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venerdì 9 maggio 2014

Recensione: "Il Grande Gatsby" di Francis Scott Fitzgerald

Titolo: Il Grande Gatsby
Titolo originale: The Great Gatsby
Autore:  Francis Scott Fitzgerald
Editore: ESA Edizioni
Data di Pubblicazione:  28 Ottobre 2013
Pagine: 160
Prezzo: 0,00 € (ebook)

Trama:
Sulla costa settentrionale di Long Island, nel West Egg, si trasferisce un giovane e promettente agente di borsa, Nick Carraway, che affitta una piccola casa senza pretese, circondata dalle sontuose dimore dei nuovi ricchi. 
La più bella, senza dubbio, è il palazzo acquistato dal miliardario Jay Gatsby, gentiluomo misterioso e affascinante che tutti i fine settimana dà dei party a cui tutta la città partecipa senza invito. Unico a vedersi recapitato un biglietto per uno di questi eventi, è proprio Nick.
Questi viene così catapultato nella vita di Gatsby di cui diventerà miglior confidente ed amico.
A lui Gatsby confesserà i segreti del suo passato, compresa la storia del suo amore perduto.

Recensione:
Fitzgerald con questo lavoro ci mostra senza abbellimenti quella che è la vita dell'alta società nell'America degli anni 20', quelli passati alla storia come i cosidetti "anni d'oro".
La scrittura è coinvolgente, le descrizioni sono dettagliate, delicate e poetiche.
Fitzgerald è bravissimo a far percepire le sensazioni che descrive, non si limita a raccontarci i luoghi e le persone, ci racconta le emozioni.
Attraverso la voce di Nick Carraway scopriamo i desideri, i peccati, le bugie e le piacevoli concessioni a cui la gente che gli sta attorno è avvezza. 
Un mondo libertino, fatto di soldi, feste, champagne, tradimenti e segreti.
Un mondo che Nick Carraway, appena trasferitosi a Long Island dal West, disprezza, ma in cui volente o nolente si ritrova coinvolto.
Sua cugina Daisy vive nell'Est Egg dall'altra parte dell'isola, assieme a suo marito Tom e alla loro figlioletta Pammy.
Dal primo incontro con loro capiamo che questo è tutto tranne che un matrimonio d'amore.
Lui la tradisce, e l'ha tradita con chissà quante donne, nei pochi anni della loro unione, e lei, attraverso malinconici sguardi e velate proteste, mal sopporta tutto, ma comunque resiste.
Dopotutto il suo è quello che si può definire un "buon" matrimonio, e dove mancano la fiducia ed il rispetto, possono sopperire comodità, denaro e lusso.
Ogni personaggio nei tre mesi estivi in cui la storia è narrata, mette Nick a conoscenza dei propri segreti.
Tom contribuisce a questo intreccio di rivelazioni presentandogli amante e il rispettivo coniuge, naturalmente ignaro della tresca.
Segreti e rivelazioni a cui Nick prova disagio ad essere messo al corrente, e dalle quali gradirebbe tenersene fuori.
Unica figura che suscita in lui uno strano e inaspettato senso di curiosità è quella del suo vicino di casa: il signor Gatsby.
Lo scorge una sera per caso, solo in giardino, mentre malinconico tende le mani verso la vastità del mare a lui di fronte.
Da questo particolare capiamo che dietro alle numerose feste, all'apparenza della sua magnificenza c'è in realtà qualcosa di più che un magnate in cerca di fama e di successo.
C'è una speranza, c'è un sogno.
Ed è questo che rande così coinvolgente questo personaggio scritto dalla penna di Fitzgerald.
Lui ci racconta di un uomo potente, che ha raggiunto la sua posizione grazie al perseguimento di obbiettivo, e quell'obbiettivo altro non è che l'amore.
Un protagonista magnetico e accattivante, pieno di fiducia in se stesso, negli altri e nel destino, è questo l'uomo che Fitzgerald ci ha voluto raccontare.
Un buono, un puro, romantico e anche un po' infantile, perché come i bambini non vede complicazioni nei suoi sogni, per lui tutto è realizzabile, possibile.
Così, quando ritrova Daisy, dopo averla aspettata per anni, per lui è tutto ovvio e semplice: tornare insieme, ricominciare da dove si erano lasciati cinque anni prima, come se nulla fosse cambiato, come se non ci fosse un matrimonio di mezzo.
Lui non vuole un'amante, vuole avere Daisy tutta per sé, sua, perché è così che lui l'ha sempre sentita.
L'amore vero, unico eterno, incorruttibile questo è quello che Gatsby prova e non riesce a concepirne uno diverso.
E lui ha davvero fatto tutto il possibile per raggiungerlo, tutto quello che gli era concesso per riafferrare quel sogno.
E mentre tutti i suoi ospiti, i mille volti che la sua enorme villa ospitava nelle sere estive, erano intenti ad interrogarsi sul suo passato, affibbiandogli i peggiori crimini e le più losche accuse, tirando ad indovinare il grado della sua corruzione, lui era lì, estraneo a tutto. Estraneo a quel mondo marcio che tutto distorce e contamina, lui era lì, con gli occhi rivolti al mare, le braccia tese verso una luce verde, a coltivare il suo sogno incorruttibile.

