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mercoledì 30 luglio 2014

Recensione: "Momenti di trascurabile felicità" di Francesco Piccolo

Titolo: Momenti di trascurabile felicità
Autore: Francesco Piccolo
Editore: Einaudi
Data di pubblicazione: 2010
Pagine: 134
Prezzo: 12,50 €

Trama:
Possono esistere felicità trascurabili? Come chiamare quei piaceri intensi e volatili che punteggiano le nostre giornate, accendendone i minuti come fiammiferi nel buio? 
Sei in coda al supermercato in attesa del tuo turno, magari sei bloccato nel traffico, oppure aspetti che la tua ragazza esca dal camerino di un negozio d'abbigliamento. Quando all'improvviso la realtà intorno a te sembra convergere in un solo punto, e lo fa brillare. E allora capisci di averne appena incontrato uno. I momenti di trascurabile felicità funzionano così: possono annidarsi ovunque, pronti a pioverti in testa e farti aprire gli occhi su qualcosa che fino a un attimo prima non avevi considerato. 

Recensione:
“Non sopporto più le persone che mi annoiano anche pochissimo e mi fanno perdere anche un solo secondo di vita.”
Con questa citazione di Goffredo Parise si apre il libro di Francesco Piccolo, una frase che ad una prima lettura inconsapevole può apparire semplicemente simpatica e condivisibile.
Con la consapevolezza di chi ha, invece, letto tutto il libro, ci si rende conto che probabilmente la citazione non era che un'avvertenza! Un moderno "lasciate ogni speranza voi che entrate".
Piccolo forse voleva avvertirci e, con una simpatica frase ad effetto, tirarsi fuori da ogni responsabilità, come a dire: "State scegliendo voi, di vostra spontanea iniziativa, di leggere questo libro. Io ho cercato di dirvelo che sarebbe stato uno spreco di tempo".
Definire con il termine "libro" "Momenti di trascurabile felicità" è puramente una questione formale, come si potrebbe definire "libro" un vocabolario o un elenco telefonico.
Sono libri certo, perché per la loro costituzione possono essere definiti tali, in quanto hanno tutti una copertina, delle pagine e sono fatti di carta, ma chi li leggerebbe da cima a fondo? Chi se ne appassionerebbe?
In un determinato momento ci può tornare utile conoscere un determinato vocabolo, un determinato indirizzo o numero di telefono, ma è impossibile che in quello stesso momento ci possa interessare leggere ogni voce di quegli interminabili elenchi.
E questo libro non è altro che questo, un elenco di situazioni, di momenti che non possono, in verità, nemmeno essere accomunati dal titolo stesso del libro.
I veri momenti di trascurabile felicità elencati sono pochi, per tutto il resto del tempo vengono citati, uno dopo l'altro, avvenimenti a caso o aneddoti più o meno simpatici, e più o meno comprensibili, dello scrittore.
Soprattutto sono elencati momenti vari, "normali", che non suscitano alcun pensiero felice nell'immaginarsi di poterli vivere.

“Quando va via la luce, e poi torna, tutti gli orologi digitali della casa lampeggiano e segnalano zero punto zero (00:00). 

Perdersi un concerto jazz. 

Quando viene la febbre. 

Lasciare per un sacco di tempo le lattine di CocaCola aperte e mezze piene nel frigorifero, senza berle e senza buttarle.”

E via dicendo...

I racconti carini, quelli che strappano un sorriso, ci sono, ma sono troppo pochi, e il sorriso che portano è troppo leggero e sfuggevole per poter alleviare la noia che regna sovrana durante tutto il resto della lettura.

Considerazioni:
Ennesima grandissima delusione!
E dire che mi aspettavo di leggere qualcosa che mi avrebbe emozionato.
Ma le liste non possono emozionare, ma solo infastidire.
Già vi dissi, in occasione della recensione di "Olivia: Ovvero la lista dei sogni possibili" di Paola Calvetti che le liste erano state la cosa che mi era piaciuta meno, quella che avrei evitato perché, appunto, le liste sono utili, ma non si può definirle letture appassionanti.
Figurarsi un libro che non è altro che questo! Un elenco senza capo né coda, senza storia e spesso anche senza senso.
Questo libro non doveva chiamarsi "Momenti di trascurabile felicità" ma "Vaneggiamenti vari ed eventuali".
Carine sono la storia della bottiglia di vino, quella del film "Insonnia d'amore" e poche altre, ma non bastano per fare di un libro un buon libro, né tanto meno uno leggibile.

“In Insonnia d'amore, Tom Hanks e il figlio sono sull'Empire State Building e aspettano una donna sconosciuta, che noi sappiamo che è Meg Ryan. 
Dopo aver aspettato a lungo, Tom Hanks dice: vabbe', scendiamo. Si avviano verso l'uscita e Meg Ryan continua a fare tardi, sembra davvero che non faccia in tempo, e sembra che faccia talmente tardi che ogni volta che vedo il film comincio a pensare sul serio che stavolta lo ritrasmettono in un'altra versione in cui davvero non ce la farà. Non li incontrerà più, stavolta. 
E succede davvero così: quando Meg Ryan arriva in cima al grattacielo, non c'è più nessuno. Non si sono incontrati. 
E io dico: ma non è possibile, mi ricordo che finiva bene. 
Eppure davanti a me c'è Meg Ryan tutta sola, e loro ormai se ne sono andati. Il fatto che non si sono incontrati è evidente, lei è arrivata troppo tardi e forse sono io che ricostruisco il film secondo i miei desideri. Mi agito sulla sedia, mi alzo, mi risiedo, fino a quando Meg Ryan abbassa lo sguardo e trova lo zaino del bambino, e appena dopo appaiono davanti a lei Tom Hanks e il figlio - che sono tornati a recuperarlo. 
E si incontrano, finalmente. Sono così felice ogni volta, così felice. Comincio a piangere per la commozione, si, ma anche per il fatto che il film è sempre uguale ogni volta che lo vedo.”

