzo: 16,80 

Trama:
Harry Potter sembra un ragazzino come tanti, se non teniamo conto della strana cicatrice a forma di saetta sulla fronte, e della ancora più sorprendente abitudine di provocare fenomeni inspiegabili, come quello di farsi ricrescere in una notte i capelli, inesorabilmente tagliati dai perfidi zii. 
Ma, in occasione del suo undicesimo compleanno, gli si rivelano la sua vera natura, il suo destino, e il mondo misterioso cui di diritto appartiene. Un mondo dove regna la magia; un universo popolato da gufi portalettere, scope volanti, caramelle al gusto di cavolini di Bruxelles, ritratti che scappano e tanto altro ancora.

Recensione:
Chi non ha mai sentito parlare del maghetto occhialuto, uscito dalla penna di J.K. Rowling? Vuoi o non vuoi, la sua storia è nota a tutti, che sia merito dei libri stessi, dei film, del merchandising, o semplicemente del passaparola. Fatto sta che il magico mondo che si apre al di là del Binario 9 e 3/4, fa ormai parte dell'immaginario collettivo, che da tempo alimenta la fantasia di intere generazioni.
Tutto ciò per dire che sfuggire al radar di Harry Potter è quasi impossibile. Potevo quindi io, dopo tutti questi anni, rinunciare ad intraprendere il viaggio alla volta del castello di Hogwarts?
Certo che no! 
Mi rendo conto pienamente che questa lettura, a vent'anni circa dalla sua pubblicazione, possa sembrare a molti anacronistica, ed il mio parere superfluo, tuttavia sono dell'opinione che ogni goccia nel mare abbia una sua utilità, seppur minima, e che non è mai troppo tardi per fare qualcosa che ci fa stare bene.
Anche perché, a mio parere, questo libro, sicuramente brillante e piacevole per più punti di vista, ha tra i suoi maggiori pregi, quello di riuscire a regalare, sia ai bambini che agli adulti, alcune ore di spensieratezza ed incanto. 
Mentre si legge non si può non sognare di ritrovarsi catapultati lì, sul treno pieno di strampalati dolciumi; nei corridoi ricchi di segreti, fantasmi e quadri parlanti; nelle aule che racchiudono pozioni, artifici, e saggezza e, soprattutto, nella Sala Grande tempestata di gufi portalettere, squisite prelibatezze e banchetti festosi.
Naturalmente più si va avanti, più ci si inoltra in una spirale di mistero, azione e pericoli,  questi ultimi non proprio desiderabili, tuttavia già dalle prime pagine, noi lettori non possiamo che sentirci coinvolti nel tragico destino del piccolo Harry Potter, costretto a vivere con gli odiosi zii e l'ancor più detestabile cugino, i quali non fanno che maltrattarlo o ignorarlo, nel migliore dei casi.
Noi, quanto il ragazzino, non facciamo che sperare in un salvatore misterioso che arrivi improvvisamente a portarlo via da quell'incubo, fino a quando, fortunatamente, le nostre preghiere vengono esaudite.
Che emozione veder atterrare la magica lettera non una, ma decine e decine di volte, e che fastidio nel leggere le macchinazioni di zio Vernon per evitare che il maghetto venisse a sapere la verità! 
Finalmente l'omone buono, Hagrid, approda nella vita di Harry, e dà inizio all'affascinante viaggio che voi tutti certamente conoscete. 
Prima tappa Diagon Alley, perché nessuno può entrare nella prestigiosa scuola di magia di Hogwarts senza avere l'occorrente richiesto.
Devo ammetterlo, questa parte è quella che mi ha divertito di più. Cosa darei per poter scegliere la mia bacchetta (anche se in realtà è lei a scegliere il mago), conoscere il mio animale da compagnia, comprare il primo calderone e tutti gli ingredienti per preparare scoppiettanti intrugli.
Per non parlare poi della quotidianità al castello, con serate tranquille passate nell'accogliente sala comune, magari davanti al caloroso camino; pomeriggi trascorsi sulle rive del lago; partite di Quidditch, lezioni di magia, ed incursioni notturne nei passaggi segreti.
Già adesso, pur essendo adulta, sento il richiamo di Hogwarts forte e chiaro, immagino se, come tanti, lo avessi letto da bambina!
Tralasciando questa digressione un po' troppo personale e leggermente imbarazzante, il romanzo, come dicevo, ha come carta vincente la profusione di dettagli fantastici che ci permettono di sognare ad occhi aperti, ma non solo. La Rowling si è prodigata nel conferire una caratterizzazione profonda ai personaggi, i quali, con le loro personalità ben definite, i loro pregi e le debolezze, ci aiutano ad immergerci nella storia. A partire dal protagonista, sempre così modesto ed insicuro, incapace di raffigurarsi come un eroe, ma anche il simpatico Ron, la giudiziosa Hermione ed il tenerissimo ed ingenuo Hagrid (uno dei miei preferiti).
E che dire di Silente? Con i suoi saggi consigli, le sue burle e soprattutto il suo "pigna, pizzicotto, manicotto, tigre" mi ha conquistato!
Al contrario, come immaginerete, i Dursley, Gazza, Draco Malfoy e i suoi scagnozzi non hanno suscitato affatto le mie simpatie, i tipici bulletti che vorresti far sparire con una formuletta magica! Però, c'è da dirlo, senza di loro la storia non sarebbe stata la stessa.
In generale, più si avanti, più la trama si fa fitta, e all'atmosfera estatica dei primi capitoli, si accompagna un mood più misterioso che prevede maggior azione. Inoltre con il passare del tempo, anche i rapporti personali tra i vari attori in scena si solidificano, diventando progressivamente più forti e più credibili ai nostri occhi.
Perfino le ambientazioni, descritte in modo vivido ed incantevole, via via si fanno più tenebrose, in special modo con l'ingresso nella Foresta Proibita, ma anche nelle battute finali.
Insomma, più caratteristiche che messe insieme, fanno sì che la storia scorra liscia come l'olio e che una volta iniziato il libro, non si riesca più a staccarsi dalle pagine.
Un'ultima cosa importantissima, uno degli aspetti che ho apprezzato maggiormente, è la capacità di veicolare, anche attraverso vicende apparentemente infantili come possono essere quelle degli aspiranti maghi, piccole lezioni di vita e preziosi consigli, oltre che valori imprescindibili quali l'amicizia, la lealtà, la fiducia in se stessi e negli altri. 
In conclusione, dopo aver terminato "Harry Potter e la pietra filosofale", non fatico a capire come questa saga abbia dato vita ad un intero mondo di appassionati, che ad anni di distanza dalla prima pubblicazione, non riescono a dimenticare le emozioni provate la prima volta, e che ciclicamente si rituffano in quelle pagine sognanti, sperando di riviverle, oggi come allora.

