lunedì 16 maggio 2016

Recensione: "Abbiamo sempre vissuto nel castello" di Shirley Jackson

Titolo: Abbiamo sempre vissuto nel castello
Titolo originale: We have always lived in the castle
Autore: Shirley Jackson
Editore: Adelphi Edizioni
Data di pubblicazione: 2009
Pagine: 182
Prezzo: 15,30 € (cartaceo)  8,99 € (ebook)

Trama:
La diciottenne Mary Katherine ci racconta della grande casa avita dove vive da reclusa, in uno stato di idilliaca felicità, con la bellissima sorella Constance e uno zio invalido. 
Non ci sarebbe nulla di strano nella loro passione per i minuti riti quotidiani, la buona cucina e il giardinaggio, se non fosse che tutti gli altri membri della famiglia Blackwood sono morti avvelenati sei anni prima, seduti a tavola, proprio lì, in sala da pranzo. 
E quando in tanta armonia irrompe l'estraneo - nella persona del cugino Charles - il piccolo e ristretto mondo di Mary Katherine si prepara ad un cambiamento che lei non pare essere pronta ad accettare.

Recensione:
“Merricat, disse Connie, tè e biscotti: presto, vieni. 
Fossi matta, sorellina, se ci vengo m'avveleni. 
Merricat, disse Connie, non è ora di dormire? 
In eterno, al cimitero, sottoterra giù a marcire!”

"Abbiamo sempre vissuto nel castello" è un po' come questa filastrocca: misterioso, macabro, inquietante, strano e affascinante.
Un romanzo avvolto sotto strati di uno spesso velo che si srotola man mano che la lettura procede. Un velo che mostra solo una parte della realtà e che, proprio per questo, incuriosisce il lettore, spingendolo a chiedersi il perché di tutte le velate allusioni, le cose taciute, e gli inspiegabili rancori che circondano la vita delle due protagoniste.
Mary Katherine, sua sorella Constance e il vecchio e malato zio Julian, sono, come capiamo sin dalle prime pagine, gli unici superstiti della dinastia dei Blackwood.
I Blackwood hanno sempre abitato in una bella dimora, maestosa ed elegante, ai margini della città. 
La loro è tra le proprietà più grandi del paese e forse, proprio per questo, la famiglia ha attirato negli anni invidie e rancori da parte dei suoi compaesani.
Da parte loro, non si può dire che i Blackwood abbiano fatto un granché per farsi apprezzare. 
L'enorme divario sociale tra le due classi si è sempre fatto sentire nei rapporti tra la famiglia e il circondario al quale, i Blackwood, hanno sempre rimproverato il degrado e l'ignoranza nei quali si è sempre crogiolato con passività.
Nullo è lo sforzo da parte del paese di elevarsi, di crescere, progredire ed evolversi. 
Una città che si accontenta del suo grigiore, delle sue forme sfatte e smorte e del suo imbruttimento, che si rispecchia poi, non solo nelle case, ma nello stesso animo e nell'indole di chi le abita.

“Il paese era tutto uguale, costruito nello stesso periodo in un unico stile; sembrava che gli abitanti non potessero fare a meno di quella bruttezza, che se ne nutrissero. 
Era come se le abitazioni e i negozi fossero stati fabbricati in fretta e con spregio, per fornire riparo a tutto ciò che era scialbo e sgradevole, e la casa dei Rochester, quella dei Blackwood e anche il municipio fossero stati trasportati lì, forse per sbaglio, da qualche luogo meraviglioso e remoto dove regnava l'eleganza. 
Forse quelle belle dimore erano state catturate - magari per punire i Rochester e i Blackwood della loro segreta malvagità? - e ora il paese le teneva prigioniere; forse il marciume che pian piano le stava divorando era espressione dei laidi paesani. 
La fila di negozi sulla via principale era di un grigio uniforme. I proprietari abitavano negli appartamenti al piano di sopra, e le tende alle finestre equidistanti erano scialbe e sbiadite; qualunque cosa fosse per natura colorata, in paese si perdeva presto d'animo. 
Non furono certo i Blackwood a portare il luogo al degrado; gli abitanti ci stavano come topi nel formaggio, sembrava concepito apposta per loro.”

Un detestarsi reciproco che resta, per anni, silenzioso, ma costantemente presente, come un'impercettibile interferenza in sottofondo.
Però, ora che tutta la grande dinastia dei Blackwood è ormai ridotta a soli tre componenti (due ingenue ragazzine e un vecchio in condizioni precarie, per giunta), il paese, forte della sua superiorità numerica, fa sfoggio della sua arroganza e della volgarità che lo contraddistingue.
Mary Katherine è l'unica tra i Blackwood a mettere il naso fuori dalla recinzione metallica che divide Blackwood Farm dal resto del paese. 
Lo fa, non per il piacere di farsi un giro tra le viottole delle cascine, ma per pura necessità, ogni martedì e venerdì, la ragazza è costretta ad avventurarsi fuori dal suo porto sicuro per fare compere e rimpolpare la dispensa.
Così, pur controvoglia, si espone al male infimo e subdolo che si annida nelle occhiate cattive e maliziose, nelle battute al vetriolo (che alludono a situazioni passate ancora sconosciute al lettore), nei pensieri maligni dominati dall'odio, e nelle petulanti filastrocche cantategli per dispetto.
Il fine è quello di deriderla, umiliarla, portarla al culmine della pazienza, provocarla al fine di far scaturire in lei una qualsiasi reazione.
Ma Merricat ha dentro un mondo tutto suo e spesso vi si rifugia per sfuggire alla realtà. 
Sogna ad occhi aperti, desidera magie e sortilegi, esprime desideri, gioca con la mente e finge di essere via... lontana da tutto il brutto che la circonda. E, in un attimo, è sulla luna a coltivare fiori sconosciuti e a cantare alla dolce luce delle stelle.
Solo una volta rientrata nei confini della sua proprietà, la ragazza, può tornare a sentirsi al sicuro, come se quella rete metallica, che le separa dal resto del mondo, fungesse da potente incantesimo di protezione.
Ma la tranquillità domestica, la piacevole routine, il dolce e idilliaco mondo nel quale le due sorelle si sono volontariamente recluse, la misteriosa magia che ha preservato e mantenuto immutata, per anni, la loro esistenza, viene rotta dall'arrivo di un parente, il cugino Charles, che con la sua presenza spezzerà ogni incanto.
Ma questa è solo una parte della storia, il velo che citavo all'inizio ha molti strati e ognuno di essi, venendo via, mostra piccoli frammenti sfocati di verità.
Così, sotto i nostri occhi assetati di sapere, si snoda una storia ammaliante e intrigante, misteriosa e agghiacciante, caratterizzata da personaggi memorabili che sono al tempo stesso esilaranti, ingenui e terribilmente crudeli.
Shirley Jackson con l'eleganza e la magia delle descrizioni, con i frammenti di straordinaria poesia e realtà, che riesce a rendere solo attraverso la sua straordinaria scrittura dai toni sommessi e deliziosamente sardonici, narra una storia che sa stregare, protagoniste che non si riesce a dimenticare e racconta, con estrema e cruda verità, i più vili difetti dell'animo umano.
Il male che si cela sotto forme apparentemente innocue, si nutre dell'invidia, dell'ignoranza e della cupidigia e distrugge, devasta e stravolge.