“E mentre ero seduto là a meditare sul vecchio, sconosciuto mondo, pensai alla meraviglia di Gatsby quando per la prima volta aveva scorto la luce verde all'estremità del pontile di Daisy. 
Aveva percorso una lunga strada fino a quel prato blu e il suo sogno gli doveva essere sembrato così vicino che difficilmente avrebbe potuto fallire nell’afferrarlo”

Considerazioni:
Se non hai letto il libro, e hai intenzione di farlo, fermati qui!
Gatsby mi ha conquistata, e non parlo solo del libro, ma soprattutto del suo protagonista.
Non avevo mai letto di un personaggio così potente e allo stesso tempo così puro.
Ha tutto, ma non ha niente, perché per lui quel tutto non sono i soldi o il potere che si è costruito con gli anni, quel tutto è Daisy, la sua amata.
D'altronde è per lei che è giunto dove è ora.
Ci ha messo tre anni per poter comprare quella casa, esattamente al lato opposto della baia rispetto a quella di Daisy, perché sapeva che le sarebbe piaciuta.
E tutto il suo mondo gira attorno al desiderio di riaverla.
Vede in lei la sua felicità e, proprio quando gli pare d'averla finalmente afferrata, la perde.
Ma chi perde in fondo?
Una donnetta, Daisy, che non sa neanche cosa sia l'amore, che cinque anni prima, stanca di aspettare che il giovane, e allora squattrinato Gatsby, si arricchisse, cede al primo buon partito che le fa la corte, Tom Buchanan.
Lo sposa ma non lo ama, ovvero di lui ama la sua posizione, gli agi che le darà e il fatto che potrà dirsi sposata e ben sistemata.

“Voleva dare forma alla sua vita, adesso, senza più indugiare – e la decisione doveva essere presa con la forza… dell’amore, dei soldi o di questioni squisitamente pratiche – e comunque a portata di mano. 
Tutto ciò si materializzò, a metà primavera, con l’arrivo di Tom Buchanan. Aveva un aspetto sano e solido, sia nel fisico che nella posizione, e Daisy ne rimase lusingata. Senza dubbio ci fu una certa lotta e un certo sollievo. La lettera raggiunse Gatsby mentre si trovava ancora a Oxford.”

Lei in realtà non ha mai amato né l'uno né l'altro, ciò che amava era il sentirsi amata, o il desiderio di tale aspettativa.
Con Tom l'aspettativa dura ben poco, dopo tre giorni dal matrimonio lui è già intento a tradirla con qualcun'altra. 
Ma al momento della decisione finale, quando Gatsby le chiede di dichiarare davanti a tutti che non ha mai amato Tom, ma solo lui, lei non ci riesce.
Ma chiariamo, non ci riesce non perché lo ha amato, ma perché lui le rammenta quelle poche e rare volte in cui si è mostrato gentile con lei, e lei, così avida e bisognosa d'amore e di attenzioni, quei rari e anche sciocchi eventi (perché di sciocchezze si tratta), non può non ricordarli, anzi li ha stretti al cuore.