Considerazioni:
Confesso, sono una delle poche persone al mondo a non aver letto ancora la saga di Harry Potter! E sia chiaro, non per mancanza di interesse, o snobismo, ma più che altro per la scarsa disponibilità di tempo e opportunità.  
Mi spiego meglio: ho sempre desiderato leggerli, anche perché non mi sono persa un film (gli ultimi due li ho perfino visti al cinema), tuttavia ci tenevo a leggerli se non proprio consecutivamente, almeno a poche settimane di distanza l'uno dall'altra, ma l'impegno scolastico prima, e universitario dopo, non me l'ha mai permesso.
In realtà, due o tre anni fa iniziai proprio questo stesso romanzo per terminarlo un paio di giorni dopo, in tutta fretta. Scelsi questa lettura in piena sessione invernale, per svagarmi tra la preparazione di un esame e l'altro, un'idea non proprio geniale, a dir il vero, perché per tutto il tempo non ho fatto che pensare che stavo perdendo ore preziose che avrei potuto impiegare studiando (sì, sono sempre stata parecchio ansiosa), e perciò non mi sono goduta affatto la lettura.
Perché vi sto raccontando questo? Solo per dirvi che della prima lettura non ricordavo praticamente nulla, e per me, rituffarmi nelle pagine è stato un continuo di emozioni e sorprese (beh, se escludiamo la trama principale, che grossomodo ricordavo, a causa del film).
Mi sono gustata ogni secondo, dall'arrivo alla scuola, alle lezioni iniziali, sino ad arrivare al mistero della pietra filosofale. Credo che la Rowling sia stata geniale nell'ideare tutti quei piccoli particolari, come le cioccorane provviste di figurine mobili, le gelatine ai gusti più disparati, la ricordella, le scope volanti, i gufi postini, i passaggi segreti, che ci aiutano ad immaginare di essere davvero lì sulla scena, con i nostri piccoli amici.
Tuttavia, a mio parere, non proprio tutto è stato reso perfettamente. Alcuni dettagli, niente di importante sia chiaro, sono un tantino contraddittori.
Un esempio? Gli allievi Harry, Hermione, Draco e Neville vengono puniti per essere stati trovati nei pressi della torre d'astronomia, di notte. E qual è la punizione giusta per chi, con ogni probabilità, è sceso dal letto per guardare le stelle?
Ovvio, un giretto nella Foresta Proibita, sempre in notturna, e proprio nel momento in cui è assediata da una o più creature misteriose, intente ad assassinare unicorni. 
Ci rendiamo conto? I ragazzi che andavano spontaneamente in giro in una struttura, almeno teoricamente, sicura come Hogwarts, vengono poi trascinati contro la loro volontà in uno scenario indubbiamente pericoloso, per di più con una supervisione quasi del tutto assente. Mah!
E sempre parlando di sicurezza, che dire della pietra filosofale che viene trasferita da una camera blindata della rinomata Gringott (protetta da un percorso a labirinto, mille incantesimi e fiamme di drago), ad una semplice botola sorvegliata da un cane?
Beh, lo so, ora mi direte che il cane aveva tre teste e che, dopo la botola, erano previste durissime prove, ovvero: 
1) la prova della Sprite, il cui controincantesimo veniva insegnato persino agli allievi del primo anno, come ci riferisce Hermione;
2) la prova di Vitious, che non solo contemplava nella stanza l'effettiva presenza della chiave giusta per proseguire, ma anche dei manici di scopa per poterla afferrare. Un po' come se dei proprietari di una residenza prestigiosa, ti lasciassero le chiavi in giro, ed un biglietto con le indicazioni per recuperarle!
Che poi è in sostanza quello che fa Piton con la prova successiva, quella di pozioni, ma perlomeno in quella serviva un po' di ingegno e di logica. Beh diciamo che gli unici che si sono sprecati un minimo sono stati la McGrannitt e Silente che, con lo stratagemma dello Specchio delle Brame, si dimostra il solo con un po' di sale in zucca XD 
Naturalmente so benissimo che non stiamo parlando di un romanzo storico in cui ogni minuzia deve essere perfettamente in linea con la verità dei fatti, però un po' di attenzione in più non ci sarebbe stata male.
Ciò non toglie che quando un libro è coinvolgente, come in questo caso, gli errori sì si notano, ma fino ad un certo punto. Perché se si è molto presi dalla storia, dai personaggi e le loro tribolazioni, dalle avventure ed i pericoli, le contraddizioni pesano effettivamente poco, perché ciò che conta davvero è solo l'emozione che il libro sa darti, e ciò che rimane con te, una volta chiuse le pagine.