Considerazioni:
Se non hai letto questo libro e hai intenzione di farlo fermati qui!
"Abbiamo sempre vissuto nel castello" è uno di quei libri che ho rimandato troppo a lungo perché temevo deludesse le mille aspettative che mi ero fatta leggendone la trama.
Ho fatto davvero tanta fatica a mettere nero su bianco i miei pensieri, perché sento che nulla di quello che potrò dire o scrivere potrà mai rendere l'idea della vasta gamma di sensazioni, ed emozioni che ho provato leggendolo, e che tutt'ora mi travolge se penso alla sua storia, alle sue protagoniste e al linguaggio affascinante con cui l'autrice sceglie di raccontarci la loro vita.
Shirley Jackson è stata molto abile a dare vita ad una storia che tiene il lettore incollato alle sue pagine, in cui il mistero fa da padrone, e in cui i vari pezzettini che compongono il puzzle vengono scoperti e riordinati poco per volta.
Proprio in virtù di questo, solo a fine lettura si riescono a comprendere pienamente tutti i fatti, e dare un senso alle allusioni e ai vari comportamenti dei personaggi che, col senno di poi, assumono un significato ben diverso.
Ora non starò qui a riassumere le vicende, che se avete letto il libro conoscete benissimo, ma voglio invece raccontarvi le mie emozioni a riguardo.
La storia si apre con un inizio che affascina e seduce, un alone di mistero in cui aleggiano al contempo quiete e turbamento.
In questa prima parte viene raccontata la vita delle sorelle Blackwood che procede invariata da anni, nella sua immobile quotidianità.
Ho adorato leggere della deliziosa e statica routine in cui Constance e Mary Katherine si sono isolate, facendosi volontarie prigioniere di un mondo soffice e ovattato, fatto solo di piccole cose belle. 
Il loro reciproco e sconfinato affetto, i picnic sull'erba, i prelibati manicaretti serviti da Connie, le bislacche e deliziose manie di Merricat, e quella "stregoneria" che rende preziosa qualsiasi cosa sia segreta, nascosta e gelosamente custodita.
Ed è così che mi sono parse le esistenze dei tre superstiti di Blackwood Farm, preziose e incantate per il loro essere congelate nel tempo, estranee ai ritmi della vita esterna, al trascorrere del tempo, alla influenza del mondo.
Le stesse protagoniste sono rimaste eterne bambine, nutritesi solo del reciproco amore, dei frutti della loro terra e delle storie, divorate dai libri, o nate dalla loro sconfinata fantasia.
Mary Katherine ha diciott'anni ma, leggendo di lei, viene spontaneo immaginarsela molto più piccola della sua età, e io stessa, per gran parte della lettura, mi sono ritrovata ad immaginarla come un'undicenne dall'animo un po' inquieto e problematico.
Molto dolce e innocente a volte, estremamente spietato in altre, ma anche poco incline a farsi valere. 
Con il cugino Charles, ad esempio, si comporta proprio come una bambina. 
Anziché farsi rispettare e far valere i suoi diritti, in quella che è la sua casa e su quelli che sono i propri beni, preferisce rifugiarsi dietro comportamenti infantili e architettare esilaranti dispetti.
Ammetto che durante la lettura, la descrizione del suo personaggio mi ha un po' destabilizzata e confusa. 
Mi sono ritrovata spesso a chiedermi perché, Merricat, pur essendo adulta ci venisse immancabilmente presentata come una bambina... tuttavia, riflettendoci, mi sono ritrovata a condividere anche questa scelta, sia perché ha reso tutta la narrazione  più surreale e grottesca, ma soprattutto perché l'atteggiamento della ragazza effettivamente non poteva essere più coerente con i fatti narrati.
Le vite delle ragazze, così come i loro caratteri e personalità, hanno subito una battuta d'arresto dal momento in cui si sono isolate dal resto del mondo. 
Hanno, quindi, cessato di crescere e si sono congelate a com'era la loro esistenza sei anni prima, quando tutto si è arrestato in quel "fatidico giorno". 
Viene dunque facile, seguendo questo discorso, capire come la realtà delle due sorelle e dello zio Julian sia rimasta immutata, come cristallizzata per sempre nelle pieghe del tempo.
Una visione affascinante, che conferisce al romanzo quell'atmosfera suggestiva e surreale che lo caratterizza.
Per quanto riguarda i personaggi, la Jackson ha dato vita a personalità fuori dagli schemi e memorabili a cui, nel bene e nel male, non si può rimanere indifferenti.
Partendo dal personaggio più sconveniente, zio Julian.
Le sue paturnie, i suoi discorsi insensati, le sue folli elucubrazioni, danno vita a dei siparietti tragicomici degni dei migliori teatri dell'assurdo. 
Leggendo i suoi monologhi, si può quasi avere l'impressione di trovarsi tra le mani un copione di una commedia.
Le sorelle Mary Katherine e Constance sono molto diverse tra loro ma legate da un amore fortissimo.
Le ho amate moltissimo insieme, nei loro dialoghi, nei gesti e nelle attenzioni che si riservavano l'un l'altra. Due piccole bamboline di porcellana custodite nella loro bellissima casa di legno, un microcosmo perfetto e perfettamente funzionante.
La piccola Mary Katherine, un'adulta con uno spirito da eterna ragazzina è senza dubbio il mio personaggio preferito, con i suoi pregi e i suoi difetti.
L'ho trovata divertente e spiritosa, ho amato il suo sarcasmo pungente, le sue battute velenose, il credere fortemente nei i suoi piccoli rituali magici, per allontanare le sciagure o qualsiasi cosa avrebbe, in qualche modo, intaccato il perfetto equilibrio della loro perfetta esistenza.
Certo, Merricat è senza dubbio una ragazza disturbata, ma non ho letto in lei vera cattiveria, anzi, in alcune occasioni l'ho trovata persino troppo debole. 
L'avrei voluta ancora più determinata, combattiva e reattiva, ma credo che il suo sia un personaggio speciale proprio per il vasto insieme di sfumature che colorano il suo animo tormentato.
Connie è dolce e arrendevole, una perfetta donnina di casa d'altri tempi.
Probabilmente, proprio per questo, ho spesso trovato snervante la sua ingenuità, il fatto che non abbia mai dubitato delle intenzioni del cugino Charles, che si sia fatta abbindolare dalle sue parole, e che non abbia mai preso le redini della situazione mettendo le cose in chiaro, per dire: "senti bello, questa casa è di proprietà mia e di mia sorella, se non ti piace come gestisco le nostre finanze... quella è la porta. Tanti saluti e grazie".
Tuttavia ho sinceramente apprezzato l'immenso amore che ha dimostrato per sua sorella, il fatto che per lei abbia messo a repentaglio la propria libertà e dignità, il modo in cui l'ha protetta da tutto sacrificando la sua stessa esistenza.
E non posso concludere senza spendere due parole per i terribili compaesani, persone totalmente vuote e stupide, imbruttite e incattivite dall'ignoranza e dall'invidia.
Le scene dell'incendio di casa Blackwood, della successiva aggressione alle sorelle e dello sciacallaggio a ciò che era loro rimasto, le ho trovate estremamente cruenti e crudeli. 
Ancor più perché ingiustificate e insensate.
E non c'è peggior cattiveria di quella che viene eseguita senza pietà e senza ragione solo con lo scopo di divertirsi o rompere la propria monotonia.
In questo romanzo non vengono descritte morti violente, o scene sanguinolente, ma l'autrice fa molto di più. Descrive vividamente la violenza e la crudeltà dell'essere umano, e a cosa queste possono portare: azioni becere, inutili e stupide.
E a tanta ignoranza e cattiveria le due sorelle rispondono richiudendosi in un guscio ancora più piccolo. Un mondo più ristretto, nel quale continuare a stare insieme e seguitare a farsi felici l'una con la presenza dell'altra.
Un finale al medesimo tempo angosciante e poetico, che ammetto, in un primo momento mi ha lasciato insoddisfatta. 
Io volevo la mia vendetta! Bramavo con tutta me stessa un finale alla "Dogville"!
Anche qui però, a mente fredda, ho capito che la Jackson non avrebbe potuto scrivere un epilogo migliore per questo suo lavoro.
Con il suo finale ha reso questa storia e le sue protagoniste memorabili e indimenticabili.
Ha richiuso le sue bamboline nel loro regno protetto e incantato, un po' dismesso forse, ma abbastanza sicuro per tenere al di fuori la crudeltà del mondo.

