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lunedì 18 gennaio 2016

Recensione: "Storia di un cane che insegnò a un bambino la fedeltà" di Luis Sepúlveda

Titolo: Storia di un cane che insegnò a un bambino la fedeltà
Autore: Luis Sepúlveda 
Illustratore: Simona Mulazzani
Editore: Guanda
Data di pubblicazione: 22 ottobre 2015
Pagine: 112
Prezzo: 10,00 €

Trama:
È dura per un cane lupo vivere alla catena, nel rimpianto della felice libertà conosciuta da cucciolo e nella nostalgia per tutto quel che ha perduto. Uomini spregevoli lo hanno separato dal suo compagno Aukaman, il bambino indio che è stato per lui come un fratello. Per un cane cresciuto insieme ai mapuche, la Gente della Terra, è odioso il comportamento di chi non rispetta la natura e tutte le sue creature. Ora la sua missione - quella che gli hanno assegnato gli uomini del branco - è dare la caccia a un misterioso fuggitivo, che si nasconde al di là del fiume. Dove lo porterà la caccia? Il destino è scritto nel nome, e questo cane ha un nome importante, che significa fedeltà: alla vita che non si può mai tradire e anche ai legami d'affetto che il tempo non può spezzare.

Recensione:
Sepúlveda, con questo suo ultimo racconto, ci trasporta nelle vivide atmosfere del sud del Cile, dove la natura incontaminata fa da cornice a pasti frugali e antiche tradizioni.
Lo scrittore ci fa dono di questo viaggio, tornando egli stesso indietro nella memoria, ai tempi in cui era solo un bambino intento ad ascoltare ogni sera le storie che i nonni e l'anziano prozio inventavano per lui e per tutti i bambini mapuche.
È da questo ricordo che il romanzo prende vita. Da una promessa che Sepúlveda fa a se stesso e ai piccoli indios: di continuare la vecchia usanza, di conservare la memoria, di ricordare, nel miglior modo possibile, la terra che porta nel cuore.
E quale miglior storia da narrare ai bambini se non una che parla di amicizia, amore e fedeltà?
Quale, se non una che racconta di come un cucciolo di cane e un cucciolo d'uomo divennero fratelli?
Poche pagine, ma abbastanza per indirizzare il lettore lontano, in un posto dove l'onestà è ancora un valore, e dove il rispetto per la natura alberga nei cuori di tutti i puri di cuore.
Ed è così che, nella verdeggiante e profumosa araucaria, conosciamo il saggio Wenchulaf e la sua famiglia. Lui insegna al piccolo Aukaman ad amare il prossimo, a ringraziare per ogni pasto consumato, a condividere con gli altri ogni bene e ogni male.
Se con il nonno Aukaman apprende cosa significa essere saggi, con il tenero Aufman impara invece il significato della parola "amore".
Cresciuti insieme, divengono inseparabili fino a quando una forza estranea non li costringe a vivere lontani: il ragazzo come un fuggiasco ed il cane sotto tortura, nelle mani del nemico.
Ma ciò che si nasconde nel cuore neanche il più crudele degli uomini può portartelo via, e così anche Aufman non smette di pensare all'amico lontano, e alla felicità perduta.
A quel profumo di miele e farina che è l'odore di casa. Agli abbracci e alle carezze impossibili da dimenticare.
Leggendo i pensieri di Aufman, il lettore non può che provare pena per quel povero cane in trappola, intenzionato a sacrificare ogni cosa pur di proteggere i mapuche. La cui ferrea lealtà non vacilla neppure davanti alle frustate e all'inedia.
Credo che questo sia uno dei punti fondamentali che fa di "Storia di un cane che insegnò all'uomo la fedeltà" una lettura perfetta per un pubblico giovane.
I valori di cui la vicenda è intrisa sono semplici eppure importanti: dall'amore per la terra e i suoi frutti, al rispetto per ogni essere vivente, all'importanza della memoria e delle radici, fino all'amicizia che non si corrode col passare del tempo.
In più il romanzo è arricchito dall'inserimento di vocaboli in lingua mapuche, tradotti volta per volta, ma anche riportati a fine libro in un breve dizionario. Ciò contribuisce a rendere la narrazione ancora più suggestiva, guidando chi legge in quel mondo incontaminato che un tempo era il Cile.