L'idea di raccontare i propri momenti di trascurabile felicità è una cosa che ancora apprezzo, ma non avrei mai fatto un libro solo su questo! Avrei inserito i momenti in una storia, in una trama che non riducesse il tutto ad un mero elenco! 
Che diamine, a fare un libro così siamo capaci tutti!
Una lettura noiosa e frustrante che, col senno di poi, mi sarei risparmiata volentieri. Decisamente trascurabile come i momenti di felicità di cui si fa portavoce.

P.S: Un mio momento di trascurabile felicità:
Quando ho chiuso l'ultima pagina di questo libro e ho realizzato che non avrei dovuto leggerne più nemmeno una riga. Mai più. *-*

Il mio voto per questo libro 

giovedì 24 aprile 2014

Chi ben comincia... #11

Salve avventori!
Rieccoci con la rubrica "Chi ben comincia"
Quello che vi propongo oggi è l'incipit di un libro di cui avevo sentito parlare un paio di anni fa, si tratta di "Momenti di trascurabile felicità" di Francesco Piccolo.
Un libro che ci fa notare che la felicità è fugace e, in quanto tale, si riduce a piccoli momenti, attimi che possono apparire trascurabili, ma che per qualche strano caso ci rendono felici.
Può trattarsi di qualsiasi cosa...
Salire sul treno e sperare di non trovare qualcuno al proprio posto. 
Il sollievo di poter stare seduti mentre gli altri si avventano su un buffet, perché un amico si è offerto di andarci a prendere qualcosa. 
Accompagnare al bancomat qualcuno che si conosce da una vita e non sentirsi obbligati a fare un passo indietro.
Debolezze, segreti inconfessabili, lampi di gioia, piaceri intensi, e volatili.
Non ho ancora letto questo libro, ma l'incipit mi ha colpito moltissimo perché, da eterna indecisa quale sono, mi sono rivista tantissimo nel personaggio che ci viene presentato.
Anch'io sono solita (purtroppo) a rimandare le cose che desidero fare, sino a quando spesso succede che perdo l'opportunità.
Perché lo faccio è un mistero anche per me XD
Forse per la paura di restare delusa, di rischiare... 
Non lo so, forse lo scoprirò leggendo questo libro.

Poche e semplici le regole:
♥ Prendete un libro qualsiasi contenuto nella vostra libreria
♥ Copiate le prime righe del libro (possono essere 10, 15, 20 righe)
♥ Scrivete titolo e autore per chi fosse interessato
♥ Aspettate i commenti


"Momenti di trascurabile felicità" di Francesco Piccolo

Nelle pagine romane del quotidiano, il mercoledì o a volte anche prima, vedo l'annuncio di un film che aspettavo. C'è scritto: «da venerdì». Chiudo il giornale sapendo che da venerdì comincerà un segmento di tempo dentro cui una sera, presto, andrò a vederlo. Non so ancora dove, quando. Ma ci andrò. 
Poi arriva il venerdì, e passa. Il primo fine settimana non se ne parla. Altrimenti anche il sapore dell'attesa durerebbe poco; e poi il primo fine settimana ci vanno tutti. 
Aspetto. 
Dalla settimana successiva, ogni giorno studio le sale e gli orari, il cinema più vicino o quello che mi piace di più, valuto la sala ma anche la strada, e se devo dirla tutta anche il marciapiede dove all'uscita chiederò a qualcuno una sigaretta e la fumerò con un piacere lento, ripensando ad alcuni dialoghi del film. Finirò per scegliere anche il marciapiede dove lascerò il mozzicone della mia sigaretta dopo il film. Penso di andarci da solo al primo spettacolo, oppure con qualcuno alle otto e mezza di sera, anzi - meglio - penso di uscire di casa dopo cena e chiedere a un amico di arrivare un po' prima e passeggiare intorno all'isolato e poi entrare all'ultimo spettacolo. 
E aspetto. Aspetto. Dico: ci vado la prossima settimana. 
Settimana dopo settimana vedo le sale che cambiano, che si riducono; e so che il prossimo giovedì tremerò perché da domani forse non c'è più, il film. E poi c'è, per fortuna, ma spostato in una sala piccola o periferica, come in un'agonia lenta, che non termina perché sta aspettando me. E più difficile, adesso, più lontano, più complesso; più arduo trovare qualcuno che non l'abbia ancora visto. Solo a questo punto comincia a sedurmi un'idea nuova, maliziosa, e nell'attimo in cui la penso, decido, con coscienza, di metterla senz'altro in pratica - una cosa insensata ma alla quale non so resistere. 
Non ci andrò. 
Scalpiterò l'ultimo giorno, un giovedì, sapendo che da domani scomparirà, telefonerò a tutti quelli che conosco dicendo che forse bisognerebbe proprio andarci perché è l'ultimo giorno; ma avendo una buona scusa per dire che non ce la faccio in tempo, se qualcuno dovesse poi essere realmente disponibile. 
E poi lo lascio andare via, quel film che volevo assolutamente vedere; non potevo perdermelo e me lo perdo, e da domani dirò che me lo sono perso, che mi dispiace. Il venerdì apro il giornale, scorro tutte le sale, e davvero non c'è più, è scomparso. 
E io mi sento, in qualche modo incomprensibile, sollevato.