il mio voto per questo libro 

mercoledì 11 maggio 2016

Recensione: "Luolo" di Elisabetta Morandi


Titolo: Luolo
Autore: Elisabetta Morandi
Illustratore: Ronny Gazzola
Editore: Edicolors
Data di pubblicazione: 3 Dicembre 2015
Pagine: 64
Prezzo: 14,00 € (cartaceo)  2,99 € (ebook)

Trama: 
Luolo è un piccolo fantasma, dolce, simpatico ma terribilmente fifone. E' così pauroso da essere terrorizzato perfino dalla propria immagine. Per fortuna s'imbatte in un vecchio gufo reale che decide, con l'aiuto del vecchio spettro Leopold, di aiutarlo a diventare un fantasma come si deve.

Recensione:
Quella narrata in questo libriccino è una storia che parla di crescita e dell'accettazione di se stessi.
Luolo è un piccolo fantasma insicuro e triste, scontento del suo aspetto e del suo stesso essere. Preferirebbe tramutarsi in qualsiasi cosa, anche la più insignificante o ripugnante, tutto pur di non essere un fantasma.
Il saggio gufo Orlando, sentendolo urlare una notte, e vedendolo così affranto e inconsolabile, decide di aiutarlo.
Ma come si può aiutare qualcuno che non si accetta per come si è?
Semplice, insegnandogli a farlo!
Anche la vita da fantasma ha la sua bella dose di lati positivi e con l'aiuto di un Gufo Reale e di Leopold, il terribile spettro oblungo, che abita il vecchio mulino, Luolo li scoprirà tutti.

Luolo è un personaggio tenerissimo, a cui è impossibile non affezionarsi. La sua figura è resa ancora più dolce e adorabile dalle deliziose illustrazioni, ad opera di Ronny Gazzola, che impreziosiscono il volume, e che sono senza dubbio il pezzo forte dell'opera.
Questo senza togliere nulla alla storia che, seppur pensata per i bambini, è scritta con un linguaggio maturo, e ricercato, semplice nelle descrizioni, ma mai infantile.
La "morale della favola" è chiara sin dalle prime pagine, ma con l'andare avanti della lettura si scoprono sfumature nuove e riflessioni inaspettate. 
Attraverso il nostro piccolo amico evanescente, leggiamo un'insolita storia di amicizia tra le creature più improbabili, e un bell'invito all'accettarsi, all'amare e a vivere, qualunque sia la propria natura.

Considerazioni:
Come sono belle, e come sono importanti per i bambini le storie che invitano all'accettazione del proprio essere. 
E sono contenta di poter constatare che ultimamente ne sto leggendo diverse che vanno in questa direzione, mi vengono in mente, ad esempio "Olga di Carta" di Elisabetta Gnone e "Le avventure di Jacques Papier" di Michelle Cuevas.
Basta con queste storie che narrano di principi e principesse, di cose tanto distanti dalla nostra realtà! Ai bambini occorrono punti di riferimento reali e storie che abbiano qualcosa d'importante da insegnare.
Imparare ad accettare se stessi con i propri pregi e difetti è un modo per imparare ad apprezzare gli altri, accettandone le differenze e trovando in queste qualcosa da abbracciare e da cui trarre beneficio e non qualcosa da respingere.