Considerazioni:
Se non hai letto il libro, o hai intenzione di farlo, fermati qui!
Come dicevo poc'anzi ho apprezzato molto questo libro sia per gli essenziali insegnamenti che impartisce ai lettori, sia per l'atmosfera idilliaca che descrive.
Tutto lì sembra perfetto e puro, con gli animali in armonia tra loro e con gli uomini. Un luogo in cui chiunque vorrebbe abitare. Un posto dove la pace regna sovrana sopra ogni cosa.
Almeno fino all'arrivo della gente civilizzata che non conosce nulla se non il denaro e la conquista. Questo conflitto tra culture non fa che mettere in luce come le persone più modeste siano anche quelle più sagge, le uniche in grado di riconoscere cosa è giusto e cosa non lo è.
Proprio per questo consiglierei questa lettura ai più piccoli, non ancora in grado di distinguere il bene e il male. Sepúlveda è, come sempre, abile a insegnare, con aneddoti semplici, argomenti molto più complessi e profondi.
Ciononostante il libro presenta anche delle mancanze, o perlomeno alcuni aspetti che non mi sono piaciuti.
In primo luogo la brevità. La storia è coinvolgente ma dura troppo poco. Non abbiamo abbastanza tempo per affezionarci davvero ad Aufman o per bramare l'atteso incontro con suo "fratello". L'unica cosa che siamo spinti a fare è provare pena per le sue sofferenze, ed essere felici nel rivivere con lui i momenti lieti.
Ma anche questi, se consideriamo i nove anni che i due hanno trascorso assieme, sono assai rari. In un lampo vediamo Aufman e Aukaman cresciuti, e un secondo dopo assistiamo alla loro separazione.
Altra cosa che mi ha lasciata perplessa è il finale che vuole il povero cane sacrificarsi per il ragazzo e tentare il tutto per tutto pur di salvarlo.
Mentre assistiamo all'eroico gesto d'altruismo di Aufman, constatiamo invece che tale generosità non è contraccambiata. Non ci viene descritto alcun dolore da parte di Aukaman nel ritrovarsi tra le braccia il corpo esanime dell'animale. Anzi, non perde tempo nel prestare tempo e attenzioni per il cucciolo, troppo impegnato a fasciare la propria di ferita.
Il fatto che Aufman abbia dato la sua vita in cambio di quella di Aukaman ci viene palesato come un atto dovuto, quasi come se l'esistenza umana avesse di per sé più valore di quella di qualsiasi altra specie.
Concludendo il libro mi sono chiesta "dov'era l'amicizia tanto decantata? E dove il rispetto per ogni vita?"
È come se il bellissimo messaggio profuso in ogni pagina non fosse stato accompagnato e suggellato da un epilogo di altrettanto spessore.
Tutto termina in modo troppo affrettato, prevedibile, senza emozione e senza pathos.
Sembra quasi dire che il cane ha davvero insegnato all'uomo la fedeltà, ma che questi non è stato talmente bravo da impararla.

Ringrazio la casa editrice Guanda per avermi inviato una copia cartacea di questo libro

il mio voto per questo libro

mercoledì 9 dicembre 2015

Recensione: "Una spola di filo blu" di Anne Tyler

Titolo: Una spola di filo blu
Titolo originale: A spool of blue thread
Autore: Anne Tyler
Editore: Guanda
Data di pubblicazione: maggio 2015
Pagine: 400
Prezzo: 18,50 €

Trama:
«Era uno splendido pomeriggio tutto giallo e verde…» Sempre con queste parole Abby Whitshank inizia a raccontare di quel giorno, nel lontano luglio del 1959, in cui si innamorò di Red, sotto il grande portico di legno che occupa tutta la facciata della casa dove avrebbero cresciuto i loro quattro figli. La casa di famiglia, orgoglio del padre di Red, arrivato a Baltimora negli anni Venti per poi fare carriera come costruttore, ha visto avvicendarsi quattro generazioni di Whitshank e conserva tra le pareti l’eco delle loro storie. Perché ogni famiglia ha le sue storie, che la definiscono e che si tramandano sempre uguali, e i Whitshank sono – o sono convinti di essere – una famiglia speciale, di quelle che irradiano un’invidiabile sensazione di unità. Il loro è un legame indissolubile, fatto di tavolate domenicali, di vacanze tutti insieme da trent’anni nella stessa villa al mare, di piccole tradizioni introdotte da Abby per i bambini e trasmesse ai nipoti. Un legame fatto anche di segreti e mezze verità, di risentimenti stratificati per decenni, di invidie fraterne e aspettative disattese. 

Recensione:
Leggendo questo libro si ha la sensazione di entrare all'interno di una famiglia, scoprendone i trascorsi, le storie, i malintesi e i piccoli segreti.
Svolgere la matassa e conoscere pian piano le situazioni e gli incontri che hanno dato origine alla storia della famiglia Whitshank
Una storia relativamente breve che ha inizio con Junior Whitshank e Linnie Mae Inman
Quattro generazioni che oltre al sangue e ai geni sono collegate da una casa e da una via "Bouton Road", che le ha viste convivere e passarsi, come in una corsa ad ostacoli, la staffetta. 
Il libro inizia raccontandoci le vicissitudini dei coniugi Redcliffe Whitshank e Abby Dalton. I due hanno quattro figli e con loro abitano la casa, dal grande portico in legno verniciato color miele, che è stata da sempre motivo di vanto della famiglia e di invidia di tutta "Bouton Road".
Tra gioie e incomprensioni gli anni passano, i figli diventano grandi, si fanno a loro volta delle famiglie e i genitori, come la casa che li ha visti crescere ed essere felici, iniziano risentire dell'avanzare del tempo. 
Voltiamo pagina e veniamo catapultati nel passato, più precisamente abbiamo l'onore di assistere al giorno in cui Abby si innamorò del suo Red: "Era una splendida mattina tutta gialla e verde, con un po' di arietta..." sono queste le esatte parole con cui, ogni volta, Abby inizia a raccontare questa storia, una delle poche della famiglia.
Con un ultimo salto indietro nel tempo conosciamo finalmente le origini dei Whitshank con il suo capostipite Junior Whitshank e, quella che sarà la sua futura moglie, Linnie Mae Inman.
La loro è una storia tragicomica, che stupisce, diverte ed appassiona.
Ogni racconto ha come fulcro quella casa teatro di sogni, speranze, gioie e dolori. Luogo inerme che ha visto muovere fra le sue mura i primi passi di quattro generazioni.
Come quella casa, "Una spola di filo blu" raccoglie in sé tanta verità e tanta vita.
Anne Tyler, con la sua capacità di raccontare le persone mescolando momenti di estrema profondità e altri di spiccata ironia, porta alla luce tutte le incomprensioni e i piccoli segreti che possono celarsi all'interno di una famiglia. Le gelosie, le invidie fraterne, i rancori celati e taciuti negli anni, i desideri di riscatto, ma anche i momenti di tenerezza, le gioie e i sogni di una vita.
Riesce a farci ridere, e a far commuovere, a far riflettere e anche arrabbiare.
Un romanzo ricco di amore che racconta una famiglia che è allo stesso tempo unica e come tante. 
Dire addio ai suoi personaggi è stato come congedarsi da una famiglia, di cui non sempre si comprendono e accettano i comportamenti e le decisioni, non necessariamente si è d'accordo con le loro scelte ma a cui, nonostante tutto, non si smette mai di voler bene. 