il mio voto per questo libro

lunedì 27 gennaio 2020

Recensione: "Il mio maestro Janusz Korczak" di Itzchak Belfer

Titolo: Il mio maestro Janusz Korczak
Autore: Itzchak Belfer
Illustrazioni: Itzchak Belfer
Editore: Gallucci
Data di pubblicazione: 12 gennaio 2019
Pagine: 64
Prezzo: 6,90 €

Trama:
Immagina un fantastico orfanotrofio in cui regna l’amore e i bambini dettano le regole con responsabilità!
Itzchak Belfer, l’autore di questo libro, racconta gli anni trascorsi nell’orfanotrofio fondato dal pediatra Janusz Korczak, il creatore di un metodo pedagogico basato sulla libertà e sull’uguaglianza, che permetteva ai piccoli ospiti della Casa degli Orfani di gestire la vita quotidiana, risolvere i conflitti e sviluppare i propri talenti.
Korczak, dopo l'ascesa del nazismo, rifiutò di abbandonare i piccoli orfani ebrei al loro destino per mettersi in salvo e morì invece, insieme a loro, nel campo di concentramento di Treblinka. Ciononostante le sue idee e il suo metodo non sono stati dimenticati, al punto che molti dei suoi scritti hanno ispirato la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del bambino e, ancora oggi, vengono applicati da innumerevoli insegnanti in tutto il mondo.

Recensione:
Un piccolo libriccino che ha l'onere e l'onore di ricordare una storia importante, ed una personalità altrettanto rilevante, purtroppo ad oggi, poco ricordata.
Stiamo parlando della straordinaria esperienza della Casa degli Orfani, guidata in modo esemplare dal famoso medico e pedagogo Janusz Korczak.
È proprio uno dei suoi studenti a raccontare la vita nell'orfanotrofio, una routine basata sulle responsabilità condivise e sull'unione. Belfer ci parla della loro quotidianità, fatta di gioco ma anche di piccole mansioni da portare a termine nel corso della giornata. Ogni ragazzino, in quella straordinaria abitazione, aveva il compito di prendersi cura dei nuovi arrivati, guidarli passo dopo passo e far sì che seguissero le regole alla lettera. Fino a quando anche questi ultimi sarebbero diventati abbastanza grandi da poter diventare dei mentori a loro volta.
Ma se pensate che i dettami valgano solo per i piccini, vi sbagliate. Perché lo stesso Korczak nel corso della sua vita si era sottoposto più e più volte al giudizio del tribunale, costituito ovviamente solo da bambini. Perché le regole valgono per tutti, nessuno escluso!
In generale quella del maestro Korczak (il cui vero nome era Henryk Goldszmit) è una storia di amore verso il prossimo, un inno al rispetto dei diritti e delle personalità altrui, un racconto pregno di condivisione e collaborazione, armonia e unione.
Un esempio per le scuole e gli insegnanti di oggi che, come i casi di cronaca ci mostrano, troppo spesso dimenticano che i bambini non sono pupazzi da manovrare a proprio piacimento, ma piccoli essere umani con dei propri sentimenti, delle ambizioni, e dei desideri. Gli uomini e le donne di domani che, se cresciuti con affetto e comprensione, non mancheranno un giorno di trasmettere ai loro figli gli stessi valori positivi con cui sono stati tirati su.
Una lettura piacevole ed educativa che, grazie anche alle semplici ed efficaci illustrazioni (ad opera dello stesso autore), e nonostante l'iniziale partenza fin troppo idilliaca, finisce per lasciare il segno.

Ringrazio la casa editrice Gallucci per avermi fornito una copia cartacea del libro

il mio voto per questo libro

mercoledì 22 gennaio 2020

Recensione: “Un'eterna domenica” di Robert Lukins

Titolo: Un'eterna domenica
Titolo originale: The Everlasting Sunday
Autore: Robert Lukins
Editore: Neri Pozza
Data di pubblicazione: aprile 2019
Pagine: 192
Prezzo: 16,50 €

Trama:
Inghilterra, 1962. Il diciassettenne Radford, scortato dallo zio, arriva a Goodwin Manor, un istituto per ragazzi che si sono «messi nei guai». Radford stringe subito amicizia con l’enigmatico West, e la vita a Goodwin Manor offre al giovane, giorno dopo giorno, una fragile pace, mentre, fuori dalle mura dell’edificio, infuria la peggiore tempesta di neve mai registrata da tre secoli a quella parte. 
A vegliare su questi ragazzi ci sono pochi adulti: l’eccentrico Teddy che dirige l’istituto in modo anarchico, Manny, che tiene lezioni di elettronica e la cuoca Lilly. Ma Radford scopre presto che in realtà sono i ragazzi a prendersi cura l’uno dell’altro. Le loro famiglie e la legge non sono state in grado di farlo.
Ma sarà abbastanza, questo senso di comunione, quando la tragedia, all'improvviso, irromperà nelle loro vite, stravolgendo ogni cosa?