Orlando, Leopold, Luolo, e tutti i loro amici, da Camilla a Luna alle tre Grazie, sono esseri diversi, che apparentemente non hanno nulla in comune, ma che si aiutano e soccorrono l'un l'altro.
Un bel messaggio che, come ho detto poco fa, ho avuto il piacere di ritrovare in altre letture dedicate ai ragazzi. Inoltre sono rimasta molto colpita da un pensiero che il nostro piccolo dolce amico, esprime durante una conversazione con lo spettro Leopold.
Luolo afferma di aver scelto di vivere da fantasma (prima di sapere che il suo aspetto lo avrebbe terribilmente spaventato), perché desiderava una vita da spettatore piuttosto che da protagonista, pensando che vedere la gente vivere sarebbe sicuramente stato più facile che vivere davvero.

Luolo si appoggiò a Leopold e con un sospiro triste disse: «Non sapevo. Credevo che sarebbe stato tutto più semplice, senza complicazioni. Sai, l'idea di essere una persona vera mi ha spaventato. 
Vista da dov'ero prima, la vita mi sembrava terribilmente complicata e ho pensato che un fantasma potesse guardarla da fuori senza esserne coinvolto. Invece, mi sono accorto che anche questa è vita. Diversa, forse più facile, ma non risparmia dolore, paura o delusioni. Era proprio quello che volevo evitare. Avrei dovuto chiedere... E' solo dopo, da Orlando, che mi sono accorto di quanto mi facessero paura i fantasmi». 
«Non ti sembra di esagerare?» lo rimproverò Leopold «non stai solo vivendo momenti difficili. Nella tua vita ci sono anche gioia, amicizia e sostegno. Non trovi che valga la pena di vivere per queste cose?».

Un pensiero importante (che racchiude al suo interno un intero mondo di elucubrazioni), decisamente complesso ed elaborato per essere dedicato ad un pubblico di bambini, come del resto lo è l'intero linguaggio dell'opera, scritta per i più piccini, ma resa in modo tale che qualsiasi adulto si troverà ad apprezzarla.

Ringrazio la casa editrice Edicolors per avermi fornito una copia cartacea di questo libro

il mio voto per questo libro 

martedì 10 maggio 2016

BLOG TOUR & GIVEAWAY LAMPO: “Briciole”, di Lorenzo Naia e Roberta Rossetti - Tappa 2


Salve avventori!
Oggi Café Littéraire è felice di ospitare la seconda tappa del blog tour organizzato da Simo - La Biblionauta, e dedicato al libro "Briciole", scritto da Lorenzo Naia e illustrato da Roberta Rossetti. 
La prima tappa, semmai ve la foste persa, la potete trovare da "Il pozzo dei sussurri".

Questo blog tour ha come intento quello di permettere a voi lettori di conoscere i dolcissimi (in tutti i sensi!!!) protagonisti di questa storia e tante altre sfiziose curiosità. 

Vi ricordo che per partecipare al Giveaway, e cercare di vincere una copia del libro con dedica degli autori, è necessario iscriversi e commentare il post introduttivo, dove troverete anche il regolamento e tutte le relative informazioni.
Naturalmente anche il commento e l'iscrizione al nostro angolino saranno più che graditi ^_^/


Titolo: Briciole
Autore:  Lorenzo Naia
Illustrazioni: Roberta Rossetti
Editore:  VerbaVolant
Pagine: 64
Prezzo: 15,00 €


Trama:

Ogni giorno nella Parigi dei primi del Novecento tante briciole di dolci si sentono scartate e rifiutate e vagano sconsolate per la città senza capire il perché della loro triste sorte. 
Brisè, una briciola di tartelletta alla frutta, avanza verso l’Arco di Trionfo senza sapere che di lì a poco avrebbe incontrato tante altre briciole come lei: Tarte Tatin, Croquenbouche, Savarin, Eclair e tante altre… Seduta su una buccia di banana ai Jardins des Tuileries, una briciola di Churros, Pepito, regala preziosi consigli alle briciole rimaste orfane di impasto e le condurrà da Bibì, uno sfortunato ma tenace pasticcere della rue de Bièvre che non riesce ad attirare clienti nel suo negozio. 
Tutte le briciole si uniranno a un impasto di Bibì dando vita a un dolce molto speciale: ad assaggiarlo per prima sarà Marie Riderot, una spietata critica gastronomica della prestigiosa rivista “Paris Gourmet” fortunosamente giunta in pasticceria per ripararsi da un temporale. 
Un’esplosione di gusti che farà meritare a Bibì una fantastica recensione sulla rubrica “Saint Honorè”.

Ed è venuta finalmente l'ora di dedicarci ai nostri personaggi, o forse farei meglio a dire alle nostre simpatiche e gustose bricioline *-*
A quali dolci apparterranno? 

TARTE TATIN: il dolce nato da uno sbaglio

La torta Tatin è una torta di mele capovolta nella cui ricetta le mele sono caramellate con burro e zucchero prima della cottura.
Le sorelle Tatin gestivano un hotel ristorante che esiste ancora oggi e si trova a Lamotte-Beuvron. 
Una domenica, mentre Caroline accoglieva i clienti, la sorella Stephanie era in cucina a preparare il suo piatto forte: la torta di mele.
Accidentalmente, dimenticò di mettere la pasta brisé sul fondo del tegame, lasciando così caramellare le mele nel burro e nello zucchero. 
Non avendo il tempo di prepararne un’altra, decise di porre la pasta brisé al di sopra delle mele e capovolse il tutto in un piatto. 
Con grande sorpresa, gli avventori trovarono la torta squisita: era nata la torta Tatin!


Come tante volte è capitato nella storia dei tempi, non sempre un errore equivale ad una catastrofe! Anzi, come avete visto, sbagliando non solo s'impara, ma spesso si crea!
Anche il prossimo dolce è nato per caso, ma è ormai conosciuto nel mondo come il piatto francese per eccellenza....
Indovinate a cosa mi riferisco? 

CRÊPE SUZETTE: il dolce portafortuna

Viene considerato uno dei piatti più tipici della Francia e non c’è soggiorno parigino che non preveda un suo assaggio! Ma pochi sanno che in realtà questo dolce era conosciuto già in tempi antichissimi e la sua ricetta più famosa, la crêpe suzette, fu inventata al "Café de Paris", nel Principato di Montecarlo, dal giovane apprendista Henry Charpentier.
Il ragazzo, emozionato per la preparazione di una crêpe per il principe del Galles, fece involontariamente cadere alcune gocce di liquore sul dolce che, a contatto con il fuoco, si infiammò. Il risultato, però, fu inaspettatamente delizioso e la crêpe venne servita con successo!