“Neanche quel giorno che ti portai giù in braccio da Punch Bowl per non farti bagnare le scarpe?…Daisy?»”

Se in cinque anni di matrimonio cose come queste sono gli unici esempi che sa riportare, direi di no, non si sono mai amati.
Per entrambi era un matrimonio di facciata e di apparenza.
Stavano insieme, ma lui nel frattempo aveva mille altre relazioni, lei sopportava tutto e si consolava del matrimonio insoddisfacente (dato che il marito non le dava le attenzioni che avrebbe sperato) con agi e gli sfizi che solo i soldi e un'ottima posizione sociale potevano permettere.
Ed è facile poi per Tom, nel momento in cui crede di aver perso la sua nuova amante, Myrtle, volersi tener stretta sua moglie, e volersi chiarire con lei dicendole che l'ha sempre amata anche quando faceva "baldoria".
Ma un uomo che ama non tradisce e una donna che ama non sopporta, non in questo modo, almeno.

“Sua moglie e la sua amante, fino a un’ora prima sicure e inviolate, stavano precipitosamente scivolando fuori dal suo controllo. L’istinto gli faceva premere sull’acceleratore con il doppio proposito di raggiungere Daisy e di lasciarsi Wilson alle spalle...”

Ovviamente Tom, quando gli viene rivelato da Wilson che lui e sua moglie stanno per abbandonare la città, decide di salvare il salvabile, salvare le apparenze e cercare di tenersi stretta sua moglie.
Ma più che di amore trattasi di una rivalsa nei confronti di Gatsby, più ricco, più noto di lui, per il quale ha sempre provato gelosia.
Difatti, pur avendo inteso che il tradimento andasse avanti da tempo, non è scosso nemmeno per un attimo dalla furia della gelosia.
Vuole solo riprendersi ciò che gli appartiene per diritto (sua moglie), non perché la desideri, semplicemente perché è sua.
Quando la tragedia è ormai avvenuta, e Myrtle è morta investita da Daisy, i due Buchanan si dimostrano perfettamente degni l'uno dell'altra.
Due esseri egoisti, che non pensano ad altro che a se stessi, ai propri interessi e alla propria comodità.

“Erano tipi sbadati, Tom e Daisy – sfracellavano cose e persone per poi ritirarsi nella loro ricchezza o nella loro sbadataggine o qualsiasi altra cosa li tenesse insieme e pretendevano che altri rimediassero ai disastri che avevano lasciato in giro…”

Danno la colpa a Gatsby, o meglio Daisy lascia che lui se l'accolli, Tom lo mette direttamente nelle mani del suo aguzzino per completare la sua vendetta.
Ma anche qui, si vendica non perché Gatsby è stato con sua moglie, ma solo perché lo invidia e soprattutto perché lo crede colpevole di aver ucciso Myrtle, a cui probabilmente teneva più che a sua moglie.

Nick Carraway è la voce narrante del racconto, e rappresenta il lettore, pensa quello che noi pensiamo, vuole sapere quello che anche noi desideriamo sapere, scopre le persone e i fatti assieme a noi, e come noi moriva dalla voglia di scoprire chi fosse questo Gatsby.
Lo scopre e, quando sa tutta la verità, lo apprezza come non ha mai fatto con nessuno.
Ne apprezza la purezza, la bontà, e la forza di volontà.
Il suo credere nelle cose nonostante tutto.
E la frase che gli urla l'ultima volta che gli rivolge la parola è la stessa che avrei voluto urlargli io!

“«Sono tutti marci», gridai oltre il prato. «Tu vali più di tutti loro messi insieme.»”