Recensione:
Se dovessi definire questo romanzo in due parole userei: poetico ed ermetico.
Appena chiuso mi ha lasciato una grande sensazione di abbandono e di incertezza per le decine di domande a cui non ho ricevuto risposta.
Ed proprio nell'incertezza e nell'attesa di risposte che ha inizio questa storia, con un incipit che lascia davvero tutto all'immaginazione.
Radford e suo zio sono in macchina, in un viaggio che potrebbe essere durato giorni come ore, fuori inizia a nevicare, l’aria è fredda, il gelo fra i due è palpabile e il silenzio assordante.
Non sappiamo perché abbiano litigato, non sappiamo dove si stiano recando, né perché, intuiamo solo che Radford si è ripromesso di non rivolgere la parola allo zio fino all'arrivo.
Arrivati a Goodwin Manor i due si salutano con distacco e ognuno prosegue per la sua strada.
Goodwin Manor, lo capiamo dopo poco, è una casa in cui vengono ospitati a lungo termine i ragazzi difficili, quelli dal carattere problematico o violento, o che hanno avuto qualche problema con la legge. Una specie di riformatorio, senza troppe regole, senza guardie, senza istruttori a cui dover render conto.
A fare gli onori di casa troverà West, un ragazzo della sua età, descritto come un “folletto vivacissimo che sorrideva troppo e si passava le mani tra i capelli con gesti avidi di un sapere segreto”.
La gentilezza e l’allegria spiazzante del ragazzo interferiranno con i suoi piani di mantenersi taciturno e intrattabile fino a fine serata.
Poco dopo farà anche la conoscenza di Teddy, l’enigmatico custode della casa e dei ragazzi.
Ma non c’è nulla che non sia misterioso in queste pagine dove tutto, ogni protagonista, ogni comparsa, e persino la stagione stessa, “il Grande Gelo”(un inverno così freddo e inclemente non si registrava da 82 anni), sembra custodire più di un segreto.
Radford, all’inizio schivo e poco incline a fidarsi e lasciarsi andare, troverà nella Casa, un vero e proprio rifugio e con il tempo inizierà a intenderla come casa sua, un luogo da cui non dover fuggire, ma un posto in cui far ritorno.
L’amicizia con West sarà fondamentale in questo. I due si legano in pochissimo tempo, e quasi in modo inspiegabile se visto dall'esterno.
West vive da tempo a Goodwin Manor, ha già il suo gruppetto di amici, ma Radford diventa un punto di riferimento sin da subito, il che permette al nuovo arrivato di entrare di diritto all'interno del gruppo.
West, Rich, Lewis e Brass, diventano loro il microcosmo del protagonista, un mondo fatto di scherzi, bevute, sigarette, ilarità, ma nessuna confidenza personale, nessun momento intimo in cui ognuno rivela all’altro il motivo di quella forzata reclusione.
E poi c’è Foster, un gigante silenzioso, dall'aria perennemente afflitta ma apparentemente innocua, che viene costantemente provocato da Brass, sicuramente il carattere più fumantino che l’edificio possa vantare.
Il Grande Gelo è anch'esso un grande protagonista del romanzo di Lukins, una presenza fissa e implacabile, che isola la casa e i suoi abitanti dal resto del mondo, li estranea e li reclude in un ambiente sempre più carico di disagi e tensione.
In un clima così, non è strano pensare che gli animi inizino a scaldarsi, i litigi ad aumentare, il nervosismo a crescere.
Un’eterna domenica è esattamente come lo descrive il titolo, giornate monotone tutte uguali, senza stimoli, sempre le stesse facce, gli stessi litigi, lo stesso modo di cercare svago da quei pomeriggi noiosi e freddi.
E la mancanza di rapporti veri e leali, basati sulla conoscenza profonda dell’altro e non solo sulla convivenza, si farà sentire.
Teddy, è il cuore della Casa, cercherà di tenere i suoi ragazzi al sicuro, non dando punizioni o impartendo ordini, ma invitandoli a essere l’uno il sostegno dell’altro. E’ questo quello che si è prefissato: non creare una prigione, ma semplicemente una casa dove ognuno deve prendersi cura dell’altro. Come una famiglia, una famiglia di cui si conosce poco o nulla, però, se non quel poco che si può intuire tra un sospiro e l’altro.
Commovente, dolce, enigmatico e brutale, un’eterna domenica descrive un mondo ovattato, apparentemente sicuro, ma in bilico tra quiete e tempesta, dove basta un nonnulla, per spezzare l’incanto e trasformare il sogno in tragedia.
Un libro poetico ed emozionante, tenero e straziante che indugia sulle problematiche e sulla natura mutevole degli adolescenti e dell’amicizia.

Considerazioni:
Ammetto di aver chiuso questo libro con una certa insoddisfazione. 
Non perché non mi sia piaciuto, anzi, ma perché avrei voluto risposte che non ho ottenuto, avrei voluto leggere ancora dei suoi protagonisti, conoscerli a fondo, sapere il perché e il per come, dei vari comportamenti, conoscere il destino di alcuni protagonisti... in parole povere mi sembra che tutto si sia concluso troppo presto, avrei voluto più pagine, avrei voluto più storie.
Per tutta la lettura ho atteso le pagine in cui il gruppo di ragazzi si sarebbe finalmente riunito in un racconto più intimo e confidenziale, raccontandosi vicendevolmente i motivi della loro reclusione.
Se non da tutti mi sarei aspettata sicuramente che il confronto avvenisse tra Radford e West, questo mi avrebbe permesso di conoscerli meglio e affezionarmi maggiormente a loro. 
Diciamo che forse qualcosa ho intuito, qualcos'altro sul passato di Radfort ci viene brevemente accennato, però avrei preferito leggere, piuttosto che dedurre.
E in questo libro (e questa non è proprio una critica, perché probabilmente sta anche qui la sua bellezza, la sua particolarità, e la sua forza) si deve ricorrere molto spesso alle deduzioni.
Avrei voluto sapere cosa ne è stato dei ragazzi “dopo” l’incidente che ha sconvolto gli equilibri della Casa (su questo non posso dirvi di più), cosa ne è stato di alcuni ospiti che sono improvvisamente spariti nel nulla (Snuffy e Victoria) e cosa ha riservato il destino al timido insegnate di elettronica Manny e alla simpatica cuoca Lillian, e allo stesso Teddy.
Nonostante tutte queste cose non dette, e forse chissà proprio grazie a queste, “Un’eterna domenica” è un romanzo che entra dritto nel cuore, con i silenzi e le fragilità dei suoi protagonisti, le frasi supposte, quelle non dette, l’incredibile affetto che lega i personaggi, sebbene nessuno di essi si sia aperto agli altri svelandosi.
E con lo stesso inspiegabile mistero, mi sono affezionata a loro, pur non conoscendoli, avrei voluto che quel grande inverno non finisse, che il terribile incanto cristallizzato in quell'inverno fosse durato ancora, magari per sempre. In una domenica davvero eterna.