Una vecchia usanza diceva che per aver fortuna tutto l’anno, bisognava far saltare la crêpe in una padella tenendo una moneta d’oro nella mano destra…
Buono a sapersi! Di fortuna non ce n'è mai abbastanza :D


E anche oggi vi lasciamo con il quiz finale...
Sapete riconoscere le bricioline di Tarte Tatin e di Crêpe Suzette nell'immagine qui in basso? 
Non è facile, ma se guardate attentamente dovreste riuscire a scorgere qualche indizio...



Per la tappa di oggi è tutto, grazie per averci seguito in questa simpatica avventura.
Ma ricordate che il mondo delle "Briciole" è ancora vasto e ricco di curiosità interessanti, dunque non lasciatevi sfuggire la seconda tappa, domani sul blog "Da una stella cadente all'altra".

Qui sotto, un veloce riepilogo degli appuntamenti del Blog Tour:


1a tappa: lunedì 9 maggio

2a tappa: martedì 10 maggio
Café Litteraire da Muriomu

3a tappa: mercoledì 11 maggio

4a tappa: giovedì 12 maggio

5a tappa: venerdì 13 maggio

6a tappa: sabato 14 maggio

7a tappa: domenica 15 maggio

Partecipate numerosi e buona merenda a tutti! 

venerdì 6 maggio 2016

Recensione: "Il ristorante dell'amore ritrovato" di Ito Ogawa

Titolo: Il ristorante dell'amore ritrovato
Titolo originale: Shokudo Katatsumuri
Autore: Ito Ogawa
Editore: Beat Edizioni
Data di pubblicazione: marzo 2015
Pagine: 192
Prezzo: 9,00 € 

Trama:
Ritornata al villaggio natio dopo una cocente delusione d’amore patita a Tokyo, la giovane Ringo ha un’idea singolare per tornare pienamente alla vita: aprire un ristorante per non più di una coppia al giorno, con un menu ad hoc, ritagliato sulla fisionomia e i possibili desideri dei clienti. Con l’aiuto del valente Kuma-san, il cui cuore è stato infranto dalla bella Shiñorita, un’argentina scappata in città, Ringo risistema un granaio. Pareti tinteggiate d’arancio, posate di epoca vittoriana e di epoca Taish e, nel giro di qualche mese, il Lumachino, così la ragazza battezza il ristorante, apre i battenti.
La prima cliente è la Concubina, la triste amante di un influente politico locale passato a miglior vita diversi anni prima: dopo aver mangiato al Lumachino, la donna diventa di colpo allegra e piena di vita. Gente che si innamora, che si perdona, che ritrova la gioia di vivere: la notizia del potere magico del Lumachino sui clienti si diffonde in tutto il circondario, e il successo è così garantito, poiché tutti vogliono sedersi alla tavola del ristorante dell’amore ritrovato.

Recensione:
Chi attraversando un momento difficile non ha avuto voglia di lasciare tutto e ricominciare da zero?
Beh, Ringo, la giovane giapponese protagonista di questo libro, al contrario di molti di noi, non ha molta scelta se non quella di fare le valigie, abbandonare la sua vita di sempre, e tornare nel paese che le ha dato i natali.
Dopo essere stata abbandonata, e addirittura derubata, dal fidanzato, non le rimane altro che la sua passione per la cucina, l'unica cosa in grado di renderla ancora felice.
Ed è da questa unica certezza che nasce il Lumachino, un posto da costruire giorno per giorno, senza grandi brame di successo. Un ristorante che vede come ospiti solo una coppia al giorno, con un menù personalizzato e diverso di volta in volta.
Un luogo pieno d'amore, per il cibo e per le persone, per le tradizioni e per i ricordi.
Per Ringo la cucina significa molte cose: è il segno del legame con la nonna, che le ha insegnato tutti i segreti dell'arte culinaria del sol levante, ha rappresentato l'inizio della storia d'amore che più l'ha ferita, ma è anche il simbolo della rinnovata libertà, dell'indipendenza di chi non ha più nulla da perdere.
Con il suo Lumachino la protagonista vuole creare un posto accogliente in cui le persone possano sentirsi a casa e vuole resuscitare emozioni a lungo sopite.

Le foglie degli alberi sulle montagne tutt'intorno mutavano colore di giorno in giorno e le ore di luce diventavano sempre meno. Sognavo che il mio ristorante potesse suscitare nelle persone una sensazione al tempo stesso di meraviglia e intimità, come se fosse uno di quei posti che si è sicuri di aver già visto ma in cui non si è mai messo piede: qualcosa di simile ad una caverna segreta, dove ognuno potesse provare sollievo e addirittura ritrovare il proprio sé.

Ho apprezzato molto sia l'idea che sta alla base di questo locale, e quindi il suo essere accessibile solo a pochi clienti al giorno, per garantire il miglior servizio possibile, sia l'atmosfera descritta.
Mentre leggevo pensavo che avrei proprio voluto visitarlo.
Detto così sembra che in questo romanzo sia tutto perfetto, ma la realtà delle cose è un bel po' diversa.
Il libro parte da delle premesse ammirevoli, quelle che vi ho enunciato poc'anzi, che purtroppo non è riuscito a portare a termine in modo concreto.
Mi spiego meglio.
La storia, che vuole narrarci di come con la buona cucina sia possibile smuovere anche l'animo più rigoroso e inflessibile, ha però il deficit di soffermarsi fin troppo sulle descrizioni dei piatti, finendo per tralasciare i veri protagonisti delle vicende.
Dei clienti che si avvicendano nel Lumachino sappiamo ben poco, se non ciò che è finalizzato a farci intuire il "prima" e il "dopo". Non ci è dato modo di affezionarci o di indagare fino in fondo il loro passato.
Della stessa Ringo ci viene riassunta la vita solo per sommi capi: l'amore per la nonna, l'ingiustificato astio per la madre, la fuga per la grande città e la delusione amorosa. Nulla di più.
Tutto il libro è più che altro un interminabile rappresentazione più o meno particolareggiata dei vari menù, con doviziosa descrizione dei vari passaggi e delle diverse procedure per ottenere il prodotto finito.
Sicuramente interessante, soprattutto perché si parla di cucina giapponese ai più ignota, ma tutto questo rende poco scorrevole, e soprattutto poco appassionante, la lettura.
A ciò concorre anche il dover fare spesso utilizzo del glossario posto nelle ultime pagine, che ha il compito di dare delucidazioni sui vari termini lasciati in lingua madre, ma che ha anche l'effetto di spezzettare ulteriormente la narrazione.
Solo nella parte finale ho finalmente trovato le emozioni che bramavo sin dall'inizio.
Nelle ultime pagine la storia assume un corso più veritiero.
Non più solo antipasti, contorni e dessert, ma un viaggio nei rapporti familiari, nei rancori sepolti nel tempo e nelle verità ancora da svelare. 
Un piccolo romanzo che solo alla fine è in grado di catturarci, lasciandoci in dono la sua grande verità: non è mai troppo tardi per ricominciare, per perdonare, e per ritrovare il vero e unico grande amore.