Solo che probabilmente io gli sarei corsa incontro e lo avrei abbracciato XD
Ho adorato questo libro nonostante, in alcuni frangenti, abbia trovato la scrittura un po' tortuosa (può però trattarsi anche di errori di traduzione della mia versione, non so).
Spesso, infatti, mi sono ritrovata a rileggere più volte lo stesso paragrafo per capire di cosa si stesse parlando esattamente o chi dicesse cosa a chi.
Questo però influisce davvero poco sul giudizio di quello che, a mio parere, è un bellissimo libro.
Una lettura, questa, che aggiungo alla mia personale lista delle "da leggere assolutamente", perché Gatsby, la sua persona, la sua speranza e il suo amore incondizionato sono assolutamente da conoscere.

Confronti Letterari:
Questa lettura mi ha un po' ricordato un'altra letta un po' di mesi fa.
Il personaggio di Gatsby mi ha fatto venire in mente la versione buona di Heathcliff di "Cime tempestose" di Emily Brontë.
Entrambi riemergono dalla loro condizione di povertà con mezzi che restano poco chiari, ed entrambi lo fanno solo per essere degni della loro amata.
Il comportamento nella totalità però non potrebbe essere più diverso.
E se inizialmente avevo fatto il paragone solo tra loro due, successivamente ho capito che anche Daisy è simile a Catherine, e qui la somiglianza è ancora più netta.
Entrambe egoiste, entrambe indecise tra due uomini che non amano se non in funzione del proprio tornaconto.
In entrambi i romanzi poi la storia ci viene narrata da una terza persona che non è protagonista del racconto, ma che conosce e ha assistito ai fatti, qui tale presenza è impersonata da Nick Carraway, in "Cime tempestose" invece la troviamo nel personaggio di Mr. Lockwood.

Breve confronto con il film:
Ho visto il film (quello in cui Gatsby è impersonato da Leonardo DiCaprio) pochi giorni dopo aver terminato la lettura del romanzo, le differenze ci sono, ma nulla che infici  la bellezza e l'intensità della storia.
Certamente c'è da dire che nel film tutto è più esasperato ed esagerato (le ambientazioni, le scene, le espressioni facciali dei personaggi), tanto da sembrare, almeno nella parte iniziale, un film comico.
Nonostante questa tendenza umoristica, dovuta molto probabilmente a voler esaltare la società libertina e festaiola del tempo, il film acquista tutta l'intensità e la drammaticità che la trama vuole, dalla parte centrale sino alla sua conclusione.
Leonardo DiCaprio è perfetto nel ruolo di Gatsby,  non avrei saputo fare scelta migliore.
Innamorato, speranzoso, misterioso, innocente e disperato, riesce ad esprimere perfettamente l'essenza del personaggio.
Unico neo, a mio parere, le musiche.
Non capisco perché inserire musiche moderne, come il rap o il  pop moderno, anziché delle musiche tipiche del periodo.
Per il resto non posso che raccomandarne la visione, ovviamente sempre dopo averne letto il romanzo.


il mio voto per questo libro

martedì 8 aprile 2014

Recensione: "Il curioso caso di Benjamin Button" di Francis Scott Fitzgerald

Titolo: Il curioso caso di Benjamin Button
Autore: Francis Scott Fitzgerald
Editore: ESA Edizioni
Data di pubblicazione: 2013
Pagine: 48
Prezzo: 0,00 € (ebook)

Trama:
E' una giornata come tante per gli abitanti di Baltimora, per tutti tranne uno. Roger Button corre infatti ansioso verso la "Clinica privata Maryland per Gentiluomini e Signore", in attesa di stringere tra le braccia il suo primo figlio. Non sa ancora che il tanto atteso Benjamin non è come tutti gli altri, non sa che, sebbene nato da poche ore, ha l'aspetto di un vecchio ottantenne, ma soprattutto non immagina che il suo corpo è destinato a decrescere e che la sua storia sarà perciò ricordata come il curioso caso dell'uomo che divenne bambino.