Considerazioni:
Prima di immergermi tra le pagine di questo libro non avevo mai letto nulla scritto da Anne Tyler, ora invece posso dire con certezza che questo sarà il primo romanzo di una lunga serie, perché non ho intenzione di fermarmi qui.
Il suo stile narrativo mi ha ricordato due autori che ho avuto modo di apprezzare in precedenza. 
Tutta la parte iniziale, quella ambientata nel presente, mi ha fatto pensare a "Noi" di David Nicholson.
Mentre tutti i racconti che andavano indietro con gli anni mi hanno riportato alla mente il meraviglioso stile di Fannie Flagg, la stessa attenzione rivolta ai caratteri dei personaggi, ai loro sentimenti, e anche lo stesso spiccato umorismo.
"Una spola di filo blu" è un libro che ha bisogno di un po' di tempo per ingranare e inizialmente la storia non mi ha visto coinvolta più di tanto. Eppure più andavo avanti con la lettura più mi rendevo conto di affezionarmi ad essa e ai suoi protagonisti.
I Whitshank mi hanno accolto a braccia aperte nella loro casa, nei loro ricordi e io li ho sentiti diventare, man mano, sempre più presenze familiari.
Ho partecipato ai momenti più importanti del loro presente e del loro passato, e in qualche modo mi sono sentita grata con loro per avermi considerata degna della loro fiducia.
Pare assurdo forse ma è proprio così, perché Anne Tyler qui racconta persone più che personaggi, e in loro possiamo facilmente conoscere il carattere di noi stessi o delle persone che abbiamo conosciuto.
La signora Linnie Mae, ad un certo punto del racconto, parla delle tipologie caratteriali ricorrenti che ha avuto modo di incontrare nella sua vita e io, in quel frangente, mi sono ritrovata a comprendere totalmente le sue parole.
Le persone descritte in queste pagine hanno caratteri vari e diversi ed è proprio a causa di queste diversità che spesso entrano in conflitto tra loro.
Come in ogni famiglia, anche in questa, non sono tutte rose e fiori e ci si ritroverà quindi ad stimare più alcuni personaggi rispetto ad altri.
Personalmente mi sono ritrovata ad apprezzare molto i coniugi Redcliffe ed Abby (di cui mi sarebbe piaciuto conoscere qualcosa in più del loro passato) e il loro figlio Stem, invece ho trovato abbastanza insopportabile il fratello Denny che mi ha ricordato una tipologia caratteriale da me (ahimè) assai ben nota. 
Denny è egoista e menefreghista, la classica persona che si crede al centro del mondo e che pretende d'essere il centro attorno al quale debbono gravitare i pensieri altrui.
Ma la cosa che meno ho tollerato in lui è stata la forte insensibilità nei confronti dei trascorsi di suo fratello Stem.
Altre personalità molto forti e decisamente curiose sono quelle dei coniugi Junior e Linnie Mae Whitshank. Inizialmente non sappiamo molto di loro. La loro storia, per gran parte del libro, è avvolta nel mistero. I due appaiono sempre come due figure sfumate, avvolte in un mare di nebbia.
Per gran parte del romanzo, le uniche informazioni che abbiamo di loro ci vengono elargite a piccole gocce dai pochi e sbiaditi ricordi di Red ed Abby, che comunque, a loro volta, non sembrano essere mai venuti a conoscenza di come i due si fossero incontrati e di come si fossero evolute le cose tra loro.
Appare dunque molto strano essere trasportati nel loro tempo e conoscere i loro trascorsi, la versione reale della storia e trovarsi improvvisamente di fronte a persone che ci eravamo immaginati in maniera totalmente diversa.
La vera rivelazione è stata proprio la signora Linnie! E chi se lo sarebbe mai immaginato un peperino così?
Il loro racconto è stato quello che in definitiva mi ha appassionato di più, sia perché adoro il tempo in cui è ambientato, ma soprattutto perché mi ha divertito e stupito.
La storia incredibile della loro casa, quella del dondolo, quella del matrimonio della sorella Merrick, sono tutti ingredienti che contribuiscono a rendere speciale questa famiglia.