Considerazioni:
Se non hai letto questo libro, e hai intenzione di farlo, fermati qui!
Quando ho letto la trama di questo libro ho subito desiderato leggerlo.
Prima di tutto perché ambientato in Giappone, terra che ai miei occhi ha sempre avuto un grande fascino. Poi perché parla di cambiamento, del potere che hanno alcune persone, di aiutarci a ritrovare noi stessi.
Ed è questo che fa effettivamente Ringo: mette tutta se stessa nei piatti che prepara, e le persone che li assaggiano riescono a cogliere la passione sincera con cui lei inonda ogni sua creazione.
Ho iniziato la lettura con grande entusiasmo, che poi ho progressivamente perso andando avanti con le pagine. Non perché "Il ristorante dell'amore ritrovato" sia un brutto libro, sia chiaro, ma perché si ha sempre l'impressione che manchi qualcosa.
Non c'è, come dicevo prima, un'analisi dei sentimenti, ma non c'è neppure una svolta, un cambiamento, qualcosa che ti faccia stare con il fiato sospeso.
Tralasciando l'ultima parte, il resto è un susseguirsi di cene, belle dal punto di vista descrittivo, ma sicuramente poco emozionanti.
Inoltre ogni piatto è scomposto in ogni suo procedimento, dalla raccolta delle verdure e la scelta dei vari ingredienti fino all'impiattamento. Nessun passaggio sfugge all'occhio clinico di Ringo e neppure al nostro di lettore.
Il tutto raggiunge il culmine nella scena della macellazione del povero maialino Hermès, che ci viene raccontata per filo e per segno. La descrizione appare così macabra e, mi spiace dirlo, disgustosa, che mi ha spinto a fare ciò che non ho mai fatto in vita mia, ovvero saltare le pagine. Ebbene sì, non ce l'ho fatta a terminarla, era troppo, persino per me che raramente mi faccio contagiare da ciò che leggo.
Non capisco proprio la necessità di indugiare su tali particolari, tralasciando il fatto che il sacrificio dell'amato animaletto mi è sembrato di per sé troppo crudele.
Altra cosa che mi ha lasciato interdetta è il rapporto madre-figlia. Ringo ci dice dell'odio che prova per la sua mamma, così diversa da lei. L'una troppo libertina e l'altra virtuosa, due mondi opposti che paiono non avere nulla in comune.
Sin da piccola Ringo ha dovuto sopportare le dicerie di paese che dipingevano sua madre come una donna disinibita.
Nulla di strano in questo, se non fosse che si viene a scoprire che la signora Ruriko non solo non è affatto una poco di buono, ma è addirittura vergine. E cosa più importante, tutti sono a conoscenza dell'animo pudico della donna e del suo desiderio di rimanere illibata.
Allora, di cosa stiamo parlando? Come ha fatto Ringo a pensare che la madre avesse più di un'amante, se tutto il villaggio sapeva ben altro?
Inoltre inizialmente la signora ci viene descritta come fredda e incapace di amare, rivelandosi invece una persona molto dolce, ma poco abile nel farsi comprendere.
La lettera che lascia alla figlia è la parte migliore di tutto il libro, l'unica che è riuscita a toccare le corde del mio cuore.
Se l'impianto di tutto il romanzo fosse stato un po' più simile al finale, la lettura ci avrebbe guadagnato di certo. 
Così invece il romanzo rimane a metà strada, tra la magia che ci regala la prima parte, fatta solo di sensazioni e inspiegabili prodigi, e il tuffo nella realtà che ci dona la seconda, in cui si raggiunge davvero la sofferenza e la disillusione. 
Se da una parte vince il fascino e quindi gli occhi, dall'altra parte vincono le emozioni e il cuore.

Ringrazio la casa editrice Beat Edizioni per avermi fornito una copia cartacea di questo libro

il mio voto per questo libro

mercoledì 4 maggio 2016

Se fosse un film... #5


Salve avventori!
Eccoci con un nuovo appuntamento di questa rubrica che, almeno noi del Café Littéraire, amiamo molto.
Questa volta ho tentato di immaginare il cast che potrebbe interpretare la trasposizione cinematografica della trilogia de "Il Giardino degli Aranci". In  particolare mi sono concentrata su quelli incontrati nel secondo capitolo, ovvero "Il Mondo del Bosco".
No, che io sappia non è in programma alcun film, ma mi sono detta: "se qualcuno ha deciso di dare spazio ad una storiella banale ed insulsa come quella di "Divergent", perché non dovrebbe avere la stessa opportunità una trama ben più affascinante e originale come quella creata da Ilaria Pasqua?".
Con l'augurio che questa mia ipotesi si realizzi un giorno, ecco le mie scelte:


Margaret Qualley nel ruolo di Aria

Ho conosciuto questa attrice nella serie tv "The Leftovers", in cui interpreta la figlia del protagonista. Solo più tardi ho scoperto che la ribelle Jill altri non era che una delle figlie della celebre Andie MacDowell.
Se penso ad Aria, mi viene in mente una ragazza decisa e sicura di ciò che vuole, che non teme il confronto e che si batte per ciò che è giusto.
Credo che la talentuosa Margaret saprebbe calarsi perfettamente nel ruolo. 


Tyler Hoechlin nel ruolo di Will 

Molti di voi vedendo questo volto avranno pensato a Teen Wolf! 
Beh io no. Io mi ricordo di lui per il telefilm "Settimo cielo", uno dei miei peccati di gioventù, di cui mi vergogno terribilmente, e per il bellissimo film "Era mio padre", di cui è stato protagonista, assieme ad uno dei miei attori preferiti, ovvero il meraviglioso Tom Hanks.
Will è moro, con gli occhi verdi e, non so per quale strano motivo, ho pensato subito a questo attore. 