Recensione:
Fitzgerald scrive questo racconto partendo dalla seguente riflessione di Mark Twain: 

"E' un peccato che la parte migliore della nostra vita venga all'inizio e la peggiore alla fine”

Quella che intende narrare infatti è la vita di Benjamin, neonato in un corpo di anziano, la cui esistenza procede a ritroso, dalla vecchiaia sino all'infanzia, dalla maturità e la saggezza sino ai giochi puerili. Una storia paradossale, la vicenda di un uomo speciale in un mondo perfettamente normale. Al di là del caso in sè, ciò che si evince in queste pagine, e ciò che lo scrittore a mio avviso voleva far emergere, è il conflitto tra l'ignoto, rappresentato dalla figura di Benjamin, e la società bigotta e perbenista che fa fatica ad accettare qualsiasi cosa differisca dal loro stile di vita. Il confronto ed il dissidio tra il protagonista e la società, tra diverso e normale, costituisce la base di tutta la narrazione.
Questo è evidente già nelle prime pagine in cui il personale medico, responsabile della nascita di Benjamin, non fa altro che preoccuparsi della reputazione dell'ospedale, e non fa eccezione lo stesso Roger, il cui primo pensiero non è la salute del suo strano bambino ma "cosa diranno gli altri vedendo mio figlio?"

Il signor Button si accasciò su una sedia accanto al figlio e si nascose il volto fra le mani. «Santo cielo», mormorò, in un’estasi di orrore. «Che dirà la gente? Cosa devo fare?» 
«Deve portarlo a casa», insisté l’infermiera «immediatamente!» 
Un’immagine grottesca prese forma con chiarezza terribile davanti agli occhi dell’uomo tormentato, l’immagine di se stesso che passeggiava per le strade affollate della città, con quella spaventosa apparizione che lo affiancava.

La scena in clinica, nonostante la velata critica, è tuttavia dipinta in maniera così delicata e ironica, da far sembrare la malattia del protagonista quasi uno scherzo un po' troppo buffo, di cui non si può non sorridere. 
Questo è lo stile che Fitzgerald sceglie di adoperare, volto a ritrarre situazioni anche drammatiche in modo paradossale, sostituendo alla sensazione di sconforto una sorta di giocoso divertimento. 
E sicuramente una certa ilarità suscita nel lettore il primo incontro tra Roger e Benjamin, con il primo che pretende che suo figlio si comporti come un normale neonato, e il secondo che chiede al padre di portagli un bastone.
Se questa prima parte gioca appunto sul contrasto fra le esigenze di Benjamin (che, in quanto saggio e anziano, vorrebbe studiare e discutere delle grandi questioni del mondo) e le aspettative dei genitori (i quali continuano a proporgli giocattolini da bambini) la seconda parte assume invece un tono più serio.
Ed è in queste pagine che conosciamo il vero signor Button, non più l'anziano, non ancora il bambino, bensì l'uomo.
Con la maturità Benjamin riesce quasi ad integrarsi nella società, va ai balli di gala, si occupa dell'azienda di famiglia, si costruisce una famiglia. 
Nonostante sia considerato prima troppo anziano e poi troppo giovane, e sebbene nessuno creda che quella che lui afferma sia la sua vera età, riesce a raggiungere in molti campi un discreto successo.
Se in questa fase le dicerie e i commenti ostili da parte delle altre persone, pur presenti si faranno più radi, sarà invece lo stesso Benjamin a diventare vittima dello stesso pregiudizio, disprezzando la maturitá che l'età comporta, e continuando a inseguire i passatempi frivoli, che ben si adattano al suo corpo, ma non alla sua effettiva età.
Assistiamo dunque alla gioventù del protagonista, che rifiuta la vita da quarantenne, che non prova più nessun'attrazione per sua moglie, che si gloria del suo aspetto avvenente, che ha un figlio che si rifiuta di considerarlo padre.