Ed è proprio per questi pochi aneddoti tramandati alle nuove generazioni che i Whitshank si definiscono una famiglia di incontentabili.
Persone che lottano tanto per avere qualcosa ma che. una volta raggiunto lo scopo di tanti affanni. non ne sono mai entusiasti quanto avrebbero immaginato.
È successo al capostipite Junior Whitshank che dopo aver aspettato anni ed anni per avere la casa dei suoi sogni, una volta ottenuta, anziché godersela, ha continuato a modificarla, aggiustarla, cambiarla.
È successo alla sorella Merrick che dopo aver mandato all'aria il matrimonio dell'amica e aver sposato il di lei fidanzato, non è mai riuscita a trovare la tanto agognata felicità al suo fianco.
E, ancora una volta, è successo (a detta di Denny) a Red e a sua moglie Abby, che pur avendo tre figli propri hanno deciso di adottarne un quarto.
A mio parere però l'essere incontentabile è una caratteristica intrinseca dell'animo umano. L'uomo per sua stessa natura cerca di avere sempre qualcosa per cui alzarsi al mattino, qualcosa per cui lottare, un sogno da realizzare, una meta da raggiungere. È un compromesso per continuare a stare al mondo, per non spegnersi e morire prima del tempo.
Ho perciò trovato i Whitshank una famiglia di persone ambiziose e sognatrici, pazienti e perseveranti, capaci di lottare e aspettare pur di ottenere l'oggetto (o la persona) dei loro desideri. Ne sanno più di qualcosa sia Redcliffe che la signora Linnie Mae,
Ancora di questa famiglia ho adorato l'amore e l'impegno a portare avanti le piccole tradizioni familiari, come quella di affittare, ogni estate, una casa al mare e trascorrervi, tutti assieme, le vacanze estive *-*
Leggere delle grigliate sulla spiaggia, del primo bagno, e di quei vicini, che affittavano la casa di fianco alla loro, con i quali, ogni anno, si davano un immaginario appuntamento all'anno successivo. Persone che hanno sempre osservato e sentito vicine nonostante non abbiano scambiato con loro neanche una parola. 
Li hanno visti crescere di anno in anno, sposarsi, avere figli, invecchiare e poi in qualche caso sparire.
Ciò che non mi ha convinto invece è stata tutta la parte conclusiva, probabilmente perché fino alla fine ho sperato in un finale diverso, fino alla fine avrei voluto non vedere gettati all'aria, o venduti al miglior offerente, i sacrifici di una vita.
Perché casa Whitshank in un certo senso l'ho sentita anche mia e io non l'avrei mai e poi mai abbandonata.


Ringrazio la casa editrice Guanda per avermi inviato una copia cartacea del libro.

il mio voto per questo libro

lunedì 6 luglio 2015

Recensione: "Borgo Propizio" di Loredana Limone

Titolo: Borgo Propizio
Autore: Loredana Limone
Editore: Guanda
Data di pubblicazione: 10 Maggio 2012
Pagine: 285
Prezzo: 8,99 € (ebook)

Trama:
Quasi tutte le fiabe cominciano con C'era una volta, ma questa è diversa. Questa comincia con C'è una volta... Perché è oggi che Belinda ha intenzione di ripartire e Borgo Propizio, un paese in collina, in un'Italia che può sembrare un po' fuori dal tempo, le pare il luogo ideale per realizzare il suo sogno: aprire una latteria. Il borgo è decaduto e si dice addirittura che vi aleggi un fantasma... ma che importa!
A eseguire i lavori nel negozio, un tempo bottega di ciabattino, è Ruggero, un volenteroso operaio che potrebbe costruire grattacieli se glieli commissionassero (o fare il poeta se sapesse coniugare i verbi). Le sue giornate sono piene di affanni, tra attempati e tirannici genitori, smarrimenti di piastrelle e ritrovamenti di anelli... 
Ma c'è anche una grande felicità: l'amore, sbocciato all'improvviso, per Mariolina, che al borgo temeva di invecchiare zitella con la sorella Marietta, maga dell'uncinetto. 
Un amore che riaccende i pettegolezzi: dalla ciarliera Elvira alla strabica Gemma, non si parla d'altro, mentre in casa di Belinda la onnipresente zia Letizia ordisce piani, ascoltando le eterne canzoni del Gran Musicante. Intanto i lavori nella latteria continuano, generando sorprese nella vita di tutti... 

Recensione:
Quella che Loredana Limone racconta in queste pagine ha tutte le carte per essere una vera e propria fiaba moderna.
Il regno in cui si svolge è Borgo Propizio, un piccolo paesino tra le colline dove il tempo, pur passando inesorabile, sembra essersi fermato.
Come ogni regno anche questo ha un castello, ma non è abitato da una splendida principessa dalla chioma dorata, bensì da un fantasma misterioso.
Il castello, il fantasma, e la sua leggenda non sono che il contorno di questa favola che ha, invece, come protagonisti personaggi più comuni, più normali, più veri, con i vari pregi e difetti che li caratterizzano.
A Borgo Propizio tutto scorre uguale a sempre, ma le lancette dell'orologio riprendono a camminare con l'arrivo di Belinda.
La giovane ragazza ha scelto di abbandonare la vita di città per rincorrere il sogno di aprire una latteria e vivere, perciò, dedicandosi a quello che più ama.
L'arrivo di Belinda, pur inconsapevolmente darà vita ad una serie di reazioni a catena che smuoveranno finalmente gli equilibri della vita del borgo.
L'esistenza che subirà più cambiamenti sarà quella di Mariolina.
Mariolina e Marietta sono due sorelle che sin da bambine hanno vissuto in simbiosi.
Cresciute con un padre che le ha abbondante troppo presto e una madre che si è lasciata distruggere da quel dolore.
Le due sorelle hanno sempre vissuto l'una per l'altra e per molti anni sono bastate a se stesse, tenendo fuori il mondo esterno e preservando gli ideali di verginità e integrità che la loro madre gli ha insegnato.
Ora alla soglia di quasi cinquant'anni sono sole e piene di rimpianti.
Ma la svolta è vicina, almeno per una di loro, i giorni di solitudine hanno i minuti contati.
Mariolina, uscita da lavoro, viene investita, letteralmente e metaforicamente, da Ruggero, il tuttofare che si occupa dei lavori di ristrutturazione della latteria.
Durante la lettura seguiamo la loro improvvisa e focosa storia d'amore, ma non solo.
I personaggi che vivono in queste pagine sono numerosi e curiosi.
Non manca davvero nulla, dalla coppia separata che tenta la riconciliazione, alla donna che fugge dalle angherie subite dal marito, fino al l'immancabile cliché del coniuge che mal sopporta la sua, non tanto dolce, metà.
E ovviamente, un piccolo paesino non può esistere senza gli occhi e le orecchie dei pettegoli che vedono, sentono e sanno tutto. E il Borgo conta più di un esponente di questa specie.
Tra una tazza di latte, una torta dolce di ceci, un sorriso, una riflessione e una risata, Loredana Limone ci invita ad entrare a far parte del piccolo mondo che ha costruito per noi. 
Ci presenta dei personaggi e ce li fa diventare amici. 
Ci regala una storia fresca, allegra e frizzante. Una storia semplice, fatta di persone semplici, che ha il sapore di una favola e che, come le favole, non stanca mai ed è destinata a diventare eterna.