Josh Hutcherson nel ruolo di Henry  

Henry è dolce, gentile, spiritoso, il tipico bravo ragazzo da sposare. Lo ammetto, è sempre stato il mio preferito, e il fatto che Aria non scelga lui è una cosa che non riesco proprio a concepire. Bella mia, non sai che ti perdi! U_U 
La sua personalità è così simile a quella dell'adorato Peeta di "Hunger Games", che non ho potuto evitare di immaginarlo con il volto di Josh Hutcherson. 
In realtà nelle pagine il personaggio è descritto come un "biondino alto", e se il colore di capelli può essere facilmente risolto con una tintura, al problema altezza non c'è rimedio. 
Ma del resto, a chi importa di una decina di centimetri mancanti? XD 
Non preoccuparti Josh, il ruolo è tuo! 

Ben Whishaw nel ruolo di Marcus

Che dire di Marcus? 
Leggendo di lui, mi dispiaceva così tanto, che avrei voluto tirarlo fuori dalle pagine e abbracciarlo. 
Così tenero, così solo al mondo. 
Per il suo personaggio sceglierei l'attore Ben Whishaw, che ho apprezzato davvero tanto nel film "Cloud Atlas", che ha visto tra i protagonisti, guarda un po', di nuovo il meraviglioso Tom Hanks! Le coincidenze della vita XD 

Dan Stevens nel ruolo di Lucas

Mentre per le mie scelte precedenti non ho avuto alcuna esitazione, per il ruolo di Lucas avevo pensato sia a Mike Vogel, noto ai più per la serie tv "Under the dome", che a Gabriel Mann, il simpaticissimo Nolan Ross di "Revenge". 
Alla fine ho optato però per l'attore Dan Stevens, che ho notato nel film "Una notte al museo 3". Come i nomi fatti in precedenza, anche lui è biondo e bello, dotato di un sorriso smagliante, e del fascino del brav'uomo. 




Britt Robertson nel ruolo di Loren

Tra i personaggi che ho più amato di questo libro ci sono di certo le due bionde sorelline del mondo del bosco. 
Loren è la maggiore, eppure sembra quella più fragile. Ha subito un grave trauma e non riesce a sperare in un futuro migliore ed in un nuovo inizio.
Io la immagino con le sembianze dell'attrice Britt Robertson. 


Chloë Grace Moretz nel ruolo di Mary

Ma quant'è brava questa attrice? 
È perfettamente credibile in ogni film, sia che interpreti una ragazzina fragile come la protagonista di "Resta anche domani" o di "Carrie", sia che dia il volto ad un'adolescente più forte e decisa, come nel caso di "Dark Shadows". 
Come non pensare a lei leggendo di Mary? 
Così dolce e tenera, ma capace di dare una svolta alla sua vita, seguendo le orme dell'indipendente Aria. Insieme formano una squadra vincente. Mi auguro che la loro amicizia persista anche nel terzo libro.

Thomas Sangster nel ruolo di Peter

Peter non ha una parte di rilievo nella storia, ma appare subito come un ragazzo che vive in un mondo che non sembra rispecchiarlo. 
E' come incastrato in una realtà retrograda, e in un ruolo che non gli si addice. 
Al pari di Mary vorrebbe avere la possibilità di ricominciare da zero. 
Per lui ho pensato a Thomas Sangster, attore che pur avendo quasi trent'anni, conserva le sembianze di un dolce ragazzino. 




E voi che mi dite? Avete letto il libro? 
Cosa ne pensate del mio cast?

lunedì 2 maggio 2016

Recensione: "La ragazza del buio" di Anna Lyndsey

Titolo: La ragazza del buio
Titolo originale: Girl in the Dark
Autore:  Anna Lyndsey
Editore: Garzanti
Data di pubblicazione: marzo 2016
Pagine: 213
Prezzo: 16,90 €

Trama:
Anna è una ragazza come tante. Ama il cielo azzurro, il vento tra i capelli, il profumo del mare. Ama Pete, il ragazzo con condivide gioie e dolori da un paio d'anni. 
Ma un giorno tutto cambia. Anna sta lavorando al computer quando sente la sua faccia bruciare. Prima il computer, poi le lampade dell’ufficio, infine il sole: la pelle di tutto il suo corpo diventa sensibile a ogni raggio di luce, e i vestiti non riescono a proteggerla. La diagnosi non lascia scampo: una rarissima forma di allergia alla luce. Non c’è modo di curarla, Anna può solo lenire il dolore vivendo nel buio più completo. 
Da qui inizia per lei una nuova vita, fatta delle parole dei libri che ascolta, di amicizie coltivate al telefono. Una vita piena di amore per Pete, l’uomo che desidera sposare. Perché il loro abbraccio può illuminare anche la più buia delle notti.

Recensione:
Leggere storie che affrontano l'argomento della malattia è sempre difficile, triste e angosciante. Affrontare un libro del genere sapendo che tutto ciò che si sta leggendo è accaduto davvero a qualcuno è straziante, e leggerlo pensando che è la stessa scrittrice che, attraverso il libro, ci racconta la sua convivenza quotidiana con l'orribile patologia che l'ha colpita, da un giorno all'altro, è tragico ma allo stesso tempo commovente e lodevole.
Anna Lyndsey, in queste pagine racconta, come se stesse scrivendo un diario, le fasi salienti della sua vita, dai primi accenni della malattia, con la comparsa sconcertante e inspiegabile dei primi sintomi, al suo progressivo aggravarsi. Fasi drammatiche che la costringono, prima ad avvolgersi in vestiti sempre più coprenti e, via via, a ritirasi dal mondo e rinchiudersi nel suo guscio buio.
La malattia in pochi mesi le toglie tutto, la priva della libertà di vedere, di fare, e di essere.
Una stanza completamente immersa nell'oscurità diventa il suo mondo per molti, lunghi, monotoni mesi, nei quali Anna deve necessariamente imparare ad adattarsi ad una vita di prigionia.
Tenere la mente occupata, è la cosa più complessa, ma anche l'unica cosa necessaria. 
Pensare al suo stato attuale e, ancor più, immaginare un futuro in cui nulla è mutato la condurrebbe alla più completa disperazione.
Le sue giornate trascorrono tra un mare di audiolibri che le consentono di vivere almeno con la fantasia, giochi di parole, programmi radio e sogni da cui è sempre più difficile svegliarsi per far ritorno alla dolorosa realtà.
E poi c'è Pete. L'amore per lui è all'un tempo croce e delizia. La fa in qualche modo sentire ancora viva ma, allo stesso tempo, colpevole ed egoista.
Lei è costretta ad una vita al buio, non può fare altrimenti, ma è giusto costringere anche lui a fare altrettanto?
Poi, un giorno, piccoli segni fanno sperare in una remissione.
Anna inizia, poco a poco, a mettere il naso fuori dalla sua cella oscura, a indugiare sempre più nella penombra, a socchiudere le tende, a scrutare emozionata il quadrato di stelle dal suo giardino sul retro.
Anna comincia a vedere la luce in fondo al suo lungo tunnel buio, e  si azzarda a sperare in una completa guarigione... ma questa è una storia vera e non una favola, e nella realtà le vite impossibili raramente sono destinate ad essere diverse da quello che sono.
Da qui si apre una nuova, estenuante e dolorosa fase che vede la donna in un alternarsi di illusioni e delusioni, cadute e risalite, euforia e depressione.
Piccole e grandi conquiste, speranze di guarigione, progetti imbanditi e poi mandati all'aria, aspettative disattese. 