A quel tempo Hildegarde era una donna di trentacinque anni, con un figlio, Roscoe, di quattordici. Nei primi tempi del loro matrimonio, Benjamin l’aveva adorata. Ma, col passare degli anni, i suoi capelli color miele diventarono di un poco attraente castano, lo smalto blu sui suoi occhi assunse l’aspetto di terracotta a buon mercato - inoltre, e soprattutto, era diventata troppo posata nei modi, troppo placida, troppo contenuta, troppo anemica nelle sue emozioni, e troppo sobria nei gusti. 
Da sposina era stata lei a trascinare Benjamin a balli e cene - ora le cose si erano rovesciate. 
Usciva con lui per partecipare alla vita mondana, ma senza entusiasmo, già divorata dall’inerzia che un bel giorno viene a vivere con noi e non ci lascia fino alla fine.

Hildegarde, sventolando una grande bandiera di seta, lo accolse sul portico, e anche quando la baciò, sentì con un tuffo al cuore che questi tre anni avevano riscosso il loro conto. 
Era una quarantenne, ora, con una lieve sfumatura di grigio nei capelli. Quella vista lo depresse.

Ed è così che, attraverso la continua decrescita, giungiamo all'ultima fase della vita del protagonista, alla sua infanzia, quella che Twain definisce "la parte migliore". 
Ed effettivamente negli ultimi momenti Benjamin è felice. Ignaro di tutto, scopre la gioia delle piccole cose, la trova nelle striscioline di carta colorata, nei raggi del sole, nelle carezze della sua tata.

Benjamin trovò che giocare con piccole striscioline di carta colorata, costruire lunghissime collane di cartone e curiosi e bellissimi disegni, era il giocò più affascinante del mondo. Una volta fu cattivo e venne mandato all’angolo - allora pianse - ma per la maggior parte passava ore felici nella stanza allegra, con la luce del sole che entrava dalla finestra e la mano gentile della signorina Bailey che gli scompigliava di tanto in tanto i capelli.

Benjamin è felice, ma sta morendo. 
Questa consapevolezza che il lettore ha, e che lo stesso bambino sembra talvolta percepire, rende queste ultime pagine tremendamente tristi. Osservare quella che dovrebbe essere l'inizio della vita e sapere che di lì a poco si spegnerà, lascia a fine lettura una sensazione di vuoto. 

Il figlio di Roscoe passò in prima elementare dopo un anno, ma Benjamin rimase all’asilo. Era veramente felice. Ogni tanto, quando gli altri bambini parlavano di che cosa avrebbero voluto fare da grandi, un’ombra gli attraversava il volto, come se in modo vago e puerile sapesse che non avrebbe mai potuto condividere quelle cose.

Ed è così che quella che pareva solo una favola assurda, senza troppe pretese, si rivela invece una storia ricca di insegnamenti, ma soprattutto di emozioni.

Considerazioni:
Come accennavo prima, la bellezza di questo libro è, a mio avviso, il saper veicolare, in un modo delicato e per nulla forzato, messaggi importanti, che i più attenti non faranno fatica a recepire.
Tralasciando infatti la vicenda in sè, per tutto il libro non faremo altro che assistere al dissidio tra ciò che una data persona si sente di fare e ciò che è costretto a fare. Sentiremo i giudizi della gente, talvolta celati da finti complimenti, talvolta mischiati a dicerie. 
La stessa storia della nascita di Benjamin, alterata dalle famose voci di popolo, finirà per perdere agli occhi di tutti qualsiasi accenno di verità, diventando una leggenda come tante altre.
Il pregiudizio, le consuetudini, ciò che è appropriato e ciò che non lo è: questi sono i veri protagonisti del racconto.
Ne è un esempio Hildegarde Moncrier, la moglie di Benjamin, la quale accetta la sua proposta di matrimonio non perché pazza d'amore, ma in virtù dell'età, che lui sembra avere ai suoi occhi: cinquanta, l'età matura, gli anni giusti.
Allo stesso modo Hildegarde non solo non riesce a capire il dramma di Benjamin, e non si preoccupa di quello che al suo corpo accade, come qualsiasi moglie amorevole farebbe, ma addirittura ne attribuisce a lui la colpa, giudicando la sua come una scelta consapevole, per nulla conveniente. 