Ringrazio Neri Pozza per avermi omaggiato di una copia cartacea di questo libro

il mio voto per questo libro

giovedì 16 gennaio 2020

Recensione: "Elfi al quinto piano" di Francesca Cavallo

Titolo: Elfi al quinto piano
Autore: Francesca Cavallo
Illustrazioni: Verena Wugeditsch
Editore: Feltrinelli
Data di pubblicazione: 21 novembre 2019
Pagine: 125 
Prezzo: 14,00 € 

Trama:
È quasi Natale quando Manuel, Camila e Shonda, insieme alle loro due mamme Isabella e Dominique, arrivano nella città di R. Prendono possesso della nuova casa in via dei Camini Spaziosi 10, dove i vicini sembrano accoglierli con la diffidenza che gli abitanti della città riservano a tutto ciò che gli è nuovo ed estraneo. 
In compenso la mattina successiva dieci simpatici elfi si presentano a sorpresa a casa loro. Sono stati incaricati da Babbo Natale in persona di trovare una base operativa del Natale per la città di R. e chiedono ai ragazzi di aiutarli a impacchettare i regali. Niente di più emozionante per i tre fratelli che si mettono subito al lavoro. 
Ma il trambusto creato da quella strana catena di montaggio attira l’attenzione della polizia, e gli elfi sono costretti a far scattare il piano B. Ma non tutto andrà come previsto...

Recensione:
Dopo il grande successo di "Storie della buonanotte per bambine ribelli", Francesca Cavallo torna in libreria con un fantastico racconto natalizio, ambientato nella singolare città di R. Lì gli abitanti, da ben cinque anni, e su direttiva del sindaco, cercano di evitare il più possibile ogni contatto con gli adulti estranei alla famiglia.
Solo ai bambini è concesso socializzare, ma sempre nei limiti del necessario.
Così, quando la famiglia Greco Aiden approda ad R, piena di aspettative e speranze per il futuro, non può che rimanerne delusa. Nessuno li accoglie o si avvicina a loro, tutti li guardano con scetticismo e diffidenza, ad eccezione della piccola Olivia, una ragazzina piena di inventiva e coraggio.
Isabella, Dominique e i loro figli sono ormai rassegnati a trascorrere la Vigilia in solitudine, quando una strana lettera giunge in via dei Camini Spaziosi 10. 
Babbo Natale ha bisogno di aiuto! Solo loro cinque, con la collaborazione di dieci simpatici elfi, possono impacchettare i regali per tutta la città prima che sia troppo tardi.
Ovviamente gli inconvenienti non mancheranno, e non saranno solo i doni ed il risultato della missione segreta ad essere in pericolo.
Non vi dirò di più del prosieguo degli eventi, non temete. Vi basti sapere che, grazie alla generosità dei nuovi arrivati, alla collaborazione e alla partecipazione attiva dei bambini disobbedienti, e ad un piano non particolarmente elaborato ma efficace, i cittadini di R cominceranno a capire cosa hanno perso in tutti quegli anni trascorsi in religioso silenzio.
Un bellissimo messaggio di solidarietà e vicinanza, particolarmente importante nei giorni di festa appena passati (ma anche nella vita di tutti i giorni), che ci invita ad aprire la porta ai meno fortunati e ai più soli.
Una storia che, come se non bastasse, oltre a lanciare questa ammirevole esortazione a non chiuderci a riccio di fronte agli stimoli esterni, si fa portavoce di una tematica di estremo rilievo, oltre che di grande attualità. Mi riferisco alle famiglie omogenitoriali, note più comunemente come "famiglie arcobaleno".
Isabella e Dominique, con i loro bambini, ne sono l'esempio lampante. L'amore che lega tutti i componenti è palpabile in ogni momento della lettura, e la quotidianità a casa Greco Aiden è ritratta in modo naturale e genuino. È vero, ad un certo punto, si fa riferimento ad una determinata legge in un dato Stato che non riconosce queste unioni, tuttavia per il resto delle pagine l'amore fra le due donne non desta alcun clamore.
E fatemelo dire: era ora che, in un libro per bambini, venisse dato spazio a quella che è ormai a tutti gli effetti una realtà, una situazione che coinvolge moltissime persone, tra cui gli stessi minori.
È giusto che i più piccoli imparino sin da subito che non vi è nulla di sbagliato nell'amare una persona dello stesso sesso, o nel voler costruire con questa una famiglia. 
È bene che i bimbi che entrano in contatto con chi ha per genitori due mamme o due papà, sappiano che il compagno di classe cresce come tutti, e non c'è motivo di meravigliarsi.
È vitale stoppare sul nascere i pregiudizi, le prese in giro e gli insulti che non sono altro che il sintomo di una cattiva educazione e di un atteggiamento di chiusura da parte degli adulti, troppo impegnati a giudicare, senza conoscerla per davvero, la vita degli altri.