"Per qualche giorno, dentro questo nuovo imballaggio, provo qualche sollievo. Mi sembra di avere raggiunto una stabilità in cui, se vivo all'interno di certi parametri, la pelle non mi brucerà. Mi rilasso, divento persino allegra e faccio battute sul mio nuovo vestito. 
Però la stabilità è un'illusione e la sensibilità riprende spesso la sua marcia. 
È un'esperienza che assomiglia al cadere giù da una scogliera a rallentatore. Dopo ogni capriola verso il basso mi sembra di aver trovato un appiglio o un cespuglio a cui aggrapparmi per interrompere la caduta. Ogni volta sono sicura di aver raggiunto un punto stabile, un punto in cui, malgrado la mia posizione precaria, ho smesso di scivolare e posso cominciare a riflettere su come riarrampicarmi. 
 La sporgenza si sgretola, il cespuglio si sradica dalla facciata della scogliera, tutte le sante volte."

Non c'è guarigione.
C'è un continuo adattamento.
Non c'è rinascita. 
C'è la continua sopportazione.
Ma, allo stesso tempo, non c'è vittimismo, non c'è resa.
Nella storia di Anna Lyndsey si legge tanto coraggio, ma anche tanta paura. 
Tanta forza, ma anche tanta disperazione.
Nessuno di questi sentimenti è espresso in maniera esagerata, tutto nei suoi pensieri, nelle metafore utilizzate, nei paragoni che utilizza per farci comprendere il suo stato d'animo e la sua condizione, racconta verità.
Ed è una verità che fa venire i brividi e accapponare la pelle.
Ma è una verità che non si può ignorare, perché non si possono ignorare certe esistenze solo perché fa più comodo o perché è troppo triste guardare in faccia la realtà.
Non si può ignorare questa storia, perché la Lyndsey ha voluto renderci partecipi della sua esperienza per far sì che la sua patologia sia conosciuta, e che la sua stessa esistenza, ormai costretta all'emarginazione, sia riconosciuta.

Considerazioni:
Questa storia mi ha davvero colpito, e come può non farlo?
Leggere di una donna piena di vita e apparentemente in salute, costretta per una misteriosa allergia a rinunciare a tutto, è qualcosa che non si può digerire facilmente e che inevitabilmente spinge a pensare.
Pensare a lei, pensare a noi stessi.
Paragonare le esistenze, la nostra e la sua, e ritrovarsi a porsi la fatidica domanda "e se fosse successo a me?". Avrei avuto abbastanza ricordi a cui aggrapparmi? Cose belle a cui fare ricorso con la mente?
E invece ora, ora che sono libera di vivere, lo sto facendo nel modo giusto? Sto sfruttando al meglio il mio tempo?
Insomma, avrete capito, è un libro che spinge all'immedesimazione e alla riflessione e che non si può assolutamente leggere a cuor leggero.

Detto questo vorrei aprire una parentesi.
Nella trama riportata sulla faccetta interna del libro si trova una frase a cui, prima di leggerlo, non avevo dato peso, ma che, col senno di poi, non posso non evidenziare. 
La frase in questione è questa:

"Eppure, quella che sembra una condanna alla solitudine e all'infelicità diventa l’occasione per una nuova vita".

Stiamo scherzando? ╯°□°)╯︵ ┻━┻

La suddetta frase non la troverete nella trama che ho riportato in questa recensione perché l'ho depennata all'istante. E l'ho fatto perché non solo dice una gran cavolata, ma a mio parere dice qualcosa di assolutamente irrispettoso e offensivo.
La malattia in questione non offre alla scrittrice nessuna possibilità, anzi! Non fa che toglierle progressivamente qualcosa, prima in maniera graduale, e poi tutto d'un colpo, lasciandola a secco. 
In alcuni periodi, che possono durare anche mesi, se non addirittura anni, arriva a togliere praticamente tutto.
Una vita vissuta al buio, per la maggior parte in solitudine, rinunciando alla luce, ai piaceri semplici di leggere un buon libro o guardare qualcosa alla TV, vedere i colori del mondo, rivolgere il viso verso una bella giornata di sole, guardare il cielo terso e azzurro, sentire il vento sulla faccia, fare una passeggiata all'aria aperta... e a tanto, tantissimo altro.
Anna è prigioniera del suo corpo, costretta ad accontentarsi di ciò che la sua pelle capricciosa le concede nei periodi buoni, ovvero un mondo visto solo grazie a brevi passeggiate notturne e attraverso le fotografie scattate dagli altri.
Anna tutt'oggi convive ancora con la sua patologia, ma non perché l'abbia accettata o perché abbia trovato in essa  "l'occasione per una nuova vita". 
No! Ci convive perché non ha scelta.
L'unico appiglio è la speranza.
I tentativi, i mille esperimenti, su farmaci e terapie nuove, che le consentono ancora di credere che prima o poi la luce tornerà nella sua vita.
Più volte ribadisce che il solo immaginare che la sua condizione possa restare immutata per sempre la distruggerebbe.
E ogni ricaduta, inevitabilmente, la distrugge un pochino.
La sua è una lotta continua che ogni singolo giorno le sottrae del tempo che nessuno, neanche una futura miracolosa guarigione, le darà indietro.
E quando sembra non ci sia via d'uscita se non quella di soccombere all'oscurità, Anna sceglie invece di continuare a lottare. Giorno dopo giorno.
Perché si è in trappola solo quando si smette di sperare.

Ringrazio la casa editrice Garzanti per avermi fornito una copia cartacea di questo libro

il mio voto per questo libro