«Be’», disse con leggerezza, «tutti dicono che sembro più giovane che mai.» 
Hildegarde lo guardò con disprezzo. Tirò su col naso. «Pensi che sia qualcosa di cui vantarsi?» 
«Non me ne sto vantando», affermò a disagio. Tirò ancora su col naso. «Che idea», disse, e aggiunse dopo un momento: «Pensavo che avessi abbastanza amor proprio da mettervi fine.»
«E come dovrei fare?», domandò. 
«Non voglio discutere con te», ribatté. «Ma c’è un modo giusto e un modo sbagliato per fare le cose. Se ti sei messo in testa di essere diverso da chiunque altro, non credo di poterti fermare, ma non penso sia una cosa conveniente.» 
«Ma Hildegarde, non posso farci niente.» 
«Puoi farlo. Sei semplicemente testardo. Tu non vuoi essere come tutti gli altri. Sei sempre stato così, e lo sarai sempre. Ma pensa solamente a come sarebbe se tutti vedessero le cose come fai tu, come sarebbe il mondo?» A questo ragionamento sciocco e incontestabile, Benjamin non replicò, e da quel momento in poi fra loro cominciò ad allargarsi un abisso.

Dello stesso avviso il figlio di Benjamin, Roscoe, il quale non dimostra alcun affetto per il padre. Lo considera solo come un problema da tenere alla larga, la causa di un possibile scandalo e, come la madre, pensa che Benjamin abbia deciso di tornare giovane, non comportandosi così da "vero uomo".

A nessuno era antipatico quel ragazzino il cui viso fresco e allegro era appena attraversato da un leggero velo di tristezza, ma per Roscoe Button la sua presenza era fonte di tormento. Per usare un’espressione della sua generazione, Roscoe non considerava la cosa “adeguata”. 
Gli sembrava che il padre, rifiutandosi di dimostrare sessant’anni, non si fosse comportato come un “vero uomo” - questa era l’espressione preferita da Roscoe - ma in modo singolare e perverso. Infatti, pensare a questa storia per più di mezz’ora lo portava alle soglie della pazzia. Roscoe credeva che gli uomini di grande morale dovessero mantenersi giovani, ma fino a quel punto era inadeguato. E restò di quel parere.

L'unico personaggio che, a mio parere, si distingue è Roger Button.
Lui è il solo che sembra aver amato Benjamin, nonostante la sua diversità.
Come la maggior parte dei personaggi, anche lui subisce un'evoluzione.
Ma mentre Benjamin con il tempo diventa più superficiale, Hildegarde più insensibile, il cambiamento di Roger è senz'altro positivo. Se infatti nei primi approcci con suo figlio, pare più interessato all'opinione pubblica che alla sua famiglia, più attento a mascherare suo figlio, per renderlo il più possibile normale agli occhi degli altri e soprattutto ai suoi, con il passare del tempo il suo atteggiamento cambia. Ed anche il rapporto con Benjamin muta: se prima assistiamo ad una vera e propria sfida tra i due, in cui entrambi vogliono far prevalere i propri bisogni, poi vediamo invece Benjamin che cerca di far felice il padre, fingendo di essere quello che non è, e Roger che, a dispetto di tutto, comincia a vedere in Benjamin solo suo figlio. 

Svariati ragazzini gli vennero portati in visita, e trascorse un estenuante pomeriggio a cercare di interessarsi a trottole e biglie, accidentalmente riuscì perfino a rompere un vetro della cucina con un sasso lanciato da una fionda, prodezza che, segretamente, rese il padre molto felice. 
Da allora in poi Benjamin faceva in modo di rompere qualcosa ogni giorno, ma lo faceva soltanto perché si aspettavano che lui le facesse, e perché era compiacente di natura.