Considerazioni:
Ho comprato l'ebook di questo libro dopo aver ricevuto il suo seguito in gentile omaggio dell'ufficio stampa Lettera EFFE.
Non mi piace iniziare le cose a metà, perciò ho voluto cominciare a conoscere la storia di Borgo Propizio dal suo principio.
E devo dire di non essermi pentita. 
La lettura si è rivelata molto piacevole e leggera, una vera boccata di aria fresca.
Simpatico e divertente anche se non propriamente realistico.
I fatti avvengono in maniera rapida e altrettanto rapidamente si risolvono. Nessun intoppo dura più di qualche pagina, i nodi vengono subito al pettine, e non c'è nessun personaggio che metta seriamente i bastoni fra le ruote a nessuno.
I problemi sono piccole macchie che vengono lavate via con una passata di acqua e sapone. 
Non avviene mai nulla di irrisolvibile che turbi, per più di un attimo, la mente dei protagonisti.
Il che, seppur avvolga tutta la storia in un aura favolistica, non mi è dispiaciuto affatto.
Ogni tanto una lettura allegra, che non faccia troppo pensare e che lasci con il sorriso, ci vuole. 
E questa è perfetta a quello scopo, almeno per me, perché è leggera senza essere insulsa, è frivola senza essere sciocca.
Dei piccoli nei però li ho trovati anche qui.
Innanzitutto ho atteso con ansia che venisse descritta l'inaugurazione della latteria. 
Avrei voluto perdermi nella descrizione dei dettagli dell'arredo, dell'atmosfera, dei profumi, della gente che assaggiava, dapprima restia, e poi sempre più entusiasta, i manicaretti preparati da Belinda e da sua zia Letizia. 
Invece sono rimasta delusa, perché come non si indugia molto sulle emozioni e sui sentimenti, non si è indugiato nemmeno in questi particolari descrittivi, che io avrei, invece, adorato leggere.
Inoltre non mi è andato a genio il modo sbrigativo con cui viene, a fine lettura, liquidata la questione del padre di Marietta e Mariolina.
A parer mio, dato che l'autrice non aveva intenzione di appesantire il libro con questioni importanti, avrebbe fatto meglio a non intavolare nemmeno la questione.
Ma dal momento che ce la presenta, io avrei voluto leggerne lo svolgimento, o leggere almeno del primo incontro tra lui e Mariolina.
Detto questo, il libro mi ha lasciato con una dolce sensazione di allegria e con la voglia di tornare a far visita a Borgo Propizio. E state certi che lo farò molto presto.

il mio voto per questo libro

giovedì 11 settembre 2014

Recensione: "Molto forte, incredibilmente vicino" di Jonathan Safran Foer

Titolo: Molto forte, incredibilmente vicino
Titolo originale: Extremely loud & incredibly close
Autore: Jonathan Safran Foer
Editore: Guanda
Data di pubblicazione: 2007
Pagine: 384
Prezzo: 13,00 €
Trama:
Oskar, un newyorkese di nove anni, ha perso il padre nell'attacco alle Torri Gemelle. 
Per non soccombere sotto il peso del dolore si aggrappa alle proprie risorse, cerca conforto nella fantasia e nella curiosità, più che nell'abbraccio di chi gli è rimasto. 
Un giorno, non troppo per caso, in un vaso azzurro trovato nell'armadio del padre scopre una busta che contiene una chiave. Sul retro della busta c'è una scritta: "Black". 
Che serratura apre quella chiave? E se Black è un nome, chi è Black? Per scoprirlo Oskar intende bussare alla porta di tutti i Mr e Mrs Black della città: forse uno di loro sa qualcosa, conosce un segreto che può farlo sentire più vicino al padre. E se il viaggio attraverso i cinque distretti di New York non gli riporterà chi se ne è andato per sempre, forse gli recherà altri doni...