Da bambina era bellissimo guardare le famiglie che popolano i film di Natale sullo schermo della tv, e poi girarmi e trovare la mia sul divano. Crescendo, però, ho scoperto che volevo creare la mia famiglia con un'altra donna invece che con un uomo, e ho iniziato a preoccuparmi che in nessuna delle storie di Natale che avevo letto o visto ci fosse una famiglia come quella che desideravo io. 
Avrei voluto condividere questa preoccupazione con qualcuno, ma ero convinta che ci fosse un motivo segreto per cui le famiglie con due mamme non fossero nelle storie che leggevo e mi vergognavo di chiedere spiegazioni. 
Solo quando sono diventata grande ho scoperto che non c'era alcun motivo e che non avrei dovuto vergognarmi di nulla. 
Alcuni credono che ai bambini non si debba parlare delle famiglie con due mamme e due papà, perché "i bambini sono troppo piccoli per capire"
Ma che cosa c'è da capire? L'amore è una cosa semplice. 
Crescere considerando normali le famiglie diverse dalla propria è importantissimo per creare un mondo in cui ogni bambino si senta accolto e in cui a nessuno si chieda di nascondere parti di sé.

Mi sento quindi di fare un applauso sia alla scrittrice che, forte anche della sua esperienza personale, ha avuto il coraggio di proporre la vicenda poi effettivamente narrata, che alla casa editrice che ha accettato di buon grado di pubblicarla (e non so se tutti avrebbero optato per questa scelta).
E poi la cosa bella è che, nel disegno di Francesca Cavallo, la omogenitorialità non è affatto il fulcro della storia - rappresentato invece, come dicevo prima, dall'importanza della rete sociale e dei rapporti umani - ma funge solo da cornice, che permette poi a noi adulti, eventualmente, di affrontare l'argomento in tutta tranquillità.
Parlando poi del resto, il racconto è davvero carino, originale e ricco di particolari festosi, il che lo rende perfetto da leggere nel periodo di Natale. Inoltre le pagine sono arricchite dalle stupende illustrazioni di Verena Wugeditsch, che oltre ad essere belle da vedere, hanno anche il merito di seguire per filo e per segno ciò che viene narrato.
In considerazione di tutto questo, spiace un po' constatare che la storia, alla fin fine, sia così breve, tenendo conto che la particolare ambientazione della città di R avrebbe meritato maggior approfondimento. Ci sarebbe stato bene uno sviluppo più lento, magari con il sindaco come antagonista, restio al cambiamento, e con l'opposizione di alcuni dei concittadini meno disposti a lasciarsi persuadere.
Invece, forse l'esigenza di fare del libro una favola natalizia, ha fatto sì che gli sviluppi fossero ridotti ai minimi termini ed il finale risultasse affrettato.
Un vero peccato perché già così la lettura è molto piacevole e perfettamente godibile, ma se avesse incluso più disavventure e contrattempi, il romanzo ne avrebbe di sicuro beneficiato.
In conclusione non posso che consigliarvi questo libro che, oltre a rappresentare bene il vero significato del Natale, in modo coinvolgente e brioso, riesce ad introdurre, con serenità, i bambini nella realtà dei giorni nostri. 
E non credo ci sia nulla di meglio di una storia che parla di attualità ma anche di magia, amore, collaborazione e, perché no, perfino di disubbidienza! 

Ringrazio la casa editrice Feltrinelli editore per avermi fornito una copia cartacea di questo libro

il mio voto per questo libro

sabato 11 gennaio 2020

Recensione: "La raccolta di Natale di Peter Coniglio" di Beatrix Potter

Titolo: La raccolta di Natale di Peter Coniglio
Autore: Beatrix Potter
Illustrazioni: Beatrix Potter
Editore: Sperling & Kupfer
Data di pubblicazione: 18 novembre 2014
Pagine: 124
Prezzo: 16,90 € 

Trama:
Questo libro racchiude alcuni racconti classici di Beatrix Potter, insieme a nuove storie dedicate al Natale, il tutto arricchito da illustrazioni, lettere dell'autrice, e biglietti d'auguri per le feste. 

La raccolta comprende i seguenti titoli: 

 "La storia di Peter Coniglio"
 "Lo Zucchero di Canna"
 "Il Sarto di Gloucester"
 "La storia di Benjamin Coniglio"
 "L'orologio di Sally"
 "La storia dei coniglietti Flopsy"
 "La storia di due topini cattivi"
 "La Festa di Natale dei Conigli"