Quando compì dodici anni i suoi genitori s’erano abituati a lui. Infatti, la forza dell’abitudine è così forte che non lo percepivano più tanto diverso da qualsiasi altro bambino, eccetto quando qualche curiosa anomalia glielo ricordava.

Altra cosa che mi ha colpito è lo stile di scrittura di Fitzgerald, capace di dar vita a siparietti divertenti, ma anche di descrivere atmosfere liriche.
Ho un'ultima considerazione da fare, che non ha nulla a che vedere con il racconto di Fitzgerald, bensì con l'edizione che ho avuto il piacere di leggere gratuitamente, grazie all'esperimento editoriale delle ESA. 
Per quanto io abbia apprezzato il lavoro di chi ha contribuito, e contribuisce tuttora, a rendere liberi e aperti a tutti numerosi contenuti culturali, devo però confessare di non riuscire proprio a capire la scelta, da parte della ESA, di sostituire la normale prefazione, con contenuti tratti da wikipedia.
Mi spiego meglio: il racconto edito dalla ESA è preceduto dalle consuete sezioni "il libro" e "l'autore", ritrovabili in quasi tutti i volumi. 
Mentre questa parte è solitamente affidata al curatore dell'edizione che riassume, come meglio crede, la trama e i cenni biografici dell'autore, in questo caso, entrambe le sezioni sono state rimpiazzate con nozioni tratte da internet, peraltro completamente errate.
Confrontando infatti la vicenda di Benjamin con quella riassunta all'inizio, non si possono non notare enormi incongruenze e, cosa peggiore, particolari inventati di sana pianta.
Ragion per cui consiglio a coloro che avessero in mente di scaricare gratuitamente il libro dal sito, di evitare quella parte, o eventualmente leggerla solo alla fine (come ho fatto io), giusto per farvi due risate XD

Breve confronto con il film:
"Il curioso caso di Benjamin Button" è noto ai più per il film omonimo, diretto nel 2008 da David Fincher, e candidato a ben tredici Oscar.
Purtroppo e per fortuna le analogie tra racconto e film consistono nel solo titolo.
La storia narrata nel film è completamente diversa. 
Benjamin non nasce nelle sembianze di un anziano, dotato di capacità di linguaggio e con coscienza del mondo cui appartiene, come nell'immaginazione di Fitzgerald. Appare invece come un normale neonato, affetto da invecchiamento precoce. Viene abbandonato dal padre e cresce in un ospizio. 
Ama e viene amato da una donna, la ballerina Daisy, consapevole della sua malattia, che non lo abbandona mai, neppure alla fine. E' tra le sue braccia che muore Benjamin, e nel suo abbraccio che chiude per sempre gli occhi.
Da questo grande amore nasce una figlia, Caroline, che solo dopo la morte del padre (il film non è altro che un lungo flashback), apprende l'identità di suo padre. 
Altra fondamentale differenza è il tempo in cui la vicenda è ambientata: nel racconto la nascita di Benjamin avviene nel 1860, nel film nel 1918. Caroline viene a sapere tutto però solo nel 2005, in ospedale, con la madre in punto di morte.
Le vicende di cui il signor Button è protagonista sulla pellicola sono molte, ma ben diverse da quelle impresse su carta.
Ma al di là dei contenuti, ciò che è completamente differente è il tono del film, molto più drammatico (solo la parte finale, con l'infanzia e la morte del neonato è per molti versi simili), per nulla scherzoso.
I rapporti tra i personaggi risultano più veri e autentici, sia per quanto riguarda le amicizie (assenti nel racconto), che nei legami amorosi. Per queste motivazioni il film risulta avere un maggiore impatto, coinvolge lo spettatore dall'inizio alla fine. 
Se infatti non capisco la necessità di stravolgere completamente la storia, anche con particolari futili (ad esempio sostituire Roscoe con Caroline, inventare l'abbandono paterno, l'ambientazione differente), ho però apprezzato molto il film per la maggiore complessità della trama e soprattutto per l'analisi psicologica dei personaggi, di cui il libro è quasi del tutto privo. 


il mio voto per questo libro