Recensione:
Scrivere di questo libro non è affatto facile, come non facile è stata la sua lettura.
Quella che Jonathan Safran Foer ci racconta è una storia complicata e straziante, resa ancora più complessa dal modo in cui sceglie di raccontarcela.
I protagonisti di questo libro sono tre. 
Oskar Schell, un ragazzino di nove anni, che attraverso la sua voce racconta il dolore provato dalla scomparsa improvvisa di suo padre, morto 11 settembre 2001, durante l'attentato alle torri gemelle, e i suoi nonni paterni.
Sua nonna (la madre del padre di Oskar), si racconta al lettore, tramite delle lettere indirizzate a suo nipote, Oskar.
Ogni capitolo a lei dedicato, quindi ogni sua lettera, è intitolata "I miei sentimenti".
Anche il nonno, Thomas Shell (marito della nonna su citata e padre del papà di Oskar), si racconta tramite delle lettere, queste sono prima indirizzate a: "mio figlio non nato", successivamente sono indirizzate a: "mio figlio", e la sua ultima lettera è indirizzata ad Oskar.
Tre storie e tre vite tormentate da incubi e paure, allo stesso tempo simili e diverse, che hanno come punto in comune la paura di vivere, ma quello che differenzia ciascun personaggio è il modo in cui ognuno affronta o soccombe ai suoi timori.
Il libro si apre con il racconto di Oskar.
Lui aveva un rapporto molto speciale con suo padre, ed è molto bello leggere di loro attraverso i suoi ricordi.
Dopo la perdita Oskar non è più lo stesso, è tormentato da numerose fobie che lo perseguitano e da un senso di colpa misterioso che lo attanaglia e gli impedisce di perdonare se stesso e gli altri.
Un giorno, cercando nello studio di suo padre un modo per ravvivare il suo ricordo, sentendo il suo profumo e toccando le sue cose, scopre in un vaso blu una piccola chiave misteriosa, contenuta all'interno di una busta bianca con su scritto semplicemente "Black".
Da qui parte per lui una forsennata ricerca per ritrovare la serratura corrispondente a quella chiave e il suo possessore.
Un modo questo, per sentirsi in qualche modo nuovamente vicino a suo padre, per tenerlo ancora accanto a sé.
Il capitolo successivo è un'incognita. 
Si apre con il titolo "I miei sentimenti" e per un bel pezzo della lettura non si capisce chi stia parlando, né di cosa.
Stessa cosa vale per il capitolo successivo, che si apre con il titolo "Perché non sono dove siete voi".
In ogni lettera il nonno e la nonna raccontano un pezzo della loro storia, in una danza tra presente e passato.
Scopriamo di come si sono conosciuti, di come si sono persi e successivamente ritrovati per poi perdersi ancora.
Di come il nonno ha perso la capacità di parlare, isolandosi ancora di più in se stesso e dentro quaderni di carta in cui rinchiude i suoi pensieri e la sua vita.
Scopriamo di come la nonna, persa la sua famiglia in Germania, durante il bombardamento di Dresda avvenuto poco dopo la fine della seconda guerra mondiale, si sia trasferita in America e dopo anni di solitudine, si sia lasciata andare ad un amore che sapeva non essere diretto a lei. Di come comunque lo abbia custodito come qualcosa di suo e prezioso, nella speranza che un giorno ne fosse destinataria lei, e lei soltanto.
E la troviamo, una volta abbandonata da quell'uomo che forse non l'ha mai realmente amata, riversare tutto il suo amore (anche in maniera eccessiva) sul suo nipotino, a cui spesso augura di non amare mai nessuno tanto quanto lei ama lui.
Il libro prosegue così, secondo questo ritmo di alternanza nella narrazione, come un passaggio del testimone, che aumenta la confusione nella lettura, in una storia (che è in realtà un insieme di tre storie, tre vite), narrata in maniera altrettanto dispersiva e confusionaria. 
Dicendo questo non voglio fare una critica al modo di scrivere dello scrittore, in quanto credo che quello di confondere e spiazzare il lettore sia stato un suo specifico intento, sta di fatto però che la lettura in questo modo risulta meno scorrevole, più intricata e fastidiosa e perciò meno emozionante.
La storia di Oskar e della chiave, che avrebbe dovuto essere la protagonista, in questo modo diventa una storia di contorno alle altre, che pur essendo interessanti non sono altrettanto coinvolgenti.

Considerazioni:
Ho voluto leggere questo libro perché il film omonimo mi aveva emozionato tantissimo, inoltre ero molto curiosa di vedere come la storia fosse raccontata su carta, e se era descritta con maggiori particolari ogni famiglia "Black" visitata da Oscar durante la sua spasmodica ricerca alla serratura.
Purtroppo, anche se capita di rado, anche questo si è rivelato uno dei casi in cui ho nettamente preferito il film al libro.
Come ho detto nella recensione, il raccontare le storie dei nonni ha tolto spazio ed importanza a quella più bella e toccante, che invece nella trasposizione cinematografica ha trovato ampio respiro. 
Avrei preferito leggere più del rapporto tra Oskar e suo padre e avrei preferito farlo senza interruzioni che, inevitabilmente, tolgono pathos al racconto.
Di contro avrei preferito leggere molto meno dei nonni... soprattutto alcuni contenuti all'interno delle lettere della nonna (che ricordiamolo, erano indirizzate ad Oskar!!! Suo nipote!) li avrei volentieri risparmiati, sia a me stessa che al povero Oskar, che mi sono immaginata, poverino, tutto imbarazzato e confuso a leggere particolari della vita sessuale dei suoi nonni e a domandarsi "Ma la nonna che si è bevuta? Perché mi scrive certe cose? Cosa me ne dovrebbe fregare?"
Insomma ho trovato molte lettere della nonna superflue e imbarazzanti, e a mio parere molto inverosimili, se pensiamo a chi erano dirette.
Molto tenere erano invece le parti in cui la nonna parlava del suo rapporto con la sorella Anna, in particolar modo mi hanno colpito queste parole:

"La notte prima di perdere tutto era stata una notte come tutte le altre. 
Anna e io ci eravamo tenute sveglie a vicenda fino a molto tardi. 
Ridevamo. Due sorelline a letto sotto il tetto di casa della loro infanzia. 
Il vento alla finestra. Cos'è che può meritare di meno di essere distrutto? 
Pensavo che saremmo rimaste sveglie per tutta la notte. Per il resto della nostra vita. 
Gli intervalli tra le nostre parole aumentavano. 
Diventò difficile dire quando stavamo parlando e quando tacevamo. 
I peli delle nostre braccia si toccavano. Era tardi ed eravamo stanche. 
Credevamo che ci sarebbero state altre notti. 
Il respiro di Anna cominciò a rallentare, ma io volevo parlare ancora. 
Si voltò su un fianco. 
Le dissi: Voglio dirti una cosa. 
Rispose: Puoi dirmela domani. 
Non le avevo mai detto quanto le volevo bene. 
Era mia sorella. 
Dormivamo nello stesso letto. 
Non era mai il momento giusto per dirlo. 
Non era mai necessario. 
I libri nel capanno di mio padre sibilavano. 
Le lenzuola si alzavano e ricadevano attorno a me per il respiro di Anna. 
Pensai di svegliarla. 
Ma non era necessario. 
Ci sarebbero state altre notti. 
E come si fa a dire ti voglio bene a una persona a cui vuoi bene? 
Mi voltai su un fianco e mi addormentai vicino a lei. 
Ecco il senso di tutto quello che ho cercato di dirti, Oskar. 
E' sempre necessario. 
Ti voglio bene, 
La nonna."

Ho inoltre apprezzato molto le lettere del nonno indirizzate ai suoi figli, il modo in cui descrive come e quando ha smesso di parlare, il modo in cui le parole lo hanno man mano abbandonato.
Anche nelle sue lettere, di tanto in tanto, c'è descritto qualche particolare che un figlio preferirebbe non leggere, ma se pensiamo che le sue, erano lettere scritte soprattutto a se stesso e che mai ha avuto la volontà di consegnare al suo interlocutore, tutto diventa più plausibile. 
In entrambe le storie è evidente quanto quasi tutti i problemi personali, e nel proprio rapportarsi con se stessi e con gli altri, siano stati causati dai rimorsi e dalle cose non dette.

Le parti dedicate ad Oskar sono ovviamente le mie preferite, e mi hanno fatto venire la voglia di riguardare il film.
Ho trovato Jonathan Safran Foer molto capace a descrivere i pensieri e le angosce di un ragazzino così traumatizzato. 
Rimprovera la madre che tenta di rifarsi una vita e rimprovera se stesso di essere così severo con lei e di non riuscire, nonostante gli sforzi, ad andare avanti.

"«Mi manca papà.» 
«Anche a me.» 
«Davvero?» 
«Certo.» 
«Ma ti manca sul serio?» 
«Come puoi chiedermelo?» 
«È che non ti comporti come se ti mancasse proprio tanto!» 
«Cosa dici?» 
«Secondo me lo sai cosa dico.» 
«No, non lo so.» 
«Ti sento quando ridi.» 
«Mi senti quando rido?» 
«In soggiorno. Con Ron.» 
«Tu credi che papà non mi manchi perché ogni tanto faccio una risata?» 
Mi sono girato sul fianco, staccandomi da lei. 
Mi ha detto: «E piango tanto, sai?» 
«Io non ti vedo piangere tanto.» 
«Forse perché non voglio che mi veda.» 
«E perché?» 
«Perché non fa bene a nessuno dei due.» 
«Sì, invece.» 
«Io voglio che la vita continui.» 
«Ma quanto piangi?» 
«Quanto?» 
«Sì... un cucchiaio? Una tazza? Una vasca da bagno? Mettendo insieme tutte le lacrime.» «Non è così che va.» 
«E come va?» 
Ha risposto: «Sto cercando dei modi per essere felice. E quando rido sono felice». 
Le ho detto: «Io invece non sto cercando dei modi per essere felice, e non ne cercherò mai». 
E lei: «Ma dovresti».
«Perché?» 
«Perché papà ti vorrebbe felice.» 
«Papà vorrebbe che mi ricordassi di lui.» 
«Perché non ricordarlo ed essere felice?» 
«Perché sei innamorata di Ron?» 
«Come?» 
«È chiaro che sei innamorata di lui, perciò voglio sapere: perché? Cos'ha lui di tanto speciale?» 
«Oskar, non ti è mai venuto in mente che le cose potrebbero essere più complicate di quanto sembrano?» 
«Mi viene in mente sempre.» 
«Ron è un mio amico.» 
«Allora promettimi che non ti innamorerai mai più.» 
«Oskar, anche Ron sta passando un momento difficile. Ci aiutiamo a vicenda. Siamo amici.» «Promettimi che non ti innamorerai mai più.» 
«Perché vuoi che ti faccia questa promessa?» 
«O mi prometti che non t'innamorerai più, o io smetto di volerti bene.» 
«Sei ingiusto.» 
«Io non devo essere giusto! Sono tuo figlio!» 
Ha fatto un sospiro enorme e mi ha detto: «Mi ricordi tanto papà». 
E poi ho detto qualcosa che non avevo progettato di dire, non volevo dirla neanche. Mentre mi usciva dalla bocca, mi sono vergognato che si mischiasse con qualsiasi cellula di papà che potevo avere inspirato quando ero andato a visitare Ground Zero. 
«Se avessi potuto scegliere, avrei scelto te!» 
Lei mi ha guardato per un attimo, poi si è alzata ed è uscita dalla stanza. Avrei voluto che sbattesse la porta, ma non lo ha fatto. L'ha chiusa piano piano, come sempre. Ho sentito che non si allontanava."