Recensione:
Beatrix Potter, nel corso della sua esistenza, ha dato vita a personaggi unici, dallo scalmanato coniglietto Peter e la sua vivace famiglia, allo scoiattolo Nutkin, fino ad arrivare all'ingenua anatra Jemima e ai micini birichini Mittens, Moppet e Tom - solo per citare alcuni nomi.
Intere generazioni di bambini, in tutto il mondo, sono cresciute ascoltando le sue storie, semplici eppure estremamente efficaci.
Una delicata armonia di parole e disegni, quest'ultimi curati nei minimi dettagli, ci hanno condotto per anni in un'affascinante veduta naturale, fatta di boschi, campi arati, laghetti scintillanti, alberi rigogliosi e tane sotterranee. Entrando nel magico mondo della Potter, non si può che rimanerne estasiati, di fronte alla bellezza delle vivide illustrazioni e dei curiosi racconti.
Perché la scrittrice inglese, oltre che essere un'abile disegnatrice (forte dei suoi studi naturali), era anche capace di creare simpatiche vicende, poco articolate è vero, eppure parecchio educative.
Non fanno eccezione quelle incluse in questa raccolta dedicata al Natale, la quale ha il pregio di unire il fascino dei classici senza tempo, ad altre storie meno note, ma non meno piacevoli o meritevoli d'attenzioni.
Abbiamo quindi "La storia di Peter Coniglio", la prima nata dalla penna della naturalista, nonché quella che le ha conferito fama e onori, seguita da altre vicende non proprio conosciutissime, come "Lo zucchero di canna" e "L'orologio di Sally".
In generale, il bello di queste storie è che sanno divertire ed insegnare, dipingere le marachelle in modo buffo, ma anche le inevitabili e fastidiose conseguenze: che dire, il perfetto connubio per un libro destinato ai bambini!
Ne è l'esempio lampante la favola dell'indisciplinato Peter che, contravvenendo ai saggi insegnanti della mamma, entra di soppiatto nell'orto del signor McGregor, rischiando così di finire dritto dritto in forno! 
Come se non bastasse, una volta tornato a casa, si becca una notte di malanni, probabilmente dovuti alle sue pericolose scorribande.
Ben diverso è invece l'intento de "Il sarto di Gloucester" che, sullo sfondo dell'atmosfera delle feste, sembra comunicare l'importanza della generosità e della solidarietà. Una piccola magia, e dei preziosi aiuti che possono arrivare dai fronti più insperati, tipo dei minuscoli minuziosi topolini.
Altri racconti degni di nota sono, a mio avviso, "La storia dei coniglietti Flopsy" - la quale coniuga la vivacità delle disavventure della famiglia di Peter e del cugino Benjamin, all'importanza dello spirito di squadra - e "L'orologio di Sally" (originariamente non illustrata) che parla di sofferenza e sacrifici, ma anche di meritate ricompense.
Una delle mie preferite rimane però "La storia di due topini cattivi", che poi così cattivi non erano mica. Sì forse un po' arrabbiati e dispettosi, ma chi non lo è stato almeno una volta nella vita? L'importante, anche in questo caso è la morale: il saper chiedere scusa per le azioni sbagliate, ed il desiderio di rimediare agli errori commessi.
Insomma una raccolta coi fiocchi, capace di accontentare mamme e bambini, e di appagare la vista di qualsiasi lettore, grazie ai disegni a dir poco stupefacenti, e alla cura dei dettagli.
Inoltre questa edizione natalizia, oltre alle consuete tavole a colori ed in bianco e nero, contiene anche alcune originali corrispondenze personali tra la scrittrice e i primi destinatari dei suoi lavori, ovvero i figli degli amici, ansiosi di conoscere i nuovi resoconti dei coniglietti pasticcioni. A queste si aggiungono delle raffinate cartoline d'auguri, all'epoca in vendita e pronte da spedire che, con la loro coloratissima allegria, contribuiscono a dare a questo libro l'immancabile e gradevolissimo taglio festoso.

il mio voto per questo libro

giovedì 9 gennaio 2020

Recensione: “L’uccellino rosso” di Astrid Lindgren

Titolo: L’uccellino rosso
Autori: Astrid Lindgren
Illustrazioni: Anna Pirolli
Editore: Iperborea
Data di pubblicazione:ottobre 2019 
Pagine: 128
Prezzo: 12,00 € 

Trama:
Dalla penna della grande scrittrice svedese una raccolta - inedita in Italia - di quattro racconti dolci e commoventi, in cui realtà e fiaba si fondono.
Quattro storie con protagonisti, ancora una volta, i bambini e il loro modo di fuggire dalla triste realtà che li circonda.

Recensione:
In questa raccolta Iperborea pubblica, per la prima volta in Italia, quattro brevi racconti in cui, ancora una volta, Astrid Lindgren torna a dare voce ai bambini, i suoi soggetti preferiti. 
Solo tramite loro, le loro voci, le loro speranze e i sogni, l’autrice riesce a costruire piccoli mondi in cui le disgrazie e le amarezze della vita vengono cacciate via attraverso l’immaginazione, la fantasia o la magia.
Basta un uccellino rosso insolitamente sgargiante dal canto particolarmente melodioso; pochi versi di una dolce poesia; una vecchia leggenda narrata da secoli; il dipinto di un misterioso castello lontano, per allontanare la realtà e aprire scenari nuovi.

La raccolta comprende i seguenti titoli:

L’uccellino rosso
Suona il mio tiglio, canta il mio usignolo?
Tum Tum Tum!
♥ Messer Nils di Eka

I racconti sono tutti ambientati in quelli che la scrittrice definisce “I giorni della miseria”, giorni tristi, in cui la povertà sembra davvero regnare ovunque, e non lasciare scampo.
Il grigiore e la tristezza paiono aver contaminato tutto, ed è proprio questo clima che fa da sfondo anche al racconto che dà il titolo alla raccolta.

In “L’uccellino rosso” due fratellini rimasti orfani vengono affidati ad un rude contadino che non li ha affatto a cuore.
Per lui i piccoli Anna e Mattias non sono altro che quattro mani in più per il lavoro, e non li avrebbe mai presi con sé, se non per quello.
I due ragazzini sono così costretti a passare le loro tetre giornate tra un lavoro e l’altro.
Mungere le mucche e tenere pulite le stalle, questi i loro compiti e nessuno spazio per i giochi, nessuno svago da bambini.
La loro infanzia pare essere davvero finita.
L’inizio dell’inverno e l’apertura della scuola dà ai due una piccola speranza di cambiamento, ma anche quella situazione si rivela triste e sconsolata.
Il confronto con gli altri bambini, con i loro vestiti, i loro giochi, e il loro pranzo è impietoso.
Lo sconforto aumenta e ormai anche la speranza di un cambiamento è lontana.
Un giorno gelido come tanti, di ritorno da scuola, Anna e Mattias trovano un uccellino rosso, che con il suo canto melodioso li guida alle porte di Pratofiorito, un luogo incantato, dove sembra essere sempre primavera, e dove decine di bambini giocano felici.