Ho percepito la sua rabbia, la sua paura e la sua angoscia, ho capito i suoi rimorsi e il peso enorme causato dal suo senso di colpa, per non aver risposto a quell'ultima chiamata quella mattina del giorno più brutto.

«Posso dirti una cosa che non ho mai detto a nessuno?» 
«Certo.» 
«Quel giorno eravamo appena entrati quando ci hanno fatto uscire da scuola. Non ci hanno detto di preciso perché, solo che era successa una brutta cosa. Noi non abbiamo capito, credo. Oppure, non abbiamo capito che una brutta cosa poteva capitare a noi. Sono venuti tanti genitori a prendere i loro bambini ma io sono tornato a piedi, dato che la scuola è appena a cinque isolati da casa mia. Un mio amico mi ha detto che mi avrebbe telefonato, perciò sono andato subito a vedere la segreteria e la luce lampeggiava. 
C'erano cinque messaggi. Tutti suoi.» 
«Del tuo amico?» 
«Del mio papà.» 
Lui si è coperto la bocca con la mano. 
«Diceva sempre che stava bene e che tutto sarebbe finito bene, e non dovevamo preoccuparci.» 
Una lacrima gli è scesa sulla guancia e si è fermata sul dito. 
«Però, la cosa che non ho mai detto a nessuno è questa. Dopo che ho ascoltato i messaggi, è squillato il telefono. Erano le 10.26. Ho guardato il codice di identificazione e ho visto che era il suo cellulare.» 
«Oh, Dio.» 
«Per favore, puoi tenere una mano su di me, così riesco a finire la storia?» 
«Ma certo» ha detto, e ha spinto la poltrona attorno alla scrivania per venirmi vicino. 
«Non ho alzato la cornetta. Non ce la facevo. Continuava a suonare, e io non riuscivo a muovermi. Volevo alzarla, ma non ci riuscivo. È partita la segreteria, e ho sentito la mia voce: Salve, risponde casa Schell. Ecco il fatto del giorno di oggi: Nella Jacuzia, che è in Siberia, fa talmente freddo che il fiato si gela con uno scricchiolio che chiamano il sussurro delle stelle. Nelle giornate estremamente fredde, le città sono coperte da una nebbia formata dal respiro degli uomini e degli animali. Siete pregati di lasciare un messaggio. 
C'è stato un bip. Poi ho sentito la voce di papà. "Ci sei? Ci sei? Ci sei?" 
Lui aveva bisogno di me e io non riuscivo ad alzare la cornetta. Non ci riuscivo. Non ce la facevo. "Ci sei?
Lo ha domandato undici volte. Lo so, perché le ho contate. 
È una di più di quelle che posso contare sulle dita. 
Perché continuava a chiederlo? Aspettava che qualcuno tornasse a casa? E perché non chiedeva "C'è qualcuno?"... "Ci sei?" vuol dire una persona sola. 
A volte penso che sapeva che ero lì. Forse tentava solo di darmi il tempo per trovare il coraggio di alzare la cornetta. E poi, c'era troppo spazio fra una domanda e l'altra. 
Ci sono quindici secondi fra la terza e la quarta, ed è l'intervallo più lungo. 
In sottofondo si sente la gente che urla e che piange. E poi rumore di vetri che si rompono, ed è anche per questo che mi chiedo se stavano saltando giù. 
Ci sei? Ci sei? Ci sei? Ci sei? Ci sei? Ci sei? Ci sei? Ci sei? Ci sei? Ci sei? Ci 
E dopo si è interrotto.»

Non aver risposto al telefono per quell'ultima volta, non aver detto addio, o anche un solo: "Papà, si, ci sono, ti voglio bene".
Mi sono ritrovata a chiedermi "cosa avrei fatto al posto suo?" e non ho saputo darmi una risposta, perché la paura spesso immobilizza e rende incapaci di agire, spero solo di non dovermelo chiedere mai.

Un filo conduttore unisce queste tre storie.
Il lutto, il trauma, la paura di tornare a vivere, il senso di colpa per non aver avuto il coraggio di dire o fare qualcosa.
La morale di questo libro è quindi questa: non è mai il momento sbagliato per dire quello che si prova, e non sarà mai troppo presto, perché non sappiamo se l'occasione ci si ripresenterà, e quando c'è si dovrebbe coglierla al volo.

Confronto con il film:
Come ho già spiegato nella recensione, credo che il film in questo caso superi ampiamente il libro da cui è stato tratto.
Meno dispersivo, più essenziale e, cosa più importante, decisamente più emozionante.
La storia nel film è circoscritta al rapporto padre-figlio, concentrata quindi più su Oskar e il suo dolore, e tutto il contorno delle vicissitudini dei nonni è tralasciato, e questa per me è stata una scelta vincente.
Ho trovato superlativa l'interpretazione di Thomas Horn, il bambino che interpreta Oskar e che, a quanto ho letto, era alla sua prima esperienza nel cinema.
Magistrale come sempre Tom Hanks, che non delude mai.
Da vedere assolutamente!!!
il mio voto per questo libro