In “Suona il mio tiglio, canta il mio usignolo?” la protagonista è la piccola Malin, una ragazzina di otto anni rimasta orfana e costretta per questo ad andare a vivere in un ospizio per poveri. La bimba è triste, in quel luogo cosi grigio e desolato non riesce proprio a trovare nulla di bello, niente per cui rallegrarsi.
Se almeno avesse qualcosa di piacevole da guardare! Ma anche fuori dalla finestra non ci sono fiori, né alberi, ad allietare le sue giornate.
Un giorno, mentre è a fare delle commissioni, sente per caso gli incantevoli versi di una poesia che recitano “Suona il mio tiglio, canta il mio usignolo”... e da qui la bimba inizia a sognare e sperare. 
Se anche lei avesse un tiglio suonatore da guardare e un usignolo canterino da ascoltatore la sua tristezza finirebbe e tutto sarebbe allegro.

Anche “Tum Tum Tum!” è ambientato nei giorni della miseria, in un piccolo villaggio che vive solo grazie all'allevamento delle pecore. Un disgraziato giorno gli abitanti di Kapela scoprono che tutto il loro gregge è stato divorato dai lupi.
La piccola Stina Maria, una notte, mentre è alla ricerca del bastone di suo nonno, e teme di finire nelle grinfie dei lupi o di qualche altra creatura, finisce prigioniera dei "sottoterrestri", il popolo magico di cui il nonno le ha tanto raccontato.

“Messer Nils di Eka” racconta del piccolo Nils, costretto da giorni a letto dalla malattia.
Mentre fuori è estate e i fratellini giocano all'aria aperta, Nils combatte contro la febbre sempre più alta. Unica consolazione il bellissimo dipinto di un grandioso castello, quella visione risveglia la sua fantasia portandolo in un sogno in cui può finalmente dire addio ai suoi malanni e diventare l’eroe di una straordinaria avventura.

Quattro storie originali e tenere, in cui la desolazione lascia spazio alla speranza, la realtà lascia spazio al sogno e alla magia.
Dolce rifugio o provvidenziale risorsa, la fantasia diventa un grande alleato per questi piccoli eroi, trasformando anche la sorte più cupa e avversa nella più straordinaria delle avventure.

Un libro carino, che racconta piccole favole che non sono le classiche favole a cui siamo abituati. Alcune vanno interpretate, e vi dirò non sono neanche sicura di aver colto il vero senso di tutte. Però è stata sicuramente una lettura piacevole in un’edizione deliziosa, resa ancora più particolare dalle caratteristiche illustrazioni, tutte sui toni del grigio, nero e rosso, di Anna Pirolli.

Considerazioni:
Questa è stata davvero una raccolta curiosa e... strana.
I racconti qui narrati mi hanno ricordato le favole svedesi e islandesi (che ho avuto modo di leggere sempre nelle meravigliose edizioni edite da Iperborea), dove non tutto è chiaro, non sempre tutto torna e spesso quello che dovrebbe essere il lieto fine ha, difatti, ben poco di lieto.
È il caso, ad esempio, del racconto “Suona il mio tiglio, canta il mio usignolo?”, in cui la piccola protagonista spera ardentemente di avere finalmente qualcosa di bello a rallegrare la sua vita e il racconto termina in modo che lei non abbia più... una vita.
Ma cosa c’è di bello in questo? Qual è la morale?
Mi ha fatto pensare un po’ alla storia della piccola fiammiferaia, di Andersen, dove il lieto fine anche lì si risolve con la morte della bambina, che finalmente si ricongiunge con sua nonna morta tempo prima.
Ma era un lieto fine per voi quello?
Cosa c’è di lieto in una bimba che muore congelata?
Ecco, la storia di Malin è più o meno simile.

Più positiva è invece la storia che dà il nome alla raccolta “L’uccellino rosso”.
Anche se qualcosa di poco chiaro c’è anche qui. Perché, una volta trovato quella sorta di paradiso terrestre che è “Pratofiorito”, Anna e Mattias non vi restano definitivamente? 
Perché tornano ogni giorno dal contadino per poi fare ritorno, ogni giorno, a Pratofiorito dopo la scuola?
E perché alla fine del raccontano non scelgono semplicemente di restare anziché chiudere la magica porta alle loro spalle?
Sanno bene che, una volta chiusa, quella porta non potrà più essere aperta. E se qualche altro povero bambino, come è successo a loro, avesse bisogno di quel rifugio? Perché essere così egoisti e togliere la possibilità agli altri?
Anche qui non ho ben chiaro quale sia il messaggio, se ce n’è effettivamente uno.

Il racconto che ho preferito, in un certo senso, è stato “Messer Nils di Eka.
Questo è l’unico in cui un bambino trova rifugio in qualcosa che non ha del magico e del soprannaturale, l’unico in cui ci si può riconoscere.
Quando un bambino è malato, e costretto a letto, può trovare facilmente rifugio nei sogni, nelle speranze. Certo può anche credere nell'esistenza di un luogo magico e incantato dove è sempre primavera, ma difficilmente lo troverà nella realtà.
Quindi sì, per il messaggio di fondo ho preferito questa storia alle altre. Questa in cui il piccolo Nils sogna di essere un eroe e, al risveglio, si ritrova più forte e combattivo più forte e combattivo anche nella sua realtà.
Mi piace l’idea che Astrid Lindgren, attraverso questi racconti, voglia trasformare anche le sorti più meste in avventure magiche e straordinarie, che voglia far diventare la fantasia il più grande alleato per sfuggire alla tristezza.
Non sono certa però della resa, difatti solo un bambino su cinque supera il suo dolore grazie alla propria fantasia. Tutti gli altri sono salvati da forze magiche esterne, forze che vengono in loro soccorso.
Quindi, per questo, non so dirvi se l’intento sia perfettamente raggiunto, però l’ho comunque trovata una raccolta carina e originale.

Ringrazio Iperborea per avermi omaggiato di una copia cartacea di questo libro

il mio voto per